Eugenio Fezza
Cose dell’anima, l’anima delle cose

Titolo Cose dell’anima, l’anima delle cose
Autore Eugenio Fezza
Genere Narrativa      
Pubblicata il 20/04/2018
Visite 892
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Spazioautori  N.  3703
ISBN 9788893391207
Pagine 144
Prezzo Libro 12,00 € PayPal
Moti del cuore e passioni raccontati attraverso brevi storie in cui i protagonisti non sempre sono esseri umani, ma dove i sentimenti sono quelli dell’anima di un uomo, che ha scelto questo strumento per condividerli.
Il proprio attimo di gloria.
Quanto era buia la stanza in cui Pepe si trovava, e quanto greve l’atmosfera di quelle ore: il silenzio regnava assoluto e non vi era proprio nessun altro con cui scambiare due parole.
E pensare che fino alla sera prima la stanza era stata affollatissima di persone che andavano e venivano: atleti, giornalisti, manager e, soprattutto, Pepe ancora in compagnia di due cari amici, Primo e Cinque Etti.
Li aveva conosciuti non appena arrivato al Centro federale, e con loro aveva condiviso sogni, ansie ed aspettative.
Primo era così chiamato perché era stato scelto non appena la Commissione Organizzatrice aveva iniziato i preparativi per quella memorabile Manifestazione, e come veterano si era assunto il compito di accogliere ogni nuovo arrivato, e di mostrargli l’ambiente in cui avrebbe dovuto vivere fino a Manifestazione conclusa, cercando sempre di tenersi in buona forma, in modo da dare il proprio contributo nel migliore dei modi.
Pur essendo il più “vecchio” della squadra, Primo non si mostrava mai altezzoso né schivo, e con Pepe era stata subito profonda amicizia.
Quante volte, durante le lunghe notti di quell’estate, avevano condiviso i propri pensieri, e sempre Primo aveva avuto parole di conforto e consigli utili per frenare la smaniosa voglia di emergere del giovane Pepe.
“Non devi strafare!”, gli diceva sempre il saggio amico. “Basta solo che tu ti faccia trovare sempre pronto, e vedrai che il momento di gloria ti verrà incontro senza neppure che tu te lo aspetti!”.
“Già – gli rispondeva malinconicamente – è facile a dirsi, quando si è sicuri del proprio valore e della stima che gli altri hanno di te; per me invece è difficile più di ogni altro, perché sono arrivato qui per ultimo, il giorno prima che questa Manifestazione iniziasse, e non so assolutamente se mai verrò scelto per partecipare. A volte mi chiedo perché mai mi sia capitato di trovarmi qui, mentre sarebbe stato meglio rimanere uno sconosciuto, godere della libertà degli altri, che spensieratamente corrono sui prati o sguazzano felici in riva al mare!”.
“Non devi assolutamente pensarla in questo modo! – lo apostrofava Cinque Etti – Per ciascuno di noi è un onore essere stati scelti per partecipare a questo evento, e solo uno sciocco può pensare che sarebbe stato meglio non essere presente. Ciascuno di noi verrà scelto al momento opportuno, secondo le proprie qualità, e il migliore di tutti avrà la gloria maggiore”.
Cinque Etti, così chiamato per la gracilità della sua figura, era di poco più vecchio di Pepe ed era entrato a far parte della squadra lo stesso suo giorno, divenendo subito amici per aiutarsi vicendevolmente a conquistare un proprio posto tra gli altri.
Aveva certamente una forte ambizione, che ne stimolava ogni azione, ogni atteggiamento. Nonostante ciò non era per nulla antipatico, e trovava sempre la battuta giusta al momento opportuno per risollevare l’animo dei compagni al termine di una dura giornata di lavoro; questa sua qualità si era dimostrata veramente fondamentale, a Manifestazione iniziata, quando si trattava di consolare chi non ancora era stato scelto per partecipare, o chi, dato il proprio contributo fino allo stremo delle forze, veniva messo da parte perché oramai “inutile”.
INUTILE! Era questa la parola che più terrorizzava Pepe e tutti i suoi compagni d’avventura: venire etichettati con quel termine significava la fine di tutto, il crollo di sogni e sforzi, l’infrangersi di speranze e il vanificarsi di tutto l’impegno profuso quotidianamente.
Chi credevano di essere tutti quegli uomini così saccenti e nello stesso tempo boriosi, sempre elegantemente vestiti, attenti ai flash delle macchine fotografiche, ma per nulla consapevoli di ciò che per Pepe, Primo, Cinque Etti e compagni significasse allenarsi, faticare, soffrire e sognare in attesa di venir prescelti per dare il proprio contributo, senza lesinare sforzi, nella speranza di vivere una sola giornata di gloria!
Il silenzio di quelle ore, che sembravano infinite, riportava alla mente di Pepe tanti ricordi, tante emozioni, da fargli temere di scoppiare per l’alternarsi nel suo cuore di sentimenti contrastanti.
Riviveva la speranza che si accendeva in lui ogni qual volta l’anziano custode Gaspare, vera e propria istituzione del Centro federale, varcava la soglia della stanza, e con grande cura sceglieva coloro che avrebbero partecipato agli incontri della giornata.
Per più di due settimane aveva desiderato, sperato, morbosamente agognato che quelle vecchie e callose mani indicassero proprio lui.
Invece non era mai stato prescelto, e sempre aveva invidiato i compagni che, baldanzosi ed euforici come antichi gladiatori romani, lasciavano la stanza seguendo il vecchio Gaspare, andando incontro alla loro giornata di gloria.
Ripensava ai lamenti di coloro i quali, dopo un incontro, ritornavano piuttosto malconci, spossati, ma rivedeva anche la gioia che traspariva da ogni movimento di coloro i quali veramente erano stati protagonisti.
Più i giorni passavano e più le speranze si assottigliavano nel povero Pepe, che non pensava assolutamente di poter aspirare a partecipare agli incontri di maggior importanza.
Il buon Primo stimolava i due più giovani amici a non demordere mai, e anche gli elogi che il vecchio Gaspare faceva loro inorgoglivano il cuore di Pepe e di Cinque Etti.
Lentamente, giorno dopo giorno, i vari compagni di avventura godevano del privilegio di fare la propria apparizione nell’ambito di quella grande e famosa Manifestazione e oramai mancavano solo due giornate alla fine: le due giornate più importanti.
La mattina di quel venerdì Pepe, Primo e Cinque Etti erano ancora tutti insieme, e con loro vi era un certo Tango, di origine spagnola, che mai aveva legato con gli altri, mostrandosi sempre piuttosto schivo ed attento esclusivamente a farsi strada tra gli altri.
Primo stava rassicurando i compagni, dicendo che finalmente anche per loro era arrivato il momento di far vedere chi fossero, e l’occasione era semplicemente unica, perché si trattava di partecipare ad una delle due giornate più importanti, segno che avevano lavorato bene ed avevano colpito l’attenzione degli addetti ai lavori.
Pepe sorrideva entusiasta, perché aveva una cieca fiducia in Primo, e quando all’improvviso la porta si aprì e sull’uscio apparve Gaspare, il custode-istituzione, tutti rimasero col fiato sospeso, seguendo ogni gesto dell’anziano uomo, che si parava proprio di fronte a loro.
Trascorsero alcuni istanti di profonda emozione ed infine le callose mani del custode indicarono Primo e Cinque Etti, l’uno a destra e l’altro a sinistra del povero Pepe che, sconsolato per non essere stato scelto, riuscì ugualmente a congratularsi con i due amici per la buona sorte ricevuta.
Li osservò uscire e poi si rinchiuse in un profondo silenzio, agevolato anche dalla presenza di Tango, per nulla desideroso di fare conversazione.
Erano trascorse un paio d’ore da quando Primo e Cinque Etti erano usciti con Gaspare per andare incontro alla loro porzione di gloria, quando la porta della sala si aprì una seconda volta, e nuovamente riapparve il vecchio custode.
Rapido, quasi con affanno, si diresse verso Tango e lo prese con sé, lasciando Pepe nel più totale smarrimento.
Cos’era successo? Perché mai Gaspare era tornato?
Tormentato da simili domande, Pepe trascorse ore interminabili, attimi di disperazione e sconforto finché, verso l’imbrunire, la stanza si riempì nuovamente di luci, giornalisti, fotografi, organizzatori eleganti e soddisfatti, atleti accaldati e piuttosto provati.
Nonostante cercasse di capire ciò che poteva aver indotto Gaspare a tornare a chiamare Tango, nessun discorso che ascoltasse gli tornava utile per risolvere l’angoscioso mistero.
Finalmente rientrò anche il vecchio custode, e con lui Primo e Tango.
L’amico sembrava piuttosto provato e cupo, cosicché Pepe lo lasciò riposare per alcuni minuti, prima di rivolgergli la tanto fatidica domanda: “Cos’è successo?”.
Primo guardò pensieroso il giovane amico poi, quasi soppesando le parole, disse: “Cinque Etti non ce l’ha fatta! Era così felice di essere stato scelto per questa giornata, che l’emozione lo ha tradito ed ha ceduto, il suo povero cuore è scoppiato e non vi è stato più nulla da fare!”.
I due amici rimasero in silenzio, fissandosi a lungo, quasi per trasmettersi l’un l’altro la forza per reagire quel tremendo dolore; infine Pepe si lasciò andare ad un lunghissimo e convulso pianto.
Alcune ore dopo Primo e Tango vennero trasferiti in un’altra stanza, dove si lavorava febbrilmente per riparare i danni riportati negli incontri del giorno; tutta la stanza era vuota, buia, silenziosa, e solo Pepe rimaneva lì in attesa, tormentato dalla fine di Cinque Etti, amico vero e fidato.
“Tutto ciò non ha senso!”, esclamò ad un tratto, sentendo la propria voce rimbombare entro il locale vuoto. “Abbiamo lottato insieme ogni giorno per cosa? Ne è valsa la pena morire per questa stupida Manifestazione?”.
Niente e nessuno poteva rispondere a simili domande, e nulla mai avrebbe potuto colmare il vuoto creatosi nel cuore di Pepe, ma fortunatamente il suo animo era forte, ribelle e, riflettendo in un attimo di assoluta lucidità, Pepe prese una grande decisione: Domenica sarà il mio turno, sarà il giorno più importante con l’incontro più importante di questa Manifestazione. Ebbene, darò il massimo e la mia gloria sarà anche la gloria di Cinque Etti!
L’alba di quella domenica mattina colse Pepe profondamente addormentato, dopo una notte tormentata ed agitata.
Era veramente una giornata particolare, perché la stanza si riempì di persone affaccendate, freneticamente impegnate a rendere perfetto quell’atto conclusivo di quella importante manifestazione.
Il vecchio custode Gaspare parve molto più gentile del solito nei confronti di Pepe, trattandone con cura il “look”, e accompagnandolo con una certa deferenza al solito allenamento quotidiano.
Sebbene il dolore per la scomparsa del caro amico fosse ancora forte e vivo nell’animo di Pepe, egli non poté fare a meno di entusiasmarsi all’idea che finalmente, quella sera, avrebbe vissuto la propria fetta di gloria, maggiore di qualsiasi altro compagno, perché lui era stato prescelto per la Finale.
Rientrato nella solita stanza, curiosamente tirata a lucido per l’occasione, Pepe trovò ad attenderlo Primo ed altri compagni.
“Sono veramente felice di vedervi!”, riuscì a dire a malapena, mal celando una profonda commozione.
“Non avremmo mai potuto lasciarti solo in questo momento così importante”, disse Primo che, come al solito, si era fatto portavoce del gruppo.
“In fin dei conti tutti quanti noi speravamo di poter vivere da protagonisti questo momento così importante, e vogliamo esserti vicini anche solo come spettatori. Anche Cinque Etti è qui con noi, in questa stanza, e stasera – aggiunse visibilmente commosso – ti starà accanto, per trasmetterti fiducia ed entusiasmo!”.
Le poche ore che mancavano all’inizio della Finale Pepe cercò di trascorrerle non pensando a nulla, per evitare di caricarsi di un’eccessiva tensione.
Finalmente entrò Gaspare ed allora Pepe, con un solo sguardo, salutò tutti i compagni, e con entusiasmo seguì il vecchio custode, dalle mani callose, verso la propria gloria.
...Lo stadio era gremito di pubblico, circa 80.000 persone eccitate che con canti, grida e bandiere colorate accolsero con un vero boato l’ingresso dei giocatori in campo.
Pepe osservò per un attimo tutta quella folla, e quasi ebbe voglia di fuggire; poi vide in alto il tabellone luminoso, su cui appariva la scritta WORLD CHAMPIONSHIP FINAL, e finalmente il caro Pepe comprese cosa lo aspettasse: sarebbe stato protagonista vero e proprio di una finale dei Campionati del Mondo.
Mentre un uomo in giacchetta nera sistemava Pepe al centro del campo, gli occhi di milioni di spettatori di tutto il mondo erano rivolti su di lui, bianca sfera di cuoio a scacchi.
Lui solo, e non i ventidue giocatori schierati, era il vero fulcro di quell’evento, e Pepe si sentì riempire d’orgoglio.
Al fischio d’inizio gli atleti cominciarono con frenesia a spingerlo con quanta maggior classe ed animosità possibile verso la porta avversaria, e le sue evoluzioni incantavano la folla: ora era protagonista di un perfetto lancio, poi di uno stop magnifico, ma la cosa che maggiormente esaltava gli ottantamila spettatori paganti, ed i milioni di telespettatori, era la sua rapidità nel proiettarsi verso quello strano marchingegno protetto da una rete.
Era un oggetto che sempre l’aveva spaventato, e per lui era un vero sollievo quando uno dei giocatori, vestito diversamente dagli altri, gli impediva di finirvi intrappolato, bloccandolo o deviandone la traiettoria.
Alla fine del primo tempo le squadre rientrarono negli spogliatoi sul risultato di zero a zero, e Pepe venne nuovamente affidato al vecchio Gaspare, che cercò di ripulirlo e lucidarlo.
Sembrava che qualcosa però stesse guastando quella grande festa, e finalmente capì: quegli sciocchi uomini non si divertivano pienamente solo perché lui non era mai caduto nel marchingegno tanto temuto, che tutti chiamavano “porta”, e già si mormorava tra la folla che quel pallone non volesse entrare.
Fu proprio allora che Pepe comprese in quale maniera avrebbe potuto rendere se stesso e lo spirito di Cinque Etti immortali.
Decise di valutare con grande attenzione chi fosse l’atleta più meritevole, più simpatico, e di permettere solo a lui di farlo entrare entro la “porta”.
Ripreso l’incontro, nonostante l’impegno profuso dai vari atleti fosse encomiabile, erano già trascorsi quaranta minuti senza che una delle due squadre riuscisse a realizzare una rete, perché Pepe non aveva ancora scelto ed evitava con grande maestria di cadere nella trappola: ora rallentava improvvisamente, permettendo il recupero di un difensore, ora cambiava repentinamente direzione, finendo ai lati di quei pali, che sorreggevano quella minacciosa rete.
Infine Pepe scelse un biondo giocatore, dal quale aveva forse ricevuto il trattamento più duro, perché dotato di grande potenza, ma che lo aveva impressionato per la lealtà e l’abnegazione mostrata.
E fu così che, partendo dal piede di quel biondo atleta, Pepe cominciò ad acquistare velocità, percorrendo circa trenta metri senza che nessun giocatore potesse frenarlo, e scelse di entrare in quella rete, proprio all’incrocio dei pali.
Il boato che seguì a quel meraviglioso goal fu incredibile, e la gioia di quel biondo calciatore esplose in tutta la sua energia.
 Pepe alzò lo sguardo verso il tabellone, e rivide l’immagine del suo capolavoro, e finalmente seppe di aver ottenuto ciò per cui aveva sudato e lottato in quelle settimane: il proprio attimo di gloria!
Moti del cuore e passioni raccontati attraverso brevi storie in cui i protagonisti non sempre sono esseri umani, ma dove i sentimenti sono quelli dell’anima di un uomo, che ha scelto questo strumento per condividerli.

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