Ick Ivaldi
Clarissa Sangue e il libro della verità

Titolo Clarissa Sangue e il libro della verità
Autore Ick Ivaldi
Genere Narrativa - Fantasy, Favola      
Pubblicata il 23/03/2017
Visite 1449
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Spazioautori  N.  3664
ISBN 9788893390446
Pagine 212
Prezzo Libro 14,00 € PayPal

Versione Ebook

ISBN EBook 9788893390453
Prezzo eBook 4,99 €
“Di persone silenziose/ce ne sono eccome/sono timide presenze/ nascoste tra la gente/ma il silenzio fa rumore…” comincia così una delle canzoni più amate di Luca Carboni che, con questi versi, descrive chi non è ancorato alla realtà ma vive in un mondo altro.
L’autrice di Clarissa Sangue è una ragazzina che sogna e scrive, che deve forse imparare qualche astuzia ma che è dotata di un’innegabile forza narrativa.
Se all’inizio il romanzo ricorda le atmosfere di Harry Potter, a un certo punto ella se ne distacca e segue una strada diversa, meno rassicurante eppure avvincente: chi è Clarissa in realtà? Esiste realmente il mondo descritto? E, soprattutto, che tipo di ragazza è l’autrice?
Un romanzo che nasconde, più che rivelare, il volto di chi scrive e che dimostra come la scrittura sia una evasione e una costruzione appagante molto più di uno smartphone che brucia le tappe.
Alessandra Giordano
Il viaggio non finiva mai, cosa che desideravo assolutamente. L’aria mi scompigliava i capelli color rosso scuro e vedevo il riflesso del mio viso un po’ tondo e pallido nello specchietto della nostra macchina nera modello anni ’70.
Lasciate che mi presenti: mi chiamo Clarissa Sangue, ho 16 anni e vivo a New York. La mia più grande paura? L’oblio. Il mio più grande desiderio? Essere felice. Una cosa che odio dal profondo del cuore? Le persone che ti parlano alle spalle. Cosa mi distingue dagli altri? La razza. Si, avete capito bene, io sono diversa dagli altri, io sono una vampira. Bè, vampira, come dice mio padre, non del tutto, perché mia mamma è una di quelle che chiamano mondinghi, ovvero gli esseri umani.
“Clare, tutto ok?” chiese mio padre.
“Si, papà” risposi. Mio padre: una persona dal cuore d’oro e l’anima di pietra. Un uomo alto con un fisico slanciato, occhi neri come la pece, un po’ di barbetta, capelli neri col suo solito ciuffo alla Elvis Presley e un viso attraente.
“Fra poco arriveremo, non sei eccitata?” Mia madre. Solito sguardo da persona tutta rosa e fiori ma dentro è una roccia, coraggiosa e sicura di se. La mia stupenda mamma mortale dagli occhi azzurri e i capelli biondi, anche lei molto attraente. In queste ultime settimane si è preoccupata particolarmente per me dato quello che mi sta aspettando.
“Non molto mamma; stavo facendo progressi alla High School di New York!”
“Vedrai che ti piacerà.” Questa frase me l’ha ripetuta almeno un centinaio di volte da quando mio padre ha ricevuto la lettera che mi hanno ammessa all’accademia.
“Spero che potrò chiamarvi, non so se là hanno i telefoni.” Continuai io.
“Non preoccuparti, Clare. Chiederemo al preside.” rispose mia mamma.
“Non sarai l’unica persona ad avere una mamma fantastica e mortale.’’ Intervenne mio padre. ‘’Mi sono informato: accettano qualunque tipo di vampiro!”
“Ma se i genitori sono entrambi mondinghi, come fanno ad avere un figlio vampiro?” Questa era, per me, la notizia del secolo: ragazzi con genitori entrambi mortali. Non ne avevo mai sentito parlare.
“Nessuno lo sa. Ricorda Clare: vampiri si nasce non si diventa. Probabilmente sarà qualche scherzo della natura.”
Calò il silenzio. Non avevo idea di quanto mancasse all’arrivo perciò chiusi il finestrino, mi appoggiai alla spalliera del sedile e sprofondai nel sonno. Tutta quell’aria scompigliava una chioma rosso rubino; l’aria dava ai capelli troppa importanza e mi distraeva dai miei pensieri.
Correvo. Non sapevo dove o perché, ma correvo in una strada deserta, di una città sconosciuta. Tutto si muoveva a rallentatore. Improvvisamente inciampai, pensai che sarei caduta a terra ma il sogno cambiò. Ora cadevo completamente nel vuoto, nel buio più totale. Adesso mi schianto e muoio, pensai, è la mia fine. Ad un certo punto vidi qualcosa sul fondo di quella sorta di tunnel oscuro: un albero. Stavo per finirci sopra. Stavo per atterrare e…
“Clare, svegliati siamo arrivati. Non vuoi mica perderti la prima occhiata alla tua nuova scuola?!” mia madre si era voltata verso di me e mi stava chiamando col suo solito sorriso a 32 denti sulla faccia.
“Per quanto ho dormito?” Chiesi.
“Un’ora o poco più!” rispose mio padre.
Com’era possibile? Quel sogno non è durato più di 5-10 minuti. Quel sogno. Sognavo quella strada, quel tunnel oscuro e quell’albero da quando mi hanno detto che ero una vampira.
Scoprii di essere una vampira compiuti i 15 anni dopo che avevo, accidentalmente preso il volo a tutta velocità davanti alla mia classe e alla mia vecchia insegnante, così, inaspettatamente.
Ho deciso di non dire ai miei genitori del sogno per evitare di mettere loro altra ansia, che del resto hanno già da quando abbiamo iniziato il viaggio perché hanno paura che io “non possa superare l’anno”. Ma che sciocchezze dicevano! Io ero la più brava della classe nella mia vecchia scuola, quanto potevano essere diverse una scuola di mondinghi da quella dei vampiri.
“Eccoci qua!” esclamò mio padre dopo alcuni minuti di silenzio.
Eravamo arrivati all’incrocio con un solo cartello stradale che indicava una città che non avevo mai sentito nominare: Woods City. La città del bosco? Che razza di nome avevano dato a quella città, probabilmente sperduta dal mondo. Ma appena la vidi cambiai idea.
Una piccola città con piccole case a due piani ricoperte completamente di edera su tutte e 4 le mura. Una foresta si estendeva oltre i confini di quel paese sperduto. Una foresta cupa, desolata, con soltanto salici piangenti; e lì oltre il paesino, oltre la foresta, eccola, la mia nuova scuola: la Death Accademy. A prima vista sembrava un castello abbandonato, ma non ne ero sicura.
Mio padre portò la macchina nel centro di Woods City e la parcheggiò su un lato della strada. Scendemmo tutti e tre dalla macchina e mio padre mise la sicura alle porte, abitudine che non perdeva mai.
Non sapevo dove stessimo andando ma fatti pochi passi svoltammo a sinistra e li ci ritrovammo davanti a un centinaio, ma che dico, un migliaio di ragazzi tutti dal volto pallido e gli occhi scuri. Avevo notato che erano tutti vestiti allo stesso modo: maglietta rossa e un cardigan per le ragazze. Per i ragazzi, invece, un normale maglione da cui spuntava il colletto della camicia. Le ragazze indossavano una gonna nera abbinata a collant color carne e scarpe nere col tacco; i ragazzi pantaloni fino alle caviglie e mocassini neri.
Una nuova moda, pensai. Ma mi bastò avvicinarmi a una ragazza coi capelli a caschetto neri, che notai un grosso stemma sulla spalla destra, raffigurante due coltelli incrociati tra loro su uno scudo, il tutto circondato dalla scritta The Death Accademy. Non credevo ai miei occhi: la divisa della scuola, anche qui, per favore no! Non volevo crederci. Io odiavo le divise, le trovavo inutili e scomode.
Mia madre mi prese per un braccio e mi trascinò con lei, dietro a mio padre. Attraversammo quella mandria nella direzione della foresta e, subito oltre il gruppo di studenti, vedemmo un chiosco che poteva assomigliare benissimo a quelli dove i ragazzini vendono la limonata.
Un signore dall’aria goffa e vestito con uno smoking era seduto dietro al chiosco e, appoggiato sul banco, aveva un block-notes arancione.
Mio padre si avvicinò.
“Salve!” disse mio padre in tono entusiasmante.
“Buon giorno.” Rispose l’uomo. “I vostri nomi?”
“Oh, sì. Io sono Lucas Sangue e lei è mia moglie, Minerva Sangue, e questa è mia figlia, Clarissa Sangue. Siamo qui per la divisa della scuola.”
“Certo signore. Che taglia, signorina?”
“Media, grazie.” Risposi io, in tono allarmato.
L’uomo sparì sotto il banco per qualche minuto e poi riapparve con una divisa pulita in mano e me la porse.
“Suvvia, la provi!” lo guardai con un aria interrogativa. Cambiarmi, lì, in mezzo a tutti. Mai neanche se mi avessero pagato.
“Devi girare più forte che puoi su te stessa.” Mi suggerì mio padre. Annuii e mi diedi una spinta con i piedi e iniziai a roteare come una trottola. Feci due giri, poi mi fermai, avevo addosso la divisa e i miei vestiti in mano. Come era possibile? Io non avevo avuto intenzione di cambiarmi. Mi guardai intorno: nessuno si era accorto di ciò che era successo.
“Dia pure a me i vestiti, signorina, li ritroverà nella stanza che le è stata assegnata. Spero che passerà un ottimo anno alla Death Accademy, signorina Sangue. E per la cronaca io sono il signor Black: bidello, controllore e segretario del preside, il professor Luna Piena.”
“Grazie, signor Black.” Disse mio padre.
“Una firma qui, per favore.” Disse Black rivolto a mio padre. Mio padre mise la sua firma sul block-notes del bidello, si girò e se ne andò con me e mia mamma alle calcagna.
“Allora, Clare.” Disse mio padre poco dopo. “Adesso tu, e gli altri ragazzi, vi incamminerete verso la scuola volando; non è difficile l’hai già fatto una volta, ricordi?” Annuii. Sapevo esattamente come prendere il volo.
“Bene. Allora io e tua madre ce ne andiamo, se per te va bene?”
“No. Non voglio stare sola, rimanete ancora un po’!” protestai.
“Ma non sei sola: ci sono altre persone qui con te, forza, va a fare amicizia con gli altri!” ogni volta che mia mamma interveniva mi metteva a tacere perché lei aveva sempre la soluzione a portata di mano.
“Okay, allora, potete anche andarvene, se vi va.” I miei annuirono insieme. Abbracciai prima mio padre, poi mia madre e si avviarono, insieme, verso la macchina. Rimasi sola.
“Tutti in volo!!!” riconobbi la voce del signor Black e notai che tutti si avviavano verso la foresta, li imitai. Ad un certo punto si fermarono e iniziarono a prendere il volo. Io mi diedi una spinta forte con le gambe e, improvvisamente, mi ritrovai nel cielo azzurro. Dopo aver preso l’equilibrio mi avviai verso la scuola.
Il viaggio durò solo qualche minuto, quando atterrai, con qualche difficoltà, notai davanti a me un castello tutto nero e con poche finestre che emanavano una luce molto potente. Eravamo atterrati in un cortile completamente secco, senza neanche un filo di erba verde. Davanti a noi c’era una scalinata di una trentina di scalini e lì, in cima alla scalinata, davanti a un portone nero decorato con bassorilievi e due grandi maniglie nere, c’era un uomo, alto, con un po’ di pancia, i canini sporgenti e lo smoking addosso.
“Buona sera a tutti voi.” Disse con voce provocante. “Vi ringrazio di esservi iscritti alla nostra scuola. Prima di entrare vorrei dirvi alcune cose: durante l’anno scolastico affronterete sia materie di pratica che di teoria, in più vorrei aggiungere che, se per caso qualcuno di voi andrà contro una delle 172 regole della scuola sarà subito espulso. Bene, ora, entrerete nella sala comune e prenderete parte al banchetto di inizio anno. Ma prima verrete divisi in due settori: il settore rosso e il settore nero. Per scegliere in quale settore andare dovete mettere la mano sopra una sfera che riconoscerete nella sala. Bene ora entrate. E, come ultima cosa, io sono il preside Marcus Luna Piena. Spero che saremo ottimi amici, oppure no.’’ Detto questo si voltò, aprì il portone e gli studenti entrarono, mentre lui, si metteva da parte e guardava gli studenti entrare. Mi affrettai a seguirli e, giuro, di avere visto una ragazza dai capelli biondo platino attraversare la porta. Io credevo che tutti i vampiri avessero i capelli neri ma, come dice mio padre: sono scherzi della natura.
Entrai e notai che Luna Piena, mi stava osservando.

 

 

“Di persone silenziose/ce ne sono eccome/sono timide presenze/ nascoste tra la gente/ma il silenzio fa rumore…” comincia così una delle canzoni più amate di Luca Carboni che, con questi versi, descrive chi non è ancorato alla realtà ma vive in un mondo altro.
L’autrice di Clarissa Sangue è una ragazzina che sogna e scrive, che deve forse imparare qualche astuzia ma che è dotata di un’innegabile forza narrativa.
Se all’inizio il romanzo ricorda le atmosfere di Harry Potter, a un certo punto ella se ne distacca e segue una strada diversa, meno rassicurante eppure avvincente: chi è Clarissa in realtà? Esiste realmente il mondo descritto? E, soprattutto, che tipo di ragazza è l’autrice?
Un romanzo che nasconde, più che rivelare, il volto di chi scrive e che dimostra come la scrittura sia una evasione e una costruzione appagante molto più di uno smartphone che brucia le tappe.
Alessandra Giordano
 

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