Odo Tinteri
Odo dei Caruggi

Titolo Odo dei Caruggi
Racconti e disegni sul centro storico di Genova
Autore Odo Tinteri
Genere Narrativa      
Pubblicata il 27/09/2017
Visite 1644
Editore Liberodiscrivere edizioni
Collana Il libro si libera  N.  175
ISBN 9788893390910
Pagine 188
Prezzo Libro 15,00 € PayPal

Versione Ebook

ISBN EBook 9788893390927
Prezzo eBook 4,99 €
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I Carrugi di Genova sono la scena in cui l’autore incontra i suoi personaggi, spesso attori di una vita che morde il tempo, che passa impunito. Descritti come in un ritratto a matita, ne coglie l’anima anelante e a volte persa.
Uomini e donne che sanno raccontare le ansie e le paure del quotidiano e che spesso, bisticciano col loro passato.
Una antologia umana capace di farci riflettere sul loro e nostro vissuto. Chi leggerà conoscerà la loro vita e forse un po’ meglio, la propria. 
Incontri che segnano l’anima in una parte di città che amo e che vivo; ne assaporo trasparenze e tinte forti, cerco le voci che mi hanno parlato, che mi hanno formato; sono circondato anche da personaggi che non ci sono più, e nei vicoli restano coi loro colori diversi, incapaci di acquisire le sfumature sbiadite di una città a tratti anonima. Non mi basta più la matita per catturarne l’essenza, in ogni caruggio c’è una storia e mi ritrovo a ritrarre bozzetti di parole alla maniera di un pittore che scrive. 
Una mia amica dice che siamo tutti gioielli, se riusciamo a farci vedere nella luce giusta; io aggiungo che siamo umani, ricchi di sfumature e di umori, spesso interessanti da osservare.
Il mio punto di vista è mio e soltanto mio e, per quanto non credo sia conveniente chiedere la condivisione, il bisogno di raccontare permane. Se si hanno occhi per vedere e si ha voglia di ascoltare, ci rendiamo conto di quanto è ricca questa antologia di anime: scelgo chi raccontare, quali angoli tratteggiare. Posso servirmi della luce del sole sferzante che si insinua nei vicoli stretti o dell’ombra timida, che accarezza le pietre toccate da mano d’artista e il foglio bianco viene segnato da grafite che si fa segno. La scena è antica e gli attori sono immersi nella loro parte, da rendere secondo gli umori del giorno.
Potrei parlare di Anselmo che stamattina mi aspettava perché gli offrissi il caffè corretto. Mi ha detto, per l’ennesima volta, che aspetta la conclusione di una causa di lavoro, per riscuotere più di un milione di euro.
Costui è ospite in una casa comunale per anziani. Non ha mai lavorato in vita sua, ma sa raccontare di imprese e affari sfumati e che avrebbe potuto essere il padrone, di metà del centro storico, se ci fosse stata giustizia a questo mondo.
Posso parlare di Riccardo sempre vestito come per le grandi occasioni ma gli mancano sempre i soldi per mettere il gasolio nella sua Mercedes. Mi chiede sempre se, fra le mie amicizie, ho delle amiche, anche di sessant’anni, che possano essere generose con lui, che sa ballare il liscio, sa cantare al Karaoke e sa fare divertire, alla grande, anche le assatanate.
Posso parlare di Spillo che aspetta l’occasione per sistemare una sua canzone da sballo; sta diventando vecchio con le stesse parole di sempre e la stessa musica.
Posso raccontare della vecchia Evelina, magra come un chiodo, che avrà superato gli ottanta e dice che ne deve compiere sessanta. Costei mi chiede sempre se i miei amici, hanno bisogno dei suoi servigi. Racconta quando, nei momenti di grande attività, riusciva ad avere più di trenta incontri in una notte e la coda, in attesa delle sue grazie.
Posso parlare del baro senza lavoro, perché la mafia lo obbliga a stare lontano dalle bische. Costui ha guadagnato cifre enormi e le donne e il gioco lo hanno ridotto alla miseria.
E poi c’è un nostro amico, regista cinematografico che vanta partecipazioni a regie di grandi film e chiede partecipazioni economiche a film, che non farà mai.
Mentre parla di ciò, aspetta qualcuno, che le paghi il latte macchiato con la focaccia.
Un altro personaggio, che incontro tutti i giorni, è una giovane donna, sempre truccatissima, come per entrare in una scena di Fellini. Organizza e cerca impiego come maitresse nelle orge di alto rango. Vuole gente molto ricca, importante. Si lamenta di non trovare clienti che hanno voglia di divertirsi e che siano disposti a contribuire economicamente a progetti da favola. Si rivolge a me che, secondo lei, dovrei capire il suo interesse e intanto cerca, ansiosamente, chi possa pagare, al momento, la sua consumazione al bar.
Questi uomini di oggi hanno perso la fantasia! 
 
Se poi mi sposto verso il porto antico e mi siedo su una di quelle tante panchine e parlo con chi le frequenta, le storie sono infinite e colorate. Ci danno il pulsare di un mondo ancora diverso. Non c’è fantasia umana che possa inventare, quanto puoi ascoltare. Ho raccolto storie di migranti e di badanti, situazioni che possono indurci a riflettere e a conoscere un mondo molto lontano dal nostro. I miei personaggi di ora e di sempre mi hanno insegnato tante cose, ascoltando le loro vite sto imparando a conoscere meglio la mia, almeno spero. Bisogna essere capaci di leggerle.
Fra i tanti personaggi ho un grande interesse per Odo Tinteri, che poco per volta, si sta raccontando. Non ho ancora capito dove andrà a parare ma so che ha tanti amori, spesso tumultuosi e parla, parla, parla e, ora, ha anche deciso di scrivere. 
 
Genova
 
Oggi sono andato a fare un giro per la città vecchia.
Genova, la domenica mattina, pare una bella signora appena alzata.
Cerco di cogliere le fattezze del suo corpo ancora attraente, attraverso la vestaglia di raso. 
Anche senza trucco sa coinvolgere.
Si vede che i capelli hanno avuto l’assedio del guanciale di lino ricamato ma, con un sapiente tocco della mano, si posizionano, per non disturbare la linea del volto.
Genova è una signora che ti osserva dallo sgabello alto dei bar dell’angiporto.
 
Quand’ero ragazzo, mi piaceva passeggiare in via di Prè.
Mi sono sempre piaciute quelle donne che, lungo la strada, proponevano la loro mercanzia, anche se non sono mai andato con loro e non so perché.
Questa immagine della città è nel portafogli della mia memoria.
Passando da San Bernardo, la Storia ti cade addosso come un recipiente d’acqua che precipita dall’alto.
I portali chiusi sono una sfida alla fantasia e quando sono aperti una sfida al quotidiano.
Le colonne di marmo ti prendono per mano, per farti salire scale che gridano abbandono e, se le sali con amore, suonano, come se toccassi i tasti di un pianoforte gigante.
Guadagnando la luce, si arriva al Porto Antico, dove le strutture nuove ti ingaggiano in giostra.
E quando ci sei dentro, si fa calpestare rimanendo supino.
Non solo apre le braccia per accoglierti, facendo l’occhiolino, apre anche le gambe. Genova è una signora che sa essere provocante, sempre.
Qualche volta, puoi confondere l’abbraccio invitante da quello che rifiuta la tua corte.
Genova è un poco stronza e un poco puttana, ma il guaio è quando ti ignora.
Non chieder mai cielo ai suoi palazzi né pesce ai suoi mari.
È nata e cresciuta mordendo il monte e rubando allo scoglio l’attracco per vivere.
Quando, alla domenica mattina, vuoi bisticciare, per sfogarti, basta passare dalla Maddalena.
 
Ritornando da Banchi, infili le mani e gli occhi nei vicoli odoranti di tutte le puzze e i profumi del mondo. La vita, in quell’angolo di città, li contiene tutti.
Trovi la più esauriente delle antologie umane.
Quando sali un poco e finisci in via Garibaldi, la signora sembra già truccata e vestita per affrontare il mondo.
Il suo sguardo è altero e ti osserva, ti ricorda che tu non puoi conquistarla.
Altri amanti sono in attesa.
Se ti mostra le gambe, che scappano dal vestito, è soltanto perché questo è il suo stile, un suo vezzo, ma tu, non puoi accedere al suo piacere.
Lei ha altre braccia nelle quali prendere passione.
Genova la domenica mattina è una signora pigra che non ha voglia di parlare.
Sorseggia il suo caffè importato da lontano e tostato ad arte.
Guarda dalla terrazza di Castelletto i cerchi di fumo della sigaretta accesa e attraverso, allunga lo sguardo sulla Lanterna, per raggiungere, l’orizzonte lontano: una linea senza confine.
 
 
Via dei Giustiniani
 
Quando il mondo si fa piccolo, ti rendi conto che puoi navigarlo, con un occhio alla costa e un altro, al cielo. Via Giustiniani è un mondo di uomini che ne hanno consumato la via.
Da Piazza Ferretto, dal portone largo del palazzo, che permetteva alle carrozze di entrare nel cortile, si può abbracciare, con uno sguardo, parte della via; era importante che vi entrasse il doge, custodito dal mezzo di trasporto. 
La sicurezza era allora elemento vitale, nel vero senso della parola.
I Giustiniani avevano la loro corte e il loro esercito sempre attento e vigile. La memoria dei grandi fasti è lontana, anche se resta memoria, per chi ha occhi per vedere.
Le pietre sono dei libri aperti, ancora oggi.
Dentro quelle case con nobili ingressi, o meglio ingressi per nobili, c’è una umanità sparsa, confusa nella vita dei giorni nostri.
 
Il venditore di giornali, lo strillone, è piccolo di statura e un poco ricurvo su sé stesso. L’ho conosciuto mentre trainava una carriola carica di giornali, poi un carrello a ruote di gomma.
Gridava al portone, per avvisare del suo arrivo, poi lasciava i giornali.
Vive nella casa che era stata dei nonni e dei suoi genitori con sua sorella.; il tempo li ha rimpiccioliti: sembrano due statuine di terra cotta che nessun presepe propone.
Vivono ora meglio di prima. 
La pensione sociale permette loro di comprare il panettone e lo spumante dolce a Natale, la carne dal macellaio di via di Canneto, che per loro, mette da parte, anche la trippa, quella buona. Si lamentano quando arrivano le spese del condominio e per loro sono una botta, che corre il rischio di sfrattarli, quando ci sono i lavori extra.
Tutti i soldi se li mangia la casa.
Si lamentano ed è un miracolo come riescano a farne fronte. Per il rifacimento della facciata hanno azzerato il libretto postale, nutrito da anni di economia forzata e inoltre hanno continuato a pagare tre anni di rate, ogni mese del calendario. 
Un fratello e una sorella, mai sposati, mai avuto altre storie sentimentali.
La loro vita è cominciata in quella casa, dentro quelle mura, dove gli oggetti sono testimoni delle loro piccole avventure, quotidianamente domestiche. Tutto è narrato nei segni di utilizzo che contengono gli oggetti di uso comune. Le finestre hanno tende pesanti perché nessuno veda dentro. Anche la luce del sole è poco gradita, troppo forte, troppo calda, troppo sole rovina il comò della nonna.
 
Accanto a loro c’è Filippo. Costui è ingrassato come un toro senza mucche. 
Ha costruito la sua vita con un camioncino.
Ha trasportato di tutto. Aveva braccia robuste e spalle grandi per scendere e salire con i vecchi elettrodomestici o mobili dai piani alti dei palazzi, con scale strettissime, in cima.
Dopo il Settecento tutti i palazzi della zona hanno preso la rincorsa verso l’alto. Piani su piani in spalla a fondamenta antiche.
Il cielo non aveva misura per accoglierli. 
Sopra i tetti a terrazza altri volumi chiusi, con vista su tetti grigi di ardesia a spacco.
 
Filippo ha lavorato molto quando la via era dei mobilieri.
I mobili nuovi davano cambio ai vecchi e lui li raccoglieva e rivendeva. Comprò degli appartamenti e il magazzino.
Ha sempre vissuto solo, da quando è uscito dall’Istituto dove aveva passato l’infanzia. Ha dovuto arrangiarsi, ma la sorte non è stata ingrata.
Nessuna relazione sentimentale, né con donne, né con uomini. Solo da certe battute si può indovinare la sua confusa tendenza sessuale. 
Ogni estate la Costa Spagnola è la sua meta: spende con attenzione i suoi soldini e si procaccia ciò che gli aggrada. 
Sfogo e libertà fuori confine.
A proposito di moglie dice:
“Non ho mai avuto voglia di spingere la carretta. Cosa credi, quando non funziona è una carretta senza ruote”.
Non ho mai capito il ragionamento, ma così è, se vi pare.
La trattoria di Aldo da tanti decenni è meta di un pellegrinaggio consolatore. A mezzogiorno, anni fa, era una antologia di dialetti. La piccola cucina fatta in famiglia chiamava a tavola a prezzi modici, operai e gente del posto.
Ora, anche se ha conservato le tovagliette di carta straccia e il pane spezzato nei cestini di vimini, il menù riflette le nuove esigenze ed è diventato un poco diverso.
Le foto del vecchio e del nuovo Genoa sono sempre alle pareti.
 
La falegnameria ha una storia che conosco dal vivo.
Ho conosciuto il nonno, il padre e ora è Cesare a gestire, da tanti anni, il tutto: trovi qualsiasi tipo di legno e lo acquisti anche in piccolissime quantità.
Per falegnami e hobbisti era, ed è ancora, la meta obbligatoria. L’Ikea sta buttando fuori dal ring anche questo esercizio.
Ma Cesare regge con le sue passioni. Colleziona pietre, mobili, libri, attrezzi di lavoro e raccoglie tutto fino a riempire in maniera inaudita appartamenti interi, attigui al negozio.
Naturalmente i segni di un’economia felice si vedono, anche se ora il lavoro si trascina con fatica.
Cesare ha una vasta cultura che alimenta con curiosità inaudita. Non c’è campo in cui non punta il naso e gli occhi: agguanta il tutto e lo protegge con interesse.
Si è sposato, anni orsono, la ragazza più bella di Via dei Giustiniani. Lavorava dal mobiliere. Il matrimonio durò poco, per ragioni che non conosco, a suo dire perché le donne non sono sincere. Vive con sua sorella che di storie sentimentali, penso, non ne abbia mai avute, neanche da ragazza. L’ho vista spesso nel negozio, seduta in un canto a leggere.
Piccola di statura, ma riesce, a quel che dice Cesare, a sgranocchiarsi un pacco di pane carasau in una mattinata.
Il nostro amico, per qualunque oggetto o materiale occorra, è il mio sacrosanto riferimento.
Da lui trovi tutto, se hai la pazienza e il tempo di fare il lungo viaggio di esplorazione nei luoghi del ricovero.
Un uomo museo, in una montagna di oggetti scappati alla realtà della vita. Spesso sono minaccia alla nostra memoria perché ti cadono addosso con domande indiscrete.
Penso alla collezione di pitali e sedie con foro.
Le pietre, i minerali in particolare, sono un giro nel mondo in pochi minuti.
Gli attrezzi da lavoro percorrono un ricordo lontano di calli nelle mani.
Cesare ha i capelli bianchi ma la voglia di scherzare in compagnia è viva e si perde nei racconti sentiti dai nonni o nelle barzellette antiche, raccolte come gli oggetti sparsi dei suoi magazzeni.
Mi perdo nei lampadari a goccia, ammucchiati come rami con foglie, quando si pota il giardino: una folata di vento fresco e di odori. 
Poi le specchiere, di fantasiose fatture, ti rubano lo sguardo in quella confusione totale e intrappolano anche la tua immagine.
Il labirinto della memoria vincola la fantasia per lasciarti navigare in un mondo surreale capace di rubarti lo sguardo e l’attenzione.
Ora in Via Giustiniani c’è un fotografo che è il vero e grande testimone della città. Nel suo archivio puoi trovare riferimenti a tutti gli eventi, da tanti decenni a oggi.
Lo vedi sempre girare con le macchine fotografiche al collo. Sempre attento a immortalare eventi, gente e cose.
Persona cordiale e simpatica, molto conosciuta e apprezzata, può essere, se interrogato, un’enciclopedia della storia di Genova.
Molti esercizi sono chiusi, la via piange, il tempo che passa non c’è più.
I vicoli accanto erano piccole officine di artigiani, che non ci sono più.
A dispetto della storia, c’è un negozio con oggetti erotici o, meglio, per attività erotiche.
La vetrina sulla strada è una collezione di proposte curiose.
Per chi non è avvezzo all’uso, anche un poco misteriose, se pur nella loro semplicità. Se la vita ha senso, penso che abbia anche tanti sensi. Questo negozio ha i suoi clienti appassionati e interessati.
Il grande palazzo dei Giustiniani, la famiglia che dà il nome alla via, è stato restaurato e riadattato di recente. Non è più la casa della famiglia, per le esigenze di allora ma contiene i suoi frammenti in appartamenti e uffici. 
Testimoni del tempo sono la piazzetta antistante, gli ingressi e alcune parti del palazzo. 
Non tocchiamo la storia, ma qualche carezza più o meno sensibile la merita. 
Si pensa e si ha qualche documento, che proprio per capriccio della famiglia, sia nato il carnevale a Genova.
Il carro navale, ossia un carro a forma di nave attraversava la via in pompa magna.
I signori sul carro, con grande scorta armata e non mascherata, apparivano in questa parte di città; i cittadini, in quella occasione, potevano reclamare, ma per farlo, era consigliabile avere la maschera. Potevano scherzare o rimproverare il Signore, soltanto in quell’occasione, senza essere puniti severamente, come era costume di quei tempi.
 
Altro momento che voglio citare è la festa del melograno.
Il melograno era simbolo di grande civiltà.
Avere l’albero in cortile o nel giardino della propria casa era segno di grande raffinatezza.
In autunno quando i Signori di Genova tornavano dalla vacanza estiva, da fuori città, si riunivano per salutarsi.
Le famiglie amiche presentavano in società le ragazze da matrimonio.
Per la presentazione c’era una specie di gara che consisteva nel consumare un melograno senza l’utilizzo di nessun attrezzo.
La bravura consisteva nel mangiarlo senza fare cadere nessuna parte del frutto.
In campo quindi, gestualità, abilità, eleganza e se vogliamo, un test di intelligenza e buon gusto. Il ragazzo, sceglieva colei che aveva potuto esibire queste qualità, nel migliore dei modi o, forse, avrà scelto anche per altre ragioni che è inutile discutere in queste pagine.
 
Duilio abita nella casa dei suoi sogni, costata tutto il suo lavoro di una vita, in porto. Costui è un omone alto e robusto con la voce grossa, anche quando ti parla in segreto.
Dice che lui non è razzista e che è sempre andato d’accordo con tutti anche con i calabresi, siciliani e sardi come me.
Non sopporta però gli immigrati che chiedono, col cappellino in mano, l’elemosina e quelli che gli offrono i fiori.
Non parliamo di zingari, perché allora perde le staffe. Io so anche il perché: un ragazzino zingaro gli ha strappato dal collo la collana d’oro di cui andava fiero.
Pur di mostrarla si toglieva la camicia, anche d’inverno.
Proprio a lui, che diceva sempre: “se lo fanno a me, li castigo”.
Ebbene sì. L’hanno fatto proprio a lui e si è vergognato e si vergogna ancora, anche a raccontarlo. Duilio non sopporta gli zingari ma si tocca a destra, sotto la cintura, se vede un prete, a sinistra se incontra una suora ma da tutte e due le parti, quando vede l’amministratore di casa.
Quello sì, sempre soldi chiede.
 
Andrea, piccolo di statura ma robusto. Ha continuato a vivere in zona, anche quando gli hanno dato la casa popolare in un quartiere di periferia.
Quello è un mortorio, diceva.
Aveva sposato, da giovanissimo, una ragazza che era rimasta incinta. Si erano sistemati in un sottoscala, adibito un tempo a portineria. Lei faceva dei lavori nelle case, lui ciò che capitava.
Se la cavava bene nei trasporti e piccoli lavori di coloritura.
Non cominciava a lavorare se non aveva accanto a sé la bottiglia grande di Coca Cola. Cominciava la mattina con questa bevanda. A pranzo e dopo, continuava a bere fino a finirne tre, quattro e anche cinque, alla fine della giornata. Chiedeva soldi in anticipo, soltanto per questo.
 
Nonostante avesse la moglie giovane e anche carina, era attratto da altre ragazze. Parte di ciò che guadagnava lo spendeva a donne. Il venerdì era giorno irrinunciabile.
Se doveva lavorare quel giorno, appena finito, scappava dove sapeva lui. Ritornava tardi a casa, sempre sbronzo, ma non di Coca Cola. Senza soldi e sbronzo questo era il rito di fine settimana.
 
Come era da immaginare i malumori portarono alla separazione. I genitori della moglie fecero fuoco e fiamme.
Rimasto solo, trovò ricovero dalle sue amiche che lo caciavano appena i suoi soldi in tasca sparivano.
La vita a cui si era dato lo fece ammalare e la sua salute fu minata da tanti guai: ricovero coatto e fuori della città. Sparì per sempre dalla circolazione. Ricordo che un giorno mi disse, con tono ispirato, mentre si scolava mezza bottiglia della sua bibita, tutto d’un fiato:
“Fare sesso con la propria moglie è una menata, non c’è gusto”. 
Dall’espressione del mio viso intese che non avevo capito il messaggio e aggiunse:
“Se hai soldi e paghi, ti fanno fare quel che vuoi e tacciono.
Basta pagare!”
C’era poco da argomentare, era la sua misera filosofia. 
 
Sandra era venuta da me per chiedere lavoro, uno qualsiasi al momento, pur di guadagnare qualche soldino.
Siamo diventati amici. Studiava lingue con grande profitto e interesse. Il suo sogno era fare l’hostess.
Cercammo raccomandazioni e riuscì a essere assunta.
Alta, magra, viso gentile, sempre sorridente.
Piena di sogni e speranze.
Il lavoro la portò fuori della città.
Come era immaginabile, conobbe tanti uomini e la fortuna la portò fra le braccia di un ragazzo di origine italiana, a Londra.
Si sposarono, ebbero dei figli.
Costui divenne, in breve tempo, ed è tutt’ora, un guru della finanza internazionale. Sandra, ha presto smesso di volare per collaborare col marito, in quel che poteva. Ha mantenuto la casa dei suoi e torna ogni tanto a Genova, con i suoi figli già grandi. La meta obbligatoria è a Sa Pesta o Piazza delle Erbe, dove andavamo, qualche volta, a pranzo.
Vive a Londra, città in cui si trova benissimo, ma ha nel cuore sempre i vicoli della sua infanzia e piazza San Donato e dietro, dove sono ora i giardini Luzzati. Da bambina erano i suoi campi di gioco. È vissuta nell’infanzia e giovinezza in povertà, ma la vita dei Caruggi l’ha fatta crescere serenamente e circondata da simpatia e benevolenza.
Il suono delle campane di San Donato sono la sua musica nel cuore. Si duole di non parlare bene il genovese: quand’era piccina, i suoi volevano parlasse italiano. Il dialetto sembrava lingua per i poveri e loro volevano che non vivesse da povera.
Nella sua casa di Londra ha appeso tante mie piccole serigrafie che ricordano Genova. Mi racconta che spesso si diverte a navigare dentro quelle immagini e le sembra di sentire le voci di chi ci viveva, quando lei era piccina. Ricorda ancora le facce di chi giocava a dadi in Via del Fico anche se non le permettevano di curiosare.
Ricorda il macellaio di San Bernardo, il venditore di carbonella, il calzolaio, il negozio di spezie rare, il profumo della farinata, la voce dei vicini che si parlavano, con la finestra aperta, da un palazzo all’altro. I Caruggi sono nella sua anima e sembrano pieni di luce anche se si ricorda che, nella sua casa, non entrava mai il sole.
 
Amalia abitava in piazza San Donato.
Claudicante, seno grosso, capelli neri che più nero non si può. Tutti conoscevamo, almeno per sentito dire, il vissuto di questa donna. Ma lei aveva completamento smesso la professione che aveva fatto da giovane. Aveva rimosso la vita nelle case chiuse in cui aveva lavorato. L’ho anche sentita criticare la libertà delle ragazze d’oggi, che stanno fino a tarda notte fuori, in promiscuità, e che bevono incontrollate. Amalia era sempre gentile e teneva molto alle amicizie.
Di origine calabrese ma vissuta a Genova, parlava, e amava parlare, in genovese. Voleva a tutti i costi che facessi il capun magro e la cima alla genovese, come faceva lei, anche se tutte le volte mi cambiava qualche ingrediente. Un giorno mi chiese se avevo del tenero con la mia collaboratrice. Quando dissi fermamente che non c’era assolutamente niente fra me e lei, rispose:
“Dove c’è paglia è possibile il fuoco”, lo disse sorridendo e poi aggiunse:
“Ma lei qualche pensierino… non ce lo fa mai?”
Non sapevo rispondere. 
Allora, battendomi sulla spalla, aggiunse:
“Non sono pettegola, ma a vedervi!”
Durante un incontro nel portone del palazzo mi confidò che il muratore, quello che eseguiva dei lavori nel palazzo, le faceva la corte, ma che lei non voleva dargli confidenza:
“Sa come sono gli uomini?”
Risposi che non lo sapevo. Lei si schernì:
“Se gli dai confidenza ne approfittano”.
Mi veniva da dirle:
“E gliela dia!”.
Ma poi capii che era meglio non darle consigli inopportuni.
Anche Amalia è sparita. È meglio non chiedere troppe informazioni. Preferisco lasciare tutto nella memoria, custode dei fatti e della vita.
 
Ernesto è appena uscito di galera. Dice che la farà pagare a quei giudici di merda, che l’hanno condannato ingiustamente. La roba rubata, che gli hanno trovato in casa, gliel’hanno messa lì, per dispetto. Entra ed esce di galera, sempre, ingiustamente. Ce l’hanno con lui. Tutti rubano e poi con i soldi evitano la galera. Lui deve pagare per tutti. L’ultima volta, per una macchina. L’aveva vista a portata di mano e gli è venuta voglia di farci un giro:
“Come si fa a non venirti voglia di sentire il rombo di motore di una BMW, nuova fiammante”.
Le pinzette e qualche cacciavite ce l’ha sempre in tasca-
Servono sempre. 
Dice che gli crescono le unghie, in maniera mostruosa.
“Alle donne, piacciono gli uomini, con le unghie cortissime. Sai come è, le donne!”
Ora ha deciso che si cerca un lavoro. Mi chiede, se conosco chi lo può assumere come guardia del corpo. Assicura:
Con me stanno tranquilli, io li conosco i polli marci, all’odore, li conosco. Se mi pagano bene… a loro, non rubo!
 
 
I Carrugi di Genova sono la scena in cui l’autore incontra i suoi personaggi, spesso attori di una vita che morde il tempo, che passa impunito. Descritti come in un ritratto a matita, ne coglie l’anima anelante e a volte persa.
Uomini e donne che sanno raccontare le ansie e le paure del quotidiano e che spesso, bisticciano col loro passato.
Una antologia umana capace di farci riflettere sul loro e nostro vissuto. Chi leggerà conoscerà la loro vita e forse un po’ meglio, la propria. 

 

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