Alessandra Giordano
Frammenti in fiore

Titolo Frammenti in fiore
Adolescenza: l’età dell’ombra
Autore Alessandra Giordano
Genere Narrativa      
Pubblicata il 10/09/2017
Visite 1783
Punteggio Lettori 127
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Il libro si libera  N.  172
ISBN 9788893390712
Pagine 160
Note Copertina di Matteo Anselmo
Prezzo Libro 13,00 € PayPal

Versione Ebook

ISBN EBook 9788893390729
Prezzo eBook 4,99 €
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Odette ha quindici anni e viaggia nella storia: conosce il volto umano di Pericle e il lato disumano di Cicerone ma ciò che più teme sono le pulsioni che le suggerisce il suo corpo; così il suo strano potere frana al primo bacio come al primo bacio è crollato il mondo di Maddalena che non ha saputo scegliere.
Se la prima desidera ardentemente crescere e abbandonare la maschera della figlia-modello, la seconda ripercorre la sua adolescenza e analizza le scelte che l’hanno condotta a una condanna.
Infine Tiziana, assistente sociale che, mentre condanna Maddalena, non si accorge della delicata situazione di Shaula, una ragazza che affida la sua vita alle pagine di un diario.
Voci che danno vita a un romanzo corale i cui temi conducono necessariamente a una riflessione sui rischi dell’adolescenza e le conseguenze di questi sull’età adulta.      
 
Era seduta sul letto, i muscoli affaticati e seri; il piede sinistro puntato sul pavimento rivelava forme forti ma non ancora mature. Per un istante si vide assorta e bella; poi lo specchio le mostrò i libri, sparsi sul letto. Sfilò la scarpetta e ripose il bastone argentato, civettuolo, severo: non doveva sbagliare i rolls nel freestyle, né avere quell’espressione troppo intenta di chi è concentrata a contare i passi perché ha timore di sbagliare davanti ai giudici. Doveva lasciarsi andare nella musica e liberarsi di quella timidezza che si frapponeva tra lei e la vita; la musica, una conquista nel twirling, troppo legato nei primi anni alla tecnica pura, quasi consistesse nella mera esecuzione di una serie di passi rituali allo scopo di compiacere la giuria. Era stata anche una piccola danzatrice in passato ma poi era rimasta affascinata da quel bastoncino argentato che aveva visto a una delle tante Feste dell’Unità cui la portavano i suoi: aveva sette anni e seppe che quello sarebbe stato lo sport della sua vita. Sciolse lo chignon e i capelli le piovvero sul viso, seducenti e aggraziati come alghe di ninfa marina; vide di sfuggita nello specchio l’immagine della giovane Teti dai capelli verde-azzurro e con gli occhi dello stesso colore: Teti e Maria, due donne condannate a perdere i figli, a detestare e nel contempo attendere il passare infinito dei giorni, condannate a non poter agire, a non poter cambiare in alcun modo quell’atroce destino.
Ebbe paura di perdersi: aveva il dono sgradito di viaggiare da una dimensione all’altra del tempo o, come ritenevano le insegnanti, una fantasia prodigiosa e, a tratti, preoccupante. Solo l’esercizio costante e una disciplina ferrea riuscivano a tenerla ancorata alla realtà.
Odette riuscì a non essere inghiottita da quei pensieri e a percepire un concreto mondo circostante, esistente, quello che tutti potevano vedere e che lei stessa trovava tranquillizzante in quanto tangibile.
Decise che il momento per la doccia non era ancora arrivato, voleva sentirsi vera; di nuovo le scarpette, di nuovo il bastone ma senza lanci rischiosi per non colpire il lampadario. Si truccò e indossò un vecchio costume da odalisca che aveva recuperato nel baule di nonna Marcella, un regalo dell’uomo che aveva amato segretamente e che aveva gelosamente chiuso in quel baule corsaro.
Quanto le mancava quella nonna, viva nel corpo ma uccisa dal morbo di Alzheimer, l’unica che aveva compreso come la nipote potesse viaggiare nel tempo e nella storia.
«Attenzione però», le aveva rivelato, «viaggerai nella storia fino a che non ne avrai una tua: solo gli animi vergini e confusi viaggiano nel tempo alla ricerca di se stessi.».
«In che senso, nonna? Tu credi nella reincarnazione?».
«No. Io credo in Nostro Signore Santissimo ma credo anche nella memoria del tempo.».
«E che cos’è?».
«In te vivono gli occhi e la pelle dei tuoi genitori e dei tuoi nonni, dei miei nonni, dei nonni dei miei nonni e dei nonni dei nonni di tuo nonno ma… ».
«Ma?».
«Anche tutti i loro ricordi, le loro piccole battaglie, i loro mai risolti sensi di colpa.».
Lo aveva detto guardando lontano, con quegli occhi troppo ricchi di eye-liner e di ombretto per appartenere a una nonna; eppure quegli occhi erano vivi su quelle rughe da indiano saggio: sua nonna, lo sciamano che la aiutava a vedere. Era stata infermiera nella sua vita e aveva assistito molti pazienti in coma; osservandoli aveva capito ciò che sfuggiva ai luminari: l’altra dimensione altro non è che una memoria genetica, un passato che in qualche modo siamo condannati a rivivere senza riuscir mai a risolverlo completamente.
Odette accese lo stereo: solo se stessa a giocare con la musica davanti allo specchio.
Ora non eseguiva, danzava: ora c’era.
Si gettò esausta sul materasso e sfilò il corpetto: le sue mani indugiarono un attimo di più sul suo stesso corpo e sentì il calore, l’odore della pelle.
Si accarezzò il seno piccolo e sodo, la schiena - come quando, immaginando un ragazzo, ballava lenti romantici con se stessa - e scese curiosa, e indecente esplorò poiché mamma non era in casa.
Ella lasciò ogni iniziativa al suo corpo affamato d’amore senza capire cosa accadesse, senza domandarselo neppure.
Si succhiò l’indice e lo condusse laddove giace il buio e chiuse gli occhi immersa nelle tenebre di sé. Lo sentiva bene adesso quel ritmo di danza che diveniva più frenetico, finché esplose in acqua di luce e rossore: piacere, vergogna.
Si sentiva navigare nel sale e il cuore batteva veloce; si gettò nella doccia sconvolta, volendo mondare quel sé conosciuto: si sentiva diversa, inquieta, sporca, lasciva e, quel che era peggio, non poteva parlarne con nessuno.
Nessuno avrebbe dovuto sapere che le sue mani erano impure come quelle di Lady Macbeth.
 
 
 
 
Genova: anno 2000
Leila le odia. E odia la mensa.
Le professoresse, immerse nei loro discorsi, non immaginano neppure quanto stia accadendo; ecco l’unica spiegazione che le può scagionare!
Si sente braccata e non può scappare.
Se fosse stata meno timida e più sicura di sé sarebbe andata al tavolo con i maschi ma non ne ha la forza; i legami tra maschi sono solari, i rapporti tra femmine attingono alla luna: Ecate triforme e la bellezza delle tenebre. Leila va male a scuola ma legge molto; per fortuna c’è una biblioteca nel quartiere che per fortuna è poco frequentata: anime inquiete come la sua tra abusivismo, amianto, cemento. La mamma di Leila sa leggere; la mamma di Leila da bimba in un tempo lontano fu principessa in una foto sepolta in un vecchio cassetto.
Pensare fa male: la realtà ti prende a schiaffi se pensi!
A dispetto del suo nome, Leila sa di essere considerata bruttina; glielo fanno notare in ogni momento e capisce che le sue compagne sono belle, alla moda, brave a scuola pur non sapendo nulla.
Il nulla sono gli omogeneizzati di sapere sui manuali, il nulla sono i pappagalli che sorridono sentendosi civette.
Ambarabaccicci cocò/ tre civette al tavolò/ che strappavano il suo cuore/ a brandelli e con furore
Pensare fa male come un bimbo che canta da solo una ninna nanna.
Lei a scuola non è brava: non lo è perché ogni volta che apre bocca la prendono in giro, davanti ai maschi, davanti ad Andrea.
È prigioniera di ghiaccio che non si scioglie, non sa urlare e, se non urli, muori.
Andrea le piaceva un po' perché era diverso dagli altri: non giocava a calcio, non era il suo forte, ma quando avevano osato prenderlo in giro - quelli che si sentivano fighi - li aveva pestati tutti e quattro; si era preso una nota e quelli avevano iniziato a rispettarlo. Era forte e bello Andrea: amava i pattini, il nuoto, la bicicletta e i Lego; andava bene a scuola e piaceva un po' a tutte, anche se queste non lo davano a vedere perché non giocava a calcio. Era uno un po' fuori dal branco ma il branco teneva al suo parere e lui sapeva che il parere del branco era utile per andare avanti: Andrea lo aveva detto una volta e a Leila pareva di volare perché parlava con lui, sotto la pioggia mentre il mare era nero ed il vento soffiava.
Si trovavano in giro con la Scuola della Pace e Andrea pareva un altro o forse, semplicemente, buttava via una maschera per indossarne una diversa. Ne era convinta: tutti indossavano una maschera e spesso, dietro la maschera, c'erano lunotti rotti come quelli frammentati dei motorini bruciati sotto il ponte, come le bottiglie di birra a pezzi vicino ai materassi dei tossici vicino alle cantine.
Glielo aveva detto: in un gruppo ti devi inserire o devi essere inserito e devi solo sperare che i genitori dei tuoi non facciano casino con quelli degli altri, sennò è la morte sociale.
Andrea era uno saggio eppure la madre lo mandava al massimo in parrocchia o al centro pomeridiano: non era un ragazzo di strada ma la strada la conosceva. Del resto, la conoscevano tutti la strada lì in quartiere e tutti sapevano i fatti di tutti ma nessuno parlava, mai.
Ora, in mensa, Andrea si era seduto vicino a lei, o meglio, vicino a Marta che si trovava al suo tavolo; i due parlavano del progetto e-twinning, si divertivano a chattare in inglese, con l'aiuto della professoressa, con i compagni di Granada. La docente aveva raccontato loro che quella città, un tempo, era stata sede di un califfato ma quando le corone di Castiglia e d'Aragona si erano unificate il califfo era stato mandato via, assieme ai moriscos e agli ebrei, e Granada era tornata cristiana.
Leila sapeva tutto di Granada perché era stata l'inizio della fine.
La bambina impallidì quando vide sedersi lì, oltre a Marta ed Andrea, Aurora, Loretta e Alessandra. Indossavano tutte la minigonna di jeans, scarpe da ginnastica e magliette allegre; Loretta, che era molto orgogliosa del proprio sedere, portava una maglietta corta che poggiava sopra un body nero (o forse era una canottierina?) e i capelli rossi e ricci incorniciavano un visino invidiabile.
Alessandra e Aurora erano due biondine piuttosto scialbe che piacevano molto ai maschi: Alessandra sperimentava atteggiamenti da gatta morta, Aurora invece era una bulletta prepotente.
Nonostante la presenza di Andrea, se avesse potuto Leila sarebbe fuggita ma non c'erano più posti liberi.
Fu proprio Aurora a cominciare:
«È stato molto interessante il tuo intervento su Isabella di Castiglia; come mai questo interesse per la Spagna?».
Leila si sentì gelare: sapeva che sapevano.
«Sembrerebbe quasi che tu sia stata in Spagna», aggiunse Alessandra, «ora che mi ricordo...i miei mi hanno detto che...hai un caravan, no?».
Con lo stomaco stretto Leila rispose che no, non aveva alcun caravan. Allora Loretta, mangiucchiando una forchettata di lasagne, aggiunse, per provocarla:
«Non può avere un caravan, è tanto povera! Vedete che sua mamma non ha neanche la lavatrice? Per questo puzzi di umido e muffa?».
Intervenne Marta, gli occhi neri e il volto pulito:
«Perché continuate a prenderla in giro?».
Marta: ciò che Leila avrebbe voluto essere.
Fu Aurora a rispondere, sbattendo ciglia color miele:
«Non la sto prendendo in giro! Constato un'evidente verità: Leila puzza, vero Andrea?».
Andrea sapeva che, per qualche misterioso motivo, sua madre Alba, insegnante alle medie, teneva a Marica, Leila, Salvo, Eva e Nikolas; nel contempo non poteva difendere Leila altrimenti avrebbero preso in giro pure lui, insinuando che l'amava. Perciò si limitò a dire:
«Io non sento alcuna puzza e comunque non rompetemi le palle.».
Shaula, di uguale condizione ma di diversa famiglia, osservò la scena da lontano, senza capire, intuendo soltanto: vorrebbe urlare a quelle sgualdrine di lasciare Leila ma non può, il quartiere ha deciso che quelle due famiglie si devono odiare. Gli occhi di Shaula si velano, scrive parole sulle braccia e di nascosto: in classe le avrebbe riportate sul suo diario segreto, quello che suo padre non avrebbe mai trovato e quello che lei avrebbe lasciato nuovamente al caso, a un ragazzo con gli occhi di un altro quartiere.
Loretta continuò:
«Forse tuo padre è stato in Spagna in cerca di qualche ballerina di flamenco… olé!», fece vezzosamente con le mani.
Caspita se era bella, pensò Andrea, ma quanto era stupida!
Leila le lanciò il bicchiere con l'acqua addosso e replicò:
«Olà!».
Aurora intervenne pronta:
« Sei proprio una figlia di puttana.».
«Sei mia cugina e te la prendi con me!».
«Tua madre l'ha rotta questa parentela!».
Era incredibile come sussurrassero, senza strepito, non come quando litigano i maschi; per questo erano difficili da beccare, le bulle.
Alessandra aggiunse, in difesa dell’amica:
«Sì, certo; ci ha messo poco a rifarsi una vita… o forse tuo “zio” la paga? Però non ti paga il sapone perché ci hai un odore… ».
Leila, quasi sussurrando tra sé, ribadì:
«Che ne sai tu, di quello che mi vivo io?».
Non sanno niente, pensa Shaula, non conoscono liti intrise di pianto e di fumo; non conoscono botte che uccidono l’animo. Mio fratello che ha fame e non cresce e che piange ossessivo di notte; non conoscono nulla, Leila, non sanno il dolore che strappa la pelle e la paura di notti infinite in attesa dell’alba.
Aurora continuava e Loretta la sosteneva: traevano forza dalla forza dell’altra; rivolgendosi ad Andrea disse:
«Chiedigli che lavoro fa suo padre! Ci hai fatto caso che non lo dice?».
«Si dice “chiedile”. E comunque… il tuo cosa fa?». rispose quello.
Loretta trasalì, eppure non aveva nulla da nascondere:
«Già, mio padre lavora al supermercato. Tuo padre fa il disoccupato?».
Alessandra intervenne acida:
«Perché non lo vediamo mai a tuo padre?».
Andrea era disgustato: serpi ignoranti e belle che uccidevano un topo tra spire violente.
I loro padri… semplicemente non erano ancora stati beccati!
«Lo mantiene tua madre?», chiese Loretta sarcastica.
«Ora avete rotto» intervenne Marta «se dite un’altra parola chiamo la prof.!».
Aurora rise di gusto:
«Ma Marta! La prof. è indaffarata con i maschi! Non lo hai ancora capito? Qui comando io!».
Quindi Loretta riprese:
«Ma ti danno da bere vino di mattina che sei così ciccia e hai quell’alito?».
«No, puzza perché ha solo quel vestito. L’hai preso da Sant’Egidio, immagino.».
Andrea a questo punto, sazio e disgustato, le guardò:
«Qui c’è puzza di stronze, se non foste femmine sarei già intervenuto.».
Aurora lo guardò sfidandolo:
«Impara a giocare a calcio! Poi parla.».
Andrea si alzò a pugni stretti:
«E tu impara l’italiano perché sbagli a ruota libera pronomi e complementi oltre che sparare un mare di stronzate. A calcio ci gioco, di tanto in tanto; la differenza è che non faccio solo quello… come i tuoi amici.».
«Senti come si fa il fiero lui che è figlio di una prof.!».
«Sempre meglio che essere un figlio di puttana, Aurora! Di una puttana che ha cominciato a farti fare piercing a sette anni!».
«Tu… ami Leila!».
Lo disse con gli occhi infranti e bassi, spingendo Andrea con rabbia.
E Loretta e Alessandra, in coro e forte:
«Andrea ama Leila! Andrea ama Leila!».
Andrea si alzò imbufalito e silenzioso.
Non amava Leila, gli piaceva però Marìca che guardava i ragazzi più grandi.
Alto e ostentando sicurezza uscì dalla mensa: non ne poteva più di stare lì. A casa, con sua madre, avrebbe trovato il giusto punto di vista, una motivazione sensata su quanto aveva sentito, a casa forse.
Eppure anche sua madre, ultimamente, pareva in preda a una furia disperata; fino all’anno prima si era ritenuto figlio di una mamma perfetta ma con l’approdo alle medie si era accorto delle crepe degli adulti e sentiva il bisogno di distaccarsene e di vivere vere esperienze, poiché quelle narrate dai suoi genitori o lette sui libri non gli bastavano più.
Odette ha quindici anni e viaggia nella storia: conosce il volto umano di Pericle e il lato disumano di Cicerone ma ciò che più teme sono le pulsioni che le suggerisce il suo corpo; così il suo strano potere frana al primo bacio come al primo bacio è crollato il mondo di Maddalena che non ha saputo scegliere.
Se la prima desidera ardentemente crescere e abbandonare la maschera della figlia-modello, la seconda ripercorre la sua adolescenza e analizza le scelte che l’hanno condotta a una condanna.
Infine Tiziana, assistente sociale che, mentre condanna Maddalena, non si accorge della delicata situazione di Shaula, una ragazza che affida la sua vita alle pagine di un diario.
Voci che danno vita a un romanzo corale i cui temi conducono necessariamente a una riflessione sui rischi dell’adolescenza e le conseguenze di questi sull’età adulta.      

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