Marco Moretti
Il marmo ha un’anima!

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Titolo Il marmo ha un’anima!
Autore Marco Moretti
Genere Narrativa - Giallo, Noir, Poliziesco      
Pubblicata il 11/10/2016
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Venerdì.Prendi il treno, così hai tempo per leggere e ammiri le Apuane mentre sfrecci diretto a Pisa; al ritorno sosta a Carrara e visita alla Boutique del Marmo, saluto all’amico scultore e cena a Colonnata.

Peccato che stia diluviando, i monti sono avvolti in una coperta di nuvole e in  treno si gela.

Mario Pinozzi parla nel cellulare, letteralmente, lo guarda avvicinandolo alla bocca: usa l’auricolare e  recita una conversazione con il suo doppio nello schermo.

- Gli operati vanno bene? – rivolto a Jorge, infermiere di fiducia a Genova – Sai che mi assento per poco, tienili d’occhio tu.
- Vedi di non cacciarti nei guai, come fai ogni volta che parti da Genova.
- Anche volendo non ci riuscirei in soli tre giorni. Ciao

Comunicazione al Congresso, due chiacchiere con colleghi che non vede da mesi e week end  a Carrara, per salutare gli amici e lei. Qualche minuto insieme, senza parole e con i mano i dolci e  i fiori preferiti, le rose gialle. Gli pare di non vederla da secoli, con i suoi occhi bicolore che parlano più di un poeta: schiva, non timida e sorridente di una felicità serena da splendida adolescente. Che pensiero grosso “i suoi fiori preferiti”, lei dice “gli unici che sopporto” con spine e profumo, che fila dritto al cervello come un ascensore.

- Siamo a Carrara, non è la sua fermata?
- Certo, mi ero perso a contare le gocce sul finestrino. Grazie mille.

Scende salutando la donna, persa in un calcolo impossibile sul vetro. Cammina lento, osservando lo scorcio della Apuane che ha bucato le nuvole e si ferma di fronte a un  muro d’acqua. Pulisce gli occhiali velati dalle gocce.

- Sei sempre il solito, non riesci a fare due cose insieme.
- Sergej, - rivolto alla voce che giunge alle spalle – sai che il marmo mi stordisce e mi perdo.
- Per di là non arrivi a Genova neanche a piedi, dammi la borsa.

L’abbraccio è rapido, totale,  di amici non usi a convenevoli.

- Quanto tempo, ti vedo bene: pensavo che facendo il medico ti saresti ammosciato.
 - Attento – mima un gancio – ho ripreso a boxare.
- Ci mancava solo il Balboa di Carrara; andiamo a pranzo, forza.

Vino di Candia, farinata e focaccia; siamo a fine estate e anche i fichi non mancano.

- Niente vino per me, non provarci.
- Ti sei ammosciato, povero chirurgo, Coca-cola con questo ben di dio…
- Falla finita e racconta, come va alla “Boutique”?

La pausa non stupisce Mario che posa i gomiti e intreccia le dita.

- Giovanni lavora come se non avesse abbastanza tempo da dedicare alle sue sculture.
- È malato o cosa?
- Mi pare vada alla grande, alle sei è già al lavoro: ha un nuovo progetto e ci si dedica anima e corpo.
- Sta cambiando stile?                                                    

- Vedrai con i tuoi occhi, sta cambiando rotta. In tutta la città c’è fermento, idee nuove e giovani in gamba; purtroppo non solo  quello.
- Che vuoi dire?
- Dimenticavo che non leggi i giornali, quindi non sai dei due riccastri spariti.
- Due rapimenti all’ombra delle Apuane?
- Un imprenditore della moda e un ristoratore, vaporizzati. E gli investigatori sono in alto mare.
- Vuoi che senta un mio amico, il Commissario Moruzzi?
- Non sono affari  miei, ma adesso andiamo che si fa tardi.

“Il nome Boutique non c’entra un bel niente con il marmo”: le parole di Giovanni Buffoni quando rilevò il laboratorio di scultura in Piazza Alberica da “un volgare scalpellino di statue per tombe”. Magro, un fascio di muscoli guizzanti sotto la tuta blu imbiancata di polvere di marmo: sta lucidando l’ultimo parto della sua abilità, un uomo eretto a braccia incrociate che fissa l’orizzonte. Odia il nome, ma il vecchio titolare lo ha obbligato a mantenerlo per contratto.

- Hai finito con quell’autoritratto in 3D?
- Mario Pinozzi, se non hai niente di furbo da dire vai a Genova.
- Sei maturato da vino ad aceto, anche se non è balsamico.
- Come stai scultore degli uomini? –  si stringono le mani.
- Non mi lamento anche se al tuo confronto sono un dilettante.
- Sbagliato, i tuoi pazienti hanno un’ anima proprio come le mie statue.
- Dopo il fidanzamento – ghigna  Sergej – ci vediamo tutti nello studio.

La risata collettiva scaccia il duello verbale e accompagna i tre sulle sedie impolverate attorno a un tavolo colmo di schizzi e progetti; Mario declina l’offerta del vino e Buffoni brinda alla sua salute.

- Che ne dici della mia statua, oltre al fatto che  mi assomiglia cosa ti suggerisce?
- Pensavo al fatto dell’anima, intendevi dire che dai loro la tua con l’arte?
- Eccone un altro, sei uguale ai quei pidocchi rifatti che vogliono una statua per il giardino della loro villa. Mi ricordano i mafiosi con le statue della Vergine, le colonne greche o i rubinetti d’oro, peggio ancora degli sceicchi.
- Non ti scaldare e spiegami, magari sillabando così riesco a seguirti.
- Il marmo ha un’anima! Non pretendo che mi parli come strillava piagnucolando quell’isterico di Michelangelo, ma il compito di noi scultori è farla uscire con l’opera: la scultura è nel blocco, io ho sempre e solo tolto il guscio. In questo senso si può parlare di anima.
- È sempre stato il tuo stile, almeno da quando ti conosco.

Buffoni si alza, versa un altro rosso e volge lo sguardo al laboratorio.

- Ha cambiato tecnica, – Sergej si sposta accanto a Mario – adesso crea statue cave che ”riempie” con i suoi stati d’animo.
La pietra mi ha dato tanto, adesso è il turno di sdebitarmi: il vuoto all’interno è simbolico, per accogliere le mie emozioni e quelle dei clienti.
- Capisco, anche nel mio lavoro può succedere: si parla di empatia, sapere ascoltare e “ricevere” dagli altri. In fondo anch’io metto qualcosa nelle mie “opere”.
- Alla fine mi hai dato ragione – gli occhi sorridono, sfere di onice verde.                                                  

- Certo il lavoro ti costerà tempo e materiale.
- Nessuno dei due è un problema, in pratica vivo qui e gli scarti vengono usati per opere minori e per l’esercizio dei giovani scultori.
- Inoltre la statua cava è più leggera, con trasporto e installazione più semplici.
- Un genio, sei sprecato a tagliare e cucire: in realtà una volta consegnata bisogna “appesantirla” un poco per dare stabilità. Ora però basta discorsi, ho prenotato a Colonnata: niente aperitivo, mi farebbe male al cuore vederti bere un Crodino. Quando la finirai?
- Meglio che non finisca, anzi che non ricominci: non voglio spellarmi ancora le nocche o spaccare labbra.
- Sergej mi dice che hai ripreso a tirare pugni.
- Con i guantoni, maestro, solo con quelli.

La cena scivola tra lardo e salumi nobili, taglierini, carne e fagioli, ricchi dessert. I tre compari, appesantiti solo nelle interiora, affrontano le vicende della cittadina saltando a piè pari sport e gossip.

- Mi raccontava Sergej  che a Carrara si sta divertendo uno scrittore di gialli.
- Dici? Le persone spariscono ogni giorno, potrebbe essere solo una coincidenza. Oppure quei due semplicemente si sono rotti delle loro vite.
- Io potrei stancarmi della mia vita, se non la adorassi. – Sergej alza la voce – Mi alzo alle sei, estate e inverno, sole o pioggia e tutto il santo giorno me la prendo con un frammento di calcio e cristalli che non mi ha fatto nulla di male. Ma non potrei fare a meno della mia “dose” quotidiana, piuttosto non mangio.
- Il mio stesso menù del giorno, ormai siamo dipendenti! Però qualcosa non quadra, maestro: nessuno di noi mollerebbe ciò che fa, è l’essenza del nostro vivere. Sei sicuro che non fosse lo stesso per i due desaparecidos?
- Lezione numero uno. Matteo Bonini, proprietario del Ristorante Pappagone: già il nome è un programma, se aggiungi che lo ha comprato la moglie e lui non capisce un fico secco di cucina hai almeno due motivi perché sparisca. Poi Giorgino Fedeli,  un Sylvester Stallone allo rovescia che viveva con la madre di settant’anni e si portava i ganzi in albergo. Lo stilista delle mie braghe.
- Ne parli al passato, dai per scontato che non vengano mai trovati.
- Se vuoi andartene davvero non ti scova nemmeno Gesù!
- Ma tu li conoscevi, - Sergej con un lampo di voce – sembra che sai tutto di loro.
- Lezione numero due. Carrara non è Parigi e non ci sono laboratori di scultura degni di questo nome. Eccetto il mio.
- Viva la modestia e la considerazione per gli altri. – Mario batte le mani – Ti hanno commissionato delle sculture?
- Quei due buzzurri non capivano nulla di arte, volevano solo due “pezzi” da esporre nei loro giardini per pavoneggiarsi con i loro ospiti dal naso e tette rifatti. Sono venuti due mesi fa  e hanno chiesto statue davvero originali: la copia di uno dei bronzi di Riace e della Venere di Milo. E lo stilista la voleva pure con le braccia! Ho finito i lavori e li ho consegnati a tempo di record, mi hanno pagato e non li ho più visti né sentiti.   
- Le famiglie che dicono?
- Ufficialmente si disperano, ma sembra facciano la vita di tutti i giorni.                                                  

- Non ti ricordavo così cinico, maestro.
- La vita ti cambia, se non te la fai scorrere addosso ti lascia qualcosa e ti prende dell’altro. Sono vecchio e nel bilancio entrate-uscite mi ritengo soddisfatto, ma non mi chiedere di fare il samaritano o il finto devoto. Non sono indifferente alla vicenda, però non posso dire che mi dispiace. E con questo possiamo andare a nanna, domattina devo finire il mio ritratto 3D, come lo chiami tu.

Giunto in albergo Mario spedisce una email a Bruto Munnacci, l’amico giornalista di Milano, e a Moruzzi, il Commissario trasferito di recente in Garfagnana. Si lascia cadere sul letto e ammira il riflesso candido della luna sui marmi, liberi dalle nuvole; non spegne la luce, sarebbe inutile, e pensa a dove comprare i dolci e le rose.

Sabato

- Già al lavoro? Sono le otto e mezzo.
- Caro dottore a che ora inizi a operare, a mezzogiorno? Io sono “al pezzo” da due ore e ho praticamente finito, guarda.
- Pazzesco, - esamina la statua – non si intuisce che sia vuota.
- In realtà ci ho già messo tanto di me, ora tocca al proprietario. Questa volta il genere è diverso, niente a che vedere con i primi due: è un  certo Catalano e fa il magistrato
- Però, il tuo pubblico è assortito. Un po’ come il mio.
- Esatto, li accomuna il fatto di essere un po’ sfigati. Ma eccolo che arriva, te lo presento.

Il colloquio rimane sui binari di una cortese indifferenza formale e soltanto prima del commiato il Magistrato si lascia andare a una battuta.

- Spero che la sua statua non mi cacci nei guai come gli altri clienti!
- I guai non seguono le mie statue, siete voi presuntuosi a cercarli.
- Con chi crede di parlare, non l’ho offesa e la stimo come artista, ma non le permetto…
- State calmi entrambi,  – Mario il paciere – il maestro è stanco e stressato a causa dell’ansia per i suoi clienti. Lei è un uomo di legge, ma poteva evitare la battuta e non si metta a minacciare querele o altro. Facciamo gli adulti.

L’intervento in tackle di Mario sortisce l’effetto sperato e i due litiganti si salutano con tono amichevole, accordandosi per pagamento e consegna.

- Scusami, sembravo un  bambino che tenesse testa al suo insegnante.
- Avevi ragione, ma non mi pareva il caso di farlo incazzare. Ci manca solo una denuncia all’inizio della mattina; sappi però che anch’io voglio una tua opera.
- Una statua? – Buffoni si fa scuro.
- Non ho spazio, mi basta un lavandino per la cucina: così non ha senso metterci l’anima, verrebbe lavata dall’acqua.
- Sarebbe un buon modo per pulirla! – La risata e l’abbraccio chiudono i discorsi.

Il tono del telefonino che annuncia una mail sorprende i due amici, Mario scrolla le spalle e guadagna l’uscita accompagnato da Buffoni.

- Che fai ora, dottore?                                                   

- Vado a visitare un’amica che non vedo da tempo. 
- Soliti dolci e fiori?
- Gli unici che vuole, ciao Maestro.

La missiva elettronica si rivela dell’amico giornalista.

Da: brutom@gmail.com

A: pino221@libero.it

Sempre a caccia di casini tu? Le vite dei due scomparsi erano ordinarie come un ufficio postale; anche il gay era un abitudinario. Niente vizi, droga, debiti strani: due tipi tanto diversi e così simili. Sentito Moruzzi? Ciao  J

Bruto 

Dal Commissario nessuna notizia, ma quello non amava il web e lo avrebbe sentito al telefono. Mentre gironzola alla ricerca di pasticceria e  fioraio un urto inatteso lo fa quasi cadere.

- Che cazzo ci fai qui, con che coraggio ti presenti? – l’uomo urla e serra i pugni, un amico gli sta accanto con le mani in tasca.
- Non voglio grane, la storia è chiusa. Vai per la tua strada e faccio finta di nulla.
- Questa volta non te la cavi – un cenno all’amico – ho portato rinforzi.
- Vediamo cosa sapete fare. – Mario arretrando cerca con gli occhi una posizione favorevole per difendersi. La schiena urta contro un ostacolo solido, non ruvido.
- Ben detto, vediamo cosa sanno fare. – Sergej si piazza accanto al medico e arrotola le maniche della camicia.
- Ciao, andavi alla Boutique?
- Si, ma senza fretta: ho appena fatto colazione e muovermi un po’ mi farà bene.

I quattro si studiano, una ripresa muta sul display a colori; pochi secondi e il movimento degli aggressori conclude la scena.

- Troppa gente qui intorno, ma ci sarà il tempo per rifarci. A presto, dottore.

Mario e Sergej si scambiano una pacca sulle spalle, poi lo scultore saluta con un cenno muto e va. Il telefono, ancora, risveglia l’attenzione di Mario.

- Ciao cattura guai, come te la passi?
- Alla grande, Commissario: stavo per fare a botte con uno zio che non si rassegna.
- Lascialo perdere, sei pulito e quello deve farsene una ragione. Se continua a rompere vengo io a farci due chiacchiere.
- Non importa, hai novità sui due scomparsi di Carrara?
- I tre vorrai dire e l’ultimo è uno che conta. È sparito il giudice Catalano, non se ne hanno notizie da questa mattina, una volta uscito da casa.
- Ha pestato i piedi a qualche mafioso?
- Ma che dici, quello trattava cause di poco conto e non si sporcava le mani. I  suoi amici sono comunque in agitazione e hanno allertato le procure della regione.
- Qualcuno ha un conto aperto con i clienti di un mio amico: chi gli commissiona una statua sparisce.                                                  

- Non sapevo di questo particolare, mi informo e ci sentiamo. Fai il bravo, capito?- click e fine della discussione.

Tre persone con vite differenti, nessun legame apparente o conoscenza diretta. Nessuna causa legale in comune o gestita dal magistrato, né liti o incidenti: per concludere i tre risiedevano in luoghi distanti tra loro. La seconda telefonata di Moruzzi,  che qualche minuto dopo conferma l’assenza di una pista, offusca ancora di più la visione d’insieme. Mario lo ha detto scherzando, ma l’unica cosa che unisce gli scomparsi è davvero la statua commissionata a Buffoni?

Invidia.

Un concorrente.

Il carattere scontroso dello scultore.

Minacce a Buffoni.

- Non ha un carattere facile, ma non ha mai pestato i piedi a nessuno: non credo sia impelagato in giri strani, il lavoro gli va bene e Sergej dice che si impegna come se il tempo non gli bastasse.

Mario non comprende gli sguardi perplessi delle persone accanto a lui. Si colpisce la fronte con la mano e continua, a voce ancor più alta.

- Pinozzi, sei un vero coglione.- il pubblico per strada manifesta tutta la sua approvazione.

Compone un numero e parla con l’amico all’altro capo; vinta la breve resistenza legata alla richiesta, ringrazia e si incammina verso la Boutique del Marmo.

- Non hai proprio nulla da fare stamani. – il saluto asciutto dello scultore.
- Faccio il mio lavoro, mi segue anche quando vorrei staccare.
- È vero, Sergej mi ha raccontato del mancato incontro di boxe.
- Io sono un medico, maestro, quindi un investigatore: come ti è passato per la mente fare quella cosa?

Buffoni posa gli strumenti sul tavolo e fa un cenno con il capo, diretto verso lo studio. Si siede e riempie due bicchieri con il solito vino rosso.

- Se non vuoi bere sta bene, ma taci e ascolta. Mi godo questo lavoro da una vita e mi considero un privilegiato: plasmare a tuo piacimento una sostanza amorfa e ricavarne un’ immagine che viva in eterno. In questo noi scultori siamo vicini a un dio che modelli un uomo a sua somiglianza, ma cosa manca a una statua? L’anima, l’essenza della vita.
- La metti sul religioso, ti facevo anarchico e ateo.
- Non mi interrompere. Anche un laico ha la propria spiritualità e l’anima che voglio dare al marmo è un regalo per ringraziarlo di quello che ha donato a me in questa vita. Qualcosa di spirituale per una pura bellezza inviolabile.
- L’hai già detto, ma non capisco che c’entra con la tua…
- Finiscila o me ne vado. –  le due paia di occhi non si abbassano e non chiedono nulla: quello di Mario semplicemente resta in attesa. – Un bel giorno incontri un cretino che vuole una statua, poi un altro e un altro ancora: desiderano un simulacro freddo da mettere in bella vista e che dica “Visto quanto può spendere il mio proprietario? Sono una statua di Buffoni”. Ho spiegato loro che queste opere sono concepite per ricevere qualcosa dei proprietari oltre a ciò che io avrò donato loro, dopo avere ricevuto dal marmo per anni.                                                   

- Che ti hanno risposto?
- Si sono messi a ridere, tutti e tre, compreso quel magistrato che faceva il sostenuto.

Mario guarda i due bicchieri, uno vuoto e l’altro colmo di vino rosso: invitante, fresco, colore del sangue.

- E tu cosa hai detto?
- Che in un modo o nell’altro ci avrebbero messo la loro anima, questo era sicuro.
- Le statue cave, la scomparsa di tre tipi comuni, il “peso” per stabilizzare le opere. Hai pensato a tutto, compresa la sigillatura, ma chi ti ha aiutato?
- Nessuno, era una cosa mia come lo è stato da sempre il mio lavoro.
- Come hai fatto?
- Erano uno più coglione e vanitoso dell’altro: li ho invitati a brindare alle statue e ho messo nei bicchieri una cosa incolore e insapore.
- Almeno sono morti velocemente.
- Dipende.
- Non capisco, non hai detto di averli avvelenati?
- È una tua affermazione: il sedativo è servito solo a fare perdere coscienza. Con l’attrezzatura del laboratorio li ho messi nella statua e ho sigillato il tutto.
- Ma…
- Così hanno avuto un po’ di tempo per dare l’anima al marmo. Piuttosto dimmi, come l’hai scoperto?
- Me l’hai detto tu in questo momento. Ero venuto per chiederti della tua malattia e del perché non ti curi, continuando a prendere quei rimedi da ciarlatani.
- Non mi voglio curare, ho già donato tutto me stesso da tempo e il corpo non mi serve più a nulla.
- Mi fai…incazzare, sai chi passerò a salutare più tardi e hai il coraggio di parlarmi di bellezza, anima e corpo. Hai avuto tutto dalla vita e ci sputi sopra.
- Tutto? Ti riferisci al dono di scolpire? Quella è la mia dannazione, la condanna a vivere solo con le mie creature. E intendo morire solo, quindi adesso vattene: mi bevo anche il tuo bicchiere di vino, poi ho un appuntamento.
- Buon viaggio, maestro.
- Ci vediamo, dottore: non posare mai  i tuoi ferri, né i guantoni.

Sono insieme per qualche minuto, incuranti dell’ambulanza che corre invano verso Carrara a sirene spiegate. Mario la guarda nei suoi splendidi gemelli diversi, gioielli bicolore nel suo viso luminoso: il cielo sereno e quello nuvoloso, ama dire per sfotterla

Le porge i fiori e  sorride, poi un carezza.

- Ho incontrato tuo zio, poco fa: era con un amico e voleva darmele. Forse gli brucia ancora quella volta, dieci anni fa vero? Non si rassegna e mi incolpa di tutto, anche dei pugni che si è preso per avere detto quello che pensava.
- Ne abbiamo già parlato, lo so, le tue ferite allora erano più profonde di quanto avessi capito. Neanche  gli altri se ne sono accorti, ma                                          

                                                             

non mi consola. Sei rimasta sola ad affrontare una cosa grandea sedici anni, ti ha spaventato e sei fuggita.

- Chiedo soltanto di venirti a trovarti qualche volta e portare i dolci e i fiori che ami. Una piccola pausa per noi, tra un corpo restaurato e l’altro.

Non attende la risposta, si avvicina e posa il pacchetto di pasticcini e le rose gialle. Un saluto muto poi si avvia verso l’uscita e il taxi nel parcheggio, a minuti il custode chiuderà il cancello e il treno per Genova non aspetta.

 

 

  • Originale, impegnativo, intelligente e micidiale. Un plauso a questo ottimo racconto ’forte’, inaspettato, con un finale struggente
    Voto attribuito: 4
    Sergia Monleone (15/11/2016 11:43:29)

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