Paolo Cugurra
Pensieri Vespertini

Titolo Pensieri Vespertini
Autore Paolo Cugurra
Genere Cristianesimo - Cattolicesimo      
Pubblicata il 06/07/2017
Visite 171
Editore liberodiscrivere® edizioni
Collana Spazioautori  N.  3680
ISBN 9788893390750
Pagine 184
Prezzo Libro 10,00 € PayPal
Dopo i “Pensieri Giacobini” (2010), “Pateravegloria” e “La Corona e l’Altare”, Paolo Cugurra aveva considerato “L’Approdo” (2014), come suggeriva il titolo, la conclusione delle sue riflessioni sul tema religioso, ma ora, con questi Pensieri più vicini alla conclusione vera, egli, nel breve tempo residuo, ha sentito di dover dire ancora qualcosa.
Le occasioni sono state quotidiane e ciascuna ha avuto alcune pagine, ma credo si possa giudicare che il dialogo finale tra i due amici in Fossatello riassuma un  modo di sentire ove è assente la certezza mentre domina l’intuizione di un messaggio naturale semplice e puro che consiglia di confidare nella salvezza che tutti ci attende, proprio tutti, dopo aver scontato la pena.
 
Quando mi capita di udire la Marsigliese, specie quella genuina suonata nelle celebrazioni nazionali della Francia, e quindi preceduta dal lungo rullo di tamburi, provo un senso veramente particolare di commozione.
So che si tratta di un inno di guerra, composto da un ufficiale per l’armata del Reno. Fece vibrare le corde dei sentimenti allo Schnaider, borgomastro di Strasburgo, e infiammò le schiere della Rivoluzione vittoriose a Valmy.
Ma quelle note, con i versi che su di esse volano, mi sembrano oltrepassare tale limitato ambito, pur glorioso, e andare oltre, ben oltre quelle valorose prospettive, per favorire, nell’anima di coloro che le ascoltano, qualcosa di più sublime, financo della grande rivoluzione.
Le sento infatti come la requisitoria, dolente, esasperata, di una rivolta più profonda. È il genere umano libero e consapevole che esprime la protesta indignata contro la palese ingiustizia della sua condizione.
Soprattutto nei versi che precedono il grido “alle armi o cittadini” vive una indignazione dettata dalla ragionevolezza, che è al tempo stesso lamentosa e ferma, ostinata, convinta.
È  la ragione che aggredisce l’irragionevole silenzio che ci avvolge.
È la rivolta contro l’oppressivo mistero che viene chiamato Dio.
 
 
 
 
Viviamo tempi memorabili per la Chiesa. Nel fatto delle dimissioni imprevedibili di un papa e nell’avvento di un successore quindi non preceduto dalla morte di un altro papa, vedo la mano di una fatalità eccezionale considerate anche le caratteristiche del nuovo prescelto.
Il nome, soprattutto, è già segnale premonitore volenteroso di quella riforma che il Santo di Assisi aveva auspicato, con i suoi detti e fatti, senza altro risultato, oltre l’assenso verbale di papa Innocenzo III e quello documentale di Onorio III, che la costituzione di un semplice ordine religioso da aggiungersi agli altri, circoscritto dunque, si potrebbe dire ghettizzato, in una cellula monastica facente parte della grande Chiesa cattolica rimasta nella sua complessità, invariata e densa di perversione.
Mi chiedo se il visibile intento di papa Francesco potrà avere qualche successo, o se novelli Bonifazi, con la forza latente della classe di governo statuale, lo vanificheranno come accadde al “povero cristiano” di Ignazio Silone, papa Celestino V.
La storia è prodiga di esempi del genere, non solo in materia religiosa.
Penso al re di Sparta, Agide, ricordato da Plutarco, che tentò di introdurre il comunismo, il primo, e ne fu dissuaso con la morte.
Ma è proprio quel nome, Francesco, che suggerisce un’ipotesi di lavoro che per il nuovo papa mi parrebbe appropriata, nel senso di una chiesa dei poveri, ritornata cristiana e quindi lontana dai beni della terra e dal sistema autoritario e fossilizzato della monarchia.
Si dovrebbe rileggere la storia sacra e ricordare che l’infausta aberrazione della diaspora romana del cristianesimo, si verificò nel quarto secolo con la cosiddetta conversione di Costantino, la quale fu invece, nei fatti, il contrario, e cioè conversione del cristianesimo, o meglio di coloro che lo esprimevano, all’impe-rialismo.
Da ciò seguì la celebrata, e discussa, donazione di Roma e l’esodo dell’imperatore con la sua corte, a Bisanzio.
Fu quello l’inizio della fatale distorsione dell’indirizzo cristiano originario, che portò a vari concilii i quali furono la carta di credito di tutte le successive nefandezze di una chiesa che aveva smarrito il messaggio evangelico, riducendolo a tiepido ammaestramento rituale, di preghiere, canti e fiabe miracolistiche, alibi e paraventi del concreto privilegio sui beni della terra, nell’alleanza costante con i despoti re e imperatori per la comune gestione del potere.
Roma fu il luogo del delitto. E rimase.
Lo è ancora, perché è reato continuato e permanente, anche se, negli ultimi (ultimissimi) tempi, ammorbidito.
Suggerisco dunque di andarsene da Roma; di restituire il dono dopo millesettecento anni, a Costantino.
Dove trasferirsi?
Ma ad Assisi, certamente. Non v’è al mondo luogo più idoneo, e Francesco, il Santo, ne sarebbe felice.
Sembra che sia lì, trepidante e vivo, ad attendere quel giorno, ove sarebbe appagata la sua grande fame di bene, e la regola del suo ordine religioso, non più circoscritto nella concessione di Onorio III, divenire lo statuto nuovo dell’intera Chiesa cattolica, ritornata cristiana.
La città eterna potrà conservare il ruolo storico che ha avuto, comunque la si intenda, e rimarrà un grande museo, con i suoi palazzi, ruderi e chiese, per il godimento dei turisti, ed anche degli eruditi delle varie discipline, ma smetterà di vantare il ruolo di centro della cristianità, essendo stata centro del cattolicesimo, perversa creatura, involuzione del cristianesimo.
Sull’esempio della migrazione, tanto tragica e compassionevole, dei popoli del continente africano, dalle coste magrebine a quelle della meno povera Europa, ove li porta una luce di speranza, di redenzione delle loro vite derelitte, il popolo cristiano potrà abbandonare la città del grande fraintendimento, per collocare la sua capitale nella umile, piccola, ma luminosa, patria di Francesco, il santo della compassione, angelo di bontà, fratello dei poveri, figlio di Dio.

 

Dopo i “Pensieri Giacobini” (2010), “Pateravegloria” e “La Corona e l’Altare”, Paolo Cugurra aveva considerato “L’Approdo” (2014), come suggeriva il titolo, la conclusione delle sue riflessioni sul tema religioso, ma ora, con questi Pensieri più vicini alla conclusione vera, egli, nel breve tempo residuo, ha sentito di dover dire ancora qualcosa.
Le occasioni sono state quotidiane e ciascuna ha avuto alcune pagine, ma credo si possa giudicare che il dialogo finale tra i due amici in Fossatello riassuma un  modo di sentire ove è assente la certezza mentre domina l’intuizione di un messaggio naturale semplice e puro che consiglia di confidare nella salvezza che tutti ci attende, proprio tutti, dopo aver scontato la pena.

 

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