Lidia Torella
La scuola che vorrei

Titolo La scuola che vorrei
Autore Lidia Torella
Genere Narrativa      
Pubblicata il 02/02/2017
Visite 914
Editore Liberodiscrivere ediziioni
Collana Il libro si libera  N.  167
ISBN 9788893390316
Pagine 112
Prezzo Libro 10,00 € PayPal
Essere una tigre quando non si è più giovani è possibile? Oppure è una condizione irrinunciabile, magari svolta con meno aggressività?
Paola desidera creare una scuola che attiri e non respinga la creatività del singolo allievo assecondando le sue aspirazioni e, contemporaneamente, risolvere quanto contrastato dalla burocrazia esistente.
Tentare di cambiare l’atteggiamento dei colleghi delusi e premonitori di fallimento costringono la protagonista ad una sfida che comporta un impegno estenuante e pericoloso.
Seduto sul suo banco, Pietro non aspettava altro che l’arrivo di Marco. Aveva visto la sua macchina nel giardino della scuola, sapeva che di lì a qualche minuto sarebbe entrato. Si rigirava la matita pregustando il suo arrivo.
E alla fine, eccolo il suo eroe! Marco entra in classe, batte cinque sulla manina di Pietro e gli dice: “Allora, mister universo, come va oggi?”. Nessuno gli parlava mai così. Pietro era un bambino disabile, curioso, più basso della media dei suoi coetanei ma in compenso dotato di una discreta intelligenza. Marco lo aveva conosciuto per caso, facendo il giro delle classi, e Pietro si era affezionato subito a quel ragazzo sorridente e gentile che controllava crepe e finestre. Nemmeno Lucia, la sua insegnante di sostegno, riusciva a dargli quel senso di appagamento che provava quando lo vedeva.
Marco non è un insegnante. È un ragazzo di venticinque anni che si sta laureando in ingegneria edile. Il suo compito è valutare il rischio di staticità dell’edificio scolastico. È un’occupazione che rientra nelle ore di università da dedicare al sociale. Sta collaborando con Clara de Sanctis, la professoressa di statica del Politecnico che sovrintende ai lavori.
Marco sogna di finire in fretta la tesi di laurea e viaggiare: vorrebbe costruire uno di quei grattacieli di Dubai, oppure trasferirsi a New York e risistemare quei vecchi loft che vedeva su alcune riviste di settore. Allo stesso tempo, però, si rende conto di amare tanto la sua città. Insomma, qui è nato, ha stretto le prime amicizie, e piano piano sta diventando uomo. E poi, il lavoro che sta svolgendo a scuola lo gratifica molto. Chissà di non continuare, una volta finiti gli studi.
Lui, in realtà, spera di aver trovato anche l’amore della sua vita, ma di questo non ne è certo. O meglio, lui non ha dubbi: da quando, pochi mesi prima, è entrato in presidenza per presentare il suo piano, non riesce più a togliersi dalla testa gli occhi di Paola, la dirigente scolastica.
Pietro lo ridesta dai suoi pensieri, ma ciò che dice non fa che metterlo più in crisi:
“Marco, ma quando avrai finito il tuo lavoro a scuola, verrai a trovarmi?”
Marco rimane di sasso, non sa cosa rispondere. Pensa a Dubai, ma poi il cuore si stringe sulla scuola. Prende un respiro e risponde, sperando di non doversene mai pentire.
“Certo, Pietro. Che ti viene in mente?”
Sembra che Pietro non abbia nemmeno sentito la risposta, anche se Marco sa che non è così. Però, ancor prima che terminasse di parlare, il piccolo ha chinato la testa e si è chiuso nel suo silenzio. Marco non può sapere che gli occhi di Pietro esprimevano qualcosa molto vicino al pianto.
Marco lo accarezza ed esce dall’aula. Cerca di non pensarci, anche perché sa che tra poco vedrà Paola. Di solito è lei a chiamarlo per un colloquio di aggiornamento sui lavori, ma oggi è completamente rapita dalla tabella che sta compilando, se ne è dimenticata. La prima volta che l’ha vista, Marco avrebbe voluto copiargliela a computer, ma lei si è sempre rifiutata, perché la tabella è la sua creatura. E va compilata rigorosamente a mano.
 
È una tabella molto semplice, che Paola ha sempre adottato, a scuola e nella vita: data una necessità, si devono ricercare soluzioni dignitose per soddisfare la richiesta, cercando di utilizzare le risorse meno costose. È un gioco di prestigio, che volte impone pericolosi equilibrismi, ma il risultato la ripagava ogni volta dello sforzo.
Ora, seduta nel suo ufficio, continua a rileggere le stesse righe, ma alla fine torna sempre alla voce “cancelleria e informatica”: è buffo come a volte la questione meno onerosa possa diventare la più ostica. E, da cinque minuti a questa parte, anche la più fastidiosa. Aveva appena chiuso la chiamata con il segretario di un importante proprietario di una catena di supermercati. L’imprenditore aveva promesso di sponsorizzare la scuola in cambio di un piccolo favore, di cui le avrebbe parlato il prossimo lunedì alle 19,30, nella sede centrale dell’azienda. La richiesta la impensieriva molto. Che cosa poteva volere in cambio questo signore? Era assorbita da un misto di timore ed eccitazione: quella richiesta la impensieriva, ma forse grazie al supporto di quel mecenate avrebbe potuto mettere una X sul problema.
 
Marco entra nella sua stanza fischiettando e, facendo riferimento alla musica di sottofondo, un brano di Frank Sinatra, le chiede: “È questo il tuo mentore?”. Paola deve ammettere che, nonostante la differenza d’età, vederlo non le dispiace. Sembra un ragazzo con la testa sulle spalle. E poi a fare il suo lavoro è molto bravo. Ma decide di non dargli troppa corda:
“No, questa musica serve per rilassarmi. Il mio mentore adesso è Teodorico. Mi sono appassionata alla storia.”
Hai capito? Questa ragazza non fa che sorprenderlo. Si guarda intorno, incapace di rispondere, e il suo sguardo si sofferma su alcune scritte sulla parete: “FESTINA - LENTE - CONOSCI TE STESSO – DUBITA”. Ma che cosa nasconde questa ragazza?
Di Tedorico ricorda solo quando aveva convocato i giudici che non decidevano per una vedova e, dopo averli fatti deliberare in sua presenza, gli aveva fatto tagliare la testa! Quel tipo, in effetti, non dispiaceva nemmeno a lui.
“Sono venuto ad aggiornarti sull’avanzamento dei lavori” dice infine.
Paola alza la testa, lo sguardo confuso. “Oh, scusa Marco, ero talmente presa dalle mie carte che mi ero dimenticata di chiedertelo. Come procedono?”
“Beh, direi bene” risponde lui un po’ vantandosi. “Ho finito la prima ala, diciamo quella dove ci sono le prime, e ho iniziato la seconda. Mi serve ancora un po’ di tempo, però.”
“Sì, certo, mi sembra che tu sia addirittura in anticipo sulla tabella di marcia.”
“Sì, infatti... ” dice lui. Rimane in silenzio.
Paola lo guarda di sottecchi. Non se ne vuole proprio andare, questo. Le piacerebbe fare due chiacchiere con lui, ma quello non è il momento, ha troppe cose da fare. Cerca il modo più elegante di congedarlo ma lui le dice, a bruciapelo: “Passo a prenderti questa sera?”
Le guance di Paola diventano improvvisamente rosse. Nonostante l’età, si sente una ragazzina al primo appuntamento. Esita un secondo di più a rispondere.
“Potremmo andare a bere un bicchiere di vino e poi al cinema” rilancia lui. “È uscito il nuovo film di Sorrentino. Potremmo andare a vederlo.”
“Esco tardi, devo controllare le polizze assicurative” dice lei ripiombando sulle sue carte.
“Vaaaa bene. D’aaaaccordo” dice lui per schermirla. “Comunque le guance rosse ti donano. Dovresti truccarti un po’ di più” aggiunge andandosene.
Dalla finestra del suo ufficio Paola vede uno scorcio di giardino. Con il sole è quasi bello.
 
 
 
15 settembre 2015
 
Giornata tosta. Mi ritrovo a controllare e controllare la tabella senza riuscire a trovare una via d’uscita. Ancora troppe cose scoperte.
Sono inclassificabile. Sono più di dieci anni che non butto giù una riga e riprendo con un piccolo sfogo. Il fatto è che a volte mi sento come il Doc di Quel fantastico giovedì, quando ritorna dalla guerra. Un po’ svuotato. Qualche giorno fa ho appeso in bacheca il cartello con le disponibilità del mio ricevimento. Sto cercando di avvicinarmi quanto più ai ragazzi, voglio che abbiano uno spazio per potermi parlare, riferire problemi, anche qualche progetto, se ne dovessero avere.
A oggi, però, non si è fatto sentire nessuno. Sbaglierò?
 
Suzy per Doc come per me Marco? Aggiungere confusione alla confusione.
 
Meno male che ci sono persone come Giulia. Loro hanno una sorta di potere ricostituente, alimentano i sogni. Sarà anche perché frequenta il liceo artistico, ma è davvero una persona sensibile. E poi ha un’inventiva straordinaria e molta forza di volontà. Tempo fa mi ha detto di aver voluto dedicare le sue quattro ore di impegno esterno alla nostra scuola perché è qui che è cresciuta. Ero sicura che su questa basi facesse un buon lavoro. Certo, noi siamo fortunati ad avere due stanze praticamente semivuote, ma lei è stata comunque molto brava a concepirle. Ha creato il posto ideale per la “stanza dei sogni” e per la “stanza della creatività”, un progetto che coltivo da anni. Mi piace l’idea che uno studente abbia uno spazio per poter dare vita ai propri sogni e ai propri progetti, e soprattutto ci sia qualcuno disposto ad ascoltarli (nel limite del possibile, ovvio). Oggi, quando ci siamo incontrate nel mio ufficio, mi ha detto di voler arredare sobriamente la stanza dei sogni: una scrivania con un computer, una stampante e un collegamento internet; un tavolo per chi desidera scrivere manualmente e la parete di fronte abbellita da un trompe-l’œil raffigurante una finestra aperta sull’infinito. E poi, ho aggiunto io, qualche libro, chissà mai che non contribuisca a far sognare i ragazzi. I suoi occhi hanno brillato. Mi ha detto che ci aveva pensato anche lei. E poi una bella cassettina dove poter riporre i progetti dei ragazzi e poi discuterli insieme nella stanza della creatività. Stiamo pensando a come allestirla. Staremo a vedere.
Domani ho paura di tornare a scuola e vedere il mio cartello ancora vuoto. Sto sbagliando? Tra l’altro mi sento in colpa. Mi sono messa a riflettere su mille cose e ho dimenticato una delle cose più importanti, la riunione con i professori. L’altro giorno uno di loro, Pergirò, me lo ha fatto notare. Non mi ha fatto una grande impressione. In ogni caso li vedrò tutti domani. Speriamo.
Essere una tigre quando non si è più giovani è possibile? Oppure è una condizione irrinunciabile, magari svolta con meno aggressività?
Paola desidera creare una scuola che attiri e non respinga la creatività del singolo allievo assecondando le sue aspirazioni e, contemporaneamente, risolvere quanto contrastato dalla burocrazia esistente.
Tentare di cambiare l’atteggiamento dei colleghi delusi e premonitori di fallimento costringono la protagonista ad una sfida che comporta un impegno estenuante e pericoloso.

 

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