Claudio Pozzani
L’orlo del Fastidio

Titolo L’orlo del Fastidio
Appunti per una rivoluzione tascabile e infettiva
Autore Claudio Pozzani
Genere Attualità cultura      
Pubblicata il 02/02/2017
Visite 3090
Editore Liberodiscrivere edizioni
Collana L´approfondimento  N.  21
ISBN 9788893390262
Pagine 148
Prezzo Libro 10,00 € PayPal
A metà tra zibaldone e raccolta di poesie, L'orlo del fastidio rappresenta une serie di appunti per un manifesto di un nuovo Rinascimento o, almeno, la dichiarazione di una netta presa di distanza da un mondo che considera superflui arte, cultura, bellezza, passioni e nel quale la parola "sognatore" ha acquistato una valenza negativa, diventando sinonimo di perditempo o di ingenuo.
Rendendosi conto dell'irreversibilità dello scadimento sociale, estetico, educativo, culturale ed etico, Pozzani non vuole arrendersi all'inerzia di questo piano inclinato e incita alla ribellione attraverso ironie, paradossi e provocazioni.
Se non avete ancora spento del tutto il cervello, questo libro può essere una ricarica d'energia.
 
Di massa dovrebbe essere il lettore, non l’arte.
(Stanislaw Jerzy Lec)
 
Goebbels diceva che quando sentiva qualcuno parlare di cultura, la mano gli correva al revolver.
Tremonti diceva che la cultura non si mangia.
Non avrei mai pensato che il mio Paese, che deve il suo fascino all’arte e alla cultura, scegliesse come maître à penser questi due colossi del pensiero umano.
Non avrei mai pensato di essere costretto praticamente all’esilio.
Io non so se il mio sia un cervello in fuga, ma so certamente che il mio è un cuore in fuga: non riconosco più il mio Paese come un luogo di grande cultura.
Ma forse era una balla che mi raccontavo vedendo dell’Italia essenzialmente le sue meraviglie architettoniche, leggendo i suoi grandi poeti e scrittori, ammirando i suoi artisti, guardando i film dei suoi grandi registi e attori...  tutte cose che ad un’analisi approfondita si rivelano cose appartenenti al passato, un’epoca di cui ho fatto in tempo a scorgere gli ultimi bagliori (almeno del cinema e delle canzoni. Per la poesia, letteratura e arte sono venuto al mondo quando l’Italia aveva già dato il meglio... ).
Guardandomi attorno mi sorge spontanea la domanda che si fa guardando le piramidi: com’è possibile che una cultura che era così avanzata si sia potuta arrestare e involvere in questo modo?
Perché in Italia non sono persone sporadiche, o pazzi isolati o analfabeti che la pensano come Goebbels o Tremonti, ma una massa sempre più numerosa, incattivita e diventata ancora più ignorante e indifferente a tutto e tutti.
È l’uomo della strada quello che dice di non avere tempo per leggere un libro perché deve lavorare, ed è sempre lui a non considerare un lavoro o una professione lo scrivere, il suonare, il creare in generale.
Tempo fa un noto politico rinchiuso in carcere ha minacciato lo sciopero della fame se non poteva avere più libri in cella.
Lungi da me esprimere qui un qualsiasi giudizio sull’uomo: volevo solo rimarcare il fatto che per una delle poche volte a mia memoria la lettura di un libro ha assunto un’importanza vitale.
Lo schifo è venuto dalle telefonate rancorose di ascoltatori di varie trasmissioni radiofoniche che volevano che non gli fosse esaudita quella richiesta, perché in carcere doveva soffrire e non divertirsi con playstation o cose simili come i libri (sic!)
Siamo d’accordo che i libri possano e debbano essere anche una fonte di divertimento, ma l’accostamento tra playstation e libro denota un’ignoranza cattiva e insanabile.
In una mia poesia ho descritto questa massa melmosa e infettiva come la marcia dell’ombra, il buio dell’ignoranza arrogante che avanza e tenta di conquistare il fuoco creativo tenuto acceso con mille difficoltà, l’Esercito dell’Ombra che innalza muri attorno a ognuno di noi per impedire la condivisione.
Una volta l’ignorante aveva soggezione e un po’ di vergogna di esserlo, ora ne va fiero e deride chi trae linfa vitale da libri o da opere d’arte.
Questi soggetti sono fieri di avere una casa senza libri, senza dischi, di non andare mai al cinema, a teatro, o andarci per vedere rimasticature televisive, di restare per ore con una birra in mano davanti a un locale parlando del nulla, di restare per ore davanti a un PC alla ricerca di pseudoamici, di basare la propria conoscenza su internet, di basare la propria vita sull’apparire.
Ma che fierezza ci può essere in queste persone che non sanno alzare lo sguardo dai loro piedi?
Perché la cultura e l’arte ti fanno alzare la testa, ti fanno guardare attorno e sopra di te.
Per fortuna non tutti sono nell’Esercito dell’Ombra in questo Paese, ma chi ne rimane fuori e combatte costituisce pur sempre solo una minoranza silenziosa, che porta avanti la propria passione creativa e artistica a fronte di enormi sforzi personali ed economici e subendo umiliazioni e frustrazioni in serie.
Eppure bisogna resistere: qualche soldato dell’Esercito dell’Ombra, accortosi che il conto in banca non gli permette più di fare il wannabe, cioè il VIP de noantri, magari (e sottolineo magari) si guarderà un po’ intorno e dentro di sé, scoprendo la bellezza e l’importanza concreta della cultura, dell’apprendimento, dell’arte.
Sono sempre più convinto di una cosa che potrà apparire blasfema, visto il totem che vado a minare: se i nostri padri costituenti avessero scritto meglio il primo articolo della costituzione, oggi non saremmo in questo stato di putrida deriva di arroganza ignorante e di mancanza di educazione civica ed etica.
A mio avviso avrebbero dovuto scrivere “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro, arte e cultura”, per evitare che migliaia di persone si siano dovute vergognare o quasi pentire di aver dedicato la propria vita fisica, mentale, professionale, spirituale e sentimentale alla meditazione, alla scoperta, alla divulgazione e alla creazione di idee, pensieri e bellezze.
Se siamo famosi nel mondo non è certo per la produzione di acciaio o per l’estrazione di petrolio, ma per l’arte, la cultura, la bellezza e la creatività in ogni comparto della vita quotidiana (design, moda, gastronomia, ecc).
D’altronde anche numericamente i lavoratori impiegati in campi riconducibili alla creatività sono molto superiori alle altre categorie.
Sono tutti barboni?
 
 
 
 
 
 
Hai raggiunto il successo nel tuo campo
quando non sai se quello che stai facendo è lavoro o gioco.
(Warren Beatty)
 
“Sì, ma tu...  che lavoro fai?” è una gag che faccio spesso nelle mie presentazioni e spettacoli e che è presa direttamente da almeno 35 anni di vita vissuta.
Avrò sentito rivolgermi mille volte questa fatidica domanda, dopo uno spettacolo, un Festival, un reading, una conferenza o una lettura, perché in Italia (e sottolineo in Italia) si dà per scontato che se ti occupi di cultura e in particolare di letteratura e poesia non puoi (anzi non devi) guadagnare perché non si tratta di un “vero” lavoro.
In Italia c’è una mentalità arcaica per cui lavoro implica frustrazione, sacrificio, classi sociali con categorie ben definite.
Il lavoro “vero” è quello che implica il corpo, gli utensili, la materia e la sua manipolazione, i bisogni primari.
Guy Debord, nella sua “Società dello spettacolo” ha sintetizzato lo scivolamento della figura del lavoratore verso la dimensione del consumatore:
Mentre nella fase primitiva dell’accumulazione capitalistica “l’economia politica non vede nel proletario che l’operaio”, ovvero colui che deve ricevere il minimo indispensabile per la conservazione della propria forza-lavoro, senza mai considerarlo “nei suoi svaghi e nella sua umanità”, questa posizione delle idee della classe dominante si inverte nel momento in cui il grado d’abbondanza raggiunto nella produzione delle merci esige un surplus di collaborazione da parte dell’operaio. Questo operaio subito lavato dal disprezzo totale che gli è chiaramente manifestato attraverso tutte le modalità di organizzazione e di sorveglianza della produzione, si ritrova ogni giorno al di fuori di essa, apparentemente trattato come una grande persona, con una premurosa cortesia, sotto il travestimento del consumatore. Allora l’umanesimo della merce prende in carico “gli svaghi e l’umanità” del lavoratore, semplicemente perché l’economia politica può e deve ora dominare queste sfere in quanto economia politica. Così “il rinnegamento compiuto dell’uomo” ha saturato la totalità dell’esistenza umana.
Il paradosso è quindi la progressiva e contemporanea distruzione della dignità del lavoro e del concetto di indispensabilità della cultura e dell’arte.
A Guy Debord non era certo sfuggito che i cosiddetti “svaghi dell’umanità” erano studiati a tavolino proprio per non far pensare e creare e rientravano nella catena di produzione: mi costruisco da solo feticci e simboli e me li rendo oggetti del desiderio indispensabili se non addirittura di vitale importanza e quindi lavoro per potermeli acquistare.
In pratica l’economia politica, come la chiama Debord, si riprende subito i soldi che aveva provvisoriamente fatto transitare nei conti correnti dei lavoratori, lasciando loro solo un simulacro di appagamento che chiama continuamente altri desideri.
Questa crisi d’astinenza è senza fine proprio perché l’Essere ha abdicato per l’Avere: se tu sei solo quello che hai, vorrai sempre comprare e possedere qualcosa in più arrivando all’accumulo costante fino a quando non te lo potrai più permettere.
In questa centrifuga sempre più accelerata si è perso completamente il controllo e il senso della realtà, arrivando a crollare ancora prima di accorgersi di non possedere i mezzi per avere.
La rivoluzione economica consiste nell’uscire da questa lavatrice impazzita interrompendo il circolo vizioso narrazione-desiderio di possesso-bisogno-consumo con l’unica arma a nostra disposizione: cultura e conoscenza di sé.
Iniziare a tenersi un’auto, un computer, un elettrodomestico finché funziona e non cambiarlo solo perché è uscito un nuovo modello, liberarsi dalla dittatura del possesso soprattutto nei rapporti umani, investire sulla propria libertà e su tutto ciò che ci permette di fare: viaggiare, creare, condividere saperi, impregnarsi del mondo attraverso i nostri sensi: questa è rivoluzione.
Tornando al lavoro e al suo concetto troppo spesso distorto, la creatività e l’arte non sono contemplati tra le fonti di sostentamento, soprattutto perché se uno si diverte a svolgere la sua attività e ne trae una certa visibilità e magari qualche applauso, dovrebbe già essere contento così e ritenersi anche fortunato.
È scusato solo se va in TV perché allora acquista una patente di “personaggio” e quindi è comprensibile che prenda dei soldi e anche tanti, anche perché se viaggia con cachet bassi non è rispettato.
Il secondo motivo è che la maggior parte degli italiani, non frequentando la cultura e reputandola inutile masturbazione mentale, non arriva neanche a immaginare lo sforzo mentale e psicofisico che bisogna fare per riuscire a bucare la cortina di luoghi comuni e indifferenza e successivamente per ricavarne da vivere.
Forse la diffidenza nel considerare “lavoratore” e quindi degno di essere pagato un “creativo” deriva dal fatto che molti di questi ultimi vendono in realtà solo fuffa e quindi in generale tutta la categoria viene vista come quelli che tentano di guadagnare senza fatica e soprattutto senza saper far niente.
Se notate, in molti casi sono proprio quelli che vendono fuffa coloro che riescono a fare più soldicon l’arte e la cultura: in un ambiente e in un periodo di dilagante perdita del gusto e di analfabetismo di ritorno, di mancanza di conoscenza e di indifferenza anche nelle alte sfere sociali e negli esecutivi, come si può pretendere che venga riconosciuta la seta tra mille stracci vistosamente colorati (e magari spinti da amici influenti)?
Se hai idee puoi farle fruttare unicamente se ti ricicli in artigiano e quindi vendi una cosa materiale, che si può toccare.
Oppure ti butti nell’arte contemporanea, dove conta solo la presentazione del critico e i rapporti con la stampa e l’opera d’arte è solo una cosa superflua, potrebbe persino non esserci, come diceva del resto anche Baudrillard.
Oppure fai un festival o un evento pseudointerculturale con attori, saggisti e scrittori rigorosamente italiani (così risparmi anche nei viaggi) e possibilmente ospiti stabili di talk show televisivi che (stra)parlino di altri Paesi, così ti puoi riempire la bocca con sedicenti dialoghi tra culture che vanno tanto di moda e trovano sempre sponsor o amministrazioni che ti allungano qualche soldo senza entrare nel merito dei contenuti.
E poi, diciamocelo: come si parla meglio di una guerra o di una crisi sociale se se ne scrive o pontifica a migliaia di chilometri di distanza in una piazza o in uno studio televisivo!
Ma se resti nell’ambito incorporeo della progettualità, della divulgazione e dell’arte, diciamo nella produzione di emozioni e conoscenza, il tuo status sociale in Italia può essere solo di un tipo: inutile orpello.
Spesso si dice: a un idraulico, un carrozziere, un dentista non si può dire di eseguire un intervento gratuitamente o tutt’al più pagandogli il prezzo della benzina.
E allora perché un musicista o un attore o un artista dovrebbero invece accettare qualsiasi umiliazione e sfruttamento?
Il problema è nella domanda di mercato: un Paese che sta rapidamente sotterrando e dilapidando il suo millenario tesoro nonché unica fonte di incondizionato amore da parte di tutto il mondo che è il suo patrimonio artistico, non considera indispensabile e neanche importante la cultura e la conoscenza e non le annovera certo nella categoria dei piaceri.
Di riparare lo sciacquone o l’auto o i denti ne abbiamo bisogno, mentre di andare a un concerto, vedere una commedia, ascoltare poesie, visitare un museo evidentemente no.
E quindi, visto che la gran parte della gente può benissimo farne a meno, tu che operi in quei campi devi reputarti fortunato se riesci ancora a salire su un palco gratis. Altrimenti sparisci e nessuno se ne accorge.
Cambia tutto se sei un artista noto. Gli organizzatori ti inviteranno per riempire teatri e piazze, perché nel giudicare una manifestazione o una stagione teatrale o museale è solo la quantità che conta.
E in quel caso molto spesso si va a vedere il personaggio pubblico e meno l’artista.
A volte penso che se io operassi in un campo “concreto”, a parità di realizzazioni e carriera, la mia vita sarebbe molto diversa.
Per esempio, se fossi padrone di una fabbrica di bulloni che da oltre vent’anni, come è il mio caso, è leader italiano nel suo settore e che è fra i venti costruttori di bulloni più importanti del mondo, probabilmente sarei milionario.
Ma io abito in un Paese in cui un bullone (utilissimo, per carità) ha più dignità di un dipinto o di una poesia. E quello che mi impaurisce è che molti a questa mia affermazione esclamerebbero: “E certo!”
Abito in un Paese gestito da bulloni, nel senso di enormi sbruffoni ignoranti, sul ciglio di un burrone.
 
 
Del lavoro, maledizione del peccato originale,
disprezzo dei greci, l’uomo ha fatto un nobile scopo.
Georg Groddeck, Questione di donna, 1909
 
Chissà perché la parola “dipendente” viene usata solo nel lavoro e nella droga.
E chissà, parlando di lavoro, come sarà tra 50 anni.
Si continuerà a tentare di ostruire il corso naturale delle cose, ossia le macchine che sostituiscono l’uomo nei lavori ripetitivi e definiti appunto “meccanici” oppure verrà una consapevolezza affine alle idee espresse nel divertente e ossigenante volumetto di Bob Black “L’abolizione del lavoro”?
Detto della stolidità di considerare lavoro quasi esclusivamente l’attività produttiva attraverso la dimensione fisica dell’uomo, c’è da considerare il lavaggio di cervello lungo qualche secolo sulla divisione della vita umana in lavoro e tempo libero, dove il secondo è in pratica una tasca inventata dall’economia capitalistica da riempire di oggetti, pseudobisogni, status symbol che giustificano la parte dell’esistenza passata a lavorare.
Il bisogno è diventato brama di possesso, in molti caso patologico.
Basta analizzare la propria vita quotidiana per renderci conto che in molti casi potremmo vivere benissimo senza automobile, prendendo taxi o car sharing solo quando ci serve o che il 70% degli oggetti tecnologici in casa giace pressoché inutilizzato o è usato al minimo delle sue potenzialità. Nella telefonia e nei computer si pretendono performance e potenze eccezionali quando poi non le usiamo perché per la maggior parte siamo ignoranti tecnologici e pigri.
Le aziende produttrici funzionano come i pusher della droga o, in ambito meno criminoso, come quelli che venivano a regalare gli album delle figurine davanti alle scuole: l’importante è farti iniziare, poi il vortice ti risucchia e diventi dipendente e cliente.
Se, poniamo, nel 2008 un dato computer era in grado di svolgere al top montaggi video a Hollywood, o mandare una sonda su Marte, o permettere a creativi di fare le più belle campagne pubblicitarie del mondo, o disegnare elementi di arredo o progettare i veicoli più sofisticati, perché dovremmo disfarcene?
Semplice: dopo un po’ quei programmi e sistemi operativi diventano incompatibili, e l’hardware, grazie all’obsolescenza programmata, inizia a dare problemi.
Ancora una volta il bisogno è sì una necessità, ma imposta da un disegno globale.
Sempre parlando di computer, si sa che c’è una disparità enorme tra gli aggeggi messi in commercio e quelli che stanno mettendo a punto a Silicon Valley.
La logica del mercato vuole un rilascio graduale di novità, che quando te le compri sono già superate da un nuovo modello rivoluzionario che sarà venduto tra qualche mese.
Quante volte capita di andare in un negozio di pc e sentire dal negoziante stesso (se è amico o semplicemente onesto) di aspettare a comprare perché fra poco uscirà un nuovo tipo più potente?
Ma questo è anche in altri settori, primo fra tutti farmaceutico.
Negli Stati Uniti sono come al solito oltre. Da anni inventano malattie e sindromi per poter vendere medicinali che giacevano invenduti o addirittura per crearne nuovi appena costituita una domanda che decreti già a monte un successo economico.
Esiste ad esempio il D.S.M., Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, che cataloga e aggiorna in maniera periodica le sindromi e disturbi riconosciuti e passibili quindi di terapia con psicofarmaci e altri medicinali.
Il 5° volume del D.S.M. uscito nel 2014 annovera quattro nuove e gravi patologie: la disposofobia o accumulo patologico, lo Skin-picking disorder, il disturbo da dismorfismo corporeo, e la tricotillomania. Io penso di averne almeno tre su quattro: 1) difficilmente butto oggetti anche stupidi riguardanti bei momenti del passato (quindi disposofobico all’ennesima potenza), 2) mi provoco le pellicine attorno al pollice che poi mi mangio (skin eccetera) e sì sono anche tricotillomane perché in alcuni momenti mi tocco i capelli. Sul disformismo corporeo sono più ondivago. Ma poi perché uno che ha per esempio il naso grosso e le orecchie a sventola e magari non ne è contento dovrebbe essere disturbato? Oltre il danno la beffa? Già ti girano le palle perché sembri Dumbo e in più ti vedi imbottire di psicofarmaci? E poi, caspita, non pensavo che mangiarsi le pellicine meritasse una riabilitazione o che tenere una foglia di un albero sotto il quale ci siamo scambiati un bacio venti anni fa fosse un indizio d’instabilità mentale...
Ma ormai è globale la corsa a vendere medicine a persone sane convincendole di essere malate: il “disturbo d’ansia sociale” mentre una volta era chiamato timidezza ed era normale, ora va curato altrimenti e, come è purtroppo successo, il soggetto che ne è afflitto può anche arrivare al suicidio; una volta se eri giù, svogliato e con difficoltà di concentrazione era soltanto una giornata storta: ora merita un antidepressivo; se un bambino era vivace, alla ricerca di stimoli continui, con corti periodi di attenzione, voleva dire che era un bambino normale, magari spaccapalle, ma normale: ora è vittima della ADHD (sindrome da iperattività) e viene imbottito di metilfenidato, che provoca dipendenza; se uno cambia umore spesso prima era lunatico o con un brutto carattere, ora è ciclotimico.
Ci sono anche dei pentiti come il Dottor Allen Frances, che ha scritto un libro “Primo: non curare chi è normale”. Giuro: è vero!
Siamo veramente alla frutta...
Vorrei dare qualche modesto suggerimento per il prossimo DSM:
- disturbo da mancanza di educazione;
- disturbo da deficit di veglia, soprattutto di notte dopo una giornata di lavoro
- disturbo da sovravocalità, quando non si lascia finire il discorso dell’interlocutore iniziando a sovrapporre la propria voce a volume doppio
- disturbo da tanatofobia, paura di morire
- disturbo da innamoramento: provoca aritmie, deficit di attenzione, umore cangiante, sudorazioni, da curare assolutamente
- sindrome da eccesso di attenzione: i soggetti che presentano tale disturbo sono insolitamente interessati o attratti da qualcosa. Si raccomandano calmanti o terapie a base di elettro-choc
- disturbo dell’allontanamento dell’interlocutore. Specie se ha mangiato aglio.
E poi volevo inserire, tanto per far ridere, anche la “sindrome da rischio di psicosi” e il “disturbo da abbuffata compulsiva”...  ma sono già nell’elenco ufficiale del DSM!
Non so se ridere o piangere.
Meglio niente: entrambi questi moti di spirito potrebbero rientrare nel prossimo DSM e dovermi impasticcare per una risata o per qualche lacrima.

 

 

A metà tra zibaldone e raccolta di poesie, L'orlo del fastidio rappresenta une serie di appunti per un manifesto di un nuovo Rinascimento o, almeno, la dichiarazione di una netta presa di distanza da un mondo che considera superflui arte, cultura, bellezza, passioni e nel quale la parola "sognatore" ha acquistato una valenza negativa, diventando sinonimo di perditempo o di ingenuo.
Rendendosi conto dell'irreversibilità dello scadimento sociale, estetico, educativo, culturale ed etico, Pozzani non vuole arrendersi all'inerzia di questo piano inclinato e incita alla ribellione attraverso ironie, paradossi e provocazioni.
Se non avete ancora spento del tutto il cervello, questo libro può essere una ricarica d'energia.

 

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