Ernesto Cabula
Bici e Contorno

Titolo Bici e Contorno
racconti e poesie
Autore Ernesto Cabula
Genere Spiritualità e crescita personale      
Pubblicata il 29/08/2015
Visite 4965
Editore Liberodiscrivere® associazione culturale edizioni
Collana Spazioautori  N.  3590
ISBN 9788899137540
Pagine 96
Prezzo Libro 10,00 € PayPal
Scrivere è un esercizio dell'anima. Si fa fin da bambini. Perché l'anima è una lavagna, dove tenere gli appunti, fissare i ricordi. La bici è un motore dell'anima, come la natura, gli animali, l'amore in generale. Sono venti che generano emozioni uniche, personali. Un libro di racconti apre la propria anima agli altri ma è necessario leggere oltre le parole.
Ho ritrovato una vecchia compagna.
È bellissima!
Bruna con sfumature chiare.
È fedele e soprattutto economica.
Se voglio,
con poche lire,
mi accompagna tutto il giorno.
Raramente mi lascia.
Non è più giovanissima,
ma se vuole,
con poche cure
ti affascina come il primo giorno.
Perdonami. Non ce l’ho fatta.
Ti ho tradito….
con la mia bicicletta!
La prima volta che sono andato in bicicletta avevo ancora i denti da latte e usavo i ciripà!
Sono nato in una cittadina di provincia tra monti, cielo e la meraviglia di due mari che si baciano furiosamente!
Strade larghe, case basse e corti ripiene di foglie, fiori e varie umanità.
Il cortile, come le strade, erano uno spazio di fuga tra una costruzione e un’altra, in caso di terremoto ma anche palestra di vita, di gioco e di gioia per i bambini.
Le auto, a quel tempo, erano già d’epoca e rare. Quelle motorette emancipate, chiamate Vespa, avevano i profili e i fianchi larghi, come le donne di allora e due sellini separati ma le famiglie erano molto unite.
In quel tempo, senza velocità e senza fretta, la cavalleria era ancora padrona di strada.
Non esistevano certo i taxi, ma le carrozzelle trainate da cavalli, posizionate vicino casa, nei pressi del Ponte Americano. Questo scavalcava il torrente Zaera, che scorreva libero verso il mare, prima di essere tombato col catrame, così come tutti gli altri numerosi rii della città.
Il contadino amava la terra perché era fonte di vita. Coltivava i campi, puliva i boschi e i canali di scolo sapientemente disegnati. La natura non gli si sarebbe mai rivoltata contro.
Gli asini trainavano i carretti con le merci. Sotto le finestre di casa non era raro udire il raglio di quello che “vendeva”… frutta e verdura; oppure gli strilli acuti o la voce dai toni bassi dei giornalai che proponevano il giornale locale o quello serale di Palermo.
C’era anche chi ti incantava con la bontà dei frutti di gelso, a suo dire più buoni delle fragole!!! Con un paniere di vimini, tenuto da una corda, la mamma tirava su anche il latte, caldo, appena munto da una tenera capretta. La spazzatura veniva ritirata porta a porta.
L’arrotino passava con la sua bici sgangherata, ma le cui ruote erano un fondamentale strumento di lavoro! Il suono di una trombetta, ammaliante come sirena, avvisava dell’arrivo di un carretto a pedali che vendeva granite e gelati di arabe origini.
In casa mi divertivo a far seguire all’ago della Singer un percorso tortuoso, pigiando sul pedale.
Nell’aria profumo di zagare, ma anche zaffate di sterco di animale che non dava fastidio a nessuno, essendo cosa naturale!
Nelle strade non c’erano luci appariscenti , ma tanta serenità. Era sempre primavera!
I passi risuonavano di passi, vinti di tanto in tanto dal rumore delle carrozze e dei pochi mezzi motorizzati. Dolce ascoltare la voce degli alberi sferzati dallo scirocco.
Ormai, il rumore copre tutto. C’è paura, subito seguita da stupore, a trovarsi in un bosco quando si avverte il “frastuono”… di una foglia che cade accarezzando un albero o quello di un uccellino che suona le proprie ali tra lo spartito dei rami.
Ascoltare la musica del vento, il richiamo dei rapaci, lo sgusciare dei rettili è diventata una sensazione inconsueta.
Nel primo decennio libero dalla guerra, non si buttava via niente, i vestiti venivano rammendati e ancora tramandati tra fratelli, i pochi giocattoli pure.
In casa non c’era ancora il “frigidaire”. Per bere acqua fresca, oltre a farla scorrere dal rubinetto, si tirava lo sciacquone del bagno!
Le mie manine finirono nel braciere di carbone che scaldava la casa. A guardare bene, i segni sono visibili ancora adesso. Nel letto serale, la borsa dell’acqua calda.
In quegli anni nasceva la televisione che iniziava a rubare il posto al cinematografo. La famiglia non più raccolta intorno al focolare della radio!
Pochi la possedevano, per cui la sera (solo allora venivano messe in onda le trasmissioni) si andava a vederla dai vicini. A quel tempo era come se fossero dei parenti.
Da bambino ho condiviso le notti e la stanza con i genitori, nella casa della zia materna. Mio fratello maggiore, in una poltrona letto, nell’ingresso.
Possedere una bicicletta era un lusso!
Ma la bici non è solo un mezzo di trasporto. È veicolo e strumento di poesia.
Trasporta le persone, ma anche i loro pensieri. Stimola la fantasia, i sogni, il sorriso.
Contrariamente a quanto si pensi, la propulsione non è data dalla forza dei quadricipiti e dei polpacci, ma da quella della volontà e del pensiero.
Mio padre ne aveva una in uso dal lavoro.
Era nera, aveva i freni a bacchetta, la dinamo e il sellino di cuoio con le molle, di ordinanza. Sul tubo orizzontale aveva montato un sellino, che accoglieva i miei occhietti vispi e curiosi.
Osservate lo sguardo incantato di un bambino: sembra che giri il capo solo verso le cose belle; che per lui le brutture della vita non esistano!
Sul manubrio diritto aveva applicato una piccola staffa metallica, rivolta verso di me e alla quale mi aggrappavo.
Non era ancora giunta l’era della plastica, ma non esisteva l’inciviltà “usa e getta” del vetro.
Le strade erano pulite. Le strade erano sicure in tutti i sensi!
Col cappuccio di lana di colore bianco calcato sulle orecchie, come un funghetto, percorrevo felice i viali alberati sino al lungomare dove abitavano le palme.
Alberi che amano il sole, il caldo, il mare e la bellezza.
Si specchiavano nel porto falcato, guardando traghetti ferrati, bastimenti carichi di pochi sogni e tante speranze. La corazzata Aspromonte perennemente alla fonda nelle acque dello Stretto!
Un mare di miti e correnti. A volte limpido lago di pace, altre buio presagio di mistero e tempesta.
Un mare tra due coste combacianti, senza l’illusione dell’infinito!
Ma ero sicuro, nonostante gli sballottamenti dovuti al fondo di pietre di Catania.
Sentivo la presenza di mio padre, le sue parole e la barba che affondava nelle mie guance morbide e navigavo beato sospinto da un vento di tranquillità, da quella musica che solo lo strumento-bici sa suonare! 
Scrivere è un esercizio dell'anima. Si fa fin da bambini. Perché l'anima è una lavagna, dove tenere gli appunti, fissare i ricordi. La bici è un motore dell'anima, come la natura, gli animali, l'amore in generale. Sono venti che generano emozioni uniche, personali. Un libro di racconti apre la propria anima agli altri ma è necessario leggere oltre le parole.

Non ci sono commenti presenti.

Pubblica il tuo commento (minimo 5 - massimo 2.000 caratteri)

Qui devi inserire la tua Login!

Nascondi Qui devi inserire la tua password!

Hai dimenticato la password?

Qui devi inserire il tuo nickname!

Qui devi inserire la tua email!

Nascondi Qui devi inserire la tua password!

Hai dimenticato la password? Inserisci il tuo indirizzo email e riceverai i dati di accesso.

Qui devi inserire la tua email!

Ritorna alla login

Chiudi