Barbara Bertani
CANDELA cap1

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Titolo CANDELA cap1
Autore Barbara Bertani
Genere Racconti Brevi      
Pubblicata il 17/12/2015
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Prefazione o presentazione.  Non ho trovato la voce "racconti a puntate" e questo racconto non si è trasformato in romanzo, è formato da soli 7 capitoli e questo è il primo.  

Dedicato a Matteo.

 

capitolo 1.Loppeglia

 

Raffaella starnutì tanto rumorosamente da farlo svegliare di soprassalto. Si era talmente spaventato che, come aveva aperto gli occhi, aveva iniziato a strillare con tutto il fiato che aveva in corpo. Era piccolo, ma la sua voce era potente. Raffaella si voltò verso la piccola culla in vimini con aria affranta, mentre si soffiava con energia il naso ormai paonazzo e spellato. Faceva freddo, nonostante che nella stufa ardesse la legna dall’alba. Durante la notte era caduta altra neve e l’emporio si era fatto irraggiungibile. Un tempo strano per Loppeglia, che si e no vedeva la neve un giorno l’anno ad anni alterni. Nella dispensa le provviste cominciavano a scarseggiare, come il sonno, la salute e la pazienza della giovane donna. Se solo fosse riuscito ad addormentarsi di nuovo, da solo, sarebbe stato un gran sollievo, ma un urlo più forte del bambino le tolse ogni speranza. Chiuse gli occhi, come se in tal modo le potesse risultare più facile individuare in quale parte di sé ci fossero ancora le forze necessarie, e fece un profondo respiro, mentre li riapriva e si alzava dalla comoda sedia a dondolo, su cui aveva cercato invano di appisolarsi negli ultimi venti minuti, per andare verso di lui. Si muoveva con passo lento, pesante, gli occhi cerchiati e rossi, un atteggiamento rabbioso ed incerto. Istintivamente guardò il grosso orologio a muro dal quale due pupazzini ondeggiavano colorati segnando le ore: erano quasi le tre e mezzo dell’ennesimo pomeriggio che componeva quello che a lei pareva essere un unico lunghissimo giorno iniziato quattro mattine prima, quando suo marito era uscito di casa per andare al lavoro.

 

-In fondo due giorni da soli che cosa vuoi che significhino?- aveva detto serenamente a suo marito quando, il lunedì mattina, lo aveva salutato sulla porta di casa illuminata da un solicino che prometteva tenere margherite e smielati cinguettii.

-Ti preoccupi sempre troppo.- aveva aggiunto guardando con occhi traboccanti di amore in direzione del piccolino che, dopo la prima poppata della mattina, dormiva ancora serenamente.

-Gabriele ha ormai tre mesi e poi tutti i giorni verrà Tamara, dalla mattina alla sera!- aveva esclamato con gioia, pensando a sua nipote.

Gli aveva gettato le braccia attorno al collo e lo aveva teneramente baciato sulle labbra, sussurrandogli “ti amo”. Il viso di Tommaso si era finalmente disteso ed i suoi occhi azzurri avevano sorriso solo per lei.

-Tornerò prima che ce ne possiamo rendere conto e ti telefonerò due volte al giorno per sapere come ve la cavate.- aveva promesso, più per rassicurare se stesso che sua moglie, e si era allontanato agitando la mano in direzione di Raffaella dal finestrino aperto del vecchio fuoristrada.

 

Era ormai giovedì, il giorno di San Valentino, e suo marito era ancora fuori per lavoro e Dio solo sapeva se e quando avrebbe potuto fare rientro a casa. Il telefono era rimasto isolato dalla mattina precedente. Tamara, l’unica ad abitare a pochi chilometri dalla loro casa, si era ammalata la notte del lunedì. Dal martedì pomeriggio non aveva fatto altro che nevicare e solo adesso il sole si stava riaffacciando debolmente all’orizzonte. Per tutta la notte non aveva praticamente chiuso occhio, per i pianti e le poppate di suo figlio e la tosse che le stava squassando petto e cervello.

“Maledizione!” pensò indignata, starnutendo di nuovo.

Si affacciò alla porta della camerina di Gabriele. Poteva chiaramente vedere le braccina e le gambine avvolte nel caldo pigiamino azzurro agitarsi al ritmo delle urla. Era proprio disperato, ma non quanto lei, che non era più capace di contenere le emozioni contrastanti che si stavano rincorrendo ed accalcando nella sua anima. Ebbe un capogiro, con una mano sfiorò lo stipite della porta e poi vi si appoggiò con un fianco. Chiuse i grandi occhi neri da cerbiatta. Respirò il più lentamente possibile, mentre con una mano si massaggiava il collo, libero dai morbidi capelli bruni legati in una coda sbarazzina. Era piccola e ben proporzionata, a parte il seno che si era fatto enorme da quando aveva iniziato ad allattare il bimbo, ma questo non preoccupava lei né avviliva suo marito che anzi ne era entusiasta. Indossava una morbida tuta verde acqua, che, aperta sul davanti, lasciava intravedere tutta la sfilza di bottoncini della maglietta di lana, che si apriva leggermente sul petto. I piedi avvolti in caldi calzettoni di lana pesante poggiavano ora un po’ incerti sul parqué. Avrebbe desiderato rassicurare suo figlio, ma istintivamente mise le mani con i palmi ben aperti sulle orecchie, piccole, rosa, impreziosite con tanti cerchietti d’oro.

“Basta! Basta! Mi stai facendo impazzire!” sibilò tra i denti.

Aveva un groppo in gola che la stava soffocando. Le mascelle serrate. Avrebbe voluto gridare. Per non scoppiare, ma non ne era capace. Era sola, sola, sola. Stanca. Avvilita. Ammalata. Quella piccola creatura dipendeva da lei, ma lei stava scomparendo a se stessa. Avrebbe voluto scappare, ma non c’era un dove sicuro verso il quale dirigersi. Si sentiva in trappola. Scivolò lentamente verso il pavimento. Le orecchie serrate dalle sue candide mani curate, al cui anulare brillava la piccola fede d’oro. Gli occhi chiusi, stretti tra le lunghe ciglia scure, illuminate da lacrime come rugiada. Lacrime che non riuscivano a scendere, che non era capace di trasformare in pianto. Le pareva che l’aria le fosse stata strizzata via a forza dai polmoni. Raggomitolata su di sé avrebbe voluto svanire, scappare da se stessa, dalla rabbia che stava crescendo in ogni fibra del suo corpo e che lo stava tendendo come un arco pronto a scoccare una freccia dietro l’altra. Colpi precisi, spietati, pericolosi, privi di qualsiasi controllo, che finalmente l’avrebbero liberata. Doveva evitarlo. Voleva evitarlo, ma la voce le uscì dalla gola con violenza, stridula e lacerante, mentre scattava in piedi respirando affannosamente, gli occhi ormai ciechi ed asciutti, i pugni serrati, il collo ancora gonfio dell’urlo che fino ad allora era riuscita a trattenere.

-Bastaaaaa! Smeeeettiiiiiiiiiiiiiiii!–

Scosse con forza la cullina, come si fa con un oggetto rotto nella speranza che qualsiasi cosa non stia funzionando al suo interno torni a stabilire casualmente il contatto che si è allentato e l’oggetto riprenda miracolosamente a funzionare, ma Gabriele, terrorizzato, urlò ancora più forte, tanto da rimanere senza fiato prima di poter urlare di nuovo, sempre più disperato.

Afferrò il piccolo con violenza per sollevarlo e scuoterlo ed, in quel momento, squillò il telefono.

(segue...)

 

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