Giuliana Balzano
Dovresti chiedermi perdono

Titolo Dovresti chiedermi perdono
Autore Giuliana Balzano
Genere Narrativa - Sentimentale      
Pubblicata il 10/09/2017
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Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Il libro si libera  N.  174
ISBN 9788893390835
Pagine 228
Prezzo Libro 15,00 € PayPal

Versione Ebook

ISBN EBook 9788893390842
Prezzo eBook 4,99 €
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È la storia di Elena e Claudia che nel 1917 si incontrano per la prima volta su un banco di una chiesa. Nel 1923 diventano infermiere.
Tutto scorre e passa attraverso e in nome dell'amore che Elena e Claudia sapranno donare al prossimo. Le loro doti umanitarie verranno lasciate come eredità spirituale a Sonia e Juliana che vivono due vite parallele.
Perché a loro? Chi sono Sonia e Juliana?
Genova, 1903
 
Pioveva quella notte a Genova Sampierdarena quando, tra un fulmine e un tuono, vennero alla luce Elena e Claudia. Era il 20 luglio 1903, lo stesso giorno, mese e anno in cui Papa Leone XIII, all’età di novantatré anni, morì. Per diverso tempo i loro genitori e parenti credettero che tra i due avvenimenti ci fosse un collegamento. Fu il temperamento stesso delle due ragazze a farglielo credere, essendo entrambe molto vivaci e curiose. In età adolescenziale non stavano alle regole mostrando una furiosa testardaggine che, spesso, costava loro pesanti castighi. I genitori credettero che quella voglia di cambiare il mondo, che Elena e Claudia manifestavano con forza e coraggio, benché donne, fosse stata loro assegnata come un’eredità da Leone XIII che, durante il suo pontificato, con l’enciclica Rerum Novarum, fece entrare la Chiesa in una nuova era.
 
In realtà l’unica cosa che ereditarono davvero da Leone XIII fu una fervida fede e l’amore verso la chiesa.
Era il periodo del governo Giolitti, caratterizzato da una crescita sia sociale che economica che cambiò l’attività politica italiana fino al primo conflitto mondiale. L’Italia entrò in guerra nel 1915, quando Elena e Claudia avevano solo dodici anni. La guerra non vide solo la rottura degli equilibri giolittiani ma anche quella degli equilibri mentali di intere masse di uomini costretti al fronte di una guerra che li portò a privazioni materiali, a tremendi combattimenti, a violenze psicologiche che rendevano così difficile la vita da considerare la morte, per assurdo, l’unica via di salvezza. Le battaglie sia di terra che di cielo che di mare erano inconcludenti, portavano morti su morti, sofferenze su sofferenze e i loro padri, da coraggiosi marittimi, trovarono la morte in un conflitto navale.
 
 
 
Genova, 1917
 
«La pace che può darmi questa chiesa non può darmela nessun altro luogo.» Disse Claudia a sua madre, mentre si apprestavano ad entrare nella Chiesa Santa Maria della Cella, a Sampierdarena.
La madre, la signora Adriana, era una donna molto provata dagli eventi distruttivi di una guerra che finora le aveva portato via i genitori, due fratelli e il marito, il padre dell’unica figlia che aveva messo al mondo, di quella dolce e bella ragazza che stava diventando una donna e che si avvicinava sempre di più a Dio. Non c’era giorno che non si rifugiasse in quella chiesa.
 
Quella volta però non fu un giorno qualunque.
 
Sulla seconda panca, alla destra dell’altare, stavano sedute Elena e sua madre, la signora Caterina che, come Adriana, aveva pagato caro il prezzo di una guerra perdendo i genitori, la sorella e il marito. Ma la guerra non le risparmiò la disgrazia peggiore, la più devastante che ad una madre possa capitare: dovette dire addio per sempre anche ai suoi due figli maschi, più giovani di Elena, rimasti uccisi in seguito ad un bombardamento aereo sotto i suoi occhi. Le rimase solo Elena che, come Claudia, cercava e trovava conforto e calore solo tra le mura della stessa chiesa.
 
Claudia andò a sedersi sulla prima panca, davanti a Elena, e fu proprio in quel momento che fecero conoscenza: l’incrocio dei loro sguardi suggellò la nascita di un’amicizia.
 
 
 
 
Genova, 1918
 
Non ci fu via di scampo per Adriana e Caterina: dovettero cedere alla vocazione delle figlie che trovarono inizialmente il loro conforto spirituale presso la Congregazione Figlie dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria, l’Istituto Ravasco di Genova.
Elena e Claudia erano sensibili alla povertà e alla sofferenza del prossimo, così tanto da rinunciare spesso in prima persona a quel poco che avevano, quel poco che la guerra alle loro madri aveva lasciato.
 
Adriana e Caterina come tante vedove di guerra cercarono e trovarono impiego all’Ansaldo di Genova e la loro amicizia andò di pari passo con quella delle figlie: dalla panca di una chiesa al banco di lavoro di una fabbrica, per poi passare alle visite, che facevano sempre insieme, alle loro figlie presso l’istituto Ravasco.
Le due ragazze rimasero in quell’istituto dal 1918 al 1921, completando i loro studi, precedentemente abbandonati alla terza elementare, fino alla sesta elementare. La permanenza in quel luogo chiarì a loro stesse e alle suore presenti in congregazione che il velo, che i propri cuori dettavano loro di indossare, non era quello da suora ma quello da infermiera.
 
Nel settembre 1921 Elena e Claudia partirono per Firenze per entrare nella Scuola Convitto per Infermiere.
 
 
 
 
 
Firenze, 1921
 
La Scuola Convitto di Firenze, in cui Elena e Claudia entrarono a studiare, era un distaccamento della Scuola Convitto Regina Elena di Roma, alla direzione della quale c’era Dorothy Snell, un’infermiera inglese che fu una fervida seguace di Florence Nightingale, fautrice dell’assistenza infermieristica. La filiale vide la luce nel 1914 quando la stessa Snell mandò alcune delle sue infermiere a Firenze per aprire e occuparsi del convitto toscano.
 
La Scuola Convitto, annessa all’Ospedale Civile di Firenze, era un edificio di quattro piani circondato completamente da un giardino e protetto per tutto il suo perimetro da un muro che sovrastava quasi tutta la struttura. Il muro era interrotto, al centro, da un cancello che aveva in rilievo un cuore e una croce e in alto la scritta “Scuola Convitto Regina Elena”. I due metri di terreno che separavano il cancello dal maestoso portone di legno, situato all’ingresso principale, erano in cemento. Un altro ingresso era situato nella parte opposta, ovvero sul retro e veniva usato per il carico delle casse contenenti viveri, generi di conforto e materiale per l’insegnamento.
L’atrio della scuola era molto grande, al centro del quale una scalinata di marmo conduceva ai piani superiori. Al primo piano erano collocate due capienti aule per l’insegnamento, più una terza stanza dedicata alle esercitazioni pratiche. Al secondo piano tre stanze: lo studio della direttrice, quello delle due vicedirettrici e la stanza dove si tenevano i colloqui con le allieve. Al terzo piano quattro camere da letto per le allieve infermiere, da quattro letti ciascuna. Al quarto piano le stanze da letto della direttrice e delle due vicedirettrici e due bagni con doccia, uno ad uso esclusivo delle direttrici e l’altro delle allieve.
Nell’atrio invece erano collocate la cucina, le dispense, la sala mensa e la lavanderia.
L’istituto ospitava in tutto sedici allieve, alle quali veniva chiesto, come requisiti fondamentali all’ammissione, un sufficiente grado di istruzione e una lettera di accompagnamento che potesse attestare la provenienza da una buona famiglia fondata su basi cristiane. Elena e Claudia possedevano entrambe le cose: istruzione e un’ottima lettera di accompagnamento scritta dalla Madre Superiora, Suor Nicolina, dell’istituto religioso di Genova, da quale provenivano. In tale lettera, di cui loro non sapevano nulla, venivano decantate le doti umane e rispettose verso il prossimo e verso i superiori di Elena e Claudia che non smentirono mai ciò che Suor Nicolina aveva sottoscritto. Il loro comportamento e le loro attitudini alla pratica infermieristica furono ineccepibili fin da subito.
 
Era il 12 settembre, il cielo era terso e l’aria era calda, aveva piovuto molto forte nei giorni precedenti e la strada era ricoperta di fanghiglia e pozzanghere. Il tram lasciò le due ragazze poco distanti dal convitto ma ciò bastò a far sì che le loro scarpe si sporcassero di fango. Appena furono davanti al cancello, prima ancora di far suonare la campana posta sul lato destro dello stesso, Elena tirò fuori dalla sua capiente borsa, consumata e sfilacciata sull’apertura, una pezza di stoffa con la quale cercò di pulire le sue scarpe e anche quelle di Claudia.
 
«Direi che così può bastare.» Disse Elena a Claudia che cercava di togliere dalle mani della sua amica lo straccio sentendosi in imbarazzo a farsi pulire le scarpe.
«Elena sei sempre la solita… potevo fare da sola… direi che sono pulite o per lo meno non in condizioni tali da sporcare il pavimento.»
«Oh smettila, volevo aiutarti, ti lamenti sempre di avere mal di schiena, dopo quella caduta che hai fatto. Che ansia che ho! Ci mancava pure il fango. Non vorrei dare subito il primo giorno una brutta impressione di noi stesse sporcando il pavimento.»
«Elena ti prego, non mi agitare, dai, fai un respiro profondo e suoniamo la campana.»
 
Le ragazze non potevano sapere che Suor Bianca per tutto il tempo le aveva osservate dalla finestra rimanendo positivamente stupita dalla premura che Elena e Claudia avevano avuto nel ripulire dal fango le loro scarpe. Scese dal primo piano di corsa e andò ad aprire il cancello.
 
«Benvenute ragazze, io sono Suor Bianca, prego entrate e non preoccupatevi del fango che potete avere ancora attaccato alle suole delle vostre scarpe. Un po’ di fango non è dannoso per il legno dei nostri pavimenti. Forza, entrate e accomodatevi. Lasciate pure le valige qui in ingresso e venite in cucina a mangiare qualcosa che siete pallidine e magre… troppo magre. Vi davano da mangiare a Genova?»
 
Lo stupore delle due ragazze che continuavano a scambiarsi sguardi di intesa fu ben chiaro anche alla suora, che dopo avere messo sul tavolo due fette di torta bianca e due tazze fumanti di caffè, prese la parola.
 
«Allora se mi ricordo bene, voi siete Claudia Macciò ed Elena Bono, siete due timorate di Dio, volete fare le infermiere, avete solo le vostri madri al mondo che vi sostengono in tutti i sensi, ma… ma… ancora non sapete che prima di mangiare bisognerebbe lavarsi le mani?»
 
Elena posò la fetta di torta sul piatto, ancora non l’aveva addentata, a differenza di Claudia che invece aveva già sprofondato i suoi denti in quella soffice pasta che profumava di limone.
 
«Ci scusi Suor Bianca è la fame che ci ha fatto agire così. Vieni Claudia laviamoci le mani. Possiamo usare questo lavabo?» Chiese Elena con titubanza.
«Certo, però guardate che io stavo scherzando… la guerra uccide e porta malattie, certamente non fanno la stessa cosa due microbi sulle mani. Forza mangiatene quanta volete, qui c’è dell’altro caffè, e se volete, qui c’è del latte avanzato dalla colazione. Bisogna consumarlo altrimenti va a male, quindi dateci dentro. Vi lascio un pochino sole perché colgo imbarazzo nei vostri sguardi e mangiare con l’imbarazzo fa rimanere indigesto il cibo. A dopo, torno tra un po’.»
 
Suor Bianca con passo svelto uscì dalla cucina e le due ragazze la sentirono salire le scale con altrettanta velocità. Non solo, canticchiava pure una canzone, ma non ne capirono le parole.
 
«Simpatica e gentile! E che buona questa torta. Io ne prendo un’altra fetta. Ha detto che potevamo, no?» Affermò Claudia pronta ad usare il coltello sulla torta.
«Sì, molto simpatica e molto buona questa torta. Taglia un’altra fetta anche per me. Anche il caffè mi sembra buonissimo e pure il latte. Sarà la fame?» Disse Elena.
«Forse… ma ora cosa facciamo? Aspettiamo che torni Suor Bianca?»
«E certo ha detto così. Magari possiamo riordinare e lavare le tazze e i piattini.»
 
Elena si tolse il soprabito di dosso, arrotolò le maniche della camicia e si apprestò ad usare l’acqua e il sapone per lavare le stoviglie che avevano usato e anche quelle che erano presenti nel lavello, mentre Claudia con uno strofinaccio in mano era pronta ad asciugarle.
 
«O Signore mio! Ma cosa fate? Suvvia, per piacere, non è vostro compito quello, forza andate a rinfrescarvi e magari a cambiarvi che a breve incontrerete la direttrice del convitto. Forza, che vi accompagno nella vostra stanza… beh non proprio vostra, la condividerete con altre due allieve, al secondo anno, Lucrezia e Fede, hanno due anni più di voi e sono due ragazze in gamba. Che poi, con quella lettera di accompagnamento fatta da quella Suor Nicolina, che per altro io conosco e so essere una grande donna e un’ottima suora, siete quasi candidate alla santità.»
 
Le due ragazze rimasero a bocca aperta e con gli occhi spalancati. Claudia rischiò di mandare in mille pezzi una scodella di ceramica che riuscì però ad essere salvata da Suor Bianca la quale, con un ottimo riflesso, evitò l’impatto della stessa con il pavimento.
 
«E chissà cosa avrò detto? Ma il senso dell’umorismo l’avete lasciato a Genova? Seguitemi che vi porto in camera.»
«Ci scusi Suor Bianca, ma vede noi… cioè… sì noi… di quale lettera sta parlando?» Chiese con titubanza Elena.
«Non sapete che è preferibile che le allieve vengano presentate con una lettera da parte di chi le ha conosciute precedentemente, come nel vostro caso? Non accettiamo proprio tutte. Ma di quella lettera vi parlerà la direttrice. Non dovete temere nulla… dunque le camere delle allieve sono al terzo piano e la vostra è la seconda a sinistra… eccoci.» Suor Bianca spalancò la porta. «Le vostre due compagne sono in ospedale a svolgere il loro tirocinio.»
«E i nostri letti sono questi due immagino.» Constatò Claudia.
«Esatto e questo è il vostro armadio. Uno per due.»
«Basta e avanza, abbiamo pochi cambi… grazie Suor Bianca, noi credevamo che l’accoglienza sarebbe stata diversa… più… più…»
«Più seria? Che vi avrebbe ricevuto qualcuno in divisa con sguardo austero e bacchetta in mano?»
 
Nella stanza piombò il silenzio e quel profumo che le ragazze avevano sentito, entrando nel convitto, in quella stanza era più forte. Era profumo di lavanda, intenso e piacevolissimo.
 
«Chi tace acconsente. Allora ragazze ascoltate bene e per ascoltarsi e parlarsi bisogna sedersi. Forza, accomodatevi sui materassi, io mi siedo qui sul letto di Lucrezia… no forse è di Fede… bah poco importa. Aprite orecchie, cuore e animo: qui non avete nessuno da temere. Un eventuale nemico lo potete trovare solo in voi stesse. Siate sempre sincere con voi e con gli altri e nulla di brutto potrà accadervi. Per lo meno tra queste mura. Fuori… beh fuori c’è il mondo, ma nemmeno Nostro Signore sa bene quanto mondo ci sia. C’è crudeltà, vendetta… c’è stata una guerra, un massacro e nessuno sa se è finita veramente o ne verrà un’altra. Difendetevi dal mondo, ma non da me o da chi sta qui dentro. Ora scusatemi, ma ho delle cose da fare. Voi rinfrescatevi, i bagni son di sopra al quarto piano e nell’armadio troverete asciugamani e sapone. Non potete sbagliarvi, c’è scritto ‘bagni allieve’. Tra un’ora esatta dovrete farvi trovare davanti allo studio della direttrice che si trova al primo piano.»
 
Elena e Claudia rimasero ancora una volta stupite da quella suora così diversa da quelle che sino a poco tempo prima avevano frequentato.
 
Le borse delle due ragazze contenevano due gonne, due camicie, due giacche di lana, tre cambi intimi, tre paia di calze e un paio di scarponcini da mettere in caso di pioggia e neve. In poco tempo sistemarono tutto nell’armadio e in altrettanto poco tempo furono pronte per affrontare la direttrice.
 
Tutto il convitto profumava di lavanda, i pavimenti in legno erano lucidi con qualche segno di usura qua e là, pochi mobili arredavano i corridoi e la luce era fornita da un’illuminazione al neon, anche se le grandi vetrate che abbellivano la struttura permettevano alla luce del giorno di fare da padrona.
 
Elena e Claudia, accompagnate dalla loro sempre presente agitazione che in queste occasioni si faceva maggiore, si guardavano intorno con aria circospetta, aspettando con ansia l’arrivo della direttrice della quale sapevano solo il nome, l’età e la città natale: Camilla Faiocco, ventinove anni, romana.
 
«Ecco qui le mie ragazze, e in anticipo di cinque minuti, brave! Forza entriamo.» Disse Suor Bianca.
 
«Ma la direttrice è dentro? Ed entriamo così senza bussare?» Domandò Elena.
«Siccome non possiamo passare attraverso il muro entriamo dalla porta dopo averla aperta. Certo che è dentro, tutti i lunedì mattina passa il suo tempo in studio per occuparsi delle faccende burocratiche e preparare le lezioni che si svolgeranno sempre di pomeriggio, tranne qualche eccezione. Ma vi spiegherà tutto lei. Forza, determinazione e tranquillità, che, come vi ho già detto prima, non avete nulla e nessuno da temere qui dentro.»
 
Lo studio della direttrice era molto semplice, una grande libreria occupava completamente la parete più lunga, mentre gli altri due lati erano impegnati da una scrivania e da una vecchia credenza, il quarto lasciava spazio ad una vetrata, in quel momento non coperta dai tendoni scuri posti ai lati.
La direttrice era talmente intenta a leggere delle scartoffie che neanche si accorse della loro entrata.
 
«Camilla: ecco le ragazze che vengono da Genova: Elena Bono e Claudia Macciò.» Disse Suor Bianca richiamando la sua attenzione.
«O Signore mio! Non vi ho sentito entrare. Prego sedetevi… io sono Camilla, la direttrice. Ma sicuramente lo saprete già. Sono le 12, avete già pranzato? Ma siete appena arrivate?»
 
Suor Bianca con uno sguardo esortò le ragazze a rispondere e fu Claudia a prendere la parola.
 
«Buongiorno Signora Direttrice, no… cioè sì, abbiamo mangiato due fette di torta e bevuto del caffè e del latte… e… siamo arrivate circa due ore fa. Io sono Claudia Macciò.»
«Accidenti a me… guardate come mi sono sporcata i polsini di questa camicia con l’inchiostro… bene non siete digiune… io sì… quindi magari se scendessimo in sala pranzo per iniziare a fare la conoscenza reciproca sarebbe meglio… almeno lo sarebbe per me… ma prima, prima vi devo leggere una cosa.»
«Io sono Elena Bono, l’inchiostro se si lava subito va via, basta scaldare dell’acqua e strofinare con del sapone di Marsiglia e…»
«Basta Elena… fai parlare la direttrice…» Disse Claudia interrompendo l’amica.
«Semmai poi ci spieghi meglio… dunque io gradirei leggervi una lettera che mi è stata spedita dall’Istituto Ravasco da cui voi venite. Chi scrive è Suor Nicolina. Ecco qui la lettera.» Disse Camilla tirando fuori una busta dal cassetto della scrivania.
 
 
 
 
Carissima Direttrice Camilla Faiocco,
 
ritengo che sia doveroso da parte mia scrivere queste righe di accompagnamento per le ragazze che a breve arriveranno da Voi. Mi riferisco ad Elena Bono e Claudia Macciò.
A dire il vero avrei voluto che questo momento non arrivasse mai, avrei voluto che diventassero suore, che avessero continuato nell’intento per il quale avevano bussato alla mia porta. Ma Dio bussa alla porta del cuore di ogni essere umano degno di questo nome, degno di essere suo figlio, più forte di chiunque altro al mondo. E se lo senti bussare e la porta gli spalanchi davanti con tutta la tua forza, non puoi fare a meno di ascoltarlo. E non posso certo mettermi in mezzo tra Dio e loro. Sono due belle ragazze che non avrebbero fatto fatica a trovare un marito anche in certe alte sfere, sono due ragazze intelligenti che non avrebbero fatto nessuna fatica a proseguire gli studi, sono due ragazze di fede che non avrebbe trovato difficoltà a seguire lo stesso percorso che ho fatto io, sono due ragazze caparbie che riuscirebbero ad affrontare qualsiasi fatica, sono due ragazze buone e generose che sopporterebbero qualsiasi privazione. Ma hanno un difetto: la paura, quella maledetta paura di non essere abbastanza, di non essere all’altezza, di non avere diritto a nulla, di meritarsi sempre e solo posti in fondo, e quel che è peggio non sanno mai dire un no. Vi prego insegnate loro che amare non significa fare a meno di noi stesse, che niente si deve temere, neanche Dio, se nella nostra vita lo abbiamo servito portando rispetto non solo per lui ma anche per noi. Fatele crescere come una buona madre sa fare, date a loro l’amore, quell’amore che una madre sa dare anche soltanto con una carezza. Ve le affido con lo stesso dolore di una madre che deve rinunciare alla vicinanza del proprio figlio, un dolore che mi toglie il respiro, perché dell’amore che quelle ragazze mi hanno saputo dare, mi sembra di non potere più fare a meno. Vi chiedo solo di non leggere mai questa lettera alle ragazze, so che ne soffrirebbero e sarebbero tentate di rinunciare al sogno di diventare infermiere per tornare da me. E io non sono nessuno per togliere ad un malato le cure che un giorno queste ragazze sapranno prestare a chi di loro ha bisogno. Che Dio vi punisca se a loro durante la permanenza presso il vostro convitto verrà fatto del male. Voi avete il dovere di difenderle e ripongo nelle vostre mani e nel vostro cuore tutta la mia fiducia, sicura che questo non accadrà mai.
 
Con rispetto
Suor Nicolina
 
 
«Non trattenete le vostre lacrime, ho pianto anch’io la prima volta che l’ho letta. Così hanno reagito Suor Bianca e Suor Vincenza, che conoscerete prossimamente, ora lei è proprio da Suor Nicolina, perché sono anche sorelle di sangue oltre che di fede. Abbiamo deciso insieme di portarvi a conoscenza di questa lettera, perché a nostro parere quello che gli altri pensano di noi può scuoterci l’animo, soprattutto se quello che pensano e provano per noi è amore. Voi avete un dovere nei confronti di Suor Nicolina: portare rispetto al suo amore per voi.»
 
Elena e Claudia non riuscivano a smettere di piangere e Suor Bianca e la direttrice decisero di lasciarle sole.
 
«Noi andiamo a mangiare qualcosa. Poi parleremo e ci conosceremo meglio.» Disse loro Camilla sfiorando a tutte e due il viso con un dito.
 
Una volta rimaste sole le due ragazze si abbracciarono strette strette: «Nessuno ci amerà come lei, nessuno… a parte le nostre mamme, nessuno ci amerà mai così.» Disse Elena, cercando un fazzoletto dentro alla sua piccola borsettina di lana, per asciugare le lacrime e soffiarsi il naso.
«Che belle parole ha scritto per noi… mi impresti il fazzoletto o meglio quel pezzo di stoffa, senza il quale non puoi stare?» Le chiese Claudia.
«Ah! Se ci vedesse Suor Nicolina. Ce ne direbbe di quelle… ‘non è igienico ragazze… ma possibile che dobbiate dividere tutto?’» Elena fece l’imitazione di Suor Nicolina tra il pianto/riso di Claudia. «Dobbiamo scendere, non possiamo farci aspettare così tanto… dai, asciugati il viso, soffia il naso, un respiro profondo e andiamo.» Continuò.
 
Suor Bianca e Camilla stavano comodamente sedute al tavolo gustandosi una profumata minestra ricca di verdure.
 
«Eccole qui le nostre future infermiere. Se volete mangiare qualcosa anche voi e soprattutto qualcosa di buono… non c’è più buona pietanza della minestra che fa Suor Bianca. Questa è la prima cosa che dovete imparare e ovviamente assaggiare. Forza, i piatti sono lì, servitevi.» Le esortò Camilla.
«La vostra direttrice esagera come sempre, sarà che lei proprio non sa cucinare. E voi, ve la cavate? Che poi cucinerete per conto vostro solo e se non ci sarò io. Guai a voi se ci provate: la cucina è il mio regno come il cielo è il regno di Dio e come questo convitto è il regno vostro e della vostra direttrice. State un po’ meglio? E ditemi un po’, avete usato lo stesso pezzo di stoffa per asciugarvi le lacrime e soffiarvi il naso?»
 
La direttrice nel guardare le ragazze con il cucchiaio in mano ferme e immobili dopo l’affermazione di Suor Bianca, scoppiò a ridere.
 
«E non fate quella faccia… ve l’ho già detto io conosco Suor Nicolina, la conosco molto bene e… e va beh, siamo amiche. Certo, le suore possono essere amiche. E ci ho preso: avete usato lo stesso pezzo di stoffa. Più tardi vi farò vedere la lavanderia dove potrete trovare un pezzo di stoffa per usarlo come fazzoletto. Vi si fredda il minestrone. Mangiate!»
«Obbediamo alla nostra Suor Bianca, e facciamo una chiacchierata. Allora ditemi qualcosa di voi anche se praticamente di voi io so molto, sia per quello che Suor Nicolina ha scritto, sia per quello che mi ha riferito.» Affermò la direttrice facendo l’occhiolino alle sue due nuove allieve.
«Noi siamo nate a Genova Sampierdarena, il 20 luglio 1903 alla stessa ora. Noi abbiamo subito la crudeltà della guerra, siamo rimaste senza padre ed Elena anche senza i suoi due fratelli. Noi ci siamo avvicinate a Dio e ci siamo conosciute in una chiesa. La solitudine, il dolore a volte può unire ed è quello che è accaduto a noi e alle nostre mamme. Abbiamo unito le forze, le energie, i soldi e tutte e quattro abbiamo deciso che potevamo abitare insieme, perché quel detto che dove si mangia in due si mangia in tre noi l’abbiamo modificato: dove si mangia in due si mangia in quattro…» Claudia interruppe il suo discorso colta dall’emozione ma fu subito aiutata da Elena.
«Le nostre madri non si sono perse d’animo, per noi, per darci un futuro migliore del presente in cui stavamo vivendo, si sono adattate a fare qualsiasi cosa. A noi la guerra ha portato via tanto, non solo i parenti più stretti… io e mia mamma siamo rimaste anche senza casa, vivevamo nel ricovero di vedove e orfani di guerra che ha fondato Don Bruno, il nostro prete. Poi si vede che Dio ci ha voluto aiutare facendoci incontrare in quella chiesa e da quel giorno non ci siamo più lasciate. Le nostre mamme lavorano duro all’Ansaldo di Genova e ci mandano un po’ di soldini. Cercano di non farci mancare nulla. Noi siamo così felici che stiano insieme in quella casa… ringraziamo ogni giorno Dio. È una piccola dimora, due stanze e una cucina, ma per fortuna c’è il gabinetto sull’unico e piccolo balconcino… sì, grazie a Dio è piccola… così stanno vicine di notte, si scaldano e una può accorgersi se l’altra sta male. Le abbiamo lasciate sole… ma ci scriviamo… e poi loro sono contente per noi. Mia madre dice sempre: ‘se mia figlia è felice, sono felice anch’io ed è felice anche Dio perché sa di avere in terra due tra tanti dei suoi figli, felici’.»
«…avete ben delineato la vostra personalità.» Disse Camilla con una certa esitazione.
«Sono state molto chiare… » Affermò Suor Bianca.
«In che senso chiare?» Domandò Claudia.
«Non avete mai usato un ‘Io’ ma sempre un ‘Noi’ mentre parlavate di voi. Come se foste la stessa cosa. Saliamo su nel mio studio. Parlateci del perché volete fare le infermiere. Per noi è importante saperlo. Ah, prima che voi possiate chiedermelo, cosa che mi irriterebbe alquanto se voi lo faceste, quindi vi precedo e ve lo dico una volta per tutte per chiarire ogni vostro dubbio: Suor Bianca non fa parte del convitto. Lei qui cucina e basta. Così deve sembrare, ma in realtà lei è il mio cuore. Questo è un convitto speciale, dove sembra che comandino i medici, perché uomini, ma in realtà qui comandiamo noi e per noi intendo Io, Suor Bianca, Suor Vincenza e voi allieve, ma di questo parleremo poi… ma diteci… noi vorremmo sapere qual è stato il momento esatto in cui avete capito che volevate diventare infermiere… »
 
Elena e Claudia passarono i primi giorni a parlare con Camilla e Suor Bianca e a far conoscenza con le altre allieve. Si resero conto che le loro paure di non essere mai all’altezza erano paure che non avevano senso di esistere. Perché nessuno da loro pretendeva il massimo ma solo quello che potevano dare.
E, per spiegare a loro quale fu il momento esatto in cui presero la decisione di diventare infermiere, dovettero fare un passo indietro nel tempo, tornare indietro di due anni, nel 1919.
In quell’anno, uno dei tanti nuclei delle Figlie di Maria Ausiliatrice, che a Genova, a partire dal 1912, stavano nascendo, iniziò ad adoperarsi per prestare aiuto alle profughe del Veneto dopo la disfatta di Caporetto. L’assistenza veniva prestata in un appartamento vicino alla Chiesa del Carmine. Anche l’Istituto Ravasco, dove Elena e Claudia avevano trovato il loro rifugio spirituale, prestò la sua opera a fianco delle sorelle di Maria Ausiliatrice, inviando alcune delle loro migliori ragazze. E fu proprio in quell’occasione che Elena e Claudia conobbero Graziella Bordagnon e Valentina Trezzan, conoscenza che cambiò alle due giovani il senso della loro stessa vita.
 
Graziella Bordagnon, vicentina, aveva quarantacinque anni quando incontrò per la prima volta gli occhi di Elena e Claudia. Era sdraiata su un letto oramai da giorni con accanto l’unica figlia che le era rimasta al mondo, Valentina Trezzan, dodici anni appena compiuti, figlia di Giuseppe Trezzan, sorella di Onofrio e Ugo, vittime della disfatta di Caporetto. Non morirono durante la battaglia, ma a causa di quella disumana e spaventosa fuga a cui furono costrette milioni di persone delle province di Udine, Belluno, Treviso, Vicenza, perché terrorizzate dal possibile e imminente arrivo delle truppe austro-germaniche. Graziella insieme a Valentina, Onofrio e Ugo, che avevano rispettivamente dieci, otto e sei anni, abbandonò la sua casa e si mise in marcia, sperando di trovare lungo il cammino suo marito Giuseppe. Quell’enorme massa di gente disperata non venne aiutata dall’esercito. Gli ordini erano quelli di dare priorità alle truppe e ai mezzi militari, vietando l’uso delle strade principali ai civili. Giuseppe, insieme ad altri quattro militari, già pesantemente provato sia fisicamente che psicologicamente, perse il controllo di se stesso, inveendo contro un ufficiale che non volle che prestassero aiuto ad una coppia di vecchi in difficoltà, che chiedevano la possibilità di salire su un mezzo di trasporto. I quattro militari non ubbidirono agli ordini dell’ufficiale che considerò questo gesto di insubordinazione un atto di diserzione. Furono fucilati davanti a civili e militari increduli di tanta ferocia. La guerra era anche questo: un’esecuzione sommaria, decisa da ufficiali che avevano il permesso di sopprimere immediatamente un soldato reo di comportamenti che potevano mettere a rischio la buona riuscita di un’operazione. Ma il dramma per Graziella non fu solo quello, perché la piena di un fiume che si trovava ad attraversare insieme a suoi figli, li travolse tutti, prendendosi Onofrio e Ugo e lasciandole una ferita alla gamba che le costò una parziale amputazione.
 
Lo sguardo della donna assunse un’aria interrogativa appena si trovò davanti Elena e Claudia.
 
«Graziella, queste sono due ragazze che ti terranno compagnia, sono giovani ed esili ma hanno un cuore grande che sa ascoltare. Parla con loro e lascia che tua figlia Valentina si riposi un po’.» Disse Suor Nicolina.
«Ma se poi il fiume la porta via? No, non andare Valentina, stai attaccata a me, tieniti aggrappata a me.»
«Graziella, qui non c’è nessun fiume e tua figlia ha bisogno di riposarsi. Te l’ha detto anche il medico. Dai, mollale la mano.» La esortò Suor Nicolina, cercando di convincerla.
«No, no… Dio mio, no. Lascia stare la mia bambina, non portarmela via…» Urlò la donna, in preda ad una crisi isterica.
«Basta Graziella, devi smetterla di fare così, altrimenti non guarirai più, non agitarti, che se muovi troppo la gamba poi ti fai del male. Tu hai bisogno di stare ferma, di mangiare e prendere le medicine. Qui non c’è nessuno che possa far male alla tua Valentina e soprattutto non c’è persona o cosa che può portartela via. Dai, calmati e lascia la mano della tua bambina.»
 
Elena e Claudia guardavano quella scena ferme, quasi immobili, respirando dolore, indossando dolore, masticando e ingoiando quel dolore che quella donna rabbiosamente sputava fuori. La vita per lei era diventata un fiume, un fiume in piena che si porta via qualsiasi cosa al suo passaggio, senza guardare in faccia nessuno.
Graziella era una donna distrutta, consumata, non aveva più un centimetro di pelle che non provasse dolore, che nessuno poteva più alleviarle, che nessuno poteva più toglierle dagli occhi, dal cuore e dall’animo. Quel dolore l’aveva rapita e, come un carceriere, rinchiusa in una cella non lasciandole una minima possibile via di fuga.
 
«Vieni Valentina, la tua mamma poi si calmerà, tu hai bisogno di riposare un po’.» Disse Suor Nicolina tenendo la bambina per mano e con l’altro braccio avvolgendole le spalle.
 
Le urla stridule di Graziella sembravano non avessero mai fine. Per terra vicino alla piccola poltrona dove era seduta Valentina, c’era un golfino rosso che Elena raccolse ponendolo su un attaccapanni.
 
«Dammelo, dallo a me, è tutto quello che mi resta della mia bambina, il fiume l’ha portata via, state attente a stare lì, lui passa e prende anche voi.»
 
Elena e Claudia si guardarono, in parte incredule a quello a cui stavano assistendo e in parte addolorate per il fatto di essere impotenti. Graziella continuava ad urlare e ogni urlo era così forte da far vibrare i vetri della finestra. Stringeva il golfino della figlia tra le sue braccia, cullandolo come fosse un bambino. Claudia le si avvicinò accarezzandole il viso pregandola di smettere di urlare, ma invano. Ma fu l’urlo di Elena a porre fine a quello strazio. Un urlo che sentirono anche dalla strada e che destò paura a chi era presente nell’appartamento.
Suor Nicolina si precipitò nella stanza: «Ragazze cosa succede? State bene?». Chiese con il fiato in gola.
«Sì, stiamo bene. Non so perché Elena abbia urlato così forte e mi chiedo anche come abbia fatto a lanciare un urlo così.» Rispose Claudia.
«Non vi deve importare il perché e il per come, ma essere contente che Graziella abbia smesso di urlare. Ho capito che bisognava strillare più forte di lei e ho avuto ragione. Graziella, guardami e guardaci tutte, non c’è nessun fiume qui, siamo fuori dall’acqua e soprattutto la tua bambina è viva e sta bene. Suor Nicolina l’ha solo presa per mano per condurla da un’altra parte per farla riposare.»
«Non è vero, il fiume l’ha uccisa e ucciderà tutti…» Disse tra le lacrime Graziella.
«Smettila di dire così, guardami mio Dio, una volta per tutte guardami, toccami, toccati, tocca bene il golfino, tocca le mani di Claudia e di Suor Nicolina, ti sembrano bagnate? Siamo forse bagnate? Non c’è il fiume, siamo in una casa all’asciutto e al caldo.»
«Se non è il fiume la fucilerà quel tenente e fucilerà tutte noi. Scappiamo finché possiamo.» Disse Graziella incominciando ad alzare il tono della voce.
 
Elena prese Graziella per le spalle e scuotendola le urlò in faccia. «Basta, basta, hai capito? Basta. Vuoi rimanere sola, vuoi morire qui da sola, perché se continui a comportarti così tua figlia se ne andrà, scapperà via. Non può crescere sana di mente con una madre come te vicino. Guardati la gamba, pensa a guarire, guarda che infezione che hai… qui non è il fiume o il colpo di un fucile a farti morire, ma solo te stessa. Hai capito?»
 
Suor Nicolina e Claudia erano senza fiato. Nella stanza sopraggiunsero altre due suore con la piccola Valentina.
 
«Eccola tua figlia, lo vedi che è viva?» Le disse Elena sedendosi sul letto.
 
Graziella lanciò un urlo, poi si tacque e abbracciò Elena, stringendola forte, versando lacrime sulle sue spalle.
 
«Ecco Graziella, sfogati, piangi, urla anche se ti serve, ma non perdere tempo, fatti curare la gamba e reagisci, vivi insieme alla tua bambina, non renderla schiava di quello che vi hanno fatto. Lo so, è terribile quello che hai dovuto vedere e sopportare, ma Valentina è viva e ha diritto di avere una mamma con cui può parlare, piangere, ridere e giocare. Deve essere la prosecuzione dell’amore che tu provavi per suo padre.»
«Chi sei, chi ti ha mandato qui? Fatti guardare, come sei bella. Come ti chiami? E quella è una tua amica?»
«Mi chiamo Elena Bono e lei Claudia Macciò. Ci hanno chiesto se volevano venire qui ad aiutare una mamma in difficoltà e se tu vorrai ti faremo compagnia. A te e alla tua bambina.» Elena lasciò il suo posto a Valentina e uscì dalla stanza seguita da Suor Nicolina e Claudia.
 
Da quel giorno incominciò una nuova vita non solo per Graziella, ma anche per Elena e Claudia. Le giornate passate con lei, le medicine che le somministravano ad orari, le medicazioni alla gamba, che dopo un mese di assistenza al medico che le eseguiva, impararono a fare da sole, fecero capire alle ragazze e a Suor Nicolina che la loro vera vocazione non era quella di sposarsi con Nostro Signore. Quelle due ragazze erano nate per fare le infermiere. E infermiere diventarono.

 

 

È la storia di Elena e Claudia che nel 1917 si incontrano per la prima volta su un banco di una chiesa. Nel 1923 diventano infermiere.
Tutto scorre e passa attraverso e in nome dell'amore che Elena e Claudia sapranno donare al prossimo. Le loro doti umanitarie verranno lasciate come eredità spirituale a Sonia e Juliana che vivono due vite parallele.
Perché a loro? Chi sono Sonia e Juliana?

 

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