Giorgio Temporelli - Angelo Poggio
La mia Russia

Titolo La mia Russia
Storie di viaggi da Genova Prà a Mosca
Autore Giorgio Temporelli - Angelo Poggio
Genere Narrativa      
Pubblicata il 27/10/2018
Visite 714
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Spazioautori  N.  3727
ISBN 9788893391429
Pagine 132
Prezzo Libro 10,00 € PayPal

Versione Ebook

ISBN EBook 9788893391436
Prezzo eBook 0,00 €
… dal suo zaino, estrasse tutte edizioni MIR, casa editrice di Mosca che aveva tradotto in italiano e in francese i testi dei più famosi fisici russi come Landau e Smirnov.
Giorgio, questo era il suo nome, si sedette e accostò la sedia al tavolo sempre facendo molta attenzione a non far rumore, anche se la biblioteca era praticamente deserta
Quando quella mattina di circa venticinque anni fa sentii la porta a vetri della Biblioteca del Dipartimento di Fisica aprirsi, mi voltai perché non si era aperta con la solita spallata brusca e violenta, ma con una lentezza che m’incuriosì.
“Sono uno studente di Fisica, posso sedermi a un tavolo per studiare?”
Era un ragazzo sui venticinque anni, di media statura e corporatura e con i capelli castano chiaro piuttosto lunghi e ondulati.
Il suo viso da “bravo ragazzo” spiegava la delicatezza con cui aveva aperto la pesante porta a vetri.
“Certamente, accomodati pure. Se hai bisogno di qualche libro, non hai che da chiedere. Comunque nell’atrio c’è il catalogo in ordine alfabetico.”
All’epoca il catalogo era esclusivamente in forma cartacea, si iniziava l’inserimento informatico, ma si sarebbe dovuto attendere ancora un po’ di tempo.
Mi accorsi subito che la mia domanda era stata inutile perché lo studente aveva con sé i propri libri. Fui colpito dal fatto che, dal suo zaino, estrasse tutte edizioni MIR, casa editrice di Mosca che aveva tradotto in italiano e in francese i testi dei più famosi fisici russi come Landau e Smirnov.
Giorgio, questo era il suo nome, si sedette e accostò la sedia al tavolo sempre facendo molta attenzione a non far rumore anche se la biblioteca era praticamente deserta.
Io continuai il mio lavoro indisturbato. Avevo una montagna di libri da sistemare negli scaffali, perché durante il periodo estivo, i docenti e gli studenti erano obbligati alla restituzione dei testi in loro possesso per consentire un’accurata revisione.
Mi sorpresi nel vedere che Giorgio stava leggendo il suo libro in lingua originale. Non aveva problemi con i caratteri cirillici.
Non volli distoglierlo dallo studio e quindi attesi che si alzasse per andare a prendere un caffè e mi rivolsi a lui con ammirazione.
“Ciao, io sono Fabrizio, il bibliotecario. Vedo che sai leggere il russo. Lo parli anche?”
Mi porse la mano e, dopo avermi chiesto se poteva darmi del tu, cosa che mi avrebbe fatto molto piacere, mi porse la mano e si presentò:
“Ciao, mi chiamo Giorgio. Me la cavo abbastanza bene col russo perché ho frequentato dei corsi di lingua russa. Ho iniziato giovanissimo seguendo le orme e i consigli di mio padre che è molto appassionato e legato a quella terra e mi ha convinto a imparare la lingua.”
Risposi che era una cosa molto positiva e nello stesso tempo piuttosto strana. Di solito gli studenti, soprattutto delle facoltà scientifiche, riuscivano a cavarsela piuttosto bene con l’inglese, anche perché la maggior parte dei libri erano scritti in quella lingua.
“La Russia ha un fascino particolare che mio padre è riuscito a trasmettermi.”
“Ma hai visitato quella terra?”
“Sono stato lo studente più giovane che si è recato in colonia a Odessa. Poi sono ritornato e ripetuto più volte quell’esperienza.”
I modi calmi e socievoli di Giorgio mi incuriosivano. Pensai che avrei potuto approfondire la sua conoscenza, magari saremmo diventati amici e lui mi avrebbe raccontato.
Per alcuni anni, Giorgio ed io, avevamo preso l’abitudine di frequentarci non solo nei locali dell’Università, ma stringemmo una sincera amicizia che mi portò a scoprire effettivamente la sua passione per la Russia.
Abbiamo pensato di mettere per iscritto queste esperienze che riteniamo particolarmente curiose per la loro singolarità e per essere così diverse dalle abituali vacanze dei giovani in quegli anni ‘70 e ‘80 che tanto hanno significato nel cambiamento delle abitudini delle persone del mondo intero.
 
Genova, luglio 2018
 
 
 
 
L’avvicinarsi delle vacanze estive rappresenta da sempre, per ogni studente, ciò che Leopardi ha magistralmente “dipinto” in una delle sue più note poesie: “Il sabato del villaggio”.
Le aspettative sono molte, si contano i giorni, poi le ore, che separano quelle giovani menti traboccanti di euforia dal raggiungere la tanto sospirata libertà.
Poi, finalmente, quando il caldo diventa quasi insopportabile, ecco l’ultimo giorno di scuola. Le interrogazioni sono finite, i rapporti con gli insegnanti si sono tramutati in una sorta di amichevole dialogo. Si ride, si scherza: si è già entrati nell’atmosfera di “dolce far nulla” e si fa a gara per prevedere chi, al ritorno a scuola, avrà più esperienze da raccontare.
Ciò avveniva anche nel lontano giugno del 1976.
Tra la moltitudine di giovani festosi, vi era un ragazzino, che pareva non manifestare grandi segni di euforia.
Giorgio, all’epoca aveva dieci anni.
Era quello che si è soliti descrivere come un “bravo ragazzo”.
Nessuno si era mai lamentato del suo comportamento.
Educato, studioso, né genitori, né insegnanti avevano mai avuto motivo di rimproverarlo.
Giorgio in effetti era un ragazzo molto pacato e tranquillo. Attento a ciò che gli accadeva intorno, ma sicuro di poter affrontare la vita con l’aiuto dei genitori e degli amici più adulti da cui era amorevolmente attorniato.
Viveva in periferia, ma non era una squallida zona industriale come tante nell’entroterra genovese.
Giorgio abitava con la famiglia in una palazzina a pochi passi dal mare, a Palmaro.
In quel paese, all’epoca, la spiaggia era molto bella e facilmente raggiungibile. Bisognava percorrere un buio sottopasso per non attraversare la ferrovia che fiancheggiava l’Aurelia, e ci si trovava di fronte al mare. Il panificio “Cioi”, un negozio a conduzione familiare che ancora oggi rifornisce i palmaresi di pane e focaccia squisita, era il punto di riferimento principale che indicava dove erano le scale per raggiungere il sottopasso.
Chi abitava in quelle zone, forse non si rendeva pienamente conto della fortuna di essere costantemente a contatto col mare.
Il profumo di salsedine, il clima costantemente mite, le albe e i tramonti che davano un senso di bellezza alla vita.
A Giorgio rimanevano impressi soprattutto gli odori di Palmaro.
In inverno, col mare molto agitato, i cavalloni raggiungevano la ferrovia e la strada che correva parallela, e gli spruzzi della salsedine inumidivano i volti e i capelli delle persone. Era impossibile indossare un copricapo perché il vento lo avrebbe portato via immediatamente.
Di solito era vento di scirocco che soffiava caldo da sud mantenendo la temperatura sempre mite.
Raramente la neve si posava su Palmaro. Si fermava a Pegli dopo aver imbiancato le colline su cui Genova era stata costruita.
Quando la primavera era alle porte, il sole iniziava a intiepidire l’aria e Giorgio con gli amici, scendevano in spiaggia a giocare a palla e a gettare i sassi piatti facendo a gara a chi li faceva saltare più volte in acqua.
Il 25 aprile si era soliti festeggiare la Liberazione con il primo bagno. L’acqua era fredda e paralizzava al solo contatto. Ma chi non si gettava tra le onde veniva deriso dai ragazzi e soprattutto dalle ragazzine che assistevano divertite a quelle audaci prove.
Tornando agli odori che le giovani narici di Giorgio inalavano mentre percorreva la poca distanza che lo separava dalla spiaggia, il primo era senza dubbio il profumo dell’erba tagliata nelle aiuole che cingevano i palazzi proteggendoli dalla strada principale. Man mano che si avvicinava al forno “Cioi”, era il forte e particolare odore di pane appena sfornato che usciva dalla porta del negozio protetta da particolari strisce di plastica colorata, e il profumo di una delle migliori focacce con le cipolle, tagliate a coprire la piatta e oleosa prelibatezza, a far venire l’acquolina in bocca al ragazzo.
Scendendo le scale del sottopasso, Giorgio era avvolto da un brivido di freddo intriso di umidità. Fortunatamente il tunnel era lungo solo una trentina di metri e si riusciva a vedere la fine e l’azzurro del mare che si avvicinava sempre più.
A volte il passaggio corrispondeva al transito del treno e un rumore assordante faceva accelerare il passo al ragazzino e ai suoi amici, quasi che il convoglio dovesse piombare loro addosso.
Alla metà degli anni ‘70 le acque del mare di Palmaro erano cristalline. La lunga spiaggia “libera” confinava con alcuni stabilimenti balneari contraddistinti da lunghe file di variopinti ombrelloni e di sedie a sdraio che stancamente un anziano bagnino disponeva con una precisione millimetrica.
Gli anziani, pensionati, erano tra i primi clienti del chiosco posto all’entrata dei bagni. Consumavano la colazione, il caffè e, non di rado, un bicchiere di vino bianco che accompagnava la focaccia di “Cioi” ancora calda e profumata.
Mentre le mogli si incamminavano lentamente a disporre teli da bagno, borse con creme protettive al posto che era stato loro assegnato, i mariti si soffermavano al bar a leggere “Il Lavoro” o “Il Secolo XIX”, i due quotidiani cittadini. Molti avevano sottobraccio “L’Unità”, organo del Partito Comunista Italiano, che sfoggiavano con aria di superiorità e si dimostravano molto attenti agli articoli che indicavano le linee del partito, all’epoca guidato da quel grande, ultimo segretario degno di guidare il popolo proletario. Enrico Berlinguer.
E qui, alla politica, ritorneremo nel momento in cui entreremo nella vera motivazione per cui questa storia viene scritta.
Non tutti avevano la fortuna di Giorgio di abitare a due passi dal mare.
Chi abitava nella periferia dell’entroterra genovese, in particolare nelle valli che affiancano la città, la Valbisagno a est e la Valpolcevera a ovest, per raggiungere le spiagge dovevano armarsi di tanta pazienza e intraprendere un vero e proprio snervante viaggio.
Un amico di Giorgio, figlio di un collega del padre, abitava appunto a Fegino, un rione della Valpolcevera.
Il ragazzo raccontava spesso al compagno, la fatica che comportava raggiungere il mare da quella remota posizione.
Quando Fabrizio, questo era il nome dell’amico, era piccolo, alla fine degli anni ‘60, durante le estati era solito recarsi a Pegli, un meraviglioso borgo del ponente genovese a pochi chilometri da Palmaro, accompagnato dalla madre, dalla sorella maggiore di circa dieci anni e da una cugina coetanea della sorella.
La povera donna, mai termine fu più appropriato, partiva subito dopo aver fatto pranzare i bambini e, sotto un sole cocente, guidava la piccola compagnia alla stazione ferroviaria di Rivarolo Ligure a circa mezzo chilometro di distanza. Un treno, dopo una breve ma snervante corsa, raggiungeva Sampierdarena dove ad attenderlo, al binario 6, vi era un secondo convoglio: il regionale che raggiungeva Savona dopo essersi fermato in tutte le stazioni.
In circa mezz’ora, dopo Cornigliano e Sestri Ponente, finalmente raggiungeva Pegli.
Fabrizio era incantato da quella stazione.
Al posto del solito sottopassaggio, vi era un ponte pedonale sopra i binari.
Vedere transitare i treni dall’alto era uno spettacolo per un bimbo di quell’età.
Il panorama della stazione era reso ancora più ameno da enormi piante di ortensie variopinte che sembrava stessero soffrendo la calura canicolare da quanto erano accasciate. Fabrizio non era preoccupato per quei fiori. Ormai si era accorto che, al ritorno, quando l’ombra le avvolgeva, riprendevano l’altezza naturale come se si fossero destate dopo il riposo pomeridiano.
Usciti dalla stazione un’altra lunga passeggiata avrebbe condotto la comitiva alla agognata destinazione.
La donna e i tre bambini erano costretti ad attraversare immediatamente la strada per camminare all’ombra delle enormi palme che erano state piantate nelle capienti aiuole del lungomare piastrellato di rosso.
L’avvicinarsi della destinazione era prossimo quando, dietro ad una curva, si riusciva a scorgere un enorme palazzone bianco stile liberty, era il lussuoso albergo “Miramare”, meta di turisti danarosi, provenienti per lo più da Piemonte e Lombardia.
Il profumo del mare si faceva sempre più intenso e la voglia di immergersi in quelle azzurre acque diventava frenetica. I quattro erano talmente accaldati che ancor prima di raggiungere la spiaggia, iniziavano a denudarsi con frenesia.
La lunghezza del viaggio aveva fatto trascorrere il tempo necessario per potersi immergere immediatamente in mare senza dover attendere che fosse completata la digestione.
Una volta trovato un piccolo spazio tra la calca e indossato il costume di lana gialla, Fabrizio attendeva il benestare della madre e percorreva di corsa i pochi metri di sabbia incandescente e immergeva i piedini doloranti nella tiepida acqua. Nessuno dei bimbi era in grado di nuotare, ma sguazzare nell’acqua bassa era comunque divertente.
Continuamente si udivano gli urli del venditore di bibite e gelati.
“Piangete bambini! Fatevi comprare la gassosa. Gelati alla menta. Piangete bambini!”
E alcuni prendevano alla lettera le parole dell’uomo vestito di bianco con un sombrero di paglia che gli proteggeva la testa e parte delle spalle dal sole cocente, e iniziavano un assordante piagnisteo per farsi comprare le prelibatezze dell’ambulante.
Per Fabrizio, sorella e cugina invece, la povera donna aveva a disposizione una sola cosa da mangiare per ognuno.
Non si poteva permettere altro.
Il divertimento, purtroppo, era destinato a durare solo un paio d’ore. Mentre tutti erano ancora immersi nell’acqua, gli abitanti di Fegino erano costretti a prepararsi per il lungo viaggio di ritorno.
Ripercorrere quel lungo itinerario, nonostante la temperatura si fosse leggermente rinfrescata, risultava molto più faticoso.
La madre di Fabrizio, giunta nella modesta dimora, non aveva neppure il tempo di riprendersi dalla fatica, che si metteva immediatamente ai fornelli per preparare la cena. Il marito non avrebbe tardato di tornare dal lavoro, anch’egli stanco e affamato per aver guidato l’autobus per parecchie ore consecutive.
Se per alcuni, trascorrere una giornata al mare rappresentava un calvario come per la povera madre di Fabrizio, per altri, si trattava effettivamente di vacanza.
Nel paese che precede Palmaro per chi proviene da Genova, Prà, c’era uno degli stabilimenti balneari più chic di tutto il litorale.
I “Bagni San Pietro” rappresentavano un ritrovo per la società medio-alto borghese genovese e non solo.
Era un’enorme struttura bianca tra il liberty e l’architettura dell’ultimo periodo fascista. Più che uno stabilimento balneare, sembrava essere un albergo. Le cabine avevano le porte disposte a nord per permettere ai bagnanti di comparire in spiaggia col costume già indossato. Al posto del chiosco dove Giorgio e i palmaresi prendevano il caffè e consumavano le prelibatezze di “Cioi”, vi era un enorme bar con camerieri in livrea che servivano ai tavoli ogni tipo di colazione. Vi erano specchi ovunque e questo aumentava l’effetto della vastità dell’ambiente. La sala per la colazione si trasformava in ristorante dallo scoccare di mezzogiorno e serviva una vasta gamma di cibarie fino alle due del pomeriggio. 
… dal suo zaino, estrasse tutte edizioni MIR, casa editrice di Mosca che aveva tradotto in italiano e in francese i testi dei più famosi fisici russi come Landau e Smirnov.
Giorgio, questo era il suo nome, si sedette e accostò la sedia al tavolo sempre facendo molta attenzione a non far rumore, anche se la biblioteca era praticamente deserta

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