Fabio Taccola
Carta d’imbarco

Titolo Carta d’imbarco
Autore Fabio Taccola
Genere Poesia      
Pubblicata il 18/09/2018
Visite 1143
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Spazioautori  N.  3719
ISBN 9788893391337
Pagine 64
Prezzo Libro 10,00 € PayPal
[… ] E le tracce possono divenire sentieri chiari non solo per noi, ma anche per chi verrà dopo di noi e di cui siamo responsabili.
Questa la sfida: arrivare alla città senza perdere la bellezza di quel percorso che dal chiuso di noi ci ha aperto agli altri. Quella bellezza che sembra rarefatta, ma che è densità tangibile, quella bellezza fatta di parole, che non sono vacuità, ma legame concreto con gli altri: è la poesia la chiave di questo. La poesia, termine che per i greci aveva origine nel verbo poieo, che significa creare, fare.
È la poesia che può fare la vita nel solco della bellezza. 
È da qui allora che, diradato lo smarrimento, saldamente aperti all’Altro, può partire di nuovo il viaggio comune, in cui sarà ancora la poesia a scrivere il punto di arrivo, cioè il destino, della nostra carta d’imbarco.
Raffaele Caruso
Dallo smarrimento ad una Carta d’imbarco, questo è il percorso che ci propone Fabio Taccola.
Lo smarrimento è quello in cui siamo immersi nell’oggi, piccole rondini sperdute circondate da un’indifferenza di cui siamo vittime e responsabili, in un mondo sempre più complesso, schiacciati tra chi nasconde le chiavi di lettura e chi propone soluzioni banalizzanti che scardinano il nostro stare insieme. Ci muoviamo in una realtà densa di disagio e bellezze da cui siamo distanti eppure simili. E’ qui che interviene la parola: all’inizio un racconto che chiede un Altro che ascolti; poi la parola si fa strada in poesia, quasi imposta dalla realtà della natura. Nel percorso che Fabio suggerisce, interiorità e realtà circostante (spesso  le montagne, a volte il mare e il vento) sono in continuo dialogo: ciò che ci sta intorno diviene il simbolo di un universo interiore che non può stare chiuso in sé stesso, pena il ripetersi dello smarrimento iniziale. Laddove invece si trova il coraggio di un’apertura, diviene possibile tracciare una rotta, che ci apre all’Altro, a chi ci è vicino, a chi ci è più lontano (ma condivide il nostro navigare), ad un Infinito (un Altrove come lo chiama Fabio).
E al fondo di questo aprirsi c’è la piazza di tutti noi, la città, assetata di un umano che sappia imporsi sul traffico infernale di auto e di byte.
E le tracce possono divenire sentieri chiari non solo per noi, ma anche per chi verrà dopo di noi e di cui siamo responsabili.
Questa la sfida: arrivare alla città senza perdere la bellezza di quel percorso che dal chiuso di noi ci ha aperto agli altri. Quella bellezza che sembra rarefatta, ma che è densità tangibile, quella bellezza fatta di parole, che non sono vacuità, ma legame concreto con gli altri: è la poesia la chiave di questo. La poesia, termine che per i greci aveva origine nel verbo poieo, che significa creare, fare.
È la poesia che può fare la vita nel solco della bellezza. 
È da qui allora che, diradato lo smarrimento, saldamente aperti all’Altro, può partire di nuovo il viaggio comune, in cui sarà ancora la poesia a scrivere il punto di arrivo, cioè il destino, della nostra carta d’imbarco.
 
 
Raffaele Caruso
 
 
È stanca la rondine 
più non s’alza in volo
nell’azzurro incrinato.
 
Saltella ancora
nessuno aspetta 
svolta ruzzola.
 
L’indifferenza
tutto ormai copre
è poi silenzio.

 
 
 
Dentro
C’è qualcosa d’ignoto
Porte aperte sul vuoto
Luci ormai spente
Rimpianti nella mente
Fuori.
 

 
 
 
Facce affilate
sulle banchine
identità in fuga
stendono teli.
 
Beffarde
trafficano
imitazioni.
 
Così diversi
da noi
a noi
così uguali
nello smarrimento.
 
 
 
 
 
Andirivieni
di occhi persi
sotto il lampione
parole impastate
di scarti umani
mischiati ai lezzi
di scarichi intasati.
 
Nuvole nere
stillano intanto
gocce impietose
su improbabili rimmel
lavano
età enigmatiche
di giovani forse mai
state bambine.
 
 
 
 
Ancora qui
tra la gente
ferma a guardare
silente
raccolta
nel crepuscolo.
 
E ci sarà domani
e l’altro ancora
la piazza siamo noi
eterni. 
 
 
 
 
Dove il silenzio
si fa racconto
dove il pensiero
è mano tesa
al di là della nebbia.
 
 
 
 
 
Alla preghiera
la vita si aggrappa
si fa speranza prima
grazia poi
riemergono relitti
al Boschetto fioriti.
 
 
 
 
 
Laggiù
su mari senza sponda
sembra svanire.
Sul filo dell’orizzonte
si spiega ancora
la nostra vela.
 
 
 
 
 
In lontananza
sogni fugaci
prendono forma
ormeggiati controvento
alla scia di lampare.
 
Svaniscono poi
nello sciabordio
di un gozzo di ritorno.
 
 
 
[… ] E le tracce possono divenire sentieri chiari non solo per noi, ma anche per chi verrà dopo di noi e di cui siamo responsabili.
Questa la sfida: arrivare alla città senza perdere la bellezza di quel percorso che dal chiuso di noi ci ha aperto agli altri. Quella bellezza che sembra rarefatta, ma che è densità tangibile, quella bellezza fatta di parole, che non sono vacuità, ma legame concreto con gli altri: è la poesia la chiave di questo. La poesia, termine che per i greci aveva origine nel verbo poieo, che significa creare, fare.
È la poesia che può fare la vita nel solco della bellezza. 
È da qui allora che, diradato lo smarrimento, saldamente aperti all’Altro, può partire di nuovo il viaggio comune, in cui sarà ancora la poesia a scrivere il punto di arrivo, cioè il destino, della nostra carta d’imbarco.
Raffaele Caruso

 

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