Enrico Di Iorio
Alta Valle dell’Orba

Titolo Alta Valle dell’Orba
Preistoria ed Età Romana
Autore Enrico Di Iorio
Genere Storia e tradizione locale      
Pubblicata il 06/07/2017
Visite 135
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Koine´  N.  37
ISBN 9788893390705
Pagine 132
Note con fotografie a colori
Prezzo Libro 15,00 € PayPal
Il presente libro inizia una serie di tre volumi sulla storia dell'Alta Valle dell'Orba. Questo volume tratta della Preistoria e dell'Epoca Romana.
Per l'epoca preistorica sono descritte le tracce che gli antichi abitatori della valle ci hanno lasciato sotto forma di pietre incise, ormai largamente pubblicizzate grazie al Geopark del Beigua, i manufatti litici (asce, raschietti, punte di freccia) assai meno conosciute e infine alcuni manufatti che potrebbero avere origini assai remote.
Il quadro è completato da una presentazione degli antichi abitatori della valle, i Liguri.
L'Età Romana racconta dello scontro fra i Liguri e i Romani, fino alla conquista e all'integrazione nell'Impero. Questa seconda parte, pur evidenziando i fatti più vicini all'Orba, è assai meno locale, causa la quasi totale assenza di tracce e documenti. 
Quando ho iniziato questo lavoro pensavo che per scrivere sulla storia dell’Alta Valle dell’Orba sarebbero state sufficienti poche decine di pagine. Invece, pian piano che raccoglievo informazioni, il materiale che ho trovato si è rivelato assai ampio. Per questo motivo, per non spaventare i lettori, ho deciso di pubblicare per ora solo la parte inerente l’antichità, che ritengo sia di maggiore interesse a seguito della pubblicizzazione delle incisioni rupestri della zona del Beigua. Mi ripropongo, in futuro, di pubblicare anche la storia successiva, l’Era del Popolamento e l’Età Moderna. Il lettore così, dopo l’uscita di questa prima parte, potrà decidere se leggere le altre due (che, a mio avviso, sono le più interessanti).
L’oggetto di questo lavoro è il tratto di valle percorsa dal fiume Orba, a partire dalle sorgenti, poste appena sotto il passo del Faiallo, quasi in vista del mar Ligure, fino al territorio di Ovada, nella pianura piemontese.
Questo tratto della valle, in antico, era detto semplicemente “l’Orba” o “l’Urba”.
Fin da ragazzo avevo notato che il fiume veniva chiamato indifferentemente “Olba” o “Orba”. La dizione Olba era diffusa fino a pochi anni fa, e forse era prevalente, solo nell’Alta Valle, mentre nella Bassa Valle si è utilizzato sempre e solo la dizione Orba. Nel corso di questo studio ho scoperto che anticamente, sui documenti dal XVI al XIX secolo, si utilizzavano indistintamente entrambe le dizioni.
Non mi è chiaro il motivo del doppio nome con la R e con la L. Solitamente le variazioni toponomastiche avvengono con il passare del tempo, con le migrazioni delle popolazioni, oppure in epoche più recenti, nel voler fissare in “italiano” una denominazione dialettale. Ma in un determinato periodo di tempo il termine toponomastico è uniforme. Qui invece abbiamo un caso in cui si trovano indifferentemente le due versioni Orba e Olba durante quattro secoli e tuttora sopravvivono vari toponimi locali nelle due varianti: Orbarina e Orbicella (torrenti affluenti dell’Orba), Olba San Pietro, Martina Olba, Olbicella (frazione di Molare).
La carta geografica dell’Istituto Geografico Militare dell’Alta Valle[1], quella in scala 1:25000 che fotografa dettagliatamente i toponimi locali, nell’edizione del 1901 (aggiornata nel 1923) si intitola “Olba” e riporta “T. Olba” per il suo corso d’acqua, mentre nell’edizione del 1933 si intitola “Urbe” e riporta “T. Orba”.
Se guardiamo i documenti antichi, per esempio, in un documento del 1683 troviamo riportato “Villa Urbam” mentre in un altro del 1752 c’è “Villa Ulba”, entrambi per indicare San Pietro d’Olba.
Appellandosi ai dialetti locali, la valle e il fiume sono chiamati “Urba”; gli abitanti dell’Alto Orba sono detti “Urbaschi” ed esiste anche una vecchia forma “Lurbaschi”[2], sempre con la “R”.
Don Perrando, un erudito di Sassello, scrivendo alla metà dell’800, usava la versione Olba. Don Pietro Barello, parroco di Olbicella e poi di Tiglieto dal 1919 al 1966, nelle sue memorie[3] usava sempre la dizione Olba, mentre don Enrico Principe, parroco di Vara Inferiore, nella sua storia dell’Alta Valle dell’Orba[4], usa alternativamente le due forme.
Nel 1929 quando venne creato il nuovo comune che unificava Martina, San Pietro d’Olba, Vara Superiore, Vara Inferiore ed Acquabianca, venne creato il nome di “Urbe” che costituisce un’ulteriore variante, forse per riprendere l’antico nome di “Urbs” o forse (come dissero le malelingue) per la retorica fascista, lasciando decadere le vecchie denominazioni, storicamente più corrette, di “Urba”, “Olba” o “Orba”.
Possiamo aggiungere che secondo Goffredo Casalis, nella sua ponderosa relazione storico geografica sui comuni del Regno di Sardegna[5], il nome Orba è di origine celtica e per conferma cita i nomi di altri fiumi con la stessa radice in regioni celtiche come Orbis e Orobis (ora Orbs, fiume di Bezieres, in Francia), Urba nome di un fiume ed antica città degli Elvezii (oggi Orbe), un Orba nel seg. IV della tavola Teodosiana.
Giuseppe Pipino[6], oltre a concordare che il toponimo Orbs è di origine celtica ed è molto diffuso nelle antiche Gallie (Piemonte settentrionale, Francia, Svizzera romanda), sottolinea che “urb” è il termine per identificare l’oro nella lingua dei Galli e cita nuovamente il torrente Orb nelle Cevenne, in Francia, notoriamente aurifero, presso le cui sponde si trovava l’oppidum celtico di Ensérune, fiorente durante l’età del ferro. Anche in Dalmazia scorre il fiume Urbas su cui sono presenti tracce di antichi scavi aurei. E, come vedremo, il torrente Orba è un torrente aurifero.
Un’altra ipotesi fa derivare Orba da uro, il ruminante simile ai bovini ed ora estinto e bah che significava torrente in lingua germanica, lasciando intendere che la zona fosse popolata di uri[7].
Una tesi opposta, vuole invece che Olba derivi da “alb” o “alp”: che nella base linguistica mediterranea indica una località elevata, centro del culto e del pascolo comune di diverse tribù liguri. Anche oggi sulle Alpi e sull’Appennino tosco-emiliano il termine “alpe” non indica il “monte”, ma i pascoli più elevati dove i pastori provenienti da più parti portano in estate le loro greggi, cioè l’alpeggio.[8]
La stessa espressione “alba” sarà usata per designare le città dei popoli liguri: Album Intemelium, centro federale degli Intemelii (oggi Ventimiglia); Album Ingaunum, capitale degli Ingaunii (oggi Albenga); Alba Docilia (Albisola); Alba Pompeia (Alba in Piemonte).
Dalla stessa base “alb/alp” deriva il nome delle Alpi, del fiume Albula (il più antico nome del Tevere, che significa “fiume dei monti”), e del fiume Elba in Germania[9].
Alb come Pascolo o Urb come Oro? Olba od Orba? Sembra che dovremo tenerci questa curiosità, ma ormai il nome che ha prevalso è Orba, fissato sulla carta degli innumerevoli documenti ufficiali prodotti nell’ultimo secolo e ce lo teniamo così.
Ancora una curiosità: alcuni storici (Ludovico Antonio Muratori per tutti) hanno confuso l’Orba con un altro fiume[10] che scorre nella campagna Pollentina tra Asti e Pollenzo, che anticamente pare si chiamasse Urbs, sostenendo che a questo fiume e non al nostro Orba vada riferita la leggenda di Alarico[11] nel 402 d.C., ma personalmente non sono di questa opinione. In altri testi medioevali ci sono riferimenti ad una “Curte de Urba” che generalmente gli storici ritengono riferibili ad un borgo con chiesa intitolata a San Vigilio presso Roccagrimalda (“Rocha vallis Urbarum”)[12]. In un prossimo volume parlerò anche di questi testi, facendo le considerazioni opportune di volta in volta.
 
 
 
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Divagazioni
Nel testo sono presenti alcuni racconti o divagazioni che potrei definire “fuori tema”, ma sono comunque vicine alla valle. Dato che sono interessanti, arricchiscono e rendono più piacevole la storia, mi sarebbe dispiaciuto toglierli, per cui ho scelto di evidenziarli in modo diverso[13], così il lettore potrà riconoscerli e decidere se saltarli a piè pari oppure leggerli, magari tornando indietro in un secondo momento.
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La zona dell’alto bacino dell’Orba, dalle sorgenti alla pianura di Ovada, compresa tra i corsi dell’Erro e dello Stura, è una tipica valle appenninica del versante padano, delimitata da contrafforti digradanti verso la pianura con una direzione approssimativa sud-nord. Pur avendo altitudini limitate fra 300 e 1100 metri s.l.m., la sua orografia è tutt’altro che collinare: la valle è scoscesa e poche sono le zone a carattere digradante; c’è una sola pianura ed i torrenti che alimentano l’Orba hanno corsi stretti e incassati.
La sua caratteristica più importante è di essere chiusa a sud dalla catena appenninica che, con la sua notevole altitudine (1000-1200 metri s.l.m.) presenta caratteri certamente alpestri ma si affaccia a pochi chilometri dal mare. Altra importante caratteristica del crinale appenninico è la presenza di rocce ofiolitiche che determinano una geologia del tutto particolare (denominata “Gruppo di Voltri”) causa di un’improduttività del terreno del crinale stesso, dominato quindi dalla vegetazione bassa ed estese aree prative. Il resto della valle invece è a predominio dei boschi ad alto fusto, misti di quercia, carpino, acero, olmo, nocciolo, ed erica con infiltrazioni di faggio. Questa enorme foresta era detta anticamente la Selva dell’Orba e dal crinale appenninico arrivava fino alla bassa valle, all’ovadese. Due altre grandi foreste la affiancavano: la foresta della Deiva sopra la valle dell’Erro, e la foresta Sommariva estesa fra la valle Stura e la val Polcevera. Ancora oggi il bosco ricopre quasi completamente la valle ma la sua distribuzione è interrotta dai paesi, dai pochi campi coltivati, dalle case sparse, ognuna circondata da prati, dalle numerose strade. Altre zone poi sono ricoperte da una macchia bassa e frammentata: sono le zone in cui la foresta primordiale è stata distrutta nel corso degli ultimi secoli per soddisfare il bisogno di legname.
Per le sue caratteristiche morfologiche il bacino dell’Orba non si prestava ad una facile colonizzazione né in tempi preistorici, né in seguito. Però l’orientamento nord-sud della valle, in corrispondenza del più breve percorso possibile fra la pianura Padana (zona di Ovada-Alessandria) e il mar Ligure (Voltri-Arenzano), ha determinato la sua importanza come via di transito fra la pianura ed il mare fin dai tempi preistorici e ancora in epoche più recenti, perché le altre vie concorrenti (la Valle Stura, la Valpolcevera, la via dei Giovi) pur essendo più agevoli da percorrere erano significativamente più lunghe ed avevano altre caratteristiche negative.
Il bosco resta comunque la caratteristica principale della valle. Lo sfruttamento intensivo da parte degli uomini nei secoli passati ha cambiato il suo aspetto; gli alberi di alto fusto sopravvivono solo in poche zone risparmiate dai periodici tagli boschivi. Il castagno, portato dall’uomo, si è diffuso ovunque alle quote basse e convive con i roveri ed i pini. Più in alto, oltre gli 800 metri di quota, prendono il sopravvento i faggi, sempre in compagnia dei pini, ma avvicinandosi ai crinali la vegetazione diventa rada e talvolta stentata come se il vento perenne e il suolo avaro ne rendessero difficile la sopravvivenza. Lungo le strade si è ormai diffusa l’acacia (robinia pseudoacacia), piantata per consolidare il terreno degli sterramenti quando furono costruite le strade stesse. I tigli sono presenza antica e hanno addirittura dato il nome al paese di Tiglieto.
In antico lepri, cinghiali, cervidi, lupi, orsi scoiattoli, uccelli rapaci e serpenti abitavano la selva. Dopo un lungo periodo fra gli anni sessanta e novanta del 1900 in cui caccia e antropizzazione selvaggia hanno pressoché desertificato la valle, attualmente sono apparsi nuovi abitanti del bosco: i cinghiali che hanno fatto la gioia dei cacciatori e, concentrando su di loro l’avidità dei cacciatori stessi, hanno distratto l’attenzione dagli altri piccoli animali come volpi, ghiri, scoiattoli e tassi. Recentemente si sono diffusi anche i caprioli, che infestano la valle poiché non sono cacciabili, ed i loro unici antagonisti (ultimi arrivati) sono i lupi che, secondo le ultime notizie, si sono stabiliti fra il Beigua e il Dente.
 

[1] La carta dell’Istituto Geografico Militare della zona di Urbe è il Foglio 82, zona 32 T, con titolo “Olba” nel 1901 e “Urbe” nel 1930. La mappa è stata rilevata nel 1901 ed aggiornata nel 1923, 1930 e 1933 e riporta la situazione precedente alle grandi trasformazioni moderne (strade e case negli anni 1930-1970).
[2] Pesce, Merlo – L’idea di un Paese, Tiglieto, pag. 10; poi M. Pesce, “I boscaioli della valle d’Orba” articolo pubblicato su “Il Foglio”, 1986 n. I. Infine ritroviamo il termine “Lorbaschi” in una relazione manoscritta degli anni immediatamente successivi al conflitto 1745-48 redatta da un anonimo rossiglionese “Historia compendiosa delle guerre presenti …etc.” riportato in URBS numeri 3, 7, 9 del 1990, in particolare nel numero di settembre a pag. 81
[3] Don Pietro Barello – Tiglieto e la sua Badia – a cura della signora Mina Barello ved. Thea
[4] Don Enrico Principe - Alta val d’Orba e Sassello – Memorie storiche Leggende, Ricordi e Curiosità – in due volumi: Prima Parte e Seconda Parte - Grifl - Rocchetta Cairo 2001
[5] Il professor Goffredo Casalis, “dottore di belle lettere” pubblicò nel 1842 un’opera intitolata “Dizionario Storico – Statistico – Commerciale degli stati di S.M. il Re di Sardegna “ in cui raccolse la descrizione e la storia di tutti i borghi degni di nota del Regno di Sardegna avvalendosi dell’aiuto di studiosi locali.
[6] Giuseppe Pipino, geologo ed esperto giacimentologo in campo internazionale, autore di diverse pubblicazioni sia a carattere geologico che mineralogico e storico sulla valle dell’Orba, e mantiene un sito Internet www.minieredoro.it/pipino.htm.
[7] L’ipotesi è riportata da don Pompeo Ravera, responsabile dell’Archivio della Curia vescovile di Acqui, autore di una breve storia dell’Orba, dattiloscritto senza data conservato nell’Archivio storico della Diocesi di Acqui.
[8] Lanfranco Sanna, Guerre romano-liguri - 238 a.C. – 14 a.C. da www.arsmilitaris.org
[9] L. Sanna, Guerre romano-liguri - 238 a.C. - 14 a.C., cit.
[10] Philipp Clüver (Cluverio): “Urbe iste fluvius inter Pollentiam et Astam, quae nomen servat, exortus apud istam Astam in laevam Tanari ripam defluit, vulgari etiam nunc vocabulo Orba dictus….. adparet ex hac narratione (Pauli Diaconi) silvam quoque Urbem cum fluvio cognomine apud Tanarum amnem fuisse. Atque equidem credo fontem fluvii effudisse silvam in Pollentino tractu” [Italia Antiqua – 1624 - Tomo I, pag 86]
[11] Alarico, durante la sua scorreria in Italia, credette di aver trovato Roma perché nell’alessandrino alcuni abitanti gli dissero che a sud c’era l’Urbs, ma si trattava del fiume e non della città di Roma. L’episodio sarà descritto in un prossimo libro.
[12] Dal manoscritto di don Pompeo Ravera
[13]  Il simbolo che identifica questi racconti è il Triskel, simbolo celtico. Probabilmente è la rappresentazione dei movimenti del sole. Altre interpretazioni sono: i tre movimenti del sole, alba, zenith e tramonto; la divisione del tempo in presente, passato e futuro; i tre elementi principali celtici, acqua, fuoco e terra; la divisione della società in guerrieri, sacerdoti e lavoratori. 
Il presente libro inizia una serie di tre volumi sulla storia dell'Alta Valle dell'Orba. Questo volume tratta della Preistoria e dell'Epoca Romana. 
Per l'epoca preistorica sono descritte le tracce che gli antichi abitatori della valle ci hanno lasciato sotto forma di pietre incise, ormai largamente pubblicizzate grazie al Geopark del Beigua, i manufatti litici (asce, raschietti, punte di freccia) assai meno conosciute e infine alcuni manufatti che potrebbero avere origini assai remote.
Il quadro è completato da una presentazione degli antichi abitatori della valle, i Liguri. 
L'Età Romana racconta dello scontro fra i Liguri e i Romani, fino alla conquista e all'integrazione nell'Impero. Questa seconda parte, pur evidenziando i fatti più vicini all'Orba, è assai meno locale, causa la quasi totale assenza di tracce e documenti. 

 

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