Mario Nigrotti
La pagina mancante

Titolo La pagina mancante
Autore Mario Nigrotti
Genere Narrativa - Psicologico      
Pubblicata il 26/02/2019
Visite 424
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Il libro si libera  N.  178
ISBN 9788893391481
Pagine 160
Prezzo Libro 12,00 € PayPal

Versione Ebook

ISBN EBook 9788893391498
Prezzo eBook 4,99 €
Pietro è un giovane ingegnere con una vita ordinata e qualche certezza.
La morte del padre, la fotografia sbiadita di un’enigmatica signora e un foglio strappato da un diario nascosto incrinano l'involucro perfetto della sua esistenza.
Quale traccia la bella signora ha lasciato nella pagina mancante?
Genova lo osserva discreta, mentre Pietro percorre gli stretti caruggi di una ricerca che non è soltanto quella delle parole perdute.
Oggi è morto mio padre. Investito da un filobus mentre tornava a casa dall’ufficio sulla sua vecchia Legnano. I testimoni dicono che il filobus lo ha appena sfiorato, ma che lui andava forte… forse la ruota anteriore è scivolata sul selciato viscido, lui ha perso l’equilibrio, è volato molti metri più in là e si è fracassato il cranio sullo spigolo del marciapiede.
Si era messo in testa di usare il più possibile la bicicletta, in città, per risparmiare e per non inquinare, diceva, e perché pedalare fa bene, mantiene in forma e ritarda l’invecchiamento. Così lo ha evitato del tutto, l’invecchiamento…
Che morte insulsa! Ma c’è forse un modo intelligente per morire? È più sensato precipitare da una parete di roccia? O venire travolti da una slavina, essere fulminati da un embolo durante un’immersione, annegare in un torrente? Tutti modi altrettanto stupidi, visto che in questi casi “te la saresti cercata”. E mio padre un po’ se l’è cercata, visto che non portava il casco, oggi…
No, la morte non è né stupida né intelligente. I giornali raccontano di morti tragiche e ineluttabili, confondendo fatalità e colpe; i libri di Storia favoleggiano di eroi che hanno affrontato l’estremo sacrificio col sorriso sulle labbra; gli ospedali sono sovraffollati di poveracci che si illudono di uscirne vivi; l’intero pianeta è disseminato di luoghi dove si muore di fame e di bombe. E non esiste una morte onorevole; è una balla inventata dai generali per convincere la truppa a farsi carne da cannone. Poeti, colonnelli, vedove e parroci danno della morte immagini diverse, e fiumi di parole scorrono inconcludenti sulla terra che ricopre corpi in putrefazione del tutto estranei a quelle sottili distinzioni. Morti gloriose, orribili, serene, improvvise, lente, dignitose, indolori, volontarie, assistite: diverse se viste un attimo prima del trapasso, identiche un attimo dopo. Quella di mio padre non fa eccezione. Esiste la vita e la sua fine. Punto.
 
 
 
I carabinieri hanno telefonato a me; il mio nome e numero di telefono mio padre li portava scritti su un foglietto nel portafoglio, all’antica, e nel telefonino alla voce “In Case Of Emergency”.
Questa cosa non l’ho capita: va bene non indicare la nonna che, per quanto sia ancora in forma e più lucida di tanti ben più giovani di lei, e per quanto suo figlio fosse uno stronzo, non merita di essere informata da uno zelante e impassibile carabiniere che lo stronzo in questione se n’è andato all’altro mondo. Non auguro a nessuno di affrontare lo strazio della morte del proprio figlio: è una cosa troppo contro natura. E neanche esiste un vocabolo, nella nostra lingua come in molte altre, per definire lo stato di chi ha perso un figlio; come “orfano” per chi perde un genitore. In altre culture, sì; ricordo David Grossman spiegare che in ebraico il vocabolo esiste, che la sua religione e la drammatica realtà del suo popolo non possono fare a meno di descrivere come normale un evento pur tanto tragico. Credo che gli ebrei siano dotati storicamente di una concretezza che in qualche modo li avvicina, più di altri, a culture primordiali dove la morte è considerata il più naturale degli eventi e non viene enfatizzata, in qualche modo banalizzata, come facciamo noi “popoli civili”. In certe popolazioni nomadi dell’Africa nera le madri abbandonano lungo il cammino il figlio più debole per portare in salvo quello che ha più probabilità di farcela. Chi, come è capitato a me, ha ascoltato una donna raccontare della morte del proprio bambino sa che una madre che sopravvive al proprio figlio smette di vivere essa stessa, in Europa come nell’Africa più povera e in qualunque altra parte del mondo, e finisce per tirare avanti in qualche modo, con un vuoto abissale dentro di sé, per il resto dei suoi giorni.
Sarà la zia a dare la notizia alla nonna; chissà come la prenderà, se avrà ancora in serbo un po’ di dolore o lo avrà esaurito tutto nella sua lunga vita. Forse ha raggiunto quell’età in cui ci si rannicchia su se stessi, sempre più estranei, indifferenti alle cose del mondo; un po’ come i bambini, concentrati sui loro giochi, innocenti e ignari di tutto. A me, comunque, tocca chiamare zia e mamma.
Ma, dico io, aveva una sorella, un’ex moglie, un sacco di amici, chissà quante amanti; no, il mio nome doveva tenere nel portafoglio! Anni fa, prima della rottura definitiva, in una delle due o tre occasioni all’anno in cui si degnava di farci visita – io vivevo ancora con la mamma –, mi prese da parte con l’aria del padre che deve fare importanti rivelazioni al figlio. Mi fece uno strano discorso: che lui ora viveva solo, che se fosse morto non se ne sarebbe accorto nessuno e facezie del genere. Aggiunse che il suo erede naturale ero io – disse questo non senza una certa enfasi – e che, se gli fosse successo qualcosa, sarebbe toccato a me andare a raccattare i pezzi all’obitorio. E infatti…
 
L’obitorio è nei sotterranei dell’ospedale. Percorro un lungo corridoio che sembra l’interno di un sottomarino: il pavimento è una griglia di acciaio che suona sinistramente ad ogni passo; il soffitto è percorso da una selva di tubi metallici, così come metalliche sono le molte porte lungo le pareti di smalto lucido bianco, le scatole di derivazione dell’impianto elettrico, gli interruttori, le lampade. Unica nota di colore, gli estintori rossi. Non meno agghiacciante è la stanza meta della mia discesa agli inferi: pareti e pavimento sono rivestiti di piastrelline minuscole di un colore indefinito, come in un macello; manca soltanto il gancio al centro della volta, per appendere il maiale a testa in giù. Non c’è arredamento di alcun tipo, neanche una sedia o una panca, a parte tre catafalchi metallici su uno dei quali è disteso un corpo coperto da un telo bianco. Il medico legale – suppongo – scosta il lenzuolo dalla faccia del cadavere per favorirne il riconoscimento, e intanto mi illustra dettagliatamente le cause della morte, informazioni delle quali farei volentieri a meno.
Ho sentito uno dei barellieri dell’ambulanza medicalizzata che ha portato qui mio padre spiegare cinicamente che il trasporto in ospedale, anche se non serve a salvare la vita al trasportato, consente per lo meno di sgomberare il luogo dell’incidente e ripristinare un traffico regolare. Così, a detta di quell’individuo, l’ambulanza correrebbe inutilmente a sirena spiegata per la città fino al pronto soccorso, dove verrebbe rappresentata qualche ulteriore scena di quella che si rivelerebbe dunque una macabra farsa: infermieri che corrono spingendo barelle, trespoli con flebo e bombole di ossigeno; porte che si spalancano al passaggio del convoglio e si richiudono immediatamente come un sipario, lasciando attonito e sempre più sfiduciato il pubblico dei codici bianco e verde, in attesa da ore. No; in fondo spero che mio padre sia morto sul colpo, ma non oso pensare che un medico possa decidere il ricovero d’urgenza per un’altra ragione che non sia un barlume di speranza di salvare una vita umana.
Pietro è un giovane ingegnere con una vita ordinata e qualche certezza.
La morte del padre, la fotografia sbiadita di un’enigmatica signora e un foglio strappato da un diario nascosto incrinano l'involucro perfetto della sua esistenza.
Quale traccia la bella signora ha lasciato nella pagina mancante?
Genova lo osserva discreta, mentre Pietro percorre gli stretti caruggi di una ricerca che non è soltanto quella delle parole perdute.

 

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