Pietro Giorgio Zendrini
Verbigerazione

Titolo Verbigerazione
c’era un vecchio sul treno
Autore Pietro Giorgio Zendrini
Genere Spiritualità e crescita personale      
Pubblicata il 28/01/2016
Visite 5073
Editore Liberodiscrivere
Collana Spazioautori  N.  3607
ISBN 9788899137731
Pagine 112
Prezzo Libro 10,00 € PayPal
Era da tempo che mi prospettavo qualcosa, che derivava da una mistura di suggestioni personali; l’invito poi, mi è giunto anche dalla lettura di un libro duale (Hamman Balcania di Vladislav Bajac), che ha fatto sì che le figure e i dettagli iniziassero a concatenarsi dando il via a una sorta di verbigerazione diaristica: il richiamo della “cosa” che ha per effetto il viaggio immaginario nel visibile e nell’invisibile. Il personaggio, ha un suo punto di vista, sa di incontrare-perdere ad ogni passo e si muove sul “terreno” da testimone confinato gustando il luogo, milieau, con la lingua materna: il dialetto. 

In genere, almeno era questa la consuetudine, pareva che gli inverni fossero tutti uguali e lui ne aveva già passati più di sessanta, a pensarci, ma non è poi vero che fosse stato sempre così. Così come, ci si dovrebbe domandare? Basta riflettere un po’ e all'istante si viene trasportati (virtualmente s’intende) nelle periodiche glaciazioni che hanno avvolto il pianeta. Comunque, questo, l’inverno numero 2015 dell’era volgare occidentale, si dipana nella “Bassa Modernità” e appartiene alle migliaia d’inverni della fase climatica interglaciale. È probabile e perfettamente comprensibile come alle sei del mattino, in qualche modo, seppure quell’inverno fosse davvero mite, a causa dell’aumento di temperatura dovuto a certe disfunzioni climatiche legate all’inquinamento globale del pianeta terra ed è quanto viene trascritto dai bollettini meteorologici, il freddo facesse il suo effetto sul corpo delle persone che attendevano alla stazione l’arrivo del treno. Certo, giacconi e cappotti facevano la loro parte e in numero sempre maggiore i corpi erano, negli ultimi inverni, avvolti in quei leggeri e colorati piumini alla moda. Per lo più i capi, lo si vedeva dalla fattura, erano di produzione cinese a basso costo, mentre pochi erano coloro che sfoggiavano il logo tecnico dei capi specialistici d’alta montagna. L’ora e l’oscurità del primo mattino lasciavano intendere che le cose dovevano ancora riprendere il loro corso, risvegliandosi. Il freddo, seppur non intenso, pareva prolungasse l’attesa dell’inizio e le cose apparivano davvero piacevoli data la circostanza; il cielo non era sgombro da nubi, e la visione, avuta alla quota di partenza, prospettava addensamenti nuvolosi sulla bassa valle. I giovani virgulti discesi dai villaggi limitrofi alla stazione sembravano alquanto rallentati mentre si apprestavano a raggiungere le loro sedi scolastiche. In loro era assente, al momento, quell’esuberanza arrogante e un po’ burina tipica del villico che si sarebbe poi manifestata via via che la luce avrebbe stimolato i loro istinti. Senz’altro si potrebbe riconoscere in ognuno di loro, maschio o femmina, il villaggio di provenienza; l’intercalare del parlato e le movenze da montanaro non sgrezzato dall’indottrinamento scolastico (i vari licei tendono a promuovere l’elite omologata e globalizzata) dichiaravano le loro coordinate geografiche, il paese di provenienza di ciascuno, poiché qualsiasi luogo mette in circolazione il suo stampo.

La stazione, sarebbe meglio dire la fermata dal momento che non era presidiata, si trovava sul fondovalle di un marginale luogo di montagna. Marginale... e come si potrebbe definire altrimenti un posto come quello di cui parlo? A volte è possibile illudersi ed espandere il pensiero in direzione di altri luoghi. Questa sorta di espansione è paragonabile all’effimera visione del vapore, che sale da un bollitore d’acqua in cucina: esso poco si diffonde.

Discendo... da quella montagna, tuttavia, non sono tra quegli individui che, autocentrandosi, sparpagliano a destra e a manca i segni di un lontano passato, questi sono i “managers” della cultura erudita camuna (fattasi sistema...) zelante e subalterna verso una Weltanschauung degli skipass e dei passaggi turistici: la riduzione a merce del territorio e dei beni comuni. Essi diffondono anche dei segni tipici sparsi-diffusi su artefatti, supporti vari e altre numerose rappresentazioni: forme arbitrarie di messa in scena... è vita pure quella nulla da obiettare. E, per non mancare agli appuntamenti, serigrafie delle incisioni camune (e non solo) contribuiscono ad allestire l’apparato scenografico approntato per uno dei tanti simulacri (“Divinus halitus terræ”, teribile! scomodare Plinio) di quell’effimero “paese dei balocchi” qual è (sarà stato) expo 2015.

Per tornare al luogo da cui inizia questo viaggio non c’è da sorprendersi se l’hanno definito come “Valle dei segni”, e non dei simboli. Forse perchè il simbolo sarebbe stato associato a significati più “alti” e di difficile comprensione (c’è di mezzo la semiologia e l’empatia) con il risultato di disturbare le “menti”, in genere indifferenti e sonnolente, dei locali e dei transitanti. Invece il segno, o meglio la manipolazione dei segni, non essendo esperienza ‘estetica’ che coinvolge la vita funziona bene in tutte le salse, segnali stradali compresi.

Era da tempo che mi prospettavo qualcosa, che derivava da una mistura di suggestioni personali; l’invito poi, mi è giunto anche dalla lettura di un libro duale (Hamman Balcania di Vladislav Bajac), che ha fatto sì che le figure e i dettagli iniziassero a concatenarsi dando il via a una sorta di verbigerazione diaristica: il richiamo della “cosa” che ha per effetto il viaggio immaginario nel visibile e nell’invisibile. Il personaggio, ha un suo punto di vista, sa di incontrare-perdere ad ogni passo e si muove sul “terreno” da testimone confinato gustando il luogo, milieau, con la lingua materna: il dialetto. Dal luogo nasce l’azione del personaggio e la sua conversazione con il passato e il presente; dialogo binario che l’ordinaria natura delle cose vuole si srotoli nelle pagine di questo volumetto in un breve viaggio frammentario e rischioso sul piano dell’esposizione, fors’anche per via del tentativo di far specchiare tra loro passato e presente, che non sono due temporalità ma una sola, inestricabile. Il futuro, si sa, è per sua natura incerto e senza soluzione di continuità, appartiene all’immanenza e assorbe nel suo divenire passato e presente. Dunque, sarà al divenire che mi abbandonerò, schiudendomi al gusto di scrivere, distribuendo parole in dialetto (la lingua del mio luogo) e nella lingua italiana (la lingua provvisoria di tutti), come per adescare un poco il caos che mi contiene.

Il dialetto, la mia prima lingua. Lingua materna, infantile, lingua vernacolare, che non può essere insegnata e quindi capitalizzata. Le parole e le frasi dialettali che propongo non sono concettualizzazioni della realtà, ma sono delle semplici (inutili concettualmente) rappresentazioni dell’ovvio, esprimono (è l’azione dello scrivente), l’immanenza del qui e ora come fossero una sorta di archetipo della lingua prima della formazione del logos; e può essere che nella logica non vi sia libertà regolata com’è dal sillogismo. A questo stadio elementare dell’uso del linguaggio la parola viene a essere inserita nell’azione, ovvero, nella prassi esistenziale, e ciò porta, in generale, a escludere la metafora che è la parte più evidente del vedere astratto della mente umana. Lingua dell’umile asino (senza offesa per l’asino) che s’impara venendo al mondo, così come l’asino impara a ragliare: Hi oh! Hi oh! Questo vernacolo non costa niente e per impararlo non ci sono insegnanti da pagare, né sussidiari o vocabolari, né sintassi, né grammatiche. Un s_oggetto e qualcosa...

Questa lingua orale va parlata e ascoltata. Se letta, andrebbe pronunciata, fatta risuonare, non preoccupandosi della comprensione (con le parole si arriva a niente dice il Maestro), lasciandosi trascinare dalla sua tonalità. Si potrà obiettare che una simile lingua oggi serva a ben poco, a me è servita per cercare il mondo dell’immanenza, dell’«esperienza pura [...]diventando una cosa, pensiamo, diventando una cosa, ascoltiamo[...]» (Keiji Nishitani). Un linguaggio, questo, che fino a quando ha potuto reggere alla “colonizzazione” alfabetizzata era parte del modo d’essere del montanaro, del fare vernacolare legato alla economia di sussistenza; e nel dialetto, senza l’oggetto (s_oggetto) non esiste parola. Tanto è vero che, nelle espressioni in lingua materna sono del tutto assenti i bisogni e le manipolazioni riferiti alla mercificazione feticizzata. Infatti, la userò per i frammenti personali (come per rinnovare il contratto con l’asino che mi cavalca), a differenza del linguaggio insegnato, quello dell’omologazione, che userò invece per i temi che riguardano il discorso contemporaneo.

A patto, però, d’intendere tutto questo come un gioco, un gioco di leggerezza che va incontro all’arte della vita, che per me è la continuazione di quel tentativo di portare le cose al mondo così come si formano nell’uomo semplice e naturale, l’uomo che esprime il libero linguaggio del sé-senza-forma-e-senza-modo e che fluisce nella cosa come cosa nel mondo. Tentativo, che ha avuto un’elaborazione nel recente volumetto “Architracce. L’intuizione dello spazio nell’uomo di montagna”: in quell’occasione ho ascoltato ed estratto qualcosa dalle pietre, qui, invece, provo a guardare e ad ascoltare parole nella consapevolezza che tutte le conoscenze traggono fondamento da un sapere precedente. Riconosco di non avere un’adeguata capacità di esposizione ed è probabile che finisca per confondere la realtà con l’immaginazione fino a vivere questo “viaggio” come un sogno, per cui lascio che questo insieme di verbiage coimplicato con i sensi inizi a scorrere, decentrato, e mi sgranchisca la mente.

  Comunque, mi piace credere che tutto si dipani come in un “quadro privo di cornice”, aperto alla forma aperta della vita (S. Giammusso). Nella consapevolezza che la relazione, se così si può definire, s’intrecci nel rapporto tra noi e gli altri esseri. E oggi, a mio parere, si tratta di ricollocare questo rapporto all’interno di una possibile dimensione egualitaria allargata a tutti gli esseri. Una dimensione che, alla luce del buddhismo Zen, si colloca nella differenziazione senza alcuna discriminazione.

Al lettore decidere se è una proposta seria o una Verbigerazione di origine psichiatrica. Il fatto stesso, poi, di attribuire alle parole (autobiografiche) un significato valevole solo per me, tiene a balia un uomo rozzo, una sorta di zoon apolitikon (non inteso nel luogo comune di animale apolitico, ma di a-polis, cioè di isolato, confinato, disinserito), che mi esclude dal “mercato della cultura”. Non ho un’idea di quali propositi possa darsi un testo come questo, salvo essere un pharmakon, una medicina personale, dove l’antidoto è la lingua, una lingua duale che dovrebbe evolvere nelle mie intenzioni verso il non due: quel luogo dove le parole che non sono parole ridiventano parole. Con la speranza che, questa forma di suggestione duale possa risolversi e, cosa più importante, interessare a qualcuno con la voglia di gustarsi la lettura di un testo strampalato come questo. Comunque dovrò almeno mostrare di non essermi prosciugato e di contenere ancora una briciola di ingenuità infantile, quell’ingenuità che dà il via al gioco disinteressato, al gioco che non porta né guadagno né perdita e che intreccia il passato archetipo a un presente ancora alquanto sfuocato.

In tranquillità, mi avvierò a raccogliere quegli elementi di suggestione che riuscirò a incontrare in un viaggio immaginario/reale senza un metodo a priori, per questo nel testo, non si troverà alcuna traccia programmatica poiché tutto è elaborazione (verbigerazione) personale, giacché ogni essere umano esprime molteplici interpretazioni del mondo: un fiore... uno sorride. La costante dello scritto è collegata al viaggio (un ridotto chilometraggio) in treno. Certo, la brevità del viaggio non è di per sé indicativa, di fatto, anche da un breve percorso (c’è sempre la possibilità di morire all’andata o al ritorno) si possono ricavare innumerevoli connessioni con le cose, poiché, come scrive Karel Kosik «l’uomo è prima di tutto ciò che è il suo mondo», e la mente, poi, non è misurabile, essa si muove coprendo “equidistanze” dello zero più e meno infinito cosmico. Dalla fattualità, il viaggio in treno, dovrebbero scaturire le mie suggestioni e quelle delle figure e delle cose che scorrono “dentro qui e fuori là”. L’auspicio è che esse inneschino le suggestioni e le figure, da affiancare a quelle esistenti nella mente dell’autore.

Da non specialista, da dilettante (l’erudito sente la puzza del dilettante e io la sua) nettapenne quale sono, scrivo sul mio corpo incarnato-escarnato inseguendo la mia curiosità anche se sarebbe sconsigliato. Il fatto è che non ho posizioni da difendere, pure se mi propongo di elaborare delle mediazioni che attengono al mondo dei comportamenti culturali e sociali, e neppure temo l’incoerenza, quale che sia l’asserzione, se questa suscita confusione. Cerchi il lettore di perdonarmi le invenzioni, le omissioni, le scorciatoie contenute nel testo. Per ora mi basta accogliere e gustare la vita così com’è (non poco, sarò un presuntuoso?), invero, come si rappresenta alla mente di un essere che contiene mappature ancestrali e che aspira alla non discriminazione: «[...] Non due. In questo “non due” niente è separato, niente è escluso. [...]» (da Iscrizioni per perfezionare la mente di Hsin Hsin Ming, in giapponese Sosan, 529-613).

Un’ultima nota. Gli antichi Maestri della mia scuola si sono sempre astenuti dallo scrivere, forse, per evitare l’incontro con l’erudizione o perchè non ambivano a lasciare traccia del loro sapere. Se mi fossi attenuto al loro insegnamento, avrei dovuto almeno continuare ad onorare, cosa che non faccio da alcuni anni, il detto di Karl Kraus: «Se qualcuno ha qualcosa da dire, si faccia avanti e taccia.» Invece, ho osato scrivere qualcosa, pure se tutto è già stato detto e scritto. Consapevole comunque, che le attività non sono tutte le stesse, e alcune, come quelle nel sociale ad esempio, si possono scegliere così da essere-stare da una parte o dall’altra della bilancia: togliere o aggiungere peso alla nostra impronta ecologica (eh! fosse in equilibrio...).

Mi sento disperso nel corpo del mondo: incontro, parlo, osservo, ascolto, assaggio, tocco, annuso.

Andata

ü       Brrr Al sére che l’fa Le amò scür scürent Le m’pò prastulöt par nà n’giro So n’del treno sarcarò de fa n’tanadì Ndel scrizo prastulöt L’me agnit n’ment la scurmagna che l’gea l’mé bisnòno Luige Peitulöt La dit la mé mama che i l’ea ciamat nse parchè quanc che l’era pisinì e l’era gna mò bu de ciaculà bè Al vadea l‘sò bubà a l’saltà fò pröst Ngna olta i saltàa fò pröst a nà a rigulà L’gia disìa «bubà el mia amò m’pò peitulöt de na a rigulà» Al sa n’tent che l’disìa peitulöt al pòst de dì prastulöt De gliura l’gie rastat so la scurmagna Peitulöt

du     Sènt al campanel le re a rüà l’treno L’se trigàt L’sa dérva le pòrte So N’sènte zo Se durmirò mia farò adoma m’bel càalòt Öi vödar cuma l’narà l’vias Titum titum titum titum tititum titum

3       Pochi chilometri nemmeno il tempo di appisolarsi; la luna piena, dileguandosi, dispiega tenui toni d’ombra; sulla destra orografica si staglia una montagna anomala incisa da fenditure ancestrali, una in particolare, si apre maternamente e appare, a chi sa guardarla, come una sacra joni che i raggi del sole penetrano annualmente un solo meriggio. La macchina si arresta stridendo ferro. Le porte aprono e inghiottono una frotta di giovani imbacuccati.

Qualcosa si muove in me. All’inizio la percezione è ovattata, silenziosa, per niente ostile, anzi piacevole. Chimera o caso di schizofrenia uditiva? Con stupore si forma nella mia mappatura cerebrale qualcosa di simile a un tono di battitura. Un tono che via via si chiarifica e si apre al nitore, e il tono che si muove nella mente non è clank di ferraglia. È qualcosa di stupefacente, ritmato nel suo divenire mnemonico, che risuona nella mente come fosse spazialmente diffuso: ti tac titac titi titac tac tititac... Martellante.

Era da tempo che mi prospettavo qualcosa, che derivava da una mistura di suggestioni personali; l’invito poi, mi è giunto anche dalla lettura di un libro duale (Hamman Balcania di Vladislav Bajac), che ha fatto sì che le figure e i dettagli iniziassero a concatenarsi dando il via a una sorta di verbigerazione diaristica: il richiamo della “cosa” che ha per effetto il viaggio immaginario nel visibile e nell’invisibile. Il personaggio, ha un suo punto di vista, sa di incontrare-perdere ad ogni passo e si muove sul “terreno” da testimone confinato gustando il luogo, milieau, con la lingua materna: il dialetto. 

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