Norberto Tittobello
Luci cadute

Titolo Luci cadute
Autore Norberto Tittobello
Genere Poesia      
Pubblicata il 18/03/2017
Visite 406
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Spazioautori  N.  3663
ISBN 9788893390439
Pagine 100
Prezzo Libro 10,00 € PayPal
Lassù, vicino al cielo le vecchie cime di case condannate si fanno consolare dal sole, come i vecchi che hanno esaurito il denaro della pensione e che attendono, seduti in un angolo, che passi l’ultima settimana, prima di rimettersi in fila all’ufficio postale; mese dopo mese, anno dopo anno, finché...
La serenità è fuggita. È fuggita da noi, dalle nostre città; è fuggita un poco ogni giorno, inavvertitamente, ineluttabilmente. È fuggita umilmente, in silenzio, come fuggivano un tempo i mendíchi scacciati da troppo spavaldi padroni. Ha lasciato liberi tutti i suoi spazi, perché noi li colmassimo con le nostre opere: e le nostre opere l’hanno incalzata nella sua fuga, con un inconscio furore suicida.
 
La serenità è fuggita: si è rifugiata agli ultimi piani delle case, nei vecchi quartieri, dove quasi nessuno la vede; in periferia, dove non la riconoscono quasi più… Fra poco avrà del tutto abbandonato le nostre città. 
Le ha lasciate, giorno per giorno, ogni volta che un cantiere si apriva, ogni volta che un piccone rompeva, ogni volta che un albero cadeva. Quando un architetto s’incontrava con un impresario, in qualche ufficio splendente di barbagli metallici e di legni pregiati, scorrevano i milioni e una piccola penna d’oro segnava il destino d’un giardino, d’una casa, d’un quartiere: sconosciuti termini d’un contratto, denaro anonimo, numeri e cifre sui fogli del catasto. “Per l’anno in corso sono previsti dieci milioni di metri cubi…” 
Milioni, metri cubi, è i l nuovo nome delle case. 
 
Milioni, metri cubi … Anche le bare si misurano in metri cubi? Naturalmente … Quanti metri cubi d’uomini stanno in una città? La statistica non lo dice: deve prima stabilire quanti milioni di lire stanno nei metri cubi di uomini che si possono mettere nei metri cubi di cemento che formano i metri cubi di città …
 
Lassù, vicino al cielo le vecchie cime di case condannate si fanno consolare dal sole, come i vecchi che hanno esaurito il denaro della pensione e che attendono, seduti in un angolo, che passi l’ultima settimana, prima di rimettersi in fila all’ufficio postale; mese dopo mese, anno dopo anno, finché …
 
I tetti ospitali agli uccelli, i muri che ognuno ha plasmato nel tempo, secondo il bisogno, secondo il talento; i muri di tanti colori, le porte diverse fra loro, le pietre ed i legni e i ferri, che il sole e la pioggia e la vita e l’amore hanno fatto fratelli più che oggetti … un pezzo ogni giorno, se ne andranno, e con essi la vita, l’amore: a cosa può mai servire l’amore nella produzione dei metri cubi? 
I metri cubi sono un affare, non un sentimento; si fabbricano benissimo anche odiandosi: maledetti padroni, maledetti operai … che importa ai metri cubi? 
 
Essi sono il simbolo dell’efficienza moderna e basta; perché dovrebbero complicarsi la vita con l’amore? 
 
La serenità è fuggita: giocava coi bambini, nei giardinetti davanti alle case lungo le facciate dei palazzi; consolava i vecchi che, nei mastelli pieni di terra con qualche filo d’erba, sognavano ad occhi aperti i campi della loro giovinezza, legava insieme voci e richiami e risa nell’ora delle rondini.
Oh certo, non erano belle neppure allora le case dei poveri; talvolta erano tristi, umide, affastellate come mendicanti infreddoliti: ma le avevano fatte uomini per gli uomini, un pezzo per volta; ognuno, a suo gusto o a suo bisogno, aveva corretto, aggiunto, lasciato qualche cosa di sé, del suo piccolo ingegno; la povera umanità proletaria di Vasco Pratolini soffriva nelle sue case- ma le amava, ferocemente, disperatamente, come l’unica cosa sua, ad essa affine nella specie e nel destino; e rifiutava con rabbia le belle case nuove fornite dal governo, non le riconosceva, vedeva in esse solo l’autorità, i ministri, gli architetti, i geometri, tutti quei lontani signori vestiti a festa che comandavano e non sapevano nulla di lei; che, in cambio delle case, le chiedevano tutta la sua povera storia da seppellire sotto le macerie dei quartieri sventrati, lasciandola sbigottita e sconsolata, senza passato, senza ricordi, con un avvenire di metri cubi governativi. 
 
La serenità è fuggita: non capisce i metri cubi, sono faccende con troppi spigoli e troppo peso, non riescono a volare incontro al cielo; anzi, non ci pensano nemmeno. 
 
Cosí, ha lasciato le ombre troppo lunghe dei grattacieli, gli antri d’alluminio al neon, le strade tutte uguali, le case studiate un tanto al metro, la disperata ripetizione di pilastri, metalli, vetri, pilastri, metalli, vetri, pilastri, metalli, vetri … Quelle finestre, uguali a Milano e a Parigi, a Berlino e a Stoccolma, tutte in fila, a strati, a milioni, tutte chiuse la sera su identici esseri, seduti su identiche poltrone, ugualmente muti e assorti, intenti a vivere, per procura, sullo schermo luminoso, ipnotico nel buio avventure vigorose che la vita reale non consente più o sentimenti che gli intellettuali deridono, elegantemente cinici. 
 
E bambini sono nati in quelle strade, in quelle stanze figlie della finanza e dell’ingegneria, e i loro polmoni si sono nutriti di fumi e d’aria condizionata; i loro corpi d’alimenti industriali; le loro menti, di frasi fatte, d’elucubrazioni pompose e di presunzione intellettuale. 
Sono andati a scuola in edifici dai nomi diversi, ma fatti tutti uguali, secondo il progetto governativo perché è più razionale e costa meno; e su tutti i muri c’erano le stesse scritte, le stesse ingiurie, lo stesso odio, tracciati con la stessa vernice a spruzzo in lettere tutte uguali, chiunque le avesse sputate su quelle pareti. 
 
 
Sento piangere foglie nella sera 
e chiolío di fontane in fondo all’ombra
gelida della strada. 
 
Passano smozzicate sotto i muri
solite voci, e vanno verso i campi 
più chiari …
 
Passa, nel vento, il brivido arruffato 
d’un uccello sperduto nella macchia 
più buia …
 
Sono passate quelle voci liete 
e m’è rimasto il brivido sperduto. 
 
 
LUCI CADUTE
 
Luci cadute sugli asfalti, 
ombre dormenti sui sentieri…
 
Perché sempre ci sono delle luci 
a strappare la sera? E perché mai 
non posso, in mezzo ai campi, essere ombra 
fra i tronchi bui, a respirare il cielo? 
 
Sono soltanto un uomo nella notte, 
e le stelle, per me, sono lontane... 
 
 
Bashô
 
Sere di primavera, 
dolorose e dolci 
come un ricordo d’amore…
 
 
Quel lungo richiamo 
ancora sorgente dai fossi 
mi riporta la sera: ma il pensiero 
m’è fuggito all’inutile ricerca 
d’un amato fantasma perduto, 
delle fresche serate di maggio, 
del pianto d’un cane nella nebbia… 
Signore, 
perché hai lasciato morire 
la mia preghiera? 
Il mio cuore è quel cieco 
che passa nei campi 
senza vedere il cielo … 
 
 
Bashô
 
Anima. della. sera, 
perché l’onda. infinita. 
non può giungere a. riva. ? 
 
 
SOLTANTO UN FANTASMA 
 
Luce sorgente sulla baia, 
voci lontane nella sera, 
voi vorreste calmare 
il mio spirito, affranto 
da una vana vaghezza 
infinita. 
Ma il vento che passa leggero 
fra i rami protesi 
non porta frescura 
alle pietre bruciate. 
 
Soltanto un fantasma è rimasto 
al cuore ferito. 
 
 
SERA ULTIMA
 
Un’ombra bruna sul bianco d’un muro, 
una luce sorgente lontano, 
una calma serata, fresca 
di silenzio…
 
Gli alberi della strada 
fedeli compagni. 
Lassù, vicino al cielo le vecchie cime di case condannate si fanno consolare dal sole, come i vecchi che hanno esaurito il denaro della pensione e che attendono, seduti in un angolo, che passi l’ultima settimana, prima di rimettersi in fila all’ufficio postale; mese dopo mese, anno dopo anno, finché...

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