Roberto Monleone
Il tesoro di Garibaldi

Titolo Il tesoro di Garibaldi
Autore Roberto Monleone
Genere Spionaggio      
Pubblicata il 27/10/2017
Visite 1760
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Il libro si libera  N.  174
ISBN 9788893390873
Pagine 320
Prezzo Libro 16,00 € PayPal

Versione Ebook

ISBN EBook 9788893390880
Prezzo eBook 4,99 €
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Un segreto Alchemico occultato, tramandato: strane distorsioni nella Storia Risorgimentale, nel nostro passato Post-Unitario.
Tracce che portano lontano, nello Spazio e nel Tempo.
La morte violenta del Vice Ambasciatore italiano a Buenos Aires.
Una guerra silenziosa, che scoppia tra Diplomazia e bassi fondi, senza esclusione di colpi, alla caccia di un immenso Tesoro.
Una nuova missione per l’Agente Serge Pollock, e la bella e misteriosa Silvia Del Cima: impossibile immaginarne gli sviluppi
 
Le due missive erano ormai chiuse, protette soltanto dalla puntigliosità improvvida, la rassegnata indifferenza di un uomo giunto alla fine del suo percorso.
Niente ceralacca, niente sigilli; i fogli piegati e risvoltati dalle dita agili ma stanche del condannato non potevano più nascondere segreti: solo la fede illimitata dell’uomo nelle proprie idee avrebbe forse consentito ad una delle due lettere di raggiungere il destinatario.
Forse.
Il suo difensore, Monsignor Carlo Luigi Costantini, “l’avvocato dei poveri per tutti gli altri tribunali di Roma”, aveva svolto il suo incarico con una palese quanto paradossale carità cristiana, regalando al suo assistito qualche anno di vita in più; ma non soltanto.
E, di sicuro, non in cambio di niente.
 
***
 
Il guardiano aprì la botola posta nel soffitto della cella per calare una scodella contenente il disgustoso pranzo: un’annacquata zuppa vegetale con un pugno d’orzo e qualche castagna bollita.
Il prigioniero si alzò a stento, vacillò al punto da mancare inizialmente la presa ma, tolta infine dal cestino la ciotola con la minestra, fu lestissimo a posarvi le due lettere. Queste ultime gli interessavano molto più di qualsiasi pasto.
“Messere… potreste dirmi se oggi è domenica? Non ricordo più nulla…”
“Certo che è domenica; che volete?”
“Oggi dovrebbe venire Monsignore… Non è giorno di visite, ma potreste dargli questo biglietto? Ve ne scongiuro!”
“Se il Governatore della Rocca gradirà farvi questa cortesia…”
“L’altra lettera è proprio per lui, per il signore del Castello, il nobile Sempronio Semproni…”
“Ma si! In fondo, ormai…”
“Ve ne sono grato, messere…”
Il misterioso prigioniero volse il capo in alto, tese il braccio destro e pronunciò lentamente, con l’indice e il medio alzati e un tono che voleva essere rassicurante, una formula magica:
“Helion Melion Tetragrammaton!”
Il guardiano lasciò cadere pesantemente il coperchio della botola e corse via, spaventato. Non vedeva l’ora di liberarsi di quelle due lettere. Ma la sua idea iniziale, uscire nel cortile e bruciarle, usando la torcia posizionata accanto all’ingresso del corpo di guardia, non gli sembrava più così divertente.
Corse lungo il corridoio e dimenticò che avrebbe dovuto consegnarle al suo superiore diretto, il capo della guarnigione armata. Smarrì la cognizione del tempo e dello spazio e si ritrovò repentinamente davanti alla porta dell’ufficio del governatore Semproni, che gli gridò:
“Avanti… cosa c’è, adesso? Nemmeno si può mangiare in santa pace, in questo posto maledetto!”
Se non fosse stato così trasparente, incorporeo e freddo, forse avrebbe avvertito intorno a sé il cerchio di fuoco e le entità positive che l’avevano trasportato fin lì.
Avrebbe percepito l’energia mentale prodigiosa che l’aveva sedotto, e obbligato a eseguire quelle istruzioni così strampalate.
Spaventato, si precipitò dentro e posò i due messaggi come se fossero stati incandescenti. In un certo senso lo erano davvero.
 
***
 
Monsignor Costantini chiuse lo sportello della carrozza e ordinò al vetturino di avviarsi giù per la rampa d’accesso della fortezza, attraversare il borgo di San Leo, per dirigersi poi verso la diocesi, su a Pennabilli.
L’indomani avrebbe incontrato il vescovo, Monsignor Giuseppe Maria Terzi, ma senza rivelargli altro che il testo leggibile di quella missiva di commiato.
Ciò che avrebbe invece trovato tra le righe, grazie al succo del limone che aveva portato di nascosto al prigioniero una settimana prima, era strettamente riservato: solo per i suoi occhi.
Al sicuro, nella discrezione notturna della sua stanza, grazie alla magnifica candela ed al riapparire del rudimentale ma efficace inchiostro simpatico, avrebbe raccolto il messaggio che era destinato a lui.
Che avrebbe poi trasmesso a sua volta a chi di dovere, ma certo non all’alto prelato della diocesi San Marino-Montefeltro.
In fondo la tappa successiva del suo giro nel nord-est lo avrebbe portato proprio a Venezia: se, come credeva, il testo nascosto avesse riguardato il carbone, l’oro e il rame, il suo amico Giovanni Arduino sarebbe stato proprio la persona ideale per custodire ed inoltrare il segreto. Erano già d’accordo da molti anni.
Purché il tempo non fosse ancora scaduto.
 
 
 
Monsignor Costantini aspettava notizie.
Era un uomo tetragono alle emozioni, un freddo calcolatore, un razionale figlio del suo tempo, e dei tempi di là da venire; un autentico innovatore, accuratamente mimetizzato sotto la rigorosa cappa oscurantista dell’organizzazione cui faceva, in qualche modo, riferimento: la Chiesa Cattolica Apostolica Romana.
Aspettava, già pregustando l’incontro con il suo vecchio, vecchissimo amico e mentore, il più brillante dei nuovi insegnanti che aveva chiamato all’Archiginnasio Romano, poco dopo la sua nomina a Rettore dell’Ateneo.
Colui che era poi anche diventato il suocero della sua unica cognata, la sorella di sua moglie Felicita.
Legami forti, che giustificavano ogni passo di quel cammino così particolare.
Non dovette attendere a lungo. Ma non ebbe l’incontro che desiderava.
Ebbe invece una pessima notizia: il professor Arduino era deceduto, cinque mesi prima. Una brutta polmonite, fatale per un ottantenne.
 
***
 
Monsignor Costantini sedette di fronte all’ampia scrivania che era appartenuta al grande geologo e metallurgo da poco scomparso.
Il figlio più giovane di Giovanni Arduino si chiamava Leonardo, e aveva seguito le orme del padre, come si poteva evincere dalla massa informe di oggetti, matite, calamai e penne, fogli e foglietti, libri aperti e altro disordine creativo che dominava il grande piano in faggio dello scrittoio.
“Attendevo la vostra visita, eminenza. Mio padre mi aveva raccomandato di farvi avere questo…”
Sollevò da terra e appoggiò di fronte all’ospite un bauletto di legno, largo circa quaranta centimetri. Poi, con gesto teatrale e ben riconoscibile, prese da un girocollo un’antica chiave arrugginita: la mostrò a Costantini ma senza consegnargliela.
“Non desidero proseguire questo filone di studi, monsignore, ma nemmeno dimenticare ciò che è contenuto nel forziere: sono le trascrizioni e le conclusioni di una vita di lavoro, di ricerca appassionata.”
“Conosco il valore di questo dono che vostro padre mi ha fatto, messer Leonardo. Non lo dimenticherò, state tranquillo.”
“Mi basta sapere che i suoi sforzi non finiranno nel nulla, non verranno gettati via…” disse il giovane Arduino, ma con un tono interrogativo, come di trepidante ma silenziosa attesa.
Costantini conosceva l’animo umano, e comprese che qualcosa non andava.
“Avete la mia parola… Posso fare qualcos’altro, per Voi?”
“Una cosa, in effetti, ci sarebbe… Ma è una questione molto delicata…”
“Discrezione e diplomazia sono parte integrante del mio ufficio, lo sapete…”
Arduino temporeggiò, sospirò, infine si decise a parlare.
“L’ultimo ciclo di prospezioni minerarie giù in Toscana mi ha messo davvero alla prova… C’è questa donna… È calata come un angelo biondo… Ma è una Lorena…”
“Oh… certo non è un gran bel momento, per loro…”
“Maledetti Giansenisti… dopo il Sinodo di Pistoia e la bolla ‘Auctorem Fidei‘ di Pio VI dell’anno scorso, non c’è stato più un attimo di pace… Non sarebbe possibile affrontare la cosa attraverso il tribunale ecclesiastico? Aspetta un bambino…”
“Ohh… capisco…”
“Da quando il Granduca Leopoldo è morto, lei è rimasta senza protezione. Solo Dio sa cosa potrebbe ancora accadere: e ci mancava solo il Còrso che imperversa per ogni dove…”
“Bonaparte ha mire diverse: la pace durerà, non dubitate.”
“Non condivido il vostro ottimismo: il porto di Livorno gli serve, tornerà a prenderselo. Devo portarla via di là.”
“Dio ve ne renderà merito. Si tratta di Maria Clementina, vero?”
“Infatti… Ma Voi… come fate a…?” balbettò il giovane.
“A un buon avvocato non devono mancare le informazioni. Vi farò sapere cosa posso fare. Il problema è la casata; se non ricordo male, si è parlato di lei per il Principe della Calabria. Questo metterebbe a posto tutto. Non vedo proprio altre strade.”
“Certo…” Arduino deglutì, in preda ad una forte emozione “…ma non c’è molto tempo…”
“Lo immaginavo. Me ne occuperò domani stesso. In cambio…”
“In cambio vi do la chiave.”
“E le copie in vostro possesso della documentazione.”
“Ma…”
“Niente ma, messer Leonardo. Deve essere così.”
 
***
 
Erano ormai passate le sette della sera. Carlo Luigi Costantini chiuse il bauletto, fissò la chiave a un girocollo d’argento, e si concesse un momento di respiro.
Una persistente inquietudine si era impadronita di lui.
Il sole stava per sparire dietro i tetti e le calli. Del suo consueto appetito, ormai giunta l’ora di cena, neppure la minima traccia.
Le implicazioni scaturite dai documenti del professor Arduino erano di una tale importanza da rendergli difficile il riprendere il controllo. L’indomani avrebbe affrontato la necessità di inoltrarne una parte e di nasconderne il rimanente: la massa di dati ancora inutilizzabili. Sorrise, ripensando al prigioniero, a San Leo. Non era stato difficile.
L’ansia di diffondere il proprio verbo, la sedicente conoscenza alchemica, i toni iniziatici dell’uomo l’avevano subito messo in guardia, facendogli balenare il sospetto che, tra un sussurro e un vaneggiamento, ci potesse essere anche qualcosa di concreto.
Aveva visto giusto, ancora una volta.
“La pazzia è alla portata di tutti: il seme del Genio no.”: uno dei suoi aforismi preferiti.
Ma ora provava questa sensazione così strana, una specie di stordimento.
Fu solo un istante, un lampo. Monsignor Costantini ebbe una fugace visione: una figura indistinta, luminosa, annuiva osservandolo compiaciuta, in un cerchio di fuoco azzurro.
L’immagine si dissolse in una frazione di secondo, lasciandogli una sensazione di vuoto, di perdita improvvisa.
Si ritrovò nella stanza completamente buia. Accese un lume a olio ed osservò il prezioso orologio a pendolo nell’angolo della stanza: segnava le undici e mezza…
 
 
 
Il prigioniero si alzò all’improvviso con uno scatto, ma cadde quasi subito pesantemente a terra, battendo la testa.
Negli ultimi tre giorni era rimasto come paralizzato, incosciente; solo un flebile balbettio che emetteva di tanto in tanto aveva dissuaso i suoi carcerieri dallo scendere a prenderlo per buttarlo nella fossa che avevano già predisposto per la sua sepoltura.
Il comandante delle guardie si calò guardingo dalla scaletta a pioli, facendosi luce con una torcia, e lo rivoltò come uno straccio.
Un forte bagliore azzurro pervase la stanza, ma scomparve in un attimo, tanto da non lasciare traccia nella memoria dei presenti.
“A me sembra morto… chiamate un po’ il dottore.”
Il medico venne, armeggiò per qualche minuto, poi si rialzò scuotendo la testa.
“Ci ha lasciato per sempre. Che ore sono?”
“Che differenza fa?”
“Lo devo comunicare in Vaticano.”
“Andate a vedere l’ora nel mio ufficio, forza!” ordinò il comandante della guarnigione a una sentinella.
“Sono le undici e mezza.” rispose quello, al suo ritorno.
“Bene. Portiamolo via: che sia sepolto prima che faccia giorno.”
 
***
 
Non vi fu alcuna cerimonia funebre: ognuno desiderava soltanto finire e andare in branda per qualche ora.
Ma una mano pietosa contravvenne il preciso ordine di massima sobrietà, la consegna del silenzio più assoluto.
Su una tavoletta erano stati scarabocchiati solo il nome, la data di morte e quella parola che definiva il discrimine tra il Bene e il Male.
O almeno di un certo Bene e un certo Male.
E infine un ultimo segno, che nessuno si ricordava di aver aggiunto: ma la cosa fu ben presto dimenticata.
In calce allo scarno testo, in una calligrafia davvero particolare, incisa a fuoco nella tavoletta di legno, era infatti riportata una “C” maiuscola. Di un incredibile color oro.
“Qui giace Giuseppe Balsamo, Conte di Cagliostro – Alchimista – 26 agosto 1795.”
 
 
 
 
Serge Pollock prese l’attacco toccando quattro battute con le sue bacchette “VicFirth 7a”: gli altri componenti del suo gruppo, i “Project”, entrarono mano a mano nella struttura ritmica e nello sviluppo melodico di quella che era l’ultimo brano del loro concerto.
Il pubblico dell’arena all’aperto sul lungomare di Nervi aveva mostrato di apprezzare la loro scaletta, per una volta composta quasi esclusivamente da brani molto conosciuti, di artisti già affermati, sempre all’interno di una tranquilla ambientazione “jazzy”.
I pezzi composti da loro avrebbero invece costituito il nerbo di altri concerti, meno “facili”, in altre serate più di nicchia, rispetto a quella loro esibizione ferragostana in cui lo spazio per la sperimentazione era stato azzerato in favore delle “cover”, che rappresentavano comunque le loro origini e il loro passato prossimo.
La strepitosa “Last train home” di Pat Metheny, rivista con un arrangiamento quasi ballabile, tanto da indurlo ad accantonare le canoniche spazzole, sulla sua batteria Pearl “Reference Pure” di colore nero brillante, sarebbe risultata perfetta, per chiudere un’esibizione decisamente di buon livello.
Serge si concentrò sulla frequenza delle battute, impostata a 160 al minuto, ed escluse quel pensiero collaterale, quella distrazione causatagli dal fatto di aver visto, con la coda dell’occhio, il display del cellulare – appoggiato lì vicino – accendersi al ritmo di una telefonata in arrivo.
Considerando il filtro ai chiamanti quasi totale, caratteristico del profilo di utilizzo “Concerto” da lui impostato, l’identità di chi lo aveva cercato poteva facilmente distrarlo, o indurlo ad accelerare inconsciamente il timing, per una sorta di urgenza indotta, con conseguenze nefaste per l’esecuzione del bellissimo brano: non poteva essere niente di buono, niente di trascurabile. Potevano essere solo guai.
 
***
 
“Certo che se una volta, per cambiare un po’, mi chiamasse mentre non sono intento a fare qualcosa di interessante… male non farebbe!”
Serge Pollock sapeva di poter approfittare soltanto di pochi istanti, per potersi rivolgere al suo capo con quel tono scherzoso. I circa dieci secondi compresi tra il momento in cui prendeva la linea e quello in cui il suo superiore, il colonnello Carlo Leone, si aspettava che lui fosse libero di affrontare liberamente l’argomento della telefonata, dopo essersi appartato al riparo da orecchie indiscrete.
“È naturale che tu dica così, per lusingare tra le mie numerose qualità una delle mie preferite: la scelta di tempo… Hai tempo fino a mezzanotte per leggere un dossier che ti ho inviato sulla casella criptata e per farti trovare in aeroporto, pronto a partire. Stavolta ti vengono a prendere a Genova con un Falcon dell’Aviazione Militare.”
“Addirittura… Partire per dove? Per quanto tempo?”
“Devi correre a Buenos Aires. Penso che ti basteranno due o tre giorni: è solo il punto di partenza.”
“Va bene. Basteranno un paio di telefonate e un salto a casa. Cosa succede?”
“Lo saprai quando avrai letto la mail: qualcosa di molto strano e inquietante. Muoviti, dai!”
Serge non poté rifiutare, ai compagni e alla sua cerchia ristretta, un rapido e rumoroso brindisi, che utilizzò per scusarsi del fatto di dover invece assentarsi dalla pizza post-concerto, che pure stava sognando ad occhi aperti: l’errore di suonare a stomaco pieno l’aveva commesso una sola volta, e non gli sarebbe successo mai più.
Sperò in cuor suo che la cambusa dell’executive jet dell’Aeronautica Militare fosse attrezzata e ben rifornita.
Si accordò con il suo amico Frankie Bottaro per lo smontaggio e il trasporto, nel magazzino sotto il suo studio d’architettura, del suo amato strumento, salutò affettuosamente tutti, prese per mano Silvia Del Cima, la donna che da ormai più di un anno gli era accanto, e si diresse verso il parcheggio dove aveva lasciato la sua moto Honda Deauville 700, di colore nero.
“Che succede?” gli domandò lei, perplessa.
“Sai quella cosa di cui abbiamo parlato, che sarebbe potuta succedere… di cui non ti avrei potuto dire niente anche se l’anno scorso l’abbiamo condivisa…”
“Certo: ti hanno chiamato dall’A.N.S.I.S.?”
“Esattamente. Priorità assoluta, devo volare in sud America, stasera.”
“Accidenti, che bel preavviso! Dev’essere una discreta grana…”
“Mi dispiace, Silvia; non ne so ancora niente, e non te lo potrei raccontare nemmeno se lo sapessi…”
“Certo, certo… Va bene. Andiamo a casa. Certo che… un tempismo davvero perfetto!”
“Già… proprio alla vigilia della nostra vacanza negli Stati Uniti.”
“Appunto… Tra quanto tempo devi essere in aeroporto?”
“Entro mezzanotte.”
“Sbrighiamoci dai… non ti lascio certo partire senza un saluto adeguato…” gli disse, pizzicandogli il sedere mentre si infilava il casco.
“E io cretino che ti volevo proporre di fermarti a cena coi ragazzi!”
 
***
 
“Serge? Sei già a bordo?”
“Ma cacchio! Mi sto allacciando la cintura in questo preciso istante! C’è una web-cam nascosta da qualche parte?”
“Hai già letto la mail?”
“Ehm… a dire il vero no, colonnello: ho avuto un po’ da fare con i saluti, a casa…”
“Maiale! Non fa niente, tanto le cose sono cambiate ancora. Tra poco decollerai: visto che ti trovi su un Falcon 900EX dell’Aeronautica e che partirete a mezzanotte e un quarto, significa che arriverai al Newbery di Buenos Aires intorno alle nove e mezza di domani mattina, ora locale. Un bel salto di oltre undicimila chilometri: dovrete rifornirvi in volo. Ma a te il tempo per fare un sonnellino non mancherà. Appena arrivato devi precipitarti in Ambasciata, che è li a cinque minuti dall’aeroporto.
Ovviamente mi aspetto che nel frattempo tu abbia imparato a memoria il dossier che ti sto inviando adesso. Tutto chiaro?”
“Non fa una grinza. Con chi parlerò, in Ambasciata?”
“Livello uno. Ambasciatore e primo responsabile alla sicurezza.”
“Bene. Siamo arrivati alla testata della pista. Tra poco decolliamo.”
“Ottimo. Puntuali. Chiamami appena hai terminato il colloquio con l’Ambasciatore.”
“Sarà fatto.”
“Ciao, Serge.”
“A presto, colonnello.”
Un segreto Alchemico occultato, tramandato: strane distorsioni nella Storia Risorgimentale, nel nostro passato Post-Unitario.
Tracce che portano lontano, nello Spazio e nel Tempo.
La morte violenta del Vice Ambasciatore italiano a Buenos Aires.
Una guerra silenziosa, che scoppia tra Diplomazia e bassi fondi, senza esclusione di colpi, alla caccia di un immenso Tesoro.
Una nuova missione per l’Agente Serge Pollock, e la bella e misteriosa Silvia Del Cima: impossibile immaginarne gli sviluppi

 

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