Sandra Zodiaco
OLTRE

Titolo OLTRE
Scoprirsi fragili: confessioni sul (mio) disturbo alimentare
Autore Sandra Zodiaco
Genere Saggistica - Psicologia      
Pubblicata il 30/01/2018
Visite 1564
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Spazioautori  N.  3693
ISBN 9788893390972
Pagine 104
Prezzo Libro 10,00 € PayPal

Versione Ebook

ISBN EBook 9788893390989
Prezzo eBook 4,99 €
Con il passare del tempo ho capito che continuare a scappare, nel tentativo di evitare lo scontro con il dolore e la sofferenza, non sarebbe servito a nulla: per andare Oltre la malattia, quel dolore bisogna attraversarlo, dargli anima e corpo per rimpossessarsi di quella pulsione di vita vera che c’è - c’è sempre finché c’è vita - in fondo al cuore, ma che la malattia impedisce di ascoltare.
"Oltre" è un viaggio tra sensazioni, aspettative e consapevolezze di una ragazza adolescente, che sviluppa un rapporto conflittuale e disturbato con il cibo.
Grazie ad un percorso scandito da tre principali tappe - "in trappola", "in bilico", "in equilibrio" - maturerà la consapevolezza che una risposta positiva all’autodistruzione portata dal (suo) disturbo alimentare esiste: è ascoltarsi.
Riscoprirà così uno sguardo di riconoscenza e d’amore nei confronti di se stessa, e il desiderio di guardare a quel prezioso dono chiamato Vita, che in un Fiocchetto Lilla ritrova il suo senso più vero.
Prefazione
 
di Mario Russo
 
Quando Sandra mi ha proposto di scrivere la Prefazione del suo libro ho provato un’immensa gioia. Lo avevo appena letto e sentivo dentro di me un vortice di emozioni, sollevate come sabbia sul fondo del mare che comincia ad agitarsi. Ogni pagina l’ho vissuta come un’onda che ti arriva e ti lascia addosso la sensazione che qualcosa ti ha appena colpito e lo ha fatto con un colpo netto, pur conservando un’immensa fluidità.
In Italia sono molte le persone che soffrono di Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA), ma non sempre se ne parla, e non sempre se ne parla in maniera realistica ed adeguata.
Se potessi rappresentare con un’immagine i DCA, lo farei attraverso una grandissima vetrata trasparente: nessuno la vede fino a quando non ti trovi a passare da quelle parti e ci sbatti la testa contro.
Sbattere la testa contro questa vetrata è sempre molto doloroso.
È un colpo inaspettato, che spaventa, disorienta, stordisce non solo la persona che ne soffre, ma anche la famiglia e le altre persone intorno.
A tale proposito, credo che questo libro possa aiutare tutti: pazienti, genitori, persone comuni e terapeuti.
I pazienti possono identificarsi nell’autrice, sentirsi meno soli e trovare un seme di speranza, utile per incamminarsi in un percorso di cura e di scoperta di se stessi.
I genitori, spesso devastati dall’uragano della malattia, possono comprendere meglio cosa vive il proprio figlio e provare a stargli accanto nel miglior modo possibile.
Le persone comuni possono comprendere che i DCA non sono malattie risolvibili con la sola forza di volontà o semplicemente modificando l’assunzione di cibo. Bisogna approcciarsi a chi ne è affetto con delicatezza, comprensione e senza giudizio.
I terapeuti possono provare ad aumentare la connessione con i propri pazienti, coltivando l’empatia e il rispetto necessari per qualunque atto di cura.
Infatti, in questo libro autobiografico, l’autrice racconta e descrive il suo vissuto di malattia attraverso diverse fasi. Lo fa rivelando alcune pagine personali di vita in cui sono presenti il dolore, la solitudine, la paura, il profondo senso di inadeguatezza, ma anche il coraggio, la speranza, la fragilità e la forza, la voglia di rimettersi in gioco per provare a riappropriarsi della propria vita.
 
Infine, come professionista che da anni si occupa delle Persone affette da DCA, voglio concludere con un mio piccolo scritto che nasce dal vissuto dei miei pazienti. Spero possa fungere da porta di ingresso di questo libro che comincia con un titolo tanto forte quanto significativo: “In trappola”.
 
I pazienti con disturbi alimentari non mangiano cibo, mangiano grammi di ansia.
Non hanno un peso, loro si sentono un peso.
Non hanno un corpo, hanno solo un corpo estraneo.
Non vivono emozioni, vivono tempeste o vivono siccità.
Non hanno pensieri, hanno treni in corsa che quasi mai riescono a prendere.
I pazienti con disturbi alimentari riescono a mescolare la vita e la morte
fino a confondere l'una con l'altra.
 
Buona lettura!
 
 
 
 
 
Come un germoglio intrappolato tra le lastre di asfalto, piegato sotto il peso di una spessa coltre di gelo invernale. Come un colore stinto, smarrito, un silenzio frastornante, un tocco evadente. È l'anestesia dei sensi. È LA MALATTIA.
 
La malattia È ritrovarsi a vivere sporti su un cornicione che da un momento all'altro potrebbe crollare. E allora, per salvarsi, non resta che rimboccarsi le maniche e costruirsi con i propri sogni e desideri un paracadute d'emergenza.
È un pensiero fisso, assillante, un'ossessione, che martella nella testa fino a far saltare i collegamenti, il cortocircuito.
È un ricordo indelebile, perché la mente non cancella il male che si è visto e vissuto.
È un limite, da rispettare, umanamente impossibile da valicare.
Ma È anche l’indice che in fondo, da qualche parte, c’è vita.
E la malattia È, soprattutto, una voce, ha una voce, sa urlare a gran voce e rendere così completamente sordi, incapaci di sentire, di sentirsi e vedersi vivere. Ma NON È la tua voce.
 
La malattia ha il potere di rendere visibile il dolore invisibile, di trasformare in ‘segno’ il disegno complesso e caotico della mente, di irrompere con irruenza sul palcoscenico della tua vita, seminando il panico. Custodisce gelosamente tutto ciò che conquista, ingorda. S'impadronisce di ciò che dà forma alle tue sensazioni, il corpo, lo ammaestra e trasforma a suo piacimento, facendolo diventare piccolo piccolo, come quello di una formica, che appaga il suo appetito con le briciole. Abusa e s'impossessa dei tuoi pensieri, li traveste in paure e sensi di colpa. Si veste dei tuoi panni per lasciarti nuda, strapparli e trasformarli in catene. Si appropria dei tuoi affetti più cari e li trascina lontano, a poco a poco sempre più lontano, fino a farli scomparire dietro un muro di paure. E ruba: ruba gli abbracci e i sorrisi, i respiri e le parole, i "grazie" e i "ti voglio bene", i "mi manchi" e i "sono fiero di te". Ma non la speranza: anche se debole, la speranza resiste, sempre.
A te pretende di rubare ogni istante dell'atto principale del tuo spettacolo, di cui sei attrice protagonista e regista nello stesso tempo. Ma è comunque nelle tue mani che resta la penna: a te la penna per scrivere il resto del copione, a te l'onore di scrivere e portare in scena il lieto fine che hai tanto desiderato.
 
La malattia, il disturbo alimentare, per me è tutto questo. Ma io non sono la mia malattia.
 
Io sono Sandra. E Sandra NON È la malattia.
 
Riuscire a dissociarsi, a prendere le distanze dalla propria "identità malata" è una delle più faticose, e al tempo stesso grandi, conquiste del percorso di cura: rendersi conto che c'è la malattia, ma che ci sei anche, e prima di tutto, tu. Tu non sei la malattia.
 
Con la mia esperienza, sono qui a testimoniare che con un disturbo alimentare è possibile convivere e che, nonostante i pregiudizi, se ne può parlare. Se ne deve parlare, affinché il muro di indifferenza e di ignoranza entro il quale i DCA sono confinati, diventi ogni giorno un po' più basso e un po' meno spesso.
 
 
 
Il (mio) DCA: in trappola, in bilico, in equilibrio.
Per sempre in viaggio.
 
 
Di fronte alla malattia ci si sente impotenti, inermi, infinitamente piccoli. Al tempo stesso però, la malattia costringe a tirare fuori tutta la forza che è in noi, per farle fronte, per parare come meglio riusciamo i colpi che infligge, a volte senza alcuna pietà, senza guardare in faccia nessuno. Solo chi l'attraversa, solo chi la vive sulla propria pelle, può capire fino in fondo quanto faticoso sia convivere quotidianamente con un nemico che sferza colpi di continuo, in ogni direzione, ogni giorno, senza lasciare tregua.
 
Per diversi anni la malattia - il disturbo alimentare - ha assorbito tutte le mie energie, le mie emozioni, i miei kg e persino i miei amici. A poco a poco si è "mangiata" tutto, si è portata via tutto, lasciandomi vuota e circondata da un grande vuoto. Quel vuoto che rigetta tutti e non lascia filtrare nulla, se non il dolore. Quando la malattia s'insinua nella tua vita, inizi a credere che per sentirsi vivi si debba sempre e necessariamente passare per il dolore: se non soffri, sei invisibile. Ecco che allora la vita diventa una gara a chi sta peggio: più soffri, più ti senti il male addosso, e più ti sembra di sentirti in vita, più ti nascondi e più ti sembra di proteggerti, più tenti di svuotarti (mangiando sempre meno, sentendo sempre meno), più ti sembra di essere 'potente' e padrona della situazione. TI SEMBRA...
Mi ci è voluto tanto tempo per accorgermi che quella potenza in realtà è solo illusoria: uno scudo difensivo, un divisorio, un muro che la malattia ha innalzato tra me e il mondo, per proteggermi dai colpi e dalle colpe (anche e soprattutto quelle inesistenti, quelle che la 'voce' malata impone di vedere) ma per trascinarmi via dalla vita vera verso qualcosa di ancora più doloroso, un'agonia quotidiana.
Quante volte ho sbattuto contro quel muro nel tentativo di sfondarlo, non capendo che invece il muro va smantellato un po' alla volta, mattone dopo mattone! Ed è solo quando si inizia a smantellarlo, che oltre quel muro s'intravede l'alba di una vita nuova, la possibilità di una direzione alternativa, la propria alternativa.
 
La malattia ha segnato gli anni più bui della mia vita, anni in cui sono stata accompagnata da un forte senso d'inadeguatezza, dall'impressione di non essere mai all'altezza in qualunque situazione, di non essere mai abbastanza. Questo un po' alla volta mi ha portato a perdere fiducia, in me stessa e negli altri, a rinchiudermi nella solitudine e a cercare un rifugio in cui proteggermi. È così che mi è apparsa all'inizio la malattia: come un rifugio sicuro, protetto, in cui trovare riparo nei momenti di sconforto.
Poi però, con il passare degli anni, più che un rifugio, si è rivelata essere una prigione soffocante: la malattia mi ha imprigionata in una gabbia di privazioni che isola completamente dal mondo esterno e oscura ogni luce. Ha scavato in me un vuoto che nessun cibo sembrava in grado di riempire, che nessuna emozione sembrava in grado di colmare. Tutto mi scivolava addosso: il piacere dei successi e il peso delle sconfitte, i bei momenti di gioia e quelli brutti di tristezza, i si e i no, il male che mi è stato inflitto e il bene che mi è stato voluto... Tutto si è aggrovigliato in un nodo che mi ha stretto la gola, fino a farmi mancare il respiro, a non permettermi di sentire più nulla. Un nodo da sciogliere, da sbrigliare un po' alla volta per poter ricominciare, per poter andare Oltre…
 
La paura allora prende il sopravvento su ogni tuo pensiero e azione, ti paralizza, e tutto intorno a te, dentro di te, diventa buio; un buio assoluto che impedisce di vedere, sentire e desiderare qualunque cosa, persino la propria vita. E tu ti chiudi a riccio, ti raggomitoli sul tuo dolore per proteggerlo, per paura che il mondo fuori ti strappi via anche quello, quel dolore che sembra essere l'unica cosa che ti rimane quando ti ritrovi nuda, spogliata di tutto dalla malattia, a tu per tu con te stessa, faccia a faccia con le tue fragilità. Non puoi che sentirti indifesa, impotente nei confronti della tua stessa vita. E invece, non lo sei affatto.
 
Il linguaggio della malattia è complesso da decodificare, e posso solo immaginare allora quanto sia difficile per chi non lo conosce, arrivare a comprendere come sia possibile smettere di mangiare, a volte fino a lasciarsi morire; mangiare, un gesto così spontaneo, naturale, così umano.
Spesso nello sguardo di chi non conosce i DCA si legge soltanto rabbia e disprezzo nei confronti di chi si auto infligge una punizione senza avere un vero motivo per farlo. Il vero motivo invece c'è. Il sintomo, il disturbo del comportamento alimentare, è soltanto una spia: nasconde un profondo disagio e una grande sofferenza che chiedono, e meritano, di essere portati alla luce, di essere ascoltati. Non c'è disagio che non meriti di essere accolto. Non c'è dolore che non meriti ascolto e rispetto.
I DCA sono disturbi della comunicazione: attraverso il corpo - un "corpo parlante" - si manifestano i segnali di un disagio profondo, che va ben oltre il mero desiderio di bellezza estetica, e che il soggetto non riesce a comunicare a parole. E quando la malattia ti ha costretta per anni nel silenzio, trovare le parole per raccontarti agli altri può non essere facile. Ma dare voce al proprio disagio permette anche di riuscire a conoscerlo, e a conoscersi, meglio. È proprio parlandone, confrontandosi, che si riscopre la forza della condivisione: il piacere di mostrarsi agli altri per come si è veramente, con le proprie singolari qualità e anche con le proprie cicatrici.
 
Spesso si crede che per vincere le proprie difficoltà sia sufficiente la forza di volontà, e invece no, non sempre la forza di volontà basta. La sofferenza non è una libera scelta, la malattia non è una scelta. Si può però scegliere di scendere a compromessi con essa per poterci convivere, senza che ci costringa invece a (soprav)vivere incatenati alle paure, alla sofferenza. Il disturbo alimentare è un segnale, perché i DCA abitano il corpo, un corpo che però può non necessariamente essere sottopeso o sovrappeso: spesso la sofferenza 'da fuori' non si vede. Chi soffre di questi disturbi riversa sul proprio corpo le proprie paure e insicurezze, sfoga su di esso la propria rabbia, tenta di metterne a tacere i bisogni, privandolo del nutrimento e delle cure di cui necessita. Così quel corpo, che tanto si fatica ad accettare, finisce per diventare il centro delle proprie attenzioni, delle proprie ossessioni, il nucleo intorno al quale gravitano preoccupazioni e pensieri ossessivi che non lasciano più spazio ad altro: la vita sembra esaurirsi in una manciata di numeri; chili, grammi, taglie, centimetri e calorie. Il mondo dei DCA è affollato di numeri, perché il numero è il segno tangibile di un controllo, che si crede sia assoluto, immobile, perfetto, un controllo che nella malattia si cerca disperatamente di mantenere, per godere dell'appagamento che può dare. Ma questa potenza che deriva dal controllo, in realtà, è illusoria, malata, appunto. È uno scudo protettivo che s'indossa per difendersi dalle emozioni negative, dalle paure, per timore di soffrire, di soffrire ancora. Il Disturbo Alimentare è la pretesa di una perfezione impossibile da raggiungere per l'essere umano, la cui bellezza sta invece proprio nell'imperfezione che strutturalmente lo caratterizza. La giornata di chi ne soffre si trasforma in una successione di gesti meccanici, identici e ripetitivi, che pian piano diventano abitudini, rituali quotidiani, al punto tale che un giorno non ci si accorge nemmeno più di averlo in realtà perso il controllo. Perché non è in un numero la risposta a questo disagio, non è un numero a poter restituire l'amore e le emozioni vengono a mancare quando la malattia si manifesta. Quando ci sei dentro, però, non te ne rendi conto: la sofferenza sembra l'unica soluzione possibile per tollerare la vita in qualche modo, per quanto doloroso esso sia.
 
E invece un'alternativa possibile, un'alternativa alla sofferenza, al silenzio, alla malattia, c'è. Ed è quella che al numero sostituisce la parola, è quella di chiedere aiuto.
 
Chiedere aiuto può essere difficile, perché la sofferenza che un DCA porta con sé può essere così potente da far sentire incapaci di reagire, in balia di una forza apparentemente incontrastabile e inaffrontabile. Trovare il coraggio di chiedere aiuto non significa rassegnarsi o arrendersi ad essa, anzi, significa concedersi la possibilità di lottare ad armi pari, per riappropriarsi di tutte le emozioni e le sensazioni positive che la malattia impedisce invece di sentire, per riconquistare la libertà di essere semplicemente se stessi.
Andare a scavare nel profondo del proprio vissuto non è facile. Ci vuole coraggio. Quanto coraggio ci vuole per guardare in faccia le proprie debolezze, per affrontare le proprie paure...! La scelta di chi lotta contro un DCA credo sia un atto davvero coraggioso, perché costa tanta fatica, tanti sacrifici e comporta a sua volta tanta sofferenza….ma è una scelta che vale la pena, perché vale la vita!
 
Confesso di essere stata anch'io titubante e molto scettica all'inizio del mio percorso di cura, che ho intrapreso per accontentare chi mi chiedeva insistentemente di farlo, chi cercava di convincermi a parlare con uno specialista delle mie difficoltà con il cibo, perché da fuori capiva che ne avevo davvero bisogno, mentre io pretendevo di farcela da sola, credevo che da sola, con il passare del tempo, avrei saputo lasciarmi alle spalle tutte quelle difficoltà. La pretesa di 'farcela da soli' è una pretesa di onnipotenza dettata dal disturbo stesso, che impedisce di valutare il problema, e di valutarsi, obiettivamente. Con un aiuto esterno è possibile capire che, in realtà, si tratta di un ideale di onnipotenza illusorio, persino ingannevole, perché altera la percezione dei propri limiti.
Mi ci è voluto molto tempo per rendermi conto del valore di quell'insistenza, per riconoscere tutto il bene, tutto l'amore, che c'era dietro quell'apprensione, l'apprensione di una madre che vede la propria figlia adolescente allontanarsi ogni giorno un po' di più, nascondersi e rintanarsi nel silenzio e nella solitudine, al punto che qualunque comunicazione diventa impossibile. È proprio per sopperire a questa mancanza di comunicazione che è subentrata la malattia, perché per vivere gli esseri umani hanno bisogno di comunicare con gli altri: per comunicare c'è chi usa l'arte, le immagini, i disegni o i movimenti, e chi somatizza, chi porta scritto sul proprio corpo un messaggio profondo, che non sempre però sa essere correttamente decifrato. Per questo è importante rivolgersi tempestivamente a figure di specialisti in grado di fornire una risposta adeguata al disagio che quel messaggio svela.
 
Portare avanti un percorso di cambiamento, di cura verso la guarigione, richiede impegno, costanza, sacrifici e soprattutto molta fiducia nei propri 'compagni di viaggio'. La strada del cambiamento può spaventare, perché è lunga, tortuosa, disseminata di ostacoli, e ad ogni caduta è faticoso rialzarsi...ma non è una strada impossibile da percorrere.
Scoprire che non si è soli, ma accompagnati passo dopo passo, caduta dopo caduta, permette di trovare il coraggio per andare avanti: attraversare la sofferenza rende più forti e più consapevoli. E strada facendo, s'impara a riconoscere l'importanza e il valore dei piccoli passi, quelli su cui il cambiamento si costruisce un po' alla volta: piccoli-grandi passi che rendono il viaggio alla scoperta di se stessi di giorno in giorno più sorprendente.
 
A chi si appresta a questa lettura, vorrei rivolgere un invito: non avere paura, abbi coraggio.
Il mio invito è rivolto soprattutto a chi - genitore, figlio o conoscente che sia - ancora non riesce a trovare la forza di chiedere aiuto.
Non posso assicurarvi che da certe ferite sarà facile guarire, né che di certe insicurezze sarà facile liberarsi, ma lentamente diventeranno meno pesanti, più gestibili.
Lentamente cominceranno a contare di più i vostri occhi, le vostre emozioni, i vostri desideri, la curiosità, la vicinanza di chi amate, il calore di un abbraccio, la voglia di prendervi cura di voi, ma anche le vostre tristezze, le vostre mancanze, le vostre paure.
Lentamente comincerà a contare tutto, tutto ciò che di meraviglioso ogni nuovo giorno può offrirvi.
Con il passare del tempo ho capito che continuare a scappare, nel tentativo di evitare lo scontro con il dolore e la sofferenza, non sarebbe servito a nulla: per andare Oltre la malattia, quel dolore bisogna attraversarlo, dargli anima e corpo per rimpossessarsi di quella pulsione di vita vera che c’è - c’è sempre finché c’è vita - in fondo al cuore, ma che la malattia impedisce di ascoltare.
"Oltre" è un viaggio tra sensazioni, aspettative e consapevolezze di una ragazza adolescente, che sviluppa un rapporto conflittuale e disturbato con il cibo.
Grazie ad un percorso scandito da tre principali tappe - "in trappola", "in bilico", "in equilibrio" - maturerà la consapevolezza che una risposta positiva all’autodistruzione portata dal (suo) disturbo alimentare esiste: è ascoltarsi.
Riscoprirà così uno sguardo di riconoscenza e d’amore nei confronti di se stessa, e il desiderio di guardare a quel prezioso dono chiamato Vita, che in un Fiocchetto Lilla ritrova il suo senso più vero.

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