M. Gisella Catuogno
C’era una volta a Natale

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Titolo C’era una volta a Natale
Autore M. Gisella Catuogno
Genere Storia e tradizione locale      
Pubblicata il 20/12/2016
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   Già a novembre, mese di notti precoci e brume mattutine, il pensiero dell’avvicinarsi del Natale fa germogliare nel nostro animo semi di speranza nel domani, malgrado i drammi nazionali e internazionali che quotidianamente ci rattristano. E tale sentimento non appartiene soltanto ai credenti, per i quali la festività è la memoria di un Dio Bambino che ha scelto la Terra per incarnarsi e condividere le sofferenze umane: essa ha un significato particolare anche per i laici, che la rispettano, scorgendovi valori di solidarietà, unità familiare e amicale, sensibilità sociale. E’ vero che nei decenni il consumismo ha appannato lo spirito del Natale, facendolo coincidere con l’occasione commerciale più appetibile dell’anno e assillandoci con una pubblicità petulante e aggressiva, che invita ad esprimere affetto attraverso l’offerta di regali; eppure, malgrado tutto, la magia del Natale sopravvive. Cerchiamo allora di penetrare gli elementi di tale perdurante incanto. Tra i principali, l’idea di luce, la sua ricerca: le vetrine sfavillanti, gli addobbi lungo le vie, gli alberelli scintillanti, i presepi rallegrati dalle fiammelle delle candele non esprimono forse il desiderio di sopperire all’oscurità dei giorni più corti dell’anno con il suo opposto, ossia la luminosità? E tale anelito, a propria volta, sembra  affondare le radici addirittura negli antichissimi riti che celebravano, con l’accensione di fuochi, il solstizio (sol stat) d’inverno, ossia il momento della massima discesa del sole nell’arco celeste, prima della sua salvifica e graduale risalita. Se i fuochi di San Giovanni, a giugno, nei campi, salutavano il solstizio d’estate festeggiando il trionfo del sole, benedizione per la vita agreste, quelli di dicembre, in coincidenza con l’altro momento topico dell’anno per il ciclo vegetativo, venivano accesi invece nei camini, nel cuore della casa, ed avevano lo scopo di “incoraggiare” il “luminare del cielo” a risplendere ancora, dopo la sua morte apparente nel giorno più corto. A tal fine si bruciava un grosso ceppo o ciocco, preferibilmente di quercia, le cui ceneri venivano poi gelosamente custodite dalle famiglie contadine per il resto dell’anno, per propiziarsi salute e abbondanza di raccolti. In epoca cristiana era il capofamiglia alla Vigilia di Natale a porre sul camino il grosso tronco destinato a dimorarvi fino al giorno dell’Epifania e a raccoglierne con grande cura i resti, cui si attribuivano virtù taumaturgiche, dalla fertilità alla protezione contro i fulmini. Ebbene, la traccia, seppure indiretta, della positività di quest’usanza è sopravvissuta anche qui da noi, all’Elba, nella consuetudine che avevano i nostri vecchi di chiamare “ceppo” un presente, un regalo da offrire o da ricevere.

Accanto alla luce, l’altro elemento che rende magico il Natale è la memoria dell’infanzia che ci ispira. Forse è perché celebriamo il Bambinello, che inconsciamente siamo portati a sovrapporre all’immagine di Betlemme  la tenerezza della nostra primissima età e il ricordo incancellabile di come allora vivevamo il tempo dell’Avvento e il 25 dicembre. Personalmente, una traccia indelebile hanno lasciato in me le novene, con cui la comunità si preparava al gran giorno: al Cavo, dove vivevo, erano fatte dopo cena, intorno alle h.20.30 e vi assisteva buona parte del paese. Di solito, al parroco si aggiungeva un frate predicatore che veniva da fuori e già questo suscitava curiosità e attesa. Noi bambini, imbacuccati con cappotti, berretti, sciarpe e guanti, uscivamo di casa contenti e eccitati di quella novità, nel gran freddo dicembrino: talvolta, se durante il giorno era soffiata la tramontana, il cielo appariva di un nitore speciale e le stelle vi spiccavano ferme e luminose, come altrettanti diamanti appuntati sul velluto nero della notte. La predica era lunga e spesso incomprensibile per i piccoli, che si addormentavano tra le braccia della mamma o della nonna, per svegliarsi soltanto all’uscita di chiesa: qualche volta capitava che in quei nove giorni cascasse il plenilunio e allora era una festa guardare la luna, così grande e gialla che pareva una frittata. Ma Avvento voleva anche dire prepararsi alla produzione di dolci casalinghi, tra i quali, regina, spiccava la schiaccia briaca. E la domanda più frequente di noi bambini alle donne di case era sempre quella: “Ma quando la facciamo?”. Finalmente arrivava il gran giorno e sul marmo bianco del tavolo di cucina, dai nonni, a Capocastello, col mare a cinquanta metri che cantava la sua nenia, erano posati con cura tutti gli ingredienti e cominciava la faticosa lavorazione: la farina e lo zucchero venivano intrisi di olio e vino caldi e alla pasta, manipolata fino alla giusta consistenza – decretata dalla nonna per la sua esperienza – si univano le mandorle e le noci tritate, i pinoli, l’uva secca e il succo di un’arancia. Infine si posava l’impasto in una grande teglia e lo si arricchiva in superficie di altro olio, aleatico, granelli di zucchero e una nuova manciata di pinoli, poi lo si infornava. L’aroma si spandeva dalla cucina a tutta la casa e la rallegrava, annunciando l’imminenza della festa, il pranzo di famiglia e il compiersi di qualcosa di speciale, atteso tutto l’anno. Ecco, quello è rimasto per me “il profumo del Natale”, non ne conosco altri di più cari ed evocativi.

Naturale corollario del tempo d’Avvento era la composizione del presepe e dell’albero: per quest’ultimo, di solito il babbo o il nonno portavano una piccola pianta dalla macchia col suo “pane”, spesso un pino, che veniva messo in un vaso di terracotta;  poi la mamma scartava da una grande scatola gli addobbi: si trattava di palline di vetro colorato, belle e fragili, che si rompevano facilmente e per questo solo ai bambini più grandi era consentito toccarle con grande precauzione. Ma era il presepe a richiedere un lavoro più complesso, perché bisognava costruire con la cartapesta la grotta e poi andare sulla spiaggia a prendere un po’ di sabbia e sassolini per la strada dei pastori e dei Magi; alla fine però il risultato era talmente soddisfacente che noi bambini stavamo ore a contemplarlo spostando statuine e stella cometa per ottimizzare l’effetto. Il 25 dicembre non deludeva mai le aspettative: babbo e mamma erano già andati alla Messa di mezzanotte facendosi a piedi tutto il lungomare, noi fratelli e cugine andavamo invece con i nonni a quella cantata delle 11 e, di ritorno, trovavamo in sala la tavola apparecchiata da mamma e zia, con la tovaglia, le decorazioni, i piatti, i bicchieri, le stoviglie più belle della casa. Sotto il piatto dei babbi spuntava un angolo della letterina di Natale, meravigliosamente decorata con immagini natalizie e lustrini, già preparata a scuola, prima dell’inizio delle vacanze, dove noi bambini promettevamo solennemente impegno e obbedienza ai genitori per tutto l’anno a venire, esprimendo affetto e auspici. Si cominciava dunque il gran pranzo, preceduto dalla tradizionale formula di ringraziamento e preghiera, sollecitata dai nonni a tutta la famiglia. Poi era un trionfo di cibo, di chiacchiere, di brindisi, di dolci – oltre alla schiaccia briaca, il panforte, il torrone, i cavallucci – di auguri reciproci, mentre si scambiavano i  piccoli doni tenuti nascosti fino a quel momento: bamboline, trenini, libri, pantofole, foulard, scatole di fazzoletti ricamati, profumi alla violetta. La confusione era grande e le donne di case apparivano provate, ma era tanta anche l’allegria e Natale passava in un baleno. Restava il conforto di vacanze ancora lunghissime, la contemplazione di albero e presepe, per giorni e giorni, la gioia di provare i nuovi giochi  e l’attesa… della Befana. Che si avvicinava con le prime mareggiate di gennaio e la spiaggia piena di banchi di posidonie, mentre in giardino fioriva solo una pianta con minuscoli petali bianchi, che la nonna chiamava “neve”. E la Befana, la buffa vecchietta generosa con la scopa magica che la faceva volare, giungeva velocemente riempiendo le calze, che aveva trovato appese al camino, di dolcetti, frutta, regalini e qualche volta – ma solo se si era stati davvero cattivi – di cenere e carbone. I bambini non chiudevano occhio, sentivano strani rumori in cucina ma si guardavano bene di andare a curiosare:  mettevano il capo sotto le coperte e aspettavano il primo sbadiglio dell’alba. Sapevano anche che altre persone giravano quella notte, come a Rio, dove gruppetti di uomini e ragazzi andavano di casa in casa intonando “la Befana” ossia un canto di buon augurio per l’anno appena cominciato, che suonava più o meno così:

Dio vi dia la buona sera /generosa compagnia… / Salutiamo il padron di casa/  e la nobil  compagnia.//  Santa nova noi vi diamo/ che è nato il re del mondo/ in un parto così giocondo;/ molto bene vi auguriamo.//  Egli è nato in Betelemme/ in città della Giudea,/ presso di Gerusalemme/ sopra il fien egli giacea.//  Signor…, vi auguriamo/ la Befana senza affanno!/ Buona notte, noi ce ne andiamo,/  torneremo quest’altr’ anno! //*

La mattina del 6 gennaio il sole finalmente spuntava dal mare e illuminava la loro gioia infantile, mentre eccitati aprivano le calze e facevano colazione così, con i dolcetti che trovavano. Sapevano che era l’ultimo giorno di vacanza, ma quasi si rallegravano di tornare a scuola, sazi di ozio, di cibo, di svago. Quello che non potevano sapere era invece che avrebbero conservato per sempre nel loro cuore e nella loro menti la memoria dolce e struggente di quei Natali lontani e irripetibili.

Maria Gisella Catuogno

* testimonianza raccolta da Daniela Chionsini di Rio Elba

 

 

 

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