M. Gisella Catuogno
Ritratti/Profili di ieri e di oggi

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Titolo Ritratti/Profili di ieri e di oggi
Autore M. Gisella Catuogno
Genere Narrativa      
Pubblicata il 13/06/2019
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Nota dell’Autrice

 

 

   Il presente lavoro è costituito da nove racconti, che sono ritratti fisici e psicologici di altrettante creature femminili, con l'unica eccezione di Junichiro Kawasaki, intellettuale giapponese e maître a penser della nazione.  .
Accomuna tali ritratti il desiderio, da parte dell'autrice, di indagare l'interiorità dei personaggi e le motivazioni dei loro comportamenti, a contatto con gli stimoli, gli eventi e le emozioni che la realtà esterna offre loro a piene mani, talvolta brutalmente.
Alcuni sono personaggi storici e illustri come Maria Walewska, l'amante polacca di Napoleone, che venne segretamente a trovarlo all'Isola d'Elba, durante l'esilio dell’empereur, al posto dell’inutilmente attesa Maria Luisa d’Austria, la legittima consorte; o la mitica Paolina Bonaparte, di cui viene ricostruita, attraverso la finzione letteraria di una “intervista impossibile”, l’avventurosa vicenda esistenziale, tra folli passioni, slanci di generosità e prevedibili civetterie, all’ombra dell’ingombrante fratello;  o ancora Virginia Oldoini, la mitica Contessa di Castiglione, la "statua di carne", secondo la definizione del Metternich, che sedusse Napoleone III, per farlo intervenire a fianco dei piemontesi nella seconda guerra d'indipendenza contro gli austriaci.

 Altri, invece, come Irene, la bambina che trascorre l'infanzia nella sua isola "di ferro e di sale" tra gli anni '50 e '60, o Olga, la ragazza rumena costretta a trasferirsi in Italia a fare la badante, seppure personaggi di fantasia, sono fotocopie di creature in carne ed ossa.
Maria, poi, è la vittima di una vicenda tragica, uno stupro di guerra, purtroppo non l'unico, davvero accaduto all'Isola d'Elba durante la drammatica liberazione dai tedeschi nel giugno del '44. Mentre Eleonora, che chiude la carrellata, è prigioniera della sua bellezza, fino a disumanizzarsi nella ricerca di una perfezione impossibile.
Dunque l'intento è quello di disegnare con le parole i volti, i corpi, le psicologie, ma soprattutto le anime, di creature illustri o modeste, con la persuasione che, aldilà degli orpelli e dello status sociale, ciascun individuo è chiamato a misurarsi, nella propria unicità e solitudine, con le grandi sfide esistenziali: la vita, la morte, l'amore, il dolore.

 

 

 

Prefazione 

 

 

 “L’amicizia o la si coltiva davvero, come un fiore di serra o evapora come neve al sole”. E’ ciò che pensa Junichiro Kawasaki, poeta di haiku e tanto altro, in uno dei nove racconti della raccolta Ritratti di Maria Gisella Catuogno[1]. Se la nostra amicizia non è evaporata come neve al sole è perché, nonostante una lontananza fisica che dura da più di trent’anni, interrotta da sporadici incontri nella nostra isola che ogni tanto riusciamo a regalarci e nei quali il tempo sembra non bastarci mai, ce ne siamo sempre prese cura, con cadenze dettate dalla voglia e dal bisogno di condivisione: una lettera, una mail, un messaggio, una telefonata, per sottolineare un evento importante delle nostre vite o una mattina qualunque, magari per condividere un commento ascoltato alla radio… ed è sempre come se ci fossimo parlate il giorno prima. Ci divide la lontananza, ci unisce tutto il resto: il credere negli stessi valori, il considerare la curiosità intellettuale e la conoscenza come le ricchezze più grandi e irrinunciabili di un individuo, la passione per il nostro comune lavoro di insegnante, l’ amore per le parole e per i libri.

Ci siamo conosciute ormai adulte, alle prese con i concorsi per il passaggio in ruolo. Il sonno che ci mangiava e i libri e gli appunti che si accumulavano sulla scrivania, Gisella che un minuto prima si lasciava sedurre dal verso di uno dei tanti poeti compagni dei nostri pomeriggi di studio e un minuto dopo si alzava e scaldava il latte che il piccolo Giacomo reclamava dalla sua culla, in quella casa in cima al mondo che si raggiungeva dopo essersi arrampicati su per le vie del centro storico.

Poi, un giorno, quando ormai le nostre vite avevano preso strade diverse, Gisella ha cominciato a segnalarmi, con la delicatezza e il riserbo che fanno parte di lei, le sue “piccole cose”, come continua chiamarle. Aveva cominciato a scrivere, non solo per sé, ma anche per gli altri, e di sé per gli altri, in un suo “spazio-tempo da funamboli”, come ha confidato in un post nel blog Liberodiscrivere nel 2010, fatto di mille sfumature e casualità, senza una stanza né un tempo tutti per sé; e quando, “calmato il vortice dei devo”,  comincia a sedersi sempre più spesso davanti a un foglio bianco, la scrittura libera le sue ritrosie: “sono dea che di zaffiro/può dipingere il cielo/affollarlo di luna e di stelle/o imbronciarlo di nuvole zingare”.[2]  

Da allora, pubblicazioni in prosa e in versi e importanti riconoscimenti hanno                                                                                                                 reso concreta quella che ormai, per Maria Gisella Catuogno, per usare le sue parole, è diventata “un’opportunità irrinunciabile di comunicazione con gli altri,  di riflessione su me stessa e sulle grandi problematiche esistenziali e contemporanee, di scandaglio, attraverso la letteratura, e quindi in una forma ‘mediata’ e non ‘immediata’,  del mondo circostante”, come ha confidato a Maria Amata di Lorenzo nella bella intervista che precede il romanzo Passioni.

E quando anche a me ha chiesto di scrivere, non più solo di affidare a un’impressione o a un commento veloci che punteggiano le nostre chiacchierate, quello che pensavo dei suoi “ritratti”, che le sono valsi il primo premio per la narrativa al concorso La Ginestra Fonte Aretusa, tentandomi con un “Te la sentiresti di farmene una prefazione? Sarebbe bello uscire in stampa con i nostri due nomi uniti!”, il richiamo mi è parso irresistibile.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Ritratti raccoglie, per la prima volta insieme, racconti scritti in tempi diversi e in alcuni casi già pubblicati in antologie, come Riviere del 2009, in riviste e blog letterari, nelle pagine d’arte e di cultura di quotidiani online.

In otto racconti su nove le storie di questa raccolta rimandano a ritratti intensi di donne che MG. Catuogno ci ha proposto anche altrove, ma che trovano nell’essere raccolti insieme una loro ulteriore ragione di essere.  Fili che si intrecciano, donne di luoghi e tempi lontani fra loro, alcune realmente vissute e altre nate dall’immaginario dell’Autrice ma che, pur rispondendo in modo diverso alle sfide che la vita mette loro davanti e pur non sapendo nulla l’una dell’altra, si parlano, si riconoscono, si chiamano dalle sale di una galleria che le vede riunite tutte assieme a raccontare la loro storia. Donne che vedono messa in discussione la loro volontà all’interno di culture in cui è quella maschile a prevalere, nonostante le doti e le soddisfazioni professionali, come quella Dora Pistillo che, all’inizio degli anni Venti del secolo scorso, diventata una botanica esperta, si sacrifica ad andare a Torino a frequentare un corso di fisiologia delle piante ma deve rimettere tutto in discussione per seguire il marito; o come Maria, “brava come nessuna a smontare vecchi cappotti e giacche consumate”[3], che aveva dovuto mettere nel cassetto il suo sogno di diventare sarta perché “il marito non voleva gente per casa”[4]. Eppure, quando gli eventi (familiari, economici, sociali) imporranno nuove necessità, queste donne si affacceranno su nuove vite proprio mettendo a frutto la loro creatività, la loro vivacità intellettuale, il loro bisogno di fare, il loro ‘saper fare’. E così Dora, proprio quando le sembrava più intollerabile “mettere la voragine dell’oceano tra sé e il paese che amava”[5], ribalta una situazione che le era parsa irreparabile e la trasforma, riuscendo nel giro di poco a farsi apprezzare come “la botanica più famosa di tutta Caracas”[6]. Rimasta vedova, invece, in tempo di guerra Maria rispolvera per necessità il suo sogno di diventare sarta e diventa una risorsa per sé e la sua famiglia ma anche per le donne del paese, che si rivolgono a lei non solo per pietà nei confronti dei suoi bambini rimasti orfani, ma “soprattutto perché era brava” [7].

Ecco, queste donne che tanto faticano a trovare la loro strada, costellata ad ogni svolta di inciampi e di rinunce, riescono a raggiungere una loro autonomia proprio perché possiedono in primo luogo una loro ‘sapienza’, nel senso di essere ‘competenti’. Il valore che viene assegnato alla conoscenza, all’istruzione, che aiuta a “dipanare un po’ meglio l’intricata  matassa della realtà”[8], è centrale nei racconti. Si legge molto, nelle case delle protagoniste: leggono le bambine, leggono le ragazze, continuano a leggere le mamme, anche se hanno fatto solo la scuola primaria. Anzi, sono proprio queste mamme che prendono in prestito libri (magari una raccolta di poesia) da “quello della Biblioteca”[9]  per calmare l’irrequietezza delle proprie figlie. Ne è convinta Rosa, la mamma di Dora: “L’unica cosa che ti può far stare ferma sono i libri”[10]; o non si risparmiano la fatica del lavoro domestico o dei campi, come la mamma di Olga in Carpazi addio, purché la figlia possa prepararsi per un’interrogazione o un compito in classe libera dagli impegni familiari. L’oggetto-libro è molto presente. Si legge per studiare, per passare il tempo, per sognare, per crescere. E sono soprattutto le donne a credere al potere della parola scritta, che può condurre non solo alla salvezza dell’anima, ma anche garantire il successo economico e la fama. E’ infatti al senso pratico di un’altra donna, quella Erika, paziente compagna di vita del poeta Junichiro Kawasaki, che si deve se il nome di Kawasaki iniziò ad essere conosciuto prima nella capitale e poi in tutto il Giappone. All’insaputa del marito e vincendo la sua ritrosia, “col cuore in gola, come se avesse compiuto un misfatto”[11],   sottopone i  versi di Kawasaki a un librario antiquario, grazie al quale un editore si incarica della pubblicazione: “Sentiva che quegli scritti avevano un valore, anche se non era un’esperta e si mise pazientemente a ricopiarli, uno a uno”[12].

Ritratto dopo ritratto M.G. Catuogno ci fa scoprire anche altre sfaccettature. La capacità di non darsi per vinte e di raggiungere una loro autonomia perché possiedono un loro patrimonio di conoscenze e competenze non è infatti l’unico tratto dei personaggi femminili della raccolta. Le accomunano anche la capacità di caricarsi il mondo sulle spalle, una generosità di fondo, una capacità di comprensione che non è certo indulgenza né tantomeno condivisione supina delle intenzioni dell’altro, ma la molla che le fa andare ‘oltre’. Nonostante gli schiaffi ricevuti, sono  pronte a ripartire, non senza dubbi, esitazioni, incertezze; sanno gettare “ponti al loro prossimo”[13], spesso troppo avanti rispetto ai loro uomini (o agli uomini, più in generale):  “E Olga pensò che una donna capisce di più, va oltre il comune pensiero”[14]. Nella Romania del dopo Ceausescu, “la valigia accanto e il cuore stretto in una morsa”,[15] Olga, un’altra donna che avrebbe voluto una vita diversa, con niente in mano se non la sua determinazione e il suo coraggio, dà l’addio ai suoi Carpazi e aspetta la corriera per l’Italia, pronta a reiventarsi una vita da badante per poter garantire a sé e ai propri cari un domani più dignitoso. E’, se vogliamo, lo stesso concetto di ‘cura’, ancora e sempre ‘affare di donne’, che ritroviamo nelle giornate di Erika che, sopportando le privazioni imposte dalla guerra, si occupa e si preoccupa allo stesso tempo e con lo stesso amore, dei (e per) i figli e dei ( e per) i suoceri ormai invecchiati.

Il caso estremo è quello di Maria, stuprata in una mattina di giugno da un soldato allo sbando proprio mentre è intenta alle ultime rifiniture di un vestito da sposa; Maria che è capace di trovare un fiore nel deserto dello stupro, non tanto per trovare giustificazioni alla propria scelta di non rinunciare alla maternità, quanto per consentire alla figlia nata da una violenza di rispondere al rancore con l’accoglienza. “Era salva, perché non avrebbe dovuto albergare l’odio nel suo cuore”[16]. Le parole che Maria sceglie per raccontare alla figlia una ferita mai dimenticata sono parole, appunto, scelte, con delicatezza, pausa dopo pausa, in un frammento che vale da solo l’intero racconto. Difficili, le parole per dirlo. La scena dello stupro, descritta poche pagine prima con crudezza di particolari, è rivissuta da Maria in un resoconto nel quale l’attenzione della destinataria deve concentrarsi non sull’odio, ma sull’accoglimento, unica condizione per sperare in un futuro diverso e migliore: “Girovagando aveva trovato una casetta, la loro casetta, con un bel giardino fiorito di gerani e una porta aperta perché era giugno e faceva caldo; lui aveva tanta sete e si era affacciato per chiedere un bicchiere d’acqua. Dentro c’era una donna con i capelli neri e ricci, come la sua fidanzata africana, e allora aveva dimenticato anche la sete perché aveva più sete di baci e di carezze e perché aveva tanta paura di morire. Non si era accorto che lei non voleva e aveva fatto l’amore con lei, per sentirsi meno solo” [17]. Dire fare l’amore invece di stuprare non è la spia linguistica dell’accettazione di un destino ineluttabile o il pietoso tentativo di  edulcorare una ferita bruciante, bensì scelta consapevole, a lungo meditata  e sofferta.

E la violenza si annida, come ormai troppo spesso la cronaca ci ha abituato a constatare, anche fra le mura di casa. L’Autrice marca le differenze generazionali. Se la mamma di Olga, pur “stanca e disamorata”[18]  convive con la brutalità e l’ignoranza del marito, per sua figlia  l’ “umiliazione di uno spintone”[19] ricevuto dal compagno è inaccettabile e la spinge ad allontanarsi da casa.

C’è una sala, nella galleria, dove si trovano i ritratti di due donne fra loro molto simili e che si discostano dalle altre fin qui analizzate: una è realmente vissuta, quella Virginia Oldoini meglio conosciuta come la Contessa di Castiglione, l’altra è Eleonora, donna di oggi nata dalla fantasia dell’Autrice. Non a caso, i racconti di cui sono protagoniste, entrambi della misura breve di due pagine, compaiono insieme nella sezione intitolata I Narcisi della già citata antologia Riviere. Fin da subito, una possibile vicinanza fra i due personaggi è segnalata dalla parola specchio, che compare in tutti e due i titoli: Lo specchio di Virginia e Specchio delle mie brame. La curiosità dell’Autrice di indagare su altri aspetti dell’universo femminile la conduce sul terreno della ricerca dell’assoluto, della perfezione impossibile della propria immagine, che imprigiona le due donne in un delirio di onnipotenza costretto a naufragare nella solitudine del narciso. Quando lo specchio, “nella solitudine di un pomeriggio assolato”[20], per lei fino a quel momento “fonte di inesauribile soddisfazione”[21], le restituirà l’immagine inedita di una bellezza ormai appassita, Virginia prenderà la decisione di “mettere un lutto alla sua bellezza che svaniva”[22] e coprirà con metri di tulle nero quell’oggetto simbolico che ormai è il suo nemico. E anche Eleonora, quando gode della propria immagine riflessa, lo fa nella sua camera, da sola, “dopo aver chiuso la porta a chiave”[23]. Non è un caso, forse, che nel racconto Specchio delle mie brame la prima persona prenda il posto del narratore onnisciente, raccontando i fatti senza intermediari: l’uso del pronome “io” è il corrispettivo di quel “bastare a se stessa” in nome del quale Eleonora si illude di dare un senso alla propria esistenza. C’è un’altra narcisa, nei Ritratti, che parla in prima persona, rispondendo alle domande di una giornalista nella forma dell’intervista impossibile: inquieta, trasgressiva e provocatoria, innamorata e forse prigioniera di se stessa, alla continua ricerca di conferme, divorata da una “fame insaziabile di piacere”[24] e di piacersi: è Paolina Borghese, che è malata della stessa ansia di perfezione di Virginia e di Eleonora e vuole fermare il tempo e la sua immagine,  “oltre che nel marmo, nella mente e nel cuore dei posteri”[25].  E se/quando la perfezione assoluta del corpo può correre il rischio di essere compromessa, la decisione è senza ripensamenti:

“Molto presto però i sacrifici dell’allattamento mi stancarono e soprattutto temetti di rovinare il mio seno superbo, così allontanai Dermide dal petto affidandolo ad una balia”[26]. Una maternità insofferente è anche quella di Virginia: “ Gli anni trascorrevano impietosi tra un ritorno in Italia e un nuovo viaggio in Francia, le spese folli, gli amanti smemorati, i debiti che la sommergevano, il figlio poco amato, il marito rancoroso”[27]. Il figlio poco amato è solo un intoppo, forse un fastidio in più in un lungo elenco di fastidi. Eleonora va ancora più avanti: “Le gravidanze le avevo sempre evitate: come potevo chiedere al mio corpo da pin-up il sacrificio di quella deformazione? Al mio seno da star l’aberrazione dell’allattamento, col rischio di ragadi e smagliature?”[28]

La galleria è affollata anche di ritratti di figure femminili minori dotate di grande ‘sapienza’, alle quali l’Autrice assegna tuttavia un ruolo non secondario: sono le levatrici, presenti in tre racconti, e quelle che possiamo chiamare le custodi di memorie collettive. Le prime, la Dorina di Dora Pistillo, la Dosolina de Il Cigno nero e l’indaffarata levatrice che “coglie” la piccola Irene, fosse anche nel cuore della notte, rassicurano, accarezzano, guidano, rimangono accanto a mamme ancora inesperte e spaventate; le altre: nonne, mamme, maestre, custodiscono favole, leggende, storie di libri che hanno letto, ma anche memorie di una Storia che è stata, e ne fanno dono, perché ne rimanga traccia, perché qualcun altro possa ricordare. Non è un caso che testimoni e custodi di memorie del passato si trovino soprattutto nel racconto Irene, quello più scopertamente autobiografico della raccolta. Se in altri ritratti sono le narratrici che spontaneamente fanno dono ai piccoli delle storie che custodiscono, quasi un’abitudine che rientra nella tradizione, qui è la piccola Irene che sollecita risposte certe, in un dialogo serrato con la sua fonte più affidabile, che le permette di ricostruire parte della storia del suo paese; non le bastano le storie dei libri che la maestra aveva letto o le leggende nordiche o quelle sui mesi dell’anno: quello che le interessa è la ricostruzione della memoria del territorio, la memoria delle radici: Decise un giorno di saperne di più e di rivolgersi quindi a chi aveva la maggiore memoria storica di quella costruzione.

“Nonna mi racconti del castello?”

“Che vuoi che ti racconti?”

“Tu la sai tutta la storia, nonna…”[29]

La curiosità di Irene (“Ma nonna, non ti fermare, raccontami ancora…- Ma, insomma, nonna, come è andata a finire questa storia!?”[30]) è la curiosità dell’Autrice, che nel 2004 dedica al suo paese, che è lo stesso di Irene, il libro Il mio Cavo tra immagini e memoria. Il tema della memoria, così caro a M.G. Catuogno, si intreccia indissolubilmente, in Ritratti così come in tutto il resto della sua produzione, con un altro: l’amore incondizionato per la sua isola. Basti pensare solo a quante volte l’Elba, “isola assediata dall’azzurro del mare e dal verde della macchia mediterranea”[31] compaia nei racconti. A volte ne costituisce l’ambientazione (Il cigno nero, Irene, Maria W., Paolina B), altre è una citazione, occupa solo lo spazio di un rigo (Dora Pistillo, Carpazi addio), ma è un irresistibile tributo. Un esempio per tutti: la descrizione di ciò che vede dall’alto della Madonna del Monte Maria Walewska,  che fatica non solo ad accomiatarsi da Napoleone dopo la sua fugace visita elbana, ma anche a lasciare la pace e il benessere che l’isola sa infonderle: “L’ampia e verdeggiante vallata sottostante, radure d’erba qua e là con papaveri e margherite e sul terriccio più umido minuscoli ciclamini. Per non parlare del cielo, bello come una promessa, e del mare che palpitava lontano. Lo spirito si innalzava, aspirava all’assoluto, in quella quiete dove il rumore più forte era lo scroscio d’acqua delle sorgenti”[32].

Il riferimento a personaggi storici come Maria Walewska e Napoleone chiama in causa, inevitabilmente, le ricostruzioni storiche sempre accuratissime che coprono un arco temporale che va dal 1814 ai giorni nostri, nelle quali l’Autrice prende lunghe pause dalle storie dei suoi personaggi e al tempo stesso assicura e garantisce loro concretezza. Anche qui, un esempio per tutti: la ricostruzione del quadro storico della Romania del dopo Ceausescu, quando “il futuro era un pentagramma vuoto”[33] fa da sfondo alla ‘piccola’ storia di Olga e ci aiuta a fare luce sul ‘prima’ di vite e di vicende delle quali poco sappiamo, se non quando ci capita di dover cercare una badante che si prenda cura di uno dei nostri anziani.

Vite, vite vere, come le nostre, come quelle di tutti. MG Catuogno le racconta in una prosa che aderisce alla realtà, con scelte linguistiche accurate che tradiscono una ricerca costante di armonia e rivelano il suo rapporto con la parola poetica. La cura del dettaglio, che testimonia del lungo lavoro di ricerca e documentazione, la si ritrova tanto nella ricostruzione di  ambientazioni anche assai diverse fra loro quanto in quella delle atmosfere e delle psicologie dei personaggi. In particolare in alcuni racconti, quelli in cui l’Autrice ci accompagna in un tempo più lontano, si ha davvero la sensazione di muoversi in un paesaggio agricolo ormai scomparso, quale la campagna del Piemonte di fine Ottocento o a bordo dei grandi vapori che solcavano l’oceano al tempo dell’ondata migratoria del primo Novecento o nelle atmosfere ovattate di un giardino giapponese al tempo della fioritura dei ciliegi.

Anche il recupero di tecniche narrative tipiche del romanzo ottocentesco, con la presenza preponderante del narratore onnisciente che tutto sa dei suoi personaggi e li guarda dall’alto intervenendo con i suoi commenti (se l’Ottocento è anche il secolo del Romanzo, lo è  in particolare del romanzo e del racconto storico) è una scelta convincente, che ben si adatta al gusto del raccontare i giorni e i casi della vita e delle vite così tipico dell’Autrice.

 

Mezzojuso (Palermo), marzo 2019                                                                    Antonella Lorenzi

 

 

[1] Maria Gisella Catuogno, Junichiro Kawasaki, in Ritratti

[2] Maria Gisella Catuogno, Davanti a un foglio bianco, in Brezza di mare, Ibiskos 2007

[3] Maria Gisella Catuogno, Il cigno nero, in Ritratti

[4] Maria Gisella Catuogno, Il cigno nero, in Ritratti

[5] Maria Gisella Catuogno, Dora Pistillo, in Ritratti

[6] Maria Gisella Catuogno, Dora Pistillo, in Ritratti

[7] Maria Gisella Catuogno, Il cigno nero, in Ritratti

[8] Maria Gisella Catuogno, Carpazi addio, in Ritratti

[9] Maria Gisella Catuogno, Dora Pistillo, in Ritratti

[10] Maria Gisella Catuogno, Dora Pistillo, in Ritratti

[11] Maria Gisella Catuogno, Junichiro Kawasaki, in Ritratti

[12] Maria Gisella Catuogno, Junichiro Kawasaki, in Ritratti

[13] Maria Gisella Catuogno, Dora Pistillo, in Ritratti

[14] Maria Gisella Catuogno, Carpazi addio, in Ritratti

[15] Maria Gisella Catuogno, Carpazi addio, in Ritratti

[16] Maria Gisella Catuogno, Il cigno nero, in Ritratti

[17] Maria Gisella Catuogno, Il cigno nero, in Ritratti

[18] Maria Gisella Catuogno, Carpazi addio, in Ritratti

[19] Maria Gisella Catuogno, Carpazi addio, in Ritratti

[20] Maria Gisella Catuogno, Lo specchio di Virginia, in Ritratti

[21] Maria Gisella Catuogno, Lo specchio di Virginia, in Ritratti

[22] Maria Gisella Catuogno, Lo specchio di Virginia, in Ritratti

[23] Maria Gisella Catuogno, Specchio delle mie brame, in Ritratti

[24] Maria Gisella Catuogno, Paolina B, in Ritratti

[25] Maria Gisella Catuogno, Paolina B, in Ritratti

[26] Maria Gisella catuogno, Paolina B, in Ritratti

[27] Maria Gisella Catuogno, Lo specchio di Virginia, in Ritratti

[28] Maria Gisella Catuogno, Specchio delle mie brame, in Ritratti

[29] Maria Gisella Catuogno, Irene, in Ritratti

[30] Maria Gisella Catuogno, Irene, in Ritratti

[31] Maria Gisella Catuogno, Maria W, in Ritratti

[32] Maria Gisella Catuogno, Maria W, in Ritratti

[33] Maria Gisella Catuogno, Carpazi addio, in Ritratti

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