Jean Génois
Il candelabro

Titolo Il candelabro
La strana storia del signor Repetto
Autore Jean Génois
Genere Narrativa - Romanzo      
Pubblicata il 06/06/2018
Visite 818
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Spazioautori  N.  3707
ISBN 9788893391146
Pagine 208
Prezzo Libro 15,00 € PayPal
Repetto, giovane artista dall’aspetto selvaggio e poco rassicurante, vive nel sottobosco degradato dei caruggi genovesi, rifiutato e schernito da una società alla quale si oppone con atteggiamenti scostanti e a tratti brutali, ma anche con un estro singolarmente misterioso.
Un passato inquietante, infatti, si ripresenta sotto forma di incubi e visioni, rifiuto di un’appartenenza che lo perseguita. Sarà l’incontro con una giovane donna ebrea, Leah, ad aprire un sipario storicamente sconvolgente, ma risolutivo, sul senso della sua personalissima storia.

Prefazione

Conobbi casualmente il signor Repetto nel corso di un improvviso sciopero delle Ferrovie Nord, mentre passavo nei pressi di una piccola stazione brianzola. Scorsi un tipo trasandato di una certa età che, con una cartella sottobraccio, chiedeva se vi fossero mezzi alternativi per raggiungere Milano. In quel periodo ero impegnato nella località poco distante da Saronno per seguire da vicino i lavori di una multinazionale telematica e mi offrii di dargli un passaggio. Durante il tragitto parlammo d’arte e architettura. Lo trovai molto preparato, specialmente per quanto concerneva la storiografia architettonica. Discutemmo d’argomenti tecnici che mi fecero pensare di essere in compagnia di un collega del settore costruzioni.

Fu un viaggio interessante che mi diede l’opportunità di conoscere un personaggio singolare, senza dubbio fuori dalle righe. Ci incontrammo in seguito nel corso di rassegne d’arte e fu in quelle occasioni che mi ripromisi di conoscerlo più a fondo. Così feci, finché diventammo amici. 

Frequentando il suo atelier nel comasco ebbi l’opportunità di osservarne l’attività creativa eterogenea, che spaziava dall’arte visiva sperimentale alle realizzazioni più complesse di plastici edilizi che seguivano rigorosamente i progetti elaborati su lucidi.

Un autarchico ed enorme vecchio tecnigrafo di legno a pedale per regolare il piano di lavoro con pesanti supporti in ghisa ingombrava quasi tutto lo spazio circostante. Rotoli eliografici accatastati e sparsi dappertutto. Colori, scaffali colmi d’ogni sorta di materiali, testi di ingegneria e di scienza delle costruzioni mischiati a biografie e quant’altro d’illustri architetti. Il pavimento era cosparso di trucioli di legno e mucchietti di segatura; dipinti a tecniche miste e acriliche erano rivolti verso il muro. Tempere su carta cotone e disegni leggeri realizzati con i rapidograph raffiguravano il pensiero dell’autore, in quanto deridevano e mettevano alla berlina tutto ciò che passava per buono ed esteticamente di qualità la classe dominante, qualunque fosse l’ideologia. Vidi le cosiddette archeologie industriali avvolte dentro teloni-sudari in poliestere trasparente, il ludibrio riservato agli edifici neo-classici e alle architetture post-moderne. Le invettive ironiche deridenti i regimi totalitari, i loro emblemi e prodotti di massa. Insomma, a prima vista parevano interpretazioni di un esacerbato nichilista. Mi meravigliai non poco nell’osservare che non vi fossero attacchi diretti alle religioni. Come lui stesso ebbe modo di dirmi, il potere aveva sempre assunto diverse connotazioni ma la sostanza, a prescindere dalle ideologie, era sempre la stessa: il dominio in tutti i settori, nessuno escluso. 

La satira quand’è intelligente fa più male di un pugno in faccia, pensai osservando divertito quanto l’amico mi mostrava.

Rivolgendomi a lui dissi che contestare, il più delle volte, era un esercizio sterile se ci si limita alla polemica, senza proporre alternative valide. Mi guardò con un sorrisino sardonico rimanendo in silenzio. Rimasi di stucco.

Sopra il piccolo tavolo da falegname erano casualmente sparsi chiodi, raspe, pialle di varie misure, listelli di balsa, barattolini di smalto per modellisti, barrette varie di metalli e fogli di plexiglass.

Improvvisamente mi accorsi che, seminascosta e appoggiata sotto il bancone, c’era una targa in legno sulla quale era realizzato un qualcosa che mi sembrava di riconoscere. Chiesi il significato di quella creazione.

L’amico, con una sorta d’imbarazzato pudore, mi spiegò che si trattava di un candelabro ebraico, una menorah, raffigurata asimmetricamente nel frontespizio del salone espositivo C.E.W. (Centro Espositivo Simon Wiesenthal): era un progetto che aveva pensato di realizzare a Venezia. Sulla targa in basso a sinistra la didascalia con la dedica al celebre cacciatore di nazisti austriaco, sul lato destro in alto, in caratteri ebraici, la parola “Shalom”. Subito non riuscii a capire il significato intrinseco e la profondità di quell’opera inusuale ma, osservandola, umilmente ne compresi il messaggio. Rigorosa impostazione che non dava luogo a interpretazioni fantasiose. Probabilmente l’antico artista Betzalel non avrebbe gradito la libera interpretazione formale di Repetto.

Fui colpito dal grave senso di smarrimento e stringato pudore nel non rivelare cosa celava di così misterioso il prototipo della targa che, imbarazzato, ricoprì subito con un telo.

Percepii in lui una sorta di vecchiezza antica dalla quale, allo stesso tempo, sgorgava la fonte cristallina di una gaia e perenne giovinezza: cercai in seguito di saperne di più. 

Mi interessava approfondire il mistero che lo legava a quel candelabro, doveva essere qualcosa di particolare. Conoscendomi più a fondo, spesso col sorrisino beffardo mi svelava frammenti del suo vissuto. Seppi che era nato in Liguria e, prima di approdare in Lombardia, aveva vagato in lungo e in largo per l’Italia e all’estero. Delle sue incerte origini familiari non ne volle parlare.

In seguito, quando lo persi di vista, Raphael, una nota scultrice di Varese che lo conosceva bene, mi parlò del suo spirito irrequieto tipico degli apolidi. Lo definì una persona generosa verso gli altri, soprattutto con gli artisti, e che non pensava molto a sé in quanto considerava il denaro un mezzo e non un fine.

 

Prima di svanire ancora una volta per chissà dove, una sera lo invitai a cena a Milano, nell’accogliente trattoria Meneghina situata nei pressi della Fondazione Stelline, in Corso Magenta.

In quell’occasione volle parlarmi spontaneamente di cosa rappresentasse per lui il candelabro menorah. Rimasi deluso perché non affrontò direttamente l’argomento riguardante l’oggetto, ma si limitò a raccontarmi una storia fantastica e incredibile che aveva a che fare con la sua infanzia. Allibito, lo ascoltai. Una narrazione dal sapore metafisico, che mi apparve del tutto visionaria. In quel racconto vi era il significato profondo del candelabro.

Non intendo aggiungere altro se non riportare fedelmente, seppure in sintesi, il racconto dell’infanzia che mi fece il signor Repetto.

Prefazione
Conobbi casualmente il signor Repetto nel corso di un improvviso sciopero delle Ferrovie Nord, mentre passavo nei pressi di una piccola stazione brianzola. Scorsi un tipo trasandato di una certa età che, con una cartella sottobraccio, chiedeva se vi fossero mezzi alternativi per raggiungere Milano. In quel periodo ero impegnato nella località poco distante da Saronno per seguire da vicino i lavori di una multinazionale telematica e mi offrii di dargli un passaggio. Durante il tragitto parlammo d’arte e architettura. Lo trovai molto preparato, specialmente per quanto concerneva la storiografia architettonica. Discutemmo d’argomenti tecnici che mi fecero pensare di essere in compagnia di un collega del settore costruzioni.
Fu un viaggio interessante che mi diede l’opportunità di conoscere un personaggio singolare, senza dubbio fuori dalle righe. Ci incontrammo in seguito nel corso di rassegne d’arte e fu in quelle occasioni che mi ripromisi di conoscerlo più a fondo. Così feci, finché diventammo amici. 
Frequentando il suo atelier nel comasco ebbi l’opportunità di osservarne l’attività creativa eterogenea, che spaziava dall’arte visiva sperimentale alle realizzazioni più complesse di plastici edilizi che seguivano rigorosamente i progetti elaborati su lucidi.
Un autarchico ed enorme vecchio tecnigrafo di legno a pedale per regolare il piano di lavoro con pesanti supporti in ghisa ingombrava quasi tutto lo spazio circostante. Rotoli eliografici accatastati e sparsi dappertutto. Colori, scaffali colmi d’ogni sorta di materiali, testi di ingegneria e di scienza delle costruzioni mischiati a biografie e quant’altro d’illustri architetti. Il pavimento era cosparso di trucioli di legno e mucchietti di segatura; dipinti a tecniche miste e acriliche erano rivolti verso il muro. Tempere su carta cotone e disegni leggeri realizzati con i rapidograph raffiguravano il pensiero dell’autore, in quanto deridevano e mettevano alla berlina tutto ciò che passava per buono ed esteticamente di qualità la classe dominante, qualunque fosse l’ideologia. Vidi le cosiddette archeologie industriali avvolte dentro teloni-sudari in poliestere trasparente, il ludibrio riservato agli edifici neo-classici e alle architetture post-moderne. Le invettive ironiche deridenti i regimi totalitari, i loro emblemi e prodotti di massa. Insomma, a prima vista parevano interpretazioni di un esacerbato nichilista. Mi meravigliai non poco nell’osservare che non vi fossero attacchi diretti alle religioni. Come lui stesso ebbe modo di dirmi, il potere aveva sempre assunto diverse connotazioni ma la sostanza, a prescindere dalle ideologie, era sempre la stessa: il dominio in tutti i settori, nessuno escluso. 
La satira quand’è intelligente fa più male di un pugno in faccia, pensai osservando divertito quanto l’amico mi mostrava.
Rivolgendomi a lui dissi che contestare, il più delle volte, era un esercizio sterile se ci si limita alla polemica, senza proporre alternative valide. Mi guardò con un sorrisino sardonico rimanendo in silenzio. Rimasi di stucco.
Sopra il piccolo tavolo da falegname erano casualmente sparsi chiodi, raspe, pialle di varie misure, listelli di balsa, barattolini di smalto per modellisti, barrette varie di metalli e fogli di plexiglass.
Improvvisamente mi accorsi che, seminascosta e appoggiata sotto il bancone, c’era una targa in legno sulla quale era realizzato un qualcosa che mi sembrava di riconoscere. Chiesi il significato di quella creazione.
L’amico, con una sorta d’imbarazzato pudore, mi spiegò che si trattava di un candelabro ebraico, una menorah, raffigurata asimmetricamente nel frontespizio del salone espositivo C.E.W. (Centro Espositivo Simon Wiesenthal): era un progetto che aveva pensato di realizzare a Venezia. Sulla targa in basso a sinistra la didascalia con la dedica al celebre cacciatore di nazisti austriaco, sul lato destro in alto, in caratteri ebraici, la parola “Shalom”. Subito non riuscii a capire il significato intrinseco e la profondità di quell’opera inusuale ma, osservandola, umilmente ne compresi il messaggio. Rigorosa impostazione che non dava luogo a interpretazioni fantasiose. Probabilmente l’antico artista Betzalel non avrebbe gradito la libera interpretazione formale di Repetto.
Fui colpito dal grave senso di smarrimento e stringato pudore nel non rivelare cosa celava di così misterioso il prototipo della targa che, imbarazzato, ricoprì subito con un telo.
Percepii in lui una sorta di vecchiezza antica dalla quale, allo stesso tempo, sgorgava la fonte cristallina di una gaia e perenne giovinezza: cercai in seguito di saperne di più. 
Mi interessava approfondire il mistero che lo legava a quel candelabro, doveva essere qualcosa di particolare. Conoscendomi più a fondo, spesso col sorrisino beffardo mi svelava frammenti del suo vissuto. Seppi che era nato in Liguria e, prima di approdare in Lombardia, aveva vagato in lungo e in largo per l’Italia e all’estero. Delle sue incerte origini familiari non ne volle parlare.
In seguito, quando lo persi di vista, Raphael, una nota scultrice di Varese che lo conosceva bene, mi parlò del suo spirito irrequieto tipico degli apolidi. Lo definì una persona generosa verso gli altri, soprattutto con gli artisti, e che non pensava molto a sé in quanto considerava il denaro un mezzo e non un fine.
 
Prima di svanire ancora una volta per chissà dove, una sera lo invitai a cena a Milano, nell’accogliente trattoria Meneghina situata nei pressi della Fondazione Stelline, in Corso Magenta.
In quell’occasione volle parlarmi spontaneamente di cosa rappresentasse per lui il candelabro menorah. Rimasi deluso perché non affrontò direttamente l’argomento riguardante l’oggetto, ma si limitò a raccontarmi una storia fantastica e incredibile che aveva a che fare con la sua infanzia. Allibito, lo ascoltai. Una narrazione dal sapore metafisico, che mi apparve del tutto visionaria. In quel racconto vi era il significato profondo del candelabro.
Non intendo aggiungere altro se non riportare fedelmente, seppure in sintesi, il racconto dell’infanzia che mi fece il signor Repetto.
Repetto, giovane artista dall’aspetto selvaggio e poco rassicurante, vive nel sottobosco degradato dei caruggi genovesi, rifiutato e schernito da una società alla quale si oppone con atteggiamenti scostanti e a tratti brutali, ma anche con un estro singolarmente misterioso.
Un passato inquietante, infatti, si ripresenta sotto forma di incubi e visioni, rifiuto di un’appartenenza che lo perseguita. Sarà l’incontro con una giovane donna ebrea, Leah, ad aprire un sipario storicamente sconvolgente, ma risolutivo, sul senso della sua personalissima storia.

Prefazione

Conobbi casualmente il signor Repetto nel corso di un improvviso sciopero delle Ferrovie Nord, mentre passavo nei pressi di una piccola stazione brianzola. Scorsi un tipo trasandato di una certa età che, con una cartella sottobraccio, chiedeva se vi fossero mezzi alternativi per raggiungere Milano. In quel periodo ero impegnato nella località poco distante da Saronno per seguire da vicino i lavori di una multinazionale telematica e mi offrii di dargli un passaggio. Durante il tragitto parlammo d’arte e architettura. Lo trovai molto preparato, specialmente per quanto concerneva la storiografia architettonica. Discutemmo d’argomenti tecnici che mi fecero pensare di essere in compagnia di un collega del settore costruzioni.

Fu un viaggio interessante che mi diede l’opportunità di conoscere un personaggio singolare, senza dubbio fuori dalle righe. Ci incontrammo in seguito nel corso di rassegne d’arte e fu in quelle occasioni che mi ripromisi di conoscerlo più a fondo. Così feci, finché diventammo amici. 

Frequentando il suo atelier nel comasco ebbi l’opportunità di osservarne l’attività creativa eterogenea, che spaziava dall’arte visiva sperimentale alle realizzazioni più complesse di plastici edilizi che seguivano rigorosamente i progetti elaborati su lucidi.

Un autarchico ed enorme vecchio tecnigrafo di legno a pedale per regolare il piano di lavoro con pesanti supporti in ghisa ingombrava quasi tutto lo spazio circostante. Rotoli eliografici accatastati e sparsi dappertutto. Colori, scaffali colmi d’ogni sorta di materiali, testi di ingegneria e di scienza delle costruzioni mischiati a biografie e quant’altro d’illustri architetti. Il pavimento era cosparso di trucioli di legno e mucchietti di segatura; dipinti a tecniche miste e acriliche erano rivolti verso il muro. Tempere su carta cotone e disegni leggeri realizzati con i rapidograph raffiguravano il pensiero dell’autore, in quanto deridevano e mettevano alla berlina tutto ciò che passava per buono ed esteticamente di qualità la classe dominante, qualunque fosse l’ideologia. Vidi le cosiddette archeologie industriali avvolte dentro teloni-sudari in poliestere trasparente, il ludibrio riservato agli edifici neo-classici e alle architetture post-moderne. Le invettive ironiche deridenti i regimi totalitari, i loro emblemi e prodotti di massa. Insomma, a prima vista parevano interpretazioni di un esacerbato nichilista. Mi meravigliai non poco nell’osservare che non vi fossero attacchi diretti alle religioni. Come lui stesso ebbe modo di dirmi, il potere aveva sempre assunto diverse connotazioni ma la sostanza, a prescindere dalle ideologie, era sempre la stessa: il dominio in tutti i settori, nessuno escluso. 

La satira quand’è intelligente fa più male di un pugno in faccia, pensai osservando divertito quanto l’amico mi mostrava.

Rivolgendomi a lui dissi che contestare, il più delle volte, era un esercizio sterile se ci si limita alla polemica, senza proporre alternative valide. Mi guardò con un sorrisino sardonico rimanendo in silenzio. Rimasi di stucco.

Sopra il piccolo tavolo da falegname erano casualmente sparsi chiodi, raspe, pialle di varie misure, listelli di balsa, barattolini di smalto per modellisti, barrette varie di metalli e fogli di plexiglass.

Improvvisamente mi accorsi che, seminascosta e appoggiata sotto il bancone, c’era una targa in legno sulla quale era realizzato un qualcosa che mi sembrava di riconoscere. Chiesi il significato di quella creazione.

L’amico, con una sorta d’imbarazzato pudore, mi spiegò che si trattava di un candelabro ebraico, una menorah, raffigurata asimmetricamente nel frontespizio del salone espositivo C.E.W. (Centro Espositivo Simon Wiesenthal): era un progetto che aveva pensato di realizzare a Venezia. Sulla targa in basso a sinistra la didascalia con la dedica al celebre cacciatore di nazisti austriaco, sul lato destro in alto, in caratteri ebraici, la parola “Shalom”. Subito non riuscii a capire il significato intrinseco e la profondità di quell’opera inusuale ma, osservandola, umilmente ne compresi il messaggio. Rigorosa impostazione che non dava luogo a interpretazioni fantasiose. Probabilmente l’antico artista Betzalel non avrebbe gradito la libera interpretazione formale di Repetto.

Fui colpito dal grave senso di smarrimento e stringato pudore nel non rivelare cosa celava di così misterioso il prototipo della targa che, imbarazzato, ricoprì subito con un telo.

Percepii in lui una sorta di vecchiezza antica dalla quale, allo stesso tempo, sgorgava la fonte cristallina di una gaia e perenne giovinezza: cercai in seguito di saperne di più. 

Mi interessava approfondire il mistero che lo legava a quel candelabro, doveva essere qualcosa di particolare. Conoscendomi più a fondo, spesso col sorrisino beffardo mi svelava frammenti del suo vissuto. Seppi che era nato in Liguria e, prima di approdare in Lombardia, aveva vagato in lungo e in largo per l’Italia e all’estero. Delle sue incerte origini familiari non ne volle parlare.

In seguito, quando lo persi di vista, Raphael, una nota scultrice di Varese che lo conosceva bene, mi parlò del suo spirito irrequieto tipico degli apolidi. Lo definì una persona generosa verso gli altri, soprattutto con gli artisti, e che non pensava molto a sé in quanto considerava il denaro un mezzo e non un fine.

 

Prima di svanire ancora una volta per chissà dove, una sera lo invitai a cena a Milano, nell’accogliente trattoria Meneghina situata nei pressi della Fondazione Stelline, in Corso Magenta.

In quell’occasione volle parlarmi spontaneamente di cosa rappresentasse per lui il candelabro menorah. Rimasi deluso perché non affrontò direttamente l’argomento riguardante l’oggetto, ma si limitò a raccontarmi una storia fantastica e incredibile che aveva a che fare con la sua infanzia. Allibito, lo ascoltai. Una narrazione dal sapore metafisico, che mi apparve del tutto visionaria. In quel racconto vi era il significato profondo del candelabro.

Non intendo aggiungere altro se non riportare fedelmente, seppure in sintesi, il racconto dell’infanzia che mi fece il signor Repetto.

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