Jean Génois
Il candelabro

Titolo Il candelabro
La strana storia del signor Repetto
Autore Jean Génois
Genere Narrativa - Romanzo      
Pubblicata il 06/06/2018
Visite 983
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Spazioautori  N.  3707
ISBN 9788893391146
Pagine 208
Prezzo Libro 15,00 € PayPal
Repetto, giovane artista dall’aspetto selvaggio e poco rassicurante, vive nel sottobosco degradato dei caruggi genovesi, rifiutato e schernito da una società alla quale si oppone con atteggiamenti scostanti e a tratti brutali, ma anche con un estro singolarmente misterioso.
Un passato inquietante, infatti, si ripresenta sotto forma di incubi e visioni, rifiuto di un’appartenenza che lo perseguita. Sarà l’incontro con una giovane donna ebrea, Leah, ad aprire un sipario storicamente sconvolgente, ma risolutivo, sul senso della sua personalissima storia.

Prefazione

Conobbi casualmente il signor Repetto nel corso di un improvviso sciopero delle Ferrovie Nord, mentre passavo nei pressi di una piccola stazione brianzola. Scorsi un tipo trasandato di una certa età che, con una cartella sottobraccio, chiedeva se vi fossero mezzi alternativi per raggiungere Milano. In quel periodo ero impegnato nella località poco distante da Saronno per seguire da vicino i lavori di una multinazionale telematica e mi offrii di dargli un passaggio. Durante il tragitto parlammo d’arte e architettura. Lo trovai molto preparato, specialmente per quanto concerneva la storiografia architettonica. Discutemmo d’argomenti tecnici che mi fecero pensare di essere in compagnia di un collega del settore costruzioni.

Fu un viaggio interessante che mi diede l’opportunità di conoscere un personaggio singolare, senza dubbio fuori dalle righe. Ci incontrammo in seguito nel corso di rassegne d’arte e fu in quelle occasioni che mi ripromisi di conoscerlo più a fondo. Così feci, finché diventammo amici. 

Frequentando il suo atelier nel comasco ebbi l’opportunità di osservarne l’attività creativa eterogenea, che spaziava dall’arte visiva sperimentale alle realizzazioni più complesse di plastici edilizi che seguivano rigorosamente i progetti elaborati su lucidi.

Un autarchico ed enorme vecchio tecnigrafo di legno a pedale per regolare il piano di lavoro con pesanti supporti in ghisa ingombrava quasi tutto lo spazio circostante. Rotoli eliografici accatastati e sparsi dappertutto. Colori, scaffali colmi d’ogni sorta di materiali, testi di ingegneria e di scienza delle costruzioni mischiati a biografie e quant’altro d’illustri architetti. Il pavimento era cosparso di trucioli di legno e mucchietti di segatura; dipinti a tecniche miste e acriliche erano rivolti verso il muro. Tempere su carta cotone e disegni leggeri realizzati con i rapidograph raffiguravano il pensiero dell’autore, in quanto deridevano e mettevano alla berlina tutto ciò che passava per buono ed esteticamente di qualità la classe dominante, qualunque fosse l’ideologia. Vidi le cosiddette archeologie industriali avvolte dentro teloni-sudari in poliestere trasparente, il ludibrio riservato agli edifici neo-classici e alle architetture post-moderne. Le invettive ironiche deridenti i regimi totalitari, i loro emblemi e prodotti di massa. Insomma, a prima vista parevano interpretazioni di un esacerbato nichilista. Mi meravigliai non poco nell’osservare che non vi fossero attacchi diretti alle religioni. Come lui stesso ebbe modo di dirmi, il potere aveva sempre assunto diverse connotazioni ma la sostanza, a prescindere dalle ideologie, era sempre la stessa: il dominio in tutti i settori, nessuno escluso. 

La satira quand’è intelligente fa più male di un pugno in faccia, pensai osservando divertito quanto l’amico mi mostrava.

Rivolgendomi a lui dissi che contestare, il più delle volte, era un esercizio sterile se ci si limita alla polemica, senza proporre alternative valide. Mi guardò con un sorrisino sardonico rimanendo in silenzio. Rimasi di stucco.

Sopra il piccolo tavolo da falegname erano casualmente sparsi chiodi, raspe, pialle di varie misure, listelli di balsa, barattolini di smalto per modellisti, barrette varie di metalli e fogli di plexiglass.

Improvvisamente mi accorsi che, seminascosta e appoggiata sotto il bancone, c’era una targa in legno sulla quale era realizzato un qualcosa che mi sembrava di riconoscere. Chiesi il significato di quella creazione.

L’amico, con una sorta d’imbarazzato pudore, mi spiegò che si trattava di un candelabro ebraico, una menorah, raffigurata asimmetricamente nel frontespizio del salone espositivo C.E.W. (Centro Espositivo Simon Wiesenthal): era un progetto che aveva pensato di realizzare a Venezia. Sulla targa in basso a sinistra la didascalia con la dedica al celebre cacciatore di nazisti austriaco, sul lato destro in alto, in caratteri ebraici, la parola “Shalom”. Subito non riuscii a capire il significato intrinseco e la profondità di quell’opera inusuale ma, osservandola, umilmente ne compresi il messaggio. Rigorosa impostazione che non dava luogo a interpretazioni fantasiose. Probabilmente l’antico artista Betzalel non avrebbe gradito la libera interpretazione formale di Repetto.

Fui colpito dal grave senso di smarrimento e stringato pudore nel non rivelare cosa celava di così misterioso il prototipo della targa che, imbarazzato, ricoprì subito con un telo.

Percepii in lui una sorta di vecchiezza antica dalla quale, allo stesso tempo, sgorgava la fonte cristallina di una gaia e perenne giovinezza: cercai in seguito di saperne di più. 

Mi interessava approfondire il mistero che lo legava a quel candelabro, doveva essere qualcosa di particolare. Conoscendomi più a fondo, spesso col sorrisino beffardo mi svelava frammenti del suo vissuto. Seppi che era nato in Liguria e, prima di approdare in Lombardia, aveva vagato in lungo e in largo per l’Italia e all’estero. Delle sue incerte origini familiari non ne volle parlare.

In seguito, quando lo persi di vista, Raphael, una nota scultrice di Varese che lo conosceva bene, mi parlò del suo spirito irrequieto tipico degli apolidi. Lo definì una persona generosa verso gli altri, soprattutto con gli artisti, e che non pensava molto a sé in quanto considerava il denaro un mezzo e non un fine.

 

Prima di svanire ancora una volta per chissà dove, una sera lo invitai a cena a Milano, nell’accogliente trattoria Meneghina situata nei pressi della Fondazione Stelline, in Corso Magenta.

In quell’occasione volle parlarmi spontaneamente di cosa rappresentasse per lui il candelabro menorah. Rimasi deluso perché non affrontò direttamente l’argomento riguardante l’oggetto, ma si limitò a raccontarmi una storia fantastica e incredibile che aveva a che fare con la sua infanzia. Allibito, lo ascoltai. Una narrazione dal sapore metafisico, che mi apparve del tutto visionaria. In quel racconto vi era il significato profondo del candelabro.

Non intendo aggiungere altro se non riportare fedelmente, seppure in sintesi, il racconto dell’infanzia che mi fece il signor Repetto.

Prefazione
Conobbi casualmente il signor Repetto nel corso di un improvviso sciopero delle Ferrovie Nord, mentre passavo nei pressi di una piccola stazione brianzola. Scorsi un tipo trasandato di una certa età che, con una cartella sottobraccio, chiedeva se vi fossero mezzi alternativi per raggiungere Milano. In quel periodo ero impegnato nella località poco distante da Saronno per seguire da vicino i lavori di una multinazionale telematica e mi offrii di dargli un passaggio. Durante il tragitto parlammo d’arte e architettura. Lo trovai molto preparato, specialmente per quanto concerneva la storiografia architettonica. Discutemmo d’argomenti tecnici che mi fecero pensare di essere in compagnia di un collega del settore costruzioni.
Fu un viaggio interessante che mi diede l’opportunità di conoscere un personaggio singolare, senza dubbio fuori dalle righe. Ci incontrammo in seguito nel corso di rassegne d’arte e fu in quelle occasioni che mi ripromisi di conoscerlo più a fondo. Così feci, finché diventammo amici. 
Frequentando il suo atelier nel comasco ebbi l’opportunità di osservarne l’attività creativa eterogenea, che spaziava dall’arte visiva sperimentale alle realizzazioni più complesse di plastici edilizi che seguivano rigorosamente i progetti elaborati su lucidi.
Un autarchico ed enorme vecchio tecnigrafo di legno a pedale per regolare il piano di lavoro con pesanti supporti in ghisa ingombrava quasi tutto lo spazio circostante. Rotoli eliografici accatastati e sparsi dappertutto. Colori, scaffali colmi d’ogni sorta di materiali, testi di ingegneria e di scienza delle costruzioni mischiati a biografie e quant’altro d’illustri architetti. Il pavimento era cosparso di trucioli di legno e mucchietti di segatura; dipinti a tecniche miste e acriliche erano rivolti verso il muro. Tempere su carta cotone e disegni leggeri realizzati con i rapidograph raffiguravano il pensiero dell’autore, in quanto deridevano e mettevano alla berlina tutto ciò che passava per buono ed esteticamente di qualità la classe dominante, qualunque fosse l’ideologia. Vidi le cosiddette archeologie industriali avvolte dentro teloni-sudari in poliestere trasparente, il ludibrio riservato agli edifici neo-classici e alle architetture post-moderne. Le invettive ironiche deridenti i regimi totalitari, i loro emblemi e prodotti di massa. Insomma, a prima vista parevano interpretazioni di un esacerbato nichilista. Mi meravigliai non poco nell’osservare che non vi fossero attacchi diretti alle religioni. Come lui stesso ebbe modo di dirmi, il potere aveva sempre assunto diverse connotazioni ma la sostanza, a prescindere dalle ideologie, era sempre la stessa: il dominio in tutti i settori, nessuno escluso. 
La satira quand’è intelligente fa più male di un pugno in faccia, pensai osservando divertito quanto l’amico mi mostrava.
Rivolgendomi a lui dissi che contestare, il più delle volte, era un esercizio sterile se ci si limita alla polemica, senza proporre alternative valide. Mi guardò con un sorrisino sardonico rimanendo in silenzio. Rimasi di stucco.
Sopra il piccolo tavolo da falegname erano casualmente sparsi chiodi, raspe, pialle di varie misure, listelli di balsa, barattolini di smalto per modellisti, barrette varie di metalli e fogli di plexiglass.
Improvvisamente mi accorsi che, seminascosta e appoggiata sotto il bancone, c’era una targa in legno sulla quale era realizzato un qualcosa che mi sembrava di riconoscere. Chiesi il significato di quella creazione.
L’amico, con una sorta d’imbarazzato pudore, mi spiegò che si trattava di un candelabro ebraico, una menorah, raffigurata asimmetricamente nel frontespizio del salone espositivo C.E.W. (Centro Espositivo Simon Wiesenthal): era un progetto che aveva pensato di realizzare a Venezia. Sulla targa in basso a sinistra la didascalia con la dedica al celebre cacciatore di nazisti austriaco, sul lato destro in alto, in caratteri ebraici, la parola “Shalom”. Subito non riuscii a capire il significato intrinseco e la profondità di quell’opera inusuale ma, osservandola, umilmente ne compresi il messaggio. Rigorosa impostazione che non dava luogo a interpretazioni fantasiose. Probabilmente l’antico artista Betzalel non avrebbe gradito la libera interpretazione formale di Repetto.
Fui colpito dal grave senso di smarrimento e stringato pudore nel non rivelare cosa celava di così misterioso il prototipo della targa che, imbarazzato, ricoprì subito con un telo.
Percepii in lui una sorta di vecchiezza antica dalla quale, allo stesso tempo, sgorgava la fonte cristallina di una gaia e perenne giovinezza: cercai in seguito di saperne di più. 
Mi interessava approfondire il mistero che lo legava a quel candelabro, doveva essere qualcosa di particolare. Conoscendomi più a fondo, spesso col sorrisino beffardo mi svelava frammenti del suo vissuto. Seppi che era nato in Liguria e, prima di approdare in Lombardia, aveva vagato in lungo e in largo per l’Italia e all’estero. Delle sue incerte origini familiari non ne volle parlare.
In seguito, quando lo persi di vista, Raphael, una nota scultrice di Varese che lo conosceva bene, mi parlò del suo spirito irrequieto tipico degli apolidi. Lo definì una persona generosa verso gli altri, soprattutto con gli artisti, e che non pensava molto a sé in quanto considerava il denaro un mezzo e non un fine.
 
Prima di svanire ancora una volta per chissà dove, una sera lo invitai a cena a Milano, nell’accogliente trattoria Meneghina situata nei pressi della Fondazione Stelline, in Corso Magenta.
In quell’occasione volle parlarmi spontaneamente di cosa rappresentasse per lui il candelabro menorah. Rimasi deluso perché non affrontò direttamente l’argomento riguardante l’oggetto, ma si limitò a raccontarmi una storia fantastica e incredibile che aveva a che fare con la sua infanzia. Allibito, lo ascoltai. Una narrazione dal sapore metafisico, che mi apparve del tutto visionaria. In quel racconto vi era il significato profondo del candelabro.
Non intendo aggiungere altro se non riportare fedelmente, seppure in sintesi, il racconto dell’infanzia che mi fece il signor Repetto.
Repetto, giovane artista dall’aspetto selvaggio e poco rassicurante, vive nel sottobosco degradato dei caruggi genovesi, rifiutato e schernito da una società alla quale si oppone con atteggiamenti scostanti e a tratti brutali, ma anche con un estro singolarmente misterioso.
Un passato inquietante, infatti, si ripresenta sotto forma di incubi e visioni, rifiuto di un’appartenenza che lo perseguita. Sarà l’incontro con una giovane donna ebrea, Leah, ad aprire un sipario storicamente sconvolgente, ma risolutivo, sul senso della sua personalissima storia.

Prefazione

Conobbi casualmente il signor Repetto nel corso di un improvviso sciopero delle Ferrovie Nord, mentre passavo nei pressi di una piccola stazione brianzola. Scorsi un tipo trasandato di una certa età che, con una cartella sottobraccio, chiedeva se vi fossero mezzi alternativi per raggiungere Milano. In quel periodo ero impegnato nella località poco distante da Saronno per seguire da vicino i lavori di una multinazionale telematica e mi offrii di dargli un passaggio. Durante il tragitto parlammo d’arte e architettura. Lo trovai molto preparato, specialmente per quanto concerneva la storiografia architettonica. Discutemmo d’argomenti tecnici che mi fecero pensare di essere in compagnia di un collega del settore costruzioni.

Fu un viaggio interessante che mi diede l’opportunità di conoscere un personaggio singolare, senza dubbio fuori dalle righe. Ci incontrammo in seguito nel corso di rassegne d’arte e fu in quelle occasioni che mi ripromisi di conoscerlo più a fondo. Così feci, finché diventammo amici. 

Frequentando il suo atelier nel comasco ebbi l’opportunità di osservarne l’attività creativa eterogenea, che spaziava dall’arte visiva sperimentale alle realizzazioni più complesse di plastici edilizi che seguivano rigorosamente i progetti elaborati su lucidi.

Un autarchico ed enorme vecchio tecnigrafo di legno a pedale per regolare il piano di lavoro con pesanti supporti in ghisa ingombrava quasi tutto lo spazio circostante. Rotoli eliografici accatastati e sparsi dappertutto. Colori, scaffali colmi d’ogni sorta di materiali, testi di ingegneria e di scienza delle costruzioni mischiati a biografie e quant’altro d’illustri architetti. Il pavimento era cosparso di trucioli di legno e mucchietti di segatura; dipinti a tecniche miste e acriliche erano rivolti verso il muro. Tempere su carta cotone e disegni leggeri realizzati con i rapidograph raffiguravano il pensiero dell’autore, in quanto deridevano e mettevano alla berlina tutto ciò che passava per buono ed esteticamente di qualità la classe dominante, qualunque fosse l’ideologia. Vidi le cosiddette archeologie industriali avvolte dentro teloni-sudari in poliestere trasparente, il ludibrio riservato agli edifici neo-classici e alle architetture post-moderne. Le invettive ironiche deridenti i regimi totalitari, i loro emblemi e prodotti di massa. Insomma, a prima vista parevano interpretazioni di un esacerbato nichilista. Mi meravigliai non poco nell’osservare che non vi fossero attacchi diretti alle religioni. Come lui stesso ebbe modo di dirmi, il potere aveva sempre assunto diverse connotazioni ma la sostanza, a prescindere dalle ideologie, era sempre la stessa: il dominio in tutti i settori, nessuno escluso. 

La satira quand’è intelligente fa più male di un pugno in faccia, pensai osservando divertito quanto l’amico mi mostrava.

Rivolgendomi a lui dissi che contestare, il più delle volte, era un esercizio sterile se ci si limita alla polemica, senza proporre alternative valide. Mi guardò con un sorrisino sardonico rimanendo in silenzio. Rimasi di stucco.

Sopra il piccolo tavolo da falegname erano casualmente sparsi chiodi, raspe, pialle di varie misure, listelli di balsa, barattolini di smalto per modellisti, barrette varie di metalli e fogli di plexiglass.

Improvvisamente mi accorsi che, seminascosta e appoggiata sotto il bancone, c’era una targa in legno sulla quale era realizzato un qualcosa che mi sembrava di riconoscere. Chiesi il significato di quella creazione.

L’amico, con una sorta d’imbarazzato pudore, mi spiegò che si trattava di un candelabro ebraico, una menorah, raffigurata asimmetricamente nel frontespizio del salone espositivo C.E.W. (Centro Espositivo Simon Wiesenthal): era un progetto che aveva pensato di realizzare a Venezia. Sulla targa in basso a sinistra la didascalia con la dedica al celebre cacciatore di nazisti austriaco, sul lato destro in alto, in caratteri ebraici, la parola “Shalom”. Subito non riuscii a capire il significato intrinseco e la profondità di quell’opera inusuale ma, osservandola, umilmente ne compresi il messaggio. Rigorosa impostazione che non dava luogo a interpretazioni fantasiose. Probabilmente l’antico artista Betzalel non avrebbe gradito la libera interpretazione formale di Repetto.

Fui colpito dal grave senso di smarrimento e stringato pudore nel non rivelare cosa celava di così misterioso il prototipo della targa che, imbarazzato, ricoprì subito con un telo.

Percepii in lui una sorta di vecchiezza antica dalla quale, allo stesso tempo, sgorgava la fonte cristallina di una gaia e perenne giovinezza: cercai in seguito di saperne di più. 

Mi interessava approfondire il mistero che lo legava a quel candelabro, doveva essere qualcosa di particolare. Conoscendomi più a fondo, spesso col sorrisino beffardo mi svelava frammenti del suo vissuto. Seppi che era nato in Liguria e, prima di approdare in Lombardia, aveva vagato in lungo e in largo per l’Italia e all’estero. Delle sue incerte origini familiari non ne volle parlare.

In seguito, quando lo persi di vista, Raphael, una nota scultrice di Varese che lo conosceva bene, mi parlò del suo spirito irrequieto tipico degli apolidi. Lo definì una persona generosa verso gli altri, soprattutto con gli artisti, e che non pensava molto a sé in quanto considerava il denaro un mezzo e non un fine.

 

Prima di svanire ancora una volta per chissà dove, una sera lo invitai a cena a Milano, nell’accogliente trattoria Meneghina situata nei pressi della Fondazione Stelline, in Corso Magenta.

In quell’occasione volle parlarmi spontaneamente di cosa rappresentasse per lui il candelabro menorah. Rimasi deluso perché non affrontò direttamente l’argomento riguardante l’oggetto, ma si limitò a raccontarmi una storia fantastica e incredibile che aveva a che fare con la sua infanzia. Allibito, lo ascoltai. Una narrazione dal sapore metafisico, che mi apparve del tutto visionaria. In quel racconto vi era il significato profondo del candelabro.

Non intendo aggiungere altro se non riportare fedelmente, seppure in sintesi, il racconto dell’infanzia che mi fece il signor Repetto.

  • Commento della redazione  Devo dirti che il libro mi ha coinvolta, un po’ per come è scritto, in modo nuovo, sintetico ma molto appassionante, e un po’ perchè il mistero che aleggia lungo tutta la storia è estremamente interessante. La figura di Repetto è profondamente umana, strana e inquietante. La storia in sè è sconcertante. Un abbraccio. Deborah
    Voto attribuito: 5
    Antonello Cassan (13/12/2018 18:38:29)

  • Commento della redazione  Prefazione La storia raccontata da Jean Génois è forte e complessa, mille vite, in una: esperienze, avventure, nostalgie, fantasia e desideri. Si estende dall’infanzia del protagonista, infanzia triste tra l’indifferenza della madre, un abuso subito dall’insegnante di musica e l’affetto del padre scomparso troppo presto. E poi ancora la politica, la fantasia, l’amore per l’Universo e l’orgoglio della propria identità in un continuo mutamento di situazioni e personaggi. Tutta la storia si svolge tra amori, veri o finti non ha importanza, che spesso travolgono i protagonisti, amori, disamori e innamoramenti raccontati con sincerità e crudezza, scevri da falsi pudori ma tutti con una particolare attenzione alle donne e alle loro infinite sfaccettature, ai loro desideri, alla loro sensibilità, alla loro follia e bellezza. Donne, amore, dolore, voglia di vivere in un mondo diverso lontano dal perbenismo ipocrita che spesso ci avvelena e ci travolge impedendoci di guardare in faccia le tante sfaccettature che la vita ci presenta e di scoprire cosa possa renderla più interessante e meno dolorosa. Donne e parità di diritti ancora lontani, donne da troppi ancora considerate fonte di piacere, donne e natura, donne e paesaggi, donne e architettura, donne e montagna, donne e Venezia, donne e Israele. Erroneamente si potrebbe pensare a una storia d’amore. Non lo è. E’ una storia di dolore e di infelicità, di ironia, una storia di ricerca, uno sfogo nei confronti della vita che si riesce a godere proprio grazie ai tanti sentimenti, alle avventure, allo studio e alla enorme partecipazione che il protagonista ha verso tutto e verso tutti. E’ questo che aiuta il protagonista e ne segna la vita e il carattere, la partecipazione, il pensiero privo di pigrizia, la voglia di conoscere e di far conoscere. La totale mancanza di indifferenza, l’attenzione verso l’umanità nella sua completezza. Umanità che non significa uomo o donna ma tutto l’universo, umanità che vuol essere sentimento e riflessione, vigilanza e fantasia, bontà e perfidia, un canale d’acqua e una donna in lacrime, una montagna, il cielo e un bambino solo e solitario che soffre. L’umanità negli infiniti incontri del protagonista. Infine ecco che, parte preponderante della sua visione dell’umanità, è l’ebraismo del protagonista, il suo credere alla propria identità e l’orgoglio che la pervade, il suo amore per Israele e le ingiustizie che lo travolgono fino a farne uno Stato paria proprio a causa della sua democrazia. L’antisemitismo che diventa delirio e fa soffrire, le mascalzonate degli antisemiti, il loro slogan malati di odio, i messaggi pieni d’insulti. Il ricordo della Shoà da molti negata e vilipesa, le vittime derise, i sopravvissuti minacciati. Israele circondato dall’odio dell’occidente e “da una marea sterminata d’arabi, si trova in condizioni tali che è costretto ogni giorno a lottare per la propria sopravvivenza!”. Il rifiuto delle offese, la ribellione a tanto odio e all’ingiustizia fanno di questo libro un documento di vita, una testimonianza, una dimostrazione di come si può cadere per risollevarsi subito dopo. Risorgere sempre, la poesia della vita che va avanti sempre, il coraggio e l’humour che permettono di non piangersi addosso, questo è il messaggio che l’autore riesce a far penetrare nel cuore di chi legge. L’ironia e un lieve cinismo, rendono il racconto talmente interessante e piacevole che da un capitolo si passa all’altro con curiosità sempre viva e l’aspettativa di un’altra storia, un’altra avventura, altri personaggi, infiniti personaggi tutti col loro umano bagaglio di riso e dolore, di divertimento e malinconia il tutto raccontato in modo armonico, con una limpidezza di stile molto gradevole, senza la minima sbavatura sentimentale. Partire per ritornare ovunque, anche in luoghi sconosciuti, e per riassaporare il destino con tutti i suoi “imprevisti e sorprese”. Partire per ritrovare lo scrigno in cui racchiudere amore, innamoramenti, avventure, identità e appartenenza, bellezza, ribellione, speranze, e Occhi verdi felini. Scrigno prezioso da aprire nei momenti bui per respirarne il profumo, inebriarsene e ritrovare il coraggio di sorridere e di entusiasmarsi ancora. Deborah Fait Corrispondente in Israele di Informazione Corretta. Rehovot, 23.03.2011
    Voto attribuito: 5
    Antonello Cassan (22/12/2018 14:27:41)

  • Commento della redazione  Prefazione La libertà è l’unica, fedele compagna di vita di Jean Génois. Libertà di amare, di rompere legami, schemi e convenzioni, libertà di non essere schiavo dei beni materiali, dell’ambizione professionale, del bello e del giusto a tutti i costi. E anche dei giudizi altrui. Génois è fedele solo a se stesso, alle sue emozioni, alle pulsioni fisiche e del cuore, allergico alle convenzioni del vivere sociale, al perbenismo, al compromesso affettivo e intellettuale. Dal prossimo pretende però rispetto e dignità di pensiero. Ha un’idea spavalda dell’amore, del tradimento, della fedeltà, ma per l’autore è soltanto coerenza, istinto, qualcosa da afferrare a piene mani con avidità. Almeno fino a quando non ne rimane vittima, rapito da una passione vera, a lungo bramata e poi giunta inaspettatamente nella maturità. Inattesa e crudele, tanto da lasciarlo ferito e spiazzato. Génois ha coscienza di sé, dei suoi errori, delle sue scelte, ma ne risponde a testa alta, innanzi tutto a se stesso. Non teme i giudizi o non se ne cura, non teme di rimettersi in gioco, di nuovo daccapo ogni volta – voluta o subita – della sua movimentata vita. Una vita piena, anche crudele, spesso libertina, a volte al limite del comune senso del pudore, a volte oltre. Ma Génois non vi si sottrae, vive ogni esperienza con cosciente trasporto. Religione e morale si intrecciano e si discostano continuamente, passato e presente anche, testa e cuore, anima e corpo. Génois – architetto e pittore, appassionato di alpinismo – ha un vasto bagaglio culturale che gli permette di osservare e criticare ciò che vede, e un groviglio di ricordi che lo lega a persone e luoghi, ma senza catene che lo imbrigliano. Fa della sincerità il suo vessillo, della fuga - anche – la sua arma di difesa. Molte sono le ferite che Génois si porta dentro, che si è “auto curato” con una personalità cosmopolita, versatile, malleabile. Forse baciato anche dalla buona sorte, sicuramente ha pagato la fortuna ricevuta, e rifiuta di essere considerato un “privilegiato”. Génois ha amato tanto o forse mai davvero, ha dato se stesso o forse quanto credeva giusto, ha ricevuto amore e devozione, per poi scappare, forse per difendere un io così esigente – forse presuntuoso? – da non poterlo condividere davvero con una donna. Génois manifesta un opinione sublime e raffinata, quasi assoluta della donna, ne rispetta il sentimento, ne ammira tenacia, onestà, coraggio, ne rimane spesso rapito e imbrigliato, con la carne e con la mente, a volte anche con il cuore. E quando è rimasto davvero vittima dell’amore, ha trovato ancora una volta il modo di fuggire, prima di soccombere completamente. Preferisce la libertà, a volte la solitudine come unica compagna, piuttosto che un arrendevole e malinconica alleanza con la sorte. Conserva insopprimibile la forza per scegliere sempre il rispetto per se stesso sopra ogni cosa. Anche se le regole del gioco, a volte, le decide da solo. Al lettore giudicare da che parte, per ora, penda la bilancia del suo destino. Ottobre 2008, Paola Piovesana « Esperienze di un Privilegiato » Casa Editrice : ELDORADO - Lugano C.H.
    Voto attribuito: 5
    Antonello Cassan (22/12/2018 14:28:33)

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