Angelo Poggio
Una strana vacanza

Titolo Una strana vacanza
Autore Angelo Poggio
Genere Narrativa - adolescenza      
Pubblicata il 10/09/2017
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Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Spazioautori  N.  3687
ISBN 9788893390699
Pagine 124
Prezzo Libro 10,00 € PayPal

Versione Ebook

ISBN EBook 9788893390613
Prezzo eBook 4,99 €
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Fui vaccinato, mi ammalai per errore, fondai un complesso rock e mi innamorai, partii da Genova e soggiornai nei Sanatori di Sondalo in Valtellina per “Una strana vacanza”.
Quando diventa maturo, l’uomo vede agire in sé adolescente come persona altra. Sembra voler sottolineare questo la scelta stilistica di Poggio che affida la prima parte del romanzo a un narratore esterno, la seconda all’io narrante del protagonista. “Una strana vacanza” nasce come racconto di un’esperienza drammatica, quella del sanatorio. Di fatto però il significato del romanzo è un altro e la TBC diviene una patologia meno grave dell’adolescenza il cui superamento coincide necessariamente con la guarigione piena.
Alessandra Giordano
Sono trascorsi ormai molti anni e gli autunni a Genova si assomigliano tutti: pioggia e terrore che questa non cessi.
L’atavica conoscenza della paura porta le orecchie ad ascoltare i notiziari:
 “I fiumi hanno rotto gli argini?”
“Ci sono danni?”
“C’è morte?”
La coralità della catastrofe porta a scrutare le nubi, a raccontare, a raccontarsi.
A sapere se i “soliti” fiumi hanno rotto gli argini.
In quel groviglio di tensione e speranza, c’era chi, in un autunno di quarant’anni fa, con la testa appoggiata ai vetri gocciolanti della finestra di una camera, disegnava col fiato strane forme incomprensibili che poi scomparivano, spente dalla stessa alitata che aveva dato loro illusione di vita.
È difficile assuefarsi alla noia e alla solitudine a cui ti costringe una malattia, specie se gli anni vissuti sono pochi, specie se, guardando dalla finestra, i visi dei passanti si rivelano sereni, rilassati, contenti di vivere nella ignara apatia che nasconde le emozioni e coinvolge perché tutto procede bene.
Sentirsi distanti ed esclusi dalla quotidianità, osservarla e desiderarla fa male.
Sarà forse il senso di freddo alla fronte compressa nel gelido vetro che permette ai pensieri di concentrarsi tutti accumulati nella testa e, come a chi viene sfiorato dalla morte, sentire il cervello aprirsi come una scatola e vomitare tutto. E quel “tutto” è talmente scompigliato che sarebbe impossibile raccoglierne pezzo per pezzo e cercare di ricomporlo.
Si decide allora di lasciar perdere e di mandare a puttane qualsiasi riflessione ed emozione..
Era Emanuele, quel giorno, ad avere la fronte pressata contro il vetro di una finestra.
Ed erano proprio i suoi pensieri che si accatastavano l’uno sull’altro come quelli descritti.
Non era una sofferenza fisica la sua.
Non percepiva alcun dolore: solo stanchezza, tanta stanchezza e troppa noia.
Non sarebbe stato in grado di distinguere dove finisse la prima ed iniziasse la seconda.
Era un continuo e assillante via vai tra la stanza da letto e la cucina, tra la cucina, la sala e il mesto ritorno al letto.
La finestra era quella della sua camera in un appartamento al quarto piano di un palazzone dal colore indefinito. Una costruzione datata anni Sessanta che contrastava, per alcune innovazioni, quali il portone di vetro e l’ascensore, con gli altri stabili del rione.
La casa, vista dall’esterno, presentava un malcelato disordine in quanto i cavi delle antenne delle televisioni penzolavano numerosi dal tetto e, come tentacoli, si insinuavano tramite pertugi occasionali nelle finestre delle stanze dove, ormai da tempo, tutte le famiglie possedevano l’apparecchio in bianco e nero.
Dai panni stesi ai balconi si intuiva facilmente che le condizioni degli abitanti erano tutt’altro che floride, e le poche auto parcheggiate ai bordi delle carreggiate confermavano l’estrazione operaia delle famiglie.
Il panorama che offrivano le finestre era perfettamente adeguato alla tristezza delle case: un polveroso viale a levante e la rumorosa ferrovia a ponente.
I vetri dove apparivano e scomparivano le informi figure create dall’alito di Emanuele si affacciavano sul viale che, in quel giorno piovoso di ottobre, contribuiva a rendere quei rami spogli simili a dita rinsecchite e sudate quasi a voler rappresentare le mani della vecchiaia.
La televisione a quell’ora del pomeriggio era spenta.
E spenti erano anche i pensieri di Emanuele.
La colonna sonora di quelle tediose e interminabili ore era senza dubbio la canzone di qualche cantautore di cui il ragazzo riusciva a riprodurne fedelmente testo e musica poiché sapeva suonare e cantare discretamente nonostante fosse un autodidatta.
Quel giorno neppure le poetiche parole sembravano non coinvolgere l’ascoltatore.
Alle quattro del pomeriggio era necessario accendere la luce se si aveva voglia di leggere qualcosa ma le pagine dei libri scorrevano tra le dita di Emanuele senza attraversare la sua testa e fermarsi.
Eppure erano buoni libri.
Scopriva per la prima volta “Il Vecchio e il Mare” e giocava a confrontare la sua solitudine con quella del vecchio Santiago.
La mesta atmosfera pomeridiana fu interrotta dalla solita voce che, con la precisione di un orologio svizzero, formulava la stessa domanda da parecchi giorni:
«Hai misurato la febbre?»
E anche la risposta era scontata:
«Sì, solito.»
L’espressione della povera Piera non cambiò di molto.
Attendeva ormai quella risposta con rassegnazione.
Piera aveva circa cinquant’anni; madre e figlio si somigliavano parecchio: entrambi molto magri, di fisionomia identica eccetto la smisurata altezza di Emanuele che, a diciotto anni, raggiungeva il metro e novanta di altezza. Il suo fisico molto asciutto, faceva sporgere le ossa scapolari e le clavicole quasi da far impressione.
Piera era la classica casalinga.
Piuttosto taciturna ma molto energica, non aveva particolari rapporti di amicizia con le altre massaie, e arrivava al punto di infastidirsi quando le vedeva, assiepate in piccoli gruppi, ciarlare in continuazione per ore e ore e non era assolutamente in grado di immaginare quale potesse essere l’argomento che le teneva impegnate tutto quel tempo.
Alla donna non interessavano i casi altrui e mai avrebbe raccontato i propri con tanta dovizia di particolari.
 

Erano ormai parecchi giorni che, immancabilmente, con una chirurgica e spietata monotonia, una fastidiosa febbriciattola non voleva cessare di torturare Emanuele.
Il medico diagnosticava il normale strascico di una malcurata influenza e assicurava il ragazzo e la famiglia dicendo che, col tempo, tutto si sarebbe risolto e che quella dannata febbre, così com’era arrivata, sarebbe scomparsa.
Ma i giorni trascorrevano tutti uguali.
Emanuele fu costretto a rinunciare alla scuola.
Avrebbe frequentato l’ultimo anno di un Istituto Tecnico Commerciale.
Una mattina, quasi a voler sfidare il destino, si era preparato di tutto punto, aveva disposto ordinatamente il diario e alcuni quaderni in una borsa di tipo militare ma, al momento di indossare l’impermeabile, aveva rinunciato e, sconsolato, si era ricacciato sul letto sfatto trattenendo a stento le lacrime e imprecando contro la sorte e contro la povera madre che assisteva impotente alla scena.
«Non ti abbattere.»
Diceva Piera in tono consolatorio.
«Ma per quanto tempo durerà ancora questo tormento? Che cazzo ho mai fatto nella mia vita per essere così sfigato? Neppure chiedessi di andare a divertirmi! Mi basterebbe solo andare a scuola come tutti gli altri! Hai capito? Andare in quella cazzo di scuola!»
Emanuele a questo punto non poté più trattenere un pianto feroce.
Poi la finta quiete del leone in gabbia, dovuta più a stanchezza che a convinzione. E questa calma lo portava ad analizzare ancor meglio la sua attuale e triste condizione di malato.
Quanto sarebbe ancora durato quello schifoso stato?
Guardandosi allo specchio si rendeva conto lui stesso di non avere il fisico di coloro che “scoppiano di salute”, quella magrezza era senza dubbio causa della predisposizione alle malattie.
Ogni indumento che indossava era sempre troppo largo e troppo corto.
Anche durante l’estate si era dovuto schermire di fronte agli sfottò degli amici.
Di ragazze non se ne parlava affatto.
Quando incontrava qualcuno che non vedeva da tempo cambiava strada quasi a voler nascondere la sua allampanata figura e soprattutto evitare di sentirsi ripetere sino alla nausea:
«Ma come! Sei cresciuto ancora?»
«Ehi, che tempo fa lassù?»
E ancora:
«Ma cosa ci ha messo tuo padre per farti così lungo?»
Queste e altre idiozie, purtroppo, pesavano su Emanuele come un macigno, e giorno dopo giorno aumentavano la sua repulsione per la gente.
Si sentiva trascinato in un complesso mentale che riusciva a scrollarsi di dosso soltanto con la solitudine.
Non si rendeva conto che non vi era nulla di cui vergognarsi e, al contrario, avrebbero dovuto farlo tutti gli idioti che lo canzonavano e schernivano.
Per un adolescente il giudizio della gente avrebbe senza dubbio gravato sulla formazione psichica sia in positivo che in negativo, ma questi “maledetti altri” non si rendevano conto della crudeltà con cui stavano distruggendo il carattere di Emanuele.
Trascorsi un paio di giorni dal fallito tentativo di iniziare la scuola, Piera entrò con fare piuttosto risoluto nella camera del figlio ancora immersa nella penombra dicendo di aver parlato col medico e di aver deciso di sottoporre Emanuele a una radiografia al torace:
«Quindi domani mattina prendiamo un taxi e andiamo al dispensario a fare i raggi.»
Dispensario.
La parola risultava nuova al malato ma non ci fece caso e continuò a dormire voltandosi dall’altra parte col volto rivolto verso il muro.
Giacomo, il padre di Emanuele, nonostante avesse superato il mezzo secolo non aveva la patente.
Alla fine degli anni Sessanta non tutti avevano approfittato del boom economico e, soprattutto nei quartieri più popolari, le vetture in circolazione erano poche.
Lo stesso carattere di Giacomo e le sue idee non molto conformi al dilagare del progresso lo avevano fatto desistere nonostante Piera sarebbe stata felice di poter concedersi qualche viaggio col marito.
D'altronde l’uomo era un reduce della ritirata di Russia, salvato da una famiglia di contadini sovietici. Giacomo era comunista dentro, nessuno avrebbe potuto cambiarlo.
E fu per questa ragione che la mattina seguente, l’undici ottobre del millenovecentosettantadue, madre e figlio salirono, forse per la prima volta insieme, su una vecchia vettura gialla destinazione centro città.
Probabilmente anche l’autista si rese conto delle precarie condizioni di salute di Emanuele in quanto, nonostante la giornata fosse piuttosto umida ma non fredda, notò con stupore che il suo abbigliamento era forse più adatto ad un’escursione in alta montagna.
Essendo malato ed avendo trascorso molti giorni in casa, Emanuele non si curava minimamente del suo aspetto.
Era subentrato in lui un disamore per la sua persona, probabilmente dovuto alla consapevolezza che il proprio stato, in ogni caso, avrebbe impressionato coloro che lo guardavano.
Questi erano i pensieri che accompagnavano Emanuele durante il breve tragitto in taxi.
In verità non era neppure particolarmente preoccupato: non vedeva l’ora di avere una risposta risolutiva alla sua insopportabile condizione.
L’auto si inerpicò per una stretta stradina e, dopo un paio di chilometri, si fermò in un polveroso cortile cintato da una rete di ferro arrugginito. Non appena sceso, a Emanuele apparve subito ben chiaro cosa fosse un dispensario. Sussultò un istante e provò una tremenda fitta al cuore quando lesse la parola che seguiva quella scritta: “antitubercolare”.
Fu pervaso da un immediato senso di vergogna che fece divampare il rossore sul suo volto pallido ormai da tempo.
Gli tornarono alla mente le rare occasioni in cui si era imbattuto nel termine “tubercolosi”.
Molti anni addietro, alle scuole elementari, si era sottoposto alla vaccinazione obbligatoria come tutti gli altri bambini.
Si ricordò inoltre di aver letto un piccolo cartello affisso al muro delle scale di un vecchio palazzo nel quale si vietava perentoriamente di sputare a terra per evitare il propagarsi della malattia.
Su quella targa era impressa una specie di croce a doppia traversa.
Infine rivisse in un attimo le storie narrate nei romanzi dell’Otto-cento nei quali erano presenti personaggi minati dalla tisi, il cui destino era segnato per sempre e raramente riuscivano a guarire.
Un nuovo senso di vertigine lo colpì e trattenne a stento un urlo che gli si spense in gola:
«Guido Gozzano!»
Il suo poeta preferito.
Quindi il misterioso “dispensario” si rivelò violentemente ed ogni dubbio fu sciolto.
Neppure le parole rassicuranti della madre proferite con malcelato imbarazzo, riuscirono a distogliere Emanuele dal baratro in cui il suo pensiero era ormai sprofondato.
«È strano come certi posti mantengano dei nomi assurdi, si usino dei termini antichi … non trovi?»
Il ragazzo non rispose.
Si voltò e vide l’auto gialla allontanarsi mentre un tremito lo percorse per tutta la sua altezza.
Non ricevendo risposta Piera affrettò l’incedere e precedette il figlio con passo svelto lungo un tetro corridoio che aveva la pretesa di essere piastrellato di bianco. Ma il bianco si era ingiallito e sporcato a tal punto da aumentare la sensazione di gelida angoscia che da alcuni minuti invadeva il corpo del malato.
Non meno gelido fu il tono di un’infermiera che fece accomodare i due in una anticamera su sedie di ferro e formica color vomito.
«Prego aspettate qua … Lei», disse rivolta a Emanuele, «eviti le correnti d’aria. Tra poco tornerò per farle alcune domande, intanto se vuole mettere un po’ di saliva in questa provetta …»
Il ragazzo guardò mezzo inebetito la madre che, mostrando un’insolita dimestichezza, gli spiegò che doveva sputare in quel piccolo barattolo di vetro.
Quindi giunse il momento della stratigrafia.
Emanuele fu condotto in una stanza fredda e buia, gli fu ordinato di spogliarsi dalla cinta in su e di appoggiare il torace ad un macchinario altrettanto gelido.
Udì una voce sbucare improvvisa dal buio:
«Trattenga il respiro! … Respiri.»
E questo gli venne ripetuto per una decina di volte e sempre dovendo cambiare la posizione seguendo gli ordini della misteriosa voce.
«Si rivesta e attenda fuori.»
Il peso della situazione iniziava a essere mal sopportato dal fisico indebolito del ragazzo.
L’attesa fu più lunga del previsto, e col trascorrere dei minuti l’ansia aumentava.
Un senso di rassegnazione accomunava madre e figlio: l’idea che più l’attesa si prolungava, più aumentava la possibilità che qualcosa di anomalo fosse accaduto.
Certamente nulla di buono.
Si spalancò la porta e la voce dell’infermiera, questa volta con tono quasi gentile, invitò Emanuele a rispogliarsi: si dovevano ripetere le lastre a causa, “probabilmente”, di un guasto alle apparecchiature.
Da quella menzogna trapelava un falso pietismo che scosse sia Emanuele che la povera madre la quale si sforzava sempre più per nascondere l’angoscia che la travolgeva.
L’istinto materno è straripante di spirito di sopravvivenza. Una forza di cui ignora la provenienza permette alla donna di affrontare qualsiasi situazione e di scavalcare ogni tipo di ostacolo le si ponga dinanzi.
Piera in quei momenti sembrava una tigre ferita che sfida ogni insidia per salvare il suo cucciolo.
L’immagine di quel volto scarno, tirato dalle angosce e segnato dalle emozioni, sarebbe ritornato spesso agli occhi di Emanuele e, pur rimanendo soltanto un ricordo di molti anni addietro, lo avrebbe riportato immancabilmente alla commozione.
 
 
I giorni che seguirono furono i più difficili.
L’attesa dei referti risultò snervante.
Era quasi impossibile far trascorrere le giornate e del tutto vano cercare di attraversare le lunghe notti.
Emanuele si paragonava a un carcerato in attesa del giudizio: colpevole o innocente?
Sano o malato?
Felice o disperato?
Vivo? Morto?
«E se fossi costretto a vivere da malato? E malato di che?»
Si domandava ad alta voce.
«Malato di tubercolosi, di tisi! Nel millenovecentosettanta! Bollato per tutta la vita … Vita brevissima del resto.
Molto meglio: più corta la vita, più breve la sofferenza.
E poi come dirlo alla gente? Non far trapelare nulla e fingere, fingere sempre, fingere con gli amici, fingere con le ragazze per poterle baciare e subito avvertire un senso di colpa?
Bere in bicchieri di plastica e subito incendiarli.
Ai tempi di Guido Gozzano esisteva la plastica?
Mimì, la “Signora delle camelie”! Eppure la baciavano tutti.
A scuola avrò un banco in fondo alla classe. I professori mi interrogheranno a distanza e indosseranno la mascherina di garza per correggere i miei compiti.
Tutti mi eviteranno, faranno finta di non conoscermi.
“Geremia”! Ecco il soprannome che mi calza a pennello: il super malato di Alan Ford!»
Queste erano le farneticazioni di Emanuele.
Lente, troppo lente, trascorrevano le ore e nulla poteva distoglierlo da questi pensieri.
Così divenne sempre più apatico, abulico e indisponente.
Reagiva con violenza verbale alle amorevoli cure della madre sempre impegnata nel costante tentativo di minimizzare la situazione pur essendo, lei stessa, parecchio preoccupata.
Il ragazzo prendeva tra le mani un libro e, di tanto in tanto, ritornava alla copertina per vedere cosa stesse leggendo.
Accendeva il giradischi e ascoltava un po’ di musica poi, quasi subito, azzerava il volume come a voler zittire colui che, di fronte a tanta angoscia, si permetteva di cantare.
Quindi apriva svogliatamente l’armadio e fissava gli abiti sforzandosi di ricordare in quale occasione li avesse indossati e cercando di immaginare quale sarebbe stata la prossima.
Sempre che si fosse presentata un’altra occasione!
Ritornava spesso a Guido Gozzano.
Rileggeva con una nuova curiosità le sue poesie. Capiva finalmente la sublime ironia di quel poeta che, sentendosi ormai inutile, giocava col suo nome eliminando le maiuscole e unendo le parole in modo di trasformarlo in una “cosa”: “guidogozzano”.
Anche la sua tanto amata chitarra, orgoglio e vanto di tante serate, tramite indispensabile per le conoscenze di ragazze e amici, restava ormai da tempo appesa ad un chiodo. Solo raramente, passeggiando avanti e indietro per la stanza, con un gesto involontario sfiorava le sue corde che emettevano un lamento come se anche lo strumento percepisse i momenti di angoscia.
Giunse il sospirato giorno della sentenza.
Una diagnosi senza infamia né gloria.
L’esame dell’espettorato risultava negativo, ma i polmoni erano entrambi segnati da focolai multipli, per questo motivo occorreva una analisi più approfondita ed era necessario il ricovero in un ospedale.
La reazione di Emanuele a quella notizia si sviluppò in due fasi.
La prima di assoluta contrarietà.
Ebbe una crisi al limite dell’isterismo: lacrime e singhiozzi incontenibili, porte sbattute, bestemmie e imprecazioni di ogni sorta.
Subentrò in seguito una fase più riflessiva.
Probabilmente si sentiva esausto e le parole della madre, quelle della sorella maggiore o la burbera dolcezza del padre, riuscirono a calmarlo e a renderlo piuttosto fiducioso.
“Beh”, pensava tra sé, “andiamo a veder chiaro di che morte bisogna morire!”
La sera precedente il ricovero in casa si respirava un’aria surreale.
Come accade di solito in queste circostanze, tutti tendevano a minimizzare il problema impegnandosi nel voler trovare il lato comico della situazione.
Quando però Emanuele spense la luce e cercò di addormentarsi, una cascata di pensieri si impadronì della sua mente e lo costrinse a contare tutte le ore dell’orologio dalle lancette fosforescenti.
 

Era una grigia mattina di fine ottobre e la pioggia sottile sembrava annunciare più l’avvento di una precoce primavera che l’allontanarsi di un’estate tardiva.
Lo scenario che faceva da sfondo agli angusti uffici dell’accettazione dell’ospedale si traduceva in impiegati assonnati, ingialliti moduli da compilare, sguardi curiosi della gente, e soddisfazione e sadismo nelle espressioni dei degenti che sembravano urlare: «Qui, caro giovanotto, si sa quando si entra ma non quando si esce. Se si esce.»
Emanuele aveva già preventivato tutto.
Si era già rassegnato a quelli che sarebbero stati i rapporti con le persone: non si figurava certo umanità o comprensione.
Capita spesso, quando ci si addentra in una nuova esperienza, di cercare di autoimporsi un certo tipo di comportamento totalmente diverso da quello abituale.
Si simulano nuovi atteggiamenti, si ricerca un linguaggio appropriato alle circostanze con nuove espressioni: quasi a voler a tutti i costi apparire una persona estranea anche a se stessi.
Si concretizza il rifiuto di amalgamarsi alla massa che ti ha preceduto. Forse con la speranza che l’esperienza che sta per iniziare duri effettivamente poco.
Ci si sente lì per caso, solo di passaggio, cercando con tutta la forza di volontà di auto convincersi che prima o poi tutto ritornerà alla normalità.
Si dovrebbe accettare la dura realtà sforzandosi di far buon viso a cattiva sorte, ma Emanuele ancora non era entrato in ospedale e già voleva uscirne.
Trascorsero ore di interminabile vagabondaggio tra corridoi maleodoranti, ai lati dei quali, da porte socchiuse, facevano capolino degenti di ogni età che, con occhi curiosi e penetranti, squadravano il nuovo arrivato manifestando un atteggiamento di padronanza territoriale e, soprattutto, riuscendo a sentenziare la diagnosi come fossero veggenti più che medici.
Si consultavano a vicenda come in una gara a chi ne sapeva di più, ciondolando la testa in segno di dissenso verso coloro che bisbigliavano ipotesi impossibili.
Finalmente un’inserviente, probabilmente impietositasi, fece accomodare madre e figlio in una angusta stanzetta ad uso cucina dicendo che di lì a poco avrebbe portato qualcosa da mangiare. Ritornò infatti poco dopo con due piatti e due cosce di pollo bollito.
Piera si sforzò di assaggiarne un boccone invitando Emanuele a fare altrettanto, ma lo sguardo del ragazzo valse più di qualsiasi rifiuto.
Nessuna scena avrebbe potuto rappresentare in modo più reale l’immagine della tristezza e della desolazione.
Quelle cosce di pollo bollito fredde, servite su due spessi piatti di ceramica pesante col marchio dell’ospedale impresso sul bordo, e una povera madre che faceva fatica ad inghiottire quel pezzetto di carne continuando a masticarlo e a passarlo da una parte all’altra della bocca, rappresentavano un’immagine che Emanuele non avrebbe mai dimenticato.
Quel volto preoccupato che tratteneva a stento le lacrime, gli ritornò infatti alla mente molti anni dopo quando si sarebbe trovato al capezzale della vecchia Piera alcuni attimi prima che esalasse l’ultimo respiro.
Quella volta però la fredda coscia di pollo era rimasta intatta.
Il ragazzo diede una fuggevole occhiata all’orologio.
Era l’una.
I suoi compagni a quell’ora sarebbero stati in tormentosa attesa che terminasse l’ultima fatica della giornata: lui avrebbe voluto essere in quella classe e restarci per tutta la vita.
Finalmente gli vennero assegnati un letto, un comodino e un armadietto nel quale sistemare il vestiario prima di indossare il pigiama.
Si trovò a dover dividere la stanza con due ammalati, due camerati, due persone che sembravano essere prontissime a ricevere il nuovo ospite per informarlo immediatamente sui diritti e doveri di un degente modello.
Un toscano di età avanzata, paffuto, con grossi baffi che riuscivano a stento a nascondere la grossezza del naso. Il suo faticoso ansimare palesava evidenti problemi di respirazione, aveva due tubicini dell’ossigeno inseriti nelle narici e occupava il letto vicino alla finestra.
Nel letto centrale, rannicchiato sotto le pesanti coperte stile militare, anch’esse col marchio sbiadito dell’ospedale, giaceva un vecchietto che non sollevò neppure una palpebra nonostante il rumore che fece Emanuele per sistemarsi nell’unico posto libero, quello vicino alla porta.
In meno di una mattinata il ragazzo si ritrovò catapultato dall’intimità della sua camera, dal calore di un ambiente familiare, nella cruda nuova realtà in compagnia di due sconosciuti che non attendevano altro che un “novellino” per potergli sputare in faccia la loro frustrazione di mesi di noia, apatia e rancore.
Chiunque, senza nessuna eccezione, si trovi ad affrontare la novità di un ambiente diverso da quello abituale, è costretto immancabilmente a dover pagare una specie di dazio, un’imposta della quale si farebbe certamente a meno ma che è impossibile evitare: dalla natura umana, che sostanzialmente è piuttosto perfida, non si può prescindere.
Questo pensava Emanuele mentre, impacciato e provando un senso di comprensibile pudore, cercava di sistemare i propri indumenti e le poche cose che si era portato nello spazio a lui assegnato e, goffamente, tastava la morbidezza del materasso.
«Sei entrato oggi o ti hanno trasferito da qualche altro padiglione?» gli domandò il toscano scostando dal grosso naso i tubicini dell’ossigeno per riuscire a farsi comprendere meglio e non dover affaticarsi oltre per ripetere la domanda.
«E da dove vuoi che venga! Non vedi quanto è magro, vedrai che ci terrà compagnia per un bel pezzo!»
Fu la risposta che anticipò quella di Emanuele e proveniva dal vecchio raggomitolato nel letto di mezzo.
Bastarono queste poche parole per far capire al ragazzo dove era finito e a rassegnarsi immediatamente della compagnia con la quale avrebbe condiviso la sua triste esperienza.
Intanto il dialogo tra i due “veterani” continuava: «Così giovane e già qui dentro!» «Hai mangiato? Vuoi che chiami l’infermiera? Guarda che devi mangiare: non vedi come sei tutt’ossa?»
Era questo il rito di iniziazione cui Emanuele non poté sottrarsi.
Pensò subito che la miglior cosa da fare al momento fosse chiudersi in un ostinato mutismo manifestando un temperamento superiore; in seguito, riflettendo, si rese conto che era meglio assecondare il torbido interessamento e la strana cortesia dei due anziani sforzandosi di apparire il più educato possibile.
«Grazie, non ho fame. Arrivo da casa. Mi hanno ricoverato per accertamenti: i medici dicono che dovrei cavarmela in un paio di giorni.»
Queste furono le uniche parole che uscirono dalla bocca di Emanuele; i due vecchi si guardarono scuotendo la testa in sincronia come i pendoli degli orologi svizzeri: non restava che attendere.
Lasciar trascorrere il tempo e vivere quell’esperienza negativa lasciandosela passare addosso ed evitare di essere un problema per i suoi familiari.
Ozio, noia.
Nulla che distogliesse i pensieri da quella cupa realtà nella quale il giovane era sprofondato.
Qualche libro, i giornali, un giro per i tetri corridoi, le già conosciute occhiate maligne dei ricoverati ai quali era impossibile nascondere la soddisfazione del famoso detto: “mal comune, mezzo gaudio”.
E la agognata sera giungeva come una liberazione che apriva le speranze a un altro giorno.
Ma di mezzo c’era la notte.
La maledetta notte fatta di sogni che si tramutano in incubi, di sudate, di coperte troppo calde e pesanti, di un insopportabile russare insano, di lamenti e imprecazioni dei vicini alla cui presenza era impossibile abituarsi, di campanelli che suonano in continuazione, di un torpore privo di riposo.
Tutto nella dannata notte che lo trascinava svogliato a un altro giorno, a una nuova malinconia, a una interminabile sofferenza.
Quanto sarebbe durata quella sofferenza?
Ci sarebbe stato un nuovo futuro?
Era così che si doveva continuare ed andare avanti?
Avanti? Dove?
L’unico sollievo erano le notizie che riguardavano il suo stato di salute: le cose non andavano così male e, secondo il parere dei “veri” medici, vi era un effettivo miglioramento.
Gli esami clinici di cui veniva informato perché maggiorenne, rincuoravano Emanuele e le parole dei sanitari erano confortanti.
Occorreva pazientare ancora qualche giorno e, visto che la febbre era scomparsa, si sarebbe tornati alla vita normale e quell’amara esperienza sarebbe stata presto dimenticata.
L’umore stava lentamente tornando quello di un tempo. Emanuele riusciva persino a scherzare coi due compagni di sventura con cui divideva la stanza.
La sera veniva acceso un piccolo televisore ed era divertente ascoltare i commenti del vecchio toscano alle notizie dei vari telegiornali che raccontavano ciò che accadeva al di fuori di quel mondo che sembrava ovattato dalla legge spietata della monotonia.
A volte Emanuele trascorreva intere ore al telefono ad ascoltare la musica che sua sorella, da casa, gli permetteva di sentire sistemando la cornetta del telefono accanto al giradischi. Questo gli dava la sensazione di sentirsi più vicino alla famiglia, era importante riacquistare il possesso delle sue cose e riavvicinarsi per qualche tempo al suo mondo.
Ma, immancabilmente, quando si vede sorgere il sole all’orizzonte, non si ha neppure il tempo di assaporare il tepore dei primi raggi che si ricade nelle tenebre più fredde e più cupe.
«Emanuele, ho da dirti una cosa importante. Non bella.»
Piera si presentò così intorno alle dieci di una mattina che non sembrava dovesse riservare sorprese, non era diversa dalle solite, ormai troppe, che il ragazzo si apprestava ad affrontare svogliatamente.
«Cosa vuoi dire? Ci sono forse novità?»
Osservava il volto della madre attraverso lo specchio di fronte al quale si stava radendo la leggera peluria che gli sporcava le guance.
Fui vaccinato, mi ammalai per errore, fondai un complesso rock e mi innamorai, partii da Genova e soggiornai nei Sanatori di Sondalo in Valtellina per “Una strana vacanza”.
Quando diventa maturo, l’uomo vede agire in sé adolescente come persona altra. Sembra voler sottolineare questo la scelta stilistica di Poggio che affida la prima parte del romanzo a un narratore esterno, la seconda all’io narrante del protagonista. “Una strana vacanza” nasce come racconto di un’esperienza drammatica, quella del sanatorio. Di fatto però il significato del romanzo è un altro e la TBC diviene una patologia meno grave dell’adolescenza il cui superamento coincide necessariamente con la guarigione piena.
Alessandra Giordano

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