Stefano Maestri
Ritorno al Subbuteo

Titolo Ritorno al Subbuteo
Trenta anni in punta di dito dal Cibali all’Astropitch, dall’Atletico Moneglia ai Cavalieri di S. Gi
Autore Stefano Maestri
Genere Narrativa      
Pubblicata il 17/09/2018
Visite 705
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Spazioautori  N.  3720
ISBN 9788893391344
Pagine 156
Prezzo Libro 14,00 € PayPal
“Ciao Ste, ci vediamo alle 5 con Ale in cantina da me per fare due tiri a Subbuteo, vieni?”
Un messaggio, un “beep”, un invito che giunge improvviso una fresca mattina di inizio estate, a distanza di quasi trent’anni dall’ultima partita di Subbuteo e che potrebbe scoperchiare il vaso di Pandora dei ricordi, delle emozioni e dei sogni  di quell’età fantastica, esuberante e incasinata  che si chiama adolescenza; età  che noi abbiamo vissuto negli anni 80’ e che, grazie al Subbuteo, con qualche chilo, capello bianco e acciacco in più, viviamo anche oggi, alla soglia dei cinquant’anni, ogni volta che ci troviamo attorno a un panno verde, ogni volta che ci troviamo tra le mani quei pupetti colorati alti due centimetri che da ragazzini, e forse oggi ancora di più, ci fanno sognare.
Voi, al posto mio, cosa avreste risposto?
 
Ma è possibile che pupetti di plastica alti due centimetri o poco più (e non due mele come i famosi Puffi) riescano a far evocare valori così importanti come amicizia, condivisione e solidarietà, scorrazzando su un panno verde?
Leggendo tutte di un fiato, come ho fatto io, le appassionate pagine di questo libro vi accorgerete che può proprio accadere, anche in un’epoca, come quella odierna, in cui si punta più a dividere (alzando muri) che ad unire.
Le miniature del gioco del Subbuteo infatti, arrivate in Italia nei primi anni settanta, hanno da subito avuto una grande funzione aggregativa per gli adolescenti di quel periodo storico, che incredibilmente sopravvive, rinnovandosi, a quarant’anni di distanza.
Le storie, gli aneddoti, i personaggi che Stefano ben racconta riguardo la nostra Moneglia sono in realtà una Polaroid molto nitida di un Paese chiamato Italia che, di fatto, non esiste più e di cui noi cinquantenni (e non solo) sentiamo una gran nostalgia.
Ma non ne siamo prigionieri.
Cerchiamo quindi di riaffermare quei principi con le modalità comunicative attuali, cercando di coinvolgere anche i giovani di adesso ad appassionarsi ad un gioco che è arrivato fino al terzo millennio, con il saggio e romantico passo del… Bradipo.
 
 
 
Da quando, qualche anno fa, mi sono riavvicinato al Subbuteo ho letto diversi libri sull’argomento: manuali, cataloghi, resoconti di tornei, romanzi ecc.
Tutti molto belli, ognuno nella sua particolarità, ma nessuno ha saputo dare una risposta alle mie domande.
Nessuno di questi libri infatti è riuscito a spiegarmi cosa spinga dei poco atletici uomini di mezza età, padri di famiglia, impiegati, operai, insegnanti o liberi professionisti a saltellare intorno ad un panno verde, ipnotizzati da variopinti pupetti alti due centimetri.
Nessun libro è riuscito a spiegarmi cosa spinga un uomo, che solitamente al mattino si sveglia già stanco, ad alzarsi la domenica mattina alle 5 per partecipare ad un torneo a Cuggiono, a Mortara o a Martellago (paesi dei quali, fino a qualche mese prima, non ne conosceva nemmeno l’esistenza), oppure a tornare a casa alle due di notte (se va bene) dopo aver partecipato ad un torneo open serale, sapendo che il mattino dopo, alle 6,15 suonerà la sveglia.
Nessuna spiegazione nemmeno per capire cosa spinga un uomo, che da buon ligure ha notoriamente le braccine corte, a spendere 150 euro o anche di più per comprare un’altra squadra di Subbuteo, quella inseguita per anni, proprio quella che manca alla sua collezione.
Poi, man mano che passava il tempo, ho continuato a leggere libri riguardanti il Subbuteo, ma solo per il piacere di leggerli, senza più cercare risposte perché non ne avevo più bisogno, avevo capito tutto (credo) e allora ho deciso umilmente di provare anche io a scrivere questo insieme di aneddoti[1], tra il semiserio e il romantico, che vanno dal periodo adolescenziale dei fantastici anni ‘80 a quello pre-demenza senile di oggi, per dare, magari anche indirettamente, quelle risposte a chi è fuori dal mondo del Subbuteo o a chi lo vive di riflesso, come ad esempio la mia famiglia, che condivide e sopporta questa mia passione e che, soprattutto, vorrebbe tanto capire, ma che forse, in cuor suo, ha già capito.
 
 
Inizio estate 2014
Era una mattina fresca, che preannunciava però un pomeriggio da almeno 30°, ma con un venticello che avrebbe reso piacevole la calura estiva. Il mare di Moneglia[2] poi era una tavola, era limpido e pulito come solo ad inizio estate riesce ad essere, prima delle invasioni barbariche dei Longobardi del mese di agosto.
Il sole era appena spuntato sopra la collina di Lemeglio[3] e i primi raggi dell’alba illuminavano l’Orto dei Preti e io stavo aspettando il semaforo verde in passeggiata a mare, godendomi quel meraviglioso e famigliare paesaggio, visto migliaia di volte ma che ogni volta riesce a togliermi il fiato e pregustavo già, al ritorno dal lavoro, un bagno refrigerante in quelle acque amiche che hanno accompagnato la mia infanzia e che rimangono ancora oggi il mio posto preferito, quando un beep del cellulare mi riportò alla realtà.
Era un messaggio del mio amico Fabio (io non lo sapevo ancora ma Fabio era già molto conosciuto nel mondo del Subbuteo col soprannome di Bigo): “Ciao Ste, ci vediamo alle 5 con Ale in cantina da me per fare due tiri a Subbuteo, vieni?”
Devo dire che qualche minuto ci ho pensato, indeciso tra la curiosità e la voglia di rimettermi a giocare a Subbuteo e il desiderio di un bel bagno rilassante al ritorno dal lavoro, soprattutto quando, rivolgendo lo sguardo verso il mare, questi sembrava farmi l’occhiolino e darmi l’appuntamento proprio per la stessa ora; poi scattò il verde, misi in moto lo scooter, diedi un’ultima occhiata al mare e partii e, in fondo, avevo già deciso: quella sera, dopo 30 anni, avrei ripreso a “flikkare”.
Trenta anni prima, per noi adolescenti, Moneglia era tutto il nostro mondo o buona parte di esso; era il posto in cui eravamo nati e dove stavamo diventando grandi e che non avremmo cambiato con nessun altro posto al mondo.
La spiaggia, la passeggiata a mare, il viale, il carruggio, il campetto dell’oratorio, il mare, certo, ma anche, o soprattutto, quella stessa cantina di Bigo in “Ciassa Marengo” oppure la cantina o il box di ognuno di noi o il salone dei Chiostri della chiesa di San Giorgio (chissà se questo nome farà venire in mente qualcosa agli appassionati di Subbuteo di oggi); questi posti erano infatti il nostro ritrovo di ogni sabato pomeriggio per giocare a Subbuteo, per disputare partite all’ultimo sangue dove sembrava questione di vita o di morte riuscire a battere il nostro migliore amico, e sentirsi il più forte, anche se poi, alla fine, quello che contava veramente era stare insieme, divertirsi e giocare, giocare e ancora giocare.
Sì, perché negli anni ‘80 si giocava e ci si divertiva, ai giovani d’oggi magari sembrerà incredibile, ma era così.
Noi ragazzi degli anni ‘80 forse eravamo più ingenui dei ragazzi di oggi, più semplici, probabilmente perché era il mondo ad essere più ingenuo e più semplice ma ci divertivamo.
Non voglio dire che noi vivessimo meglio o peggio dei ragazzi di oggi, ma sicuramente vivevamo, nel senso che ci godevamo la vita e le cose reali in quanto la vita “virtuale” fortunatamente non era ancora stata inventata.
Vasco, nella sua splendida “Sally”, dice che la vita era più facile e si potevano mangiare anche le fragole e, come spesso succede, Vasco ha pienamente ragione.
La vita era più facile perché, come detto prima, era più semplice, il che non vuol dire che noi avevamo di tutto e di più come hanno i ragazzi di oggi, ma quel poco che avevamo semplicemente ci bastava e ci faceva stare bene.
I ragazzi o i bambini di oggi hanno qualunque cosa chiedano ai loro genitori, anzi, spesso non devono neanche chiedere, sono gli stessi genitori che anticipano le richieste; nonostante questo si legge di ragazzi che vanno dallo psicologo, che vanno dal logopedista, dall’analista o, peggio, che hanno problemi comportamentali o di dipendenza da alcool o da altre sostanze.
Quando noi eravamo ragazzi non avevamo queste problematiche e se qualcuno era più “indietro” o più ingenuo degli altri oppure aveva qualche piccolo “difetto fisico”, veniva aiutato dal gruppo e non emarginato o, peggio, “bullizzato” come succede oggi, veniva coinvolto nella nostra vita e nelle nostre passioni come il calcio o, a volte, il Subbuteo (per quanto riguarda le fragole poi, non erano finte o “gonfiate” come quelle di oggi ma potevi raccoglierle e mangiarle tranquillamente, persino quelle di campo, quelle piccoline che io andavo a cercare assieme a mia nonna e portavo a casa dentro a una foglia di fico intrecciata e mangiavo semplicemente con zucchero e limone, ed erano la fine del mondo).
Le nostre giornate erano fatte quindi di cose semplici, di giochi sia all’aria aperta, con partite infinite a pallone o giri in bicicletta o in motorino, sia, come detto, nelle nostre cantine; erano fatte di contatti reali, di chiacchere sulle panchine in passeggiata a mare con discussioni e risate, dove nascevano legami veri, costruiti giorno dopo giorno, ma che poi sarebbero durati una vita intera.
Noi, negli anni ‘80, non avevamo tutta la tecnologia di oggi, ma pur non avendo il cellulare sapevamo benissimo dove trovare gli amici senza bisogno di 75 messaggi per poi non riuscire nemmeno ad accordarsi; ci bastava andare alla solita ora dalle “gemelle”[4] o dal “cannone”[5] e qualcuno c’era di sicuro.
Noi non usavamo gli SMS o messenger per dire a una ragazza, magari mai incontrata di persona ma conosciuta solo un’ora prima su qualche chat, “T.V.B.”; noi le ragazze dovevamo conquistarcele con fatica, lavorando ai fianchi, facendo sfoggio di tutta la nostra parlantina e immaginazione, a volte effettivamente prendendole per stanchezza.
Noi non avevamo scooter da 80 km all’ora o anche più ma avevamo il Si, il Garelli, il Boxer, la Vespa 50, i più fortunati la “mitica” Cagiva Aletta Rossa o il Ciao (il mio era rosso ed era fighissimo), che in salita, se non ti aiutavi con i pedali, era meglio scendere e andare a piedi.
Ma soprattutto, per fortuna, non avevamo la Play Station!
Dico per fortuna perché senza la Play Station, che ci avrebbe costretto a pomeriggi incollati al divano a rimbambirci e a bruciarci quei quattro neuroni, potevamo passare le nostre giornate libere, non dedicate allo studio, che a quei tempi se prendevi un brutto voto erano dolori, giocando a pallone, andando in bici, in motorino oppure giocando a Subbuteo.
Sì, perché il Subbuteo era la Play Station degli anni ‘80, con la differenza che era un gioco vero, vivo, dove le squadre le potevi toccare, muovere, annusare o, volendo, anche dipingere, per copiare la maglia della tua squadra preferita o per inventarne una nuova.
C’erano campi veri che potevi addobbare a tuo piacimento con tabelloni segnapunti, panchine, riflettori, tribune e spettatori; c’erano palline vere, bellissime repliche dei palloni ufficiali di quei tempi, a partire dal mitico “Tango” e soprattutto c’erano partite contro avversari (anzi compagni di gioco) veri, con i quali si passavano interi pomeriggi, senza nessun rischio per la vista e per quei quattro neuroni.
Noi ragazzi degli anni ‘80 eravamo sicuramente più semplici e ci accontentavamo di cose semplici, che però bastavano per darci delle emozioni impagabili.
Emozioni che ci facevano sentire vivi!
Il Subbuteo era sicuramente una di quelle!
L’ansia prima di una partita, la gioia quando si entrava in un negozio di giocattoli per comprare una nuova squadra e si scrutava ogni centimetro di quel muro verde, si guardavano tutte le squadre, una per una, per poi scegliere quella più bella; l’attesa del sabato per disputare un torneo con gli amici, la complicità e l’affiatamento tra compagni di gioco oppure l’euforia per un gran goal o per una vittoria.
Insomma, come dice una famosa pubblicità di un caffè: “what else?”.
Ecco, quella mattina di inizio estate 2014, mentre andavo a lavorare in sella al mio scooter, ripensavo a quelle emozioni, a quei fantastici anni ‘80, alla nostra adolescenza passata troppo in fretta e, in attesa delle 5, provavo la stessa ansia mista a euforia di 30 anni prima.
 

[1] Questi aneddoti riguarderanno nomi e posti che a molti non diranno nulla e ad altri qualcosa di più ma certi episodi, certe emozioni sono sicuramente comuni a chi è nato negli anni 60 o 70, indipendentemente che sia vissuto a Bari piuttosto che a Genova, a Giulianova piuttosto che a Moneglia
[2] Moneglia, dal latino Monilia (gioiello), è un piccolo paese affacciato sul mar Ligure, in provincia di Genova, che conta circa 3000 abitanti, dei quali 5 giocatori seriali di Subbuteo.
[3] Lemeglio è una frazione di Moneglia posto sulla collina di Levante mentre l’Orto dei Preti è una splendida insenatura subito prima di Punta Moneglia, nel promontorio di Ponente.
[4] Le gemelle sono le scale, appunto gemelle, che dal viale portano in passeggiata a mare. Si trovano in posizione centralissima e, per questo, erano (e sono ancora oggi) il punto di ritrovo delle compagnie dei ragazzi.
[5] Il cannone è un vero cannone che si trova in passeggiata a mare, puntato verso le possibili invasioni saracene, che ora si trova nel punto più ampio della passeggiata, con vari parcheggi, quindi punto di ritrovo soprattutto per l’inizio dello struscio o per la partenza verso Sestri Levante.
“Ciao Ste, ci vediamo alle 5 con Ale in cantina da me per fare due tiri a Subbuteo, vieni?”
Un messaggio, un “beep”, un invito che giunge improvviso una fresca mattina di inizio estate, a distanza di quasi trent’anni dall’ultima partita di Subbuteo e che potrebbe scoperchiare il vaso di Pandora dei ricordi, delle emozioni e dei sogni  di quell’età fantastica, esuberante e incasinata  che si chiama adolescenza; età  che noi abbiamo vissuto negli anni 80’ e che, grazie al Subbuteo, con qualche chilo, capello bianco e acciacco in più, viviamo anche oggi, alla soglia dei cinquant’anni, ogni volta che ci troviamo attorno a un panno verde, ogni volta che ci troviamo tra le mani quei pupetti colorati alti due centimetri che da ragazzini, e forse oggi ancora di più, ci fanno sognare.
Voi, al posto mio, cosa avreste risposto?

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