Daniele Granatelli
Orinoco

Titolo Orinoco
Autore Daniele Granatelli
Genere Narrativa - Avventuroso      
Pubblicata il 27/10/2015
Visite 2872
Editore Liberodiscrivere associazione culturale edizioni
Collana Spazioautori  N.  3574
ISBN 9788899137724
Pagine 172
Prezzo Libro 14,50 € PayPal
'In amor vince chi fugge' così recita un vecchio adagio, ma Mabel non è scappata; Mabel è scomparsa o chissà cosa... Francesco che l'ama corre a cercarla. Così prende corpo in Orinoco, il romanzo di Daniele Granatelli, una storia misteriosa tra il Venezuela e la Colombia. Francesco, il protagonista, è un giovane robusto universitario che vive una avventura dove si intrecciano storie di garimpeiros, cercatori di pepite d'oro, scenari naturali di foreste pluviali, cartelli della droga colombiani e amori. Già, gli amori di un giovane sempre alla ricerca della sua donna e del suo destino.
Una storia vera di cui l'autore è stato testimone.
Giorgio Boratto
Francesco era un ragazzo robusto, alto poco più di un metro e ottanta, capelli corvini, occhi e carnagione chiara, un fisico non troppo atletico: non era un Adone, ma piaceva, era simpatico.
Era al quarto anno di università a Pisa. La sorella maggiore, sposata da cinque anni, era andata ad abitare a Firenze; lui invece abitava da solo, nell’appartamento dei suoi genitori, morti nel disastro aereo di Ustica poco più di un anno e mezzo prima. Era la prima volta che salivano su un aereo, volevano festeggiare la ricorrenza del loro trentesimo anno di matrimonio: giunti a Bologna da una cugina della mamma erano partiti assieme per la Sicilia, senza mai arrivare.
Francesco all’università aveva conosciuto Mabel, una ragazza venezuelana che frequentava la stessa facoltà. Stavano insieme da poco più di due anni ed erano innamorati al punto di pensare al matrimonio per l’anno a venire.
Lui lavorava qualche ora al giorno di pomeriggio da uno zio spedizioniere che aveva altri due soci minoritari, uno molto bravo nel marketing e l’altro nell’operativo, ma che di finanza e organizzazione aziendale non capivano niente, dimodoché lo zio contava molto sul nipote che avrebbe dovuto prendere il suo posto una volta laureato, in quanto cominciava a sentire la stanchezza dell’età.
Mabel, di famiglia apparentemente benestante, non aveva problemi economici e viveva in un bell’appartamento diviso con una ragazza di Siena che lavorava come hostess sulla linea aerea Pisa – Lisbona. L’appartamento era in una bellissima zona nel centro storico di Pisa. Tre, a volte quattro notti la settimana dormiva da Francesco, le altre nel suo appartamento perché di notte doveva chiamare i suoi genitori e non voleva disturbare né gravare sulle spese telefoniche. Ma andava bene ad entrambi perché lui di pomeriggio lavorava e di sera studiava.
Francesco, dopo la morte dei genitori, con Mabel era tornato ad essere un uomo felice. Aveva solo lei: con la sorella maggiore i rapporti non erano più molto buoni, per la verità non lo erano mai stati, in quanto soffriva di gelosia del fratello, pensando di non aver ricevuto gli stessi riguardi. Con la morte dei genitori la sorella pretendeva la metà del valore dell’appartamento, ma Francesco non aveva la possibilità di soddisfare tale richiesta, tanto più che quell’appartamento sarebbe dovuto diventare l’alcova del suo imminente matrimonio con Mabel.
Stava arrivando il periodo delle vacanze e come ogni anno lei tornava a casa dai suoi per circa due mesi, per poi rientrare in Italia da lui e riprendere gli studi. Quest’ultima volta era stato molto difficile per entrambi. Anche se il periodo sarebbe stato breve, negli occhi dei due innamorati c’era molta tristezza. Lei promise che arrivata a Caracas l’avrebbe chiamato al telefono, altrimenti l’avrebbe fatto da casa. Avrebbe poi parlato con i suoi genitori riguardo al matrimonio, dicendo loro che alle prossime vacanze avrebbe portato anche Francesco per farglielo conoscere.
Abitava a Puerto Ayacucho, circa mille chilometri da Caracas.
Due giorni prima della partenza vollero invitare lo zio e un paio di amici di università ad un ristorante, una sorta di festa dedicata a Mabel come augurio di felice rientro a casa e di buone vacanze.
Venne il fatidico giorno. Lentamente, senza parlare, entrarono nell’aeroporto, lui con la mano destra teneva la sua valigia, mentre la sinistra era teneramente nella mano di lei. Dopo il check in si misero a sedere nel bar consumando un caffè; nessuno dei due trovava argomenti di conversazione, stretti entrambi da un grosso groppo in gola. Il tempo passava inesorabile e giunse quasi inaspettata la prima chiamata per l’imbarco. Era la seconda volta che partiva per ritornare dai suoi, ma questa volta lei non avrebbe voluto partire e lui sentiva già la sua mancanza. Si guardarono senza una parola, le due bocche si cercarono e si unirono, rimasero abbracciati per diversi minuti indifferenti a quello che succedeva intorno a loro. Poi, l’ultima chiamata per l’imbarco. Si salutarono tra lacrime e promesse.
«Non dimenticarti di me» disse lei con gli occhi rossi e gli allungò una scatola di fiammiferi Minerva del ristorante, con il rossetto delle labbra marcò la parte interna dei Minerva e scrisse “ti amo” fra le impronte delle sue labbra.
«Ti chiamerò appena arrivo, aspetta la mia telefonata».
Si abbracciarono nuovamente, rimasero abbracciati fino quando per l’ennesima volta l’altoparlante annunciò di affrettarsi per l’imbarco.
Francesco rimase immobile guardando Mabel che salutava mandando baci, per poi sparire alla prima curva del tunnel mobile.
Tornando a casa non riusciva a non pensare a lei, ai suoi genitori e al suo paese. Lei gli aveva parlato di suo padre come di un uomo carismatico, amato e rispettato da tutti, del suo fratellino di nove anni che aveva dei problemi di carattere emotivo, di sua madre, severa e molto religiosa. Poi il pensiero si volse ai suoi defunti genitori, si commosse, avrebbe voluto che anche loro conoscessero Mabel, era certo che sarebbero stati felici di conoscerla e l’avrebbero amata come lui l’amava; la sua mente tornò ancora a Mabel, al suo sorriso, alla sua dolcezza e il suo volto si illuminò nuovamente.
I primi due giorni andò a lavorare dallo zio, sperava che il telefono squillasse di sera o di notte. Quelli successivi invece rimase a casa aspettando la tanto desiderata telefonata, ma il telefono rimaneva sempre muto. Il quarto giorno suonò, fece un balzo di gioia, ma era lo zio dall’ufficio che chiedeva se fosse ammalato, data la sua assenza. Preoccupato per il nipote, un mattino volle andare a casa sua. Sapeva del grande amore dei due, della loro intenzione di sposarsi, in quanto essendo l’unico parente sarebbe stato lui il testimone del nipote.
«Mi dispiace zio, sono in ansia perché non mi chiama e dal numero di telefono che mi ha dato mi dicono che è sbagliato, non so come rintracciarla».
«Forse hai copiato male il numero e forse non c’è linea da dove chiama» disse lo zio, non meno preoccupato nel sentire l’inquieto stato d’animo del nipote.
«Il numero me lo scrisse lei ed è lo stesso dell’anno scorso, la linea c’è ma lei no» rispose.
Dalla partenza di Mabel passò una settimana e alla fine andò a lavorare dallo zio. Ormai doveva solo aspettare il suo ritorno a fine agosto come d’accordo, ma non riusciva a togliersela dalla mente. Passò il periodo prefissato, ma lei non tornò.
Decise così di andare nell’appartamento che Mabel divideva con l’altra ragazza: anche lei era preoccupata perché da sola non avrebbe potuto pagare quell’affitto e se Mabel non fosse rientrata avrebbe dovuto cercarsene uno molto più modesto.
Entrò nella sua camera. Era una camera da letto con un ampio angolo studio. Nell’armadio i suoi abiti invernali, asciugamani, borse, scarpe, in un cassetto alcuni indumenti intimi, dal balcone dello studio si vedeva parzialmente la Torre Pendente; alcune foto di loro due fatte sul Ponte Vecchio di Firenze erano appese sul muro della scrivania, la ricevuta dell’università per il nuovo anno, il suo profumo, i suoi libri, i quaderni e gli appunti di ricerca, in un cassetto una piccola agenda piena di numeri telefonici, un diario con disegni, cuoricini e frasi d’amore. Si soffermò su quelle frasi sorridendo, nell’ultima pagina scritto in stampatello trovò il suo nome e il suo indirizzo. (Mabel Gonsalves, calle Ramon Diaz 105, Puerto Ayacucho, Venezuela) e se lo infilò nella tasca della giacca con alcune fotografie di loro due. Un blocco notes con annotate delle cose da farsi, cui sicuramente aveva già provveduto. Di lato alla scrivania, una macchina da scrivere coperta da un telo. Francesco la scoprì, non era una macchina da scrivere ma un telex. Si domandò perché non gliene avesse mai parlato, magari era il mezzo più giusto per comunicare con i suoi, visto la differenza di fuso orario.
Ritornando verso casa pensava a cosa potesse essere successo: qualcosa di grave, un incidente, un rapimento o più semplicemente un’errata trascrizione del numero di telefono. Poi un pensiero più triste: forse glielo aveva dato apposta sbagliato, ma perché l’avrebbe fatto? Lei non era una bugiarda, perché avrebbe dovuto comportarsi così, non ce n’era motivo, quando si era offerto di sposarla sembrava impazzire di gioia, inoltre aveva lasciato i suoi abiti, i suoi libri, la tessera universitaria e l’iscrizione per il prossimo anno, perciò tutto faceva pensare che sarebbe certamente ritornata.
Magari i suoi genitori non avevano acconsentito alla loro unione e  l’avevano obbligata ad abbandonare la facoltà.
Raggiunse casa con la testa piena di forse e di perché senza una soluzione logica, l’unica possibile ragione per lui era che le fosse successo qualcosa di grave.
Frequentava l’università di malavoglia, alcuni suoi amici cercavano di aiutarlo, di distoglierlo da quel pensiero, lo invitavano fuori a cena e in discoteca, ma lui rifiutava, preferiva rimanere in casa con la speranza di sentire il telefono squillare, visto che data la differenza di orario fra i due paesi era più probabile che il contatto avesse luogo di sera.
Ogni volta che rientrava a casa apriva la cassetta delle lettere, sperando di trovare qualche risposta ai suoi dubbi, ma le poche missive erano solo bollette da pagare o pubblicità.
Finché un giorno, da quelle carte si sfilò una piccola lettera. Il suo cuore batteva come un tamburo, prima di aprirla la guardò per bene, non c’era il mittente e il timbro postale non si leggeva ma la calligrafia l’aveva subito riconosciuta. Estrasse la lettera dalla busta, erano poche righe che dicevano:
“Adorato amore mio, non ho potuto chiamarti perché in casa nostra c’è stato un grosso problema, purtroppo non potrò più tornare in Italia, non ti potrò più rivedere, il mio dolore è grande ma sarai sempre nel mio cuore, dimenticami. Adios mi corazon. Mabel.”
Si mise a sedere sulla poltrona, rilesse per molte volte quelle poche righe che non lo aiutavano a capire, ma ora era certo che lei non lo aveva affatto dimenticato.
Quella notte Francesco non riuscì a dormire. Si alzò presto, si fece un caffè e di buonora andò dallo zio.
Lo zio non aveva ancora fatto colazione e lo invitò a unirsi a lui.
«Mangia qualcosa con me e raccontami».
Francesco gli mostrò la lettera ricevuta mentre lo zio inzuppava una brioche nel caffellatte, poi guardò il nipote, il quale prontamente gli disse:
«Voglio andare da lei, devo sapere cos’è successo».
Lo zio posò lentamente la tazza, sempre lentamente biascicò il boccone di brioche e lo ingoiò senza distogliere lo sguardo. Era deciso, niente gli avrebbe fatto cambiare idea, ciò nonostante lo zio cercò di dissuaderlo in tutti i modi.
«È un paese che non conosci, potrebbe essere pericoloso, lei stessa ti ha scritto di non cercarla!». Poi, rassegnato, si alzò e disse al nipote di aspettarlo, tornò dopo alcuni minuti, nella mano aveva delle banconote americane.
«Sei il mio unico nipote, non so come aiutarti, ma avrai bisogno di dollari; millecento, è tutto quello che ho, ti dovrebbero bastare, ma secondo me stai facendo un grosso sbaglio. Abbi cura di te e torna presto perché ho bisogno del tuo aiuto».
Il nipote promise che l’avrebbe tenuto al corrente telefonicamente e si salutarono abbracciandosi.
'In amor vince chi fugge' così recita un vecchio adagio, ma Mabel non è scappata; Mabel è scomparsa o chissà cosa... Francesco che l'ama corre a cercarla. Così prende corpo in Orinoco, il romanzo di Daniele Granatelli, una storia misteriosa tra il Venezuela e la Colombia. Francesco, il protagonista, è un giovane robusto universitario che vive una avventura dove si intrecciano storie di garimpeiros, cercatori di pepite d'oro, scenari naturali di foreste pluviali, cartelli della droga colombiani e amori. Già, gli amori di un giovane sempre alla ricerca della sua donna e del suo destino.
Una storia vera di cui l'autore è stato testimone.
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