M. Gisella Catuogno
Santuari dell’Isola d’Elba

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Titolo Santuari dell’Isola d’Elba
Autore M. Gisella Catuogno
Genere Narrativa - Memoria del Territorio      
Pubblicata il 19/09/2019
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Santuari  elbani

   Quando si parla di Elba, il pensiero corre subito a vacanze di sole di mare; eppure l’Isola offre a chi voglia visitarla meno superficialmente luoghi d’intensa spiritualità e di rara bellezza architettonica e paesaggistica. Delle sue chiesette romaniche, autentici gioielli in pietra incastonati nel verde circostante, oggi sono fruibili soltanto Santo Stefano alle Trane, in località Magazzini, a Portoferraio, recentemente restaurata, Santa Maria della Neve a Lacona, parzialmente trasformata, e i SS. Pietro e Paolo a San Piero, unico esempio  a  due navate, due absidi e due altari; mentre di San Menna, al Cavo, a due passi dalla spiaggia di San Bennato, non resta nulla, come denunciava sconsolato l’illustre erudito Remigio Sabbadini, già nel 1920, [ La chiesetta esisteva ancora nel 1904, naturalmente ricostruita, e io ricordo d’averla veduta quando ne rimaneva ancora intatta una porzione di coro … ora l’hanno distrutta per ricavarci quattro metri di vigna in Nomi locali dell’Elba, Hoepli] e così di San Bartolomeo, nel comune di Marciana. San Michele, a Capoliveri, conserva soltanto l’abside, San Lorenzo di Marciana è assediata dai rovi, San Giovanni a Campo aspetta un tetto e San Felice in Cruce, a San Felo, tra Rio nell’Elba e Porto Azzurro, è inglobata in una casa colonica. Più fortunati sono stati invece i quattro santuari isolani, ancora meta di visite frequenti, e cari referenti di tradizione e di religiosità per le genti elbane: la Madonna del Monte a Marciana, la Madonna di Monserrato a Porto Azzurro, la Madonna delle Grazie a Capoliveri e l’Eremo di Santa Caterina a Rio.

 Il Santuario della Madonna del Monte è il più antico e famoso: dal 2010 è stato inserito tra i Luoghi del cuore del FAI e due anni più tardi è stato completamente restaurato. Citato già in un documento del 1343 come “ecclesie Sancte Marie de (…) Monte de Comuni Iovis”, a 600 m. d’altezza, tra castagni secolari e fonti d’acqua sorgiva,  in un ambiente immerso nel silenzio e nel profumo della macchia mediterranea, che domina il mare e gran parte dell’Isola, è raggiungibile attraverso un sentiero piuttosto impervio che si snoda come una Via Crucis, tra nicchie votive che ricordano le stazioni della Passione, massi in granito, come il selciato, siepi fiorite e resina di pino. Percorrendolo, ci si eleva, non solo fisicamente: i rumori del paese si attenuano fino a scomparire, la distesa d’acqua resta alle spalle, a lambire d’azzurro il contorno roccioso dei promontori che vi si allungano, il verde dilaga e si fonde col grigio della pietra dominante, il sole scalda ma non opprime, perché l’aria è frizzantina.  Dopo una mezzora si arriva: ad accogliere è il profilo della chiesa col suo campanile novecentesco, e il Teatro della Fonte, che cinge il sagrato: un’esedra  della fine del ‘600, opera di Pellegrino Canali, con un trabeazione e tre mascheroni in marmo bianco dalla cui bocca zampilla fresca acqua sorgiva. Bellissime ortensie accentuano l’incanto dello scenario. Varcata la soglia, la prima impressione, dopo la luminosità esterna, è di ombra e frescura. L’edificio, a tre campate, è stato eretto a più riprese: l’intervento maggiore si deve a metà cinquecento agli Appiano Aragona: in quell’occasione fu commissionata una serie di affreschi, raffiguranti L’Esaltazione della Croce, recentemente attribuiti al Sodoma, e risalenti al 1537. Oggetto di particolare culto da parte delle genti elbane è un affresco (di Pietro da Talada, di scuola garfagnina) sopra l’altare:  raffigura la Madonna Assunta con angeli musicanti e il sepolcro vuoto. La suggestiva atmosfera dell’interno induce tutti al raccoglimento e i credenti alla preghiera: appesi al muro, alla destra dell’ingresso, diversi ex voto (ma molti di più pare ve ne fossero in passato) raccontano trepidazioni, angosce, invocazioni, grazie ottenute e promesse mantenute. Ritornati all’esterno e immersi nuovamente nella luce, il pensiero va al viandante più famoso di questi luoghi, Napoleone, che pare raggiungesse spesso a cavallo, da Portoferraio, il santuario, dove soggiornò dal 23 agosto al 3 settembre 1814, accogliendovi anche, negli ultimi tre giorni, al riparo da occhi indiscreti, la sua amante polacca, la nobildonna e patriota Maria Walewska, insieme al loro figlioletto di pochi anni Alexandre. Affiancato alla chiesa, sorge infatti un romitorio risalente al XVII° secolo, in cui abitavano eremiti che vivevano delle elargizioni fatte al santuario: qui l’imperatore si era riservato due stanze come studio e camera da letto, senza rinunciare comunque a una tenda militare allestita lì accanto, tra i castagni. Dunque  questo luogo è stato anche il fondale di un convegno d’amore illustre e clandestino, dato che il Corso attendeva all’Elba una donna che invece non lo raggiunse mai, la moglie Maria Luisa, figlia dell’imperatore austriaco, magari con il figlio, ancora in tenera età, quel “re di Roma” che sarebbe morto a soli 21 anni e quasi subito dimenticato dalla Storia. Dopo uno sguardo agli splendidi e curiosi dintorni, come il masso (granitico) dell’Aquila e gli altri mostri di pietra, si può infine percorrere un sentiero sicuramente battuto  dall’irrequieto Esule nelle sue peregrinazioni marcianesi, se non altro per scorgere all’orizzonte la costa della sua isola natale e, nelle giornate nitide, persino il profilo di Bastia. Il cammino verso Serra Ventosa, lungo l'antico sentiero che univa Marciana alle frazioni di Chiessi e Pomonte, è pura immersione tra il turchino del cielo e quello del mare, che dilaga a perdita d’occhio, tacito, solcato al largo da qualche mercantile di passaggio e punteggiato, sulla costa, dalle barche che s'affollano davanti a Sant'Andrea, quasi un presepe, là sotto, oltre le valli dei castagni: un grumo di case appeso ai suoi scogli. Lo stupore più grande è il silenzio, che profuma di lavanda, di corbezzolo, di nipitella.
E, all'orizzonte, la Capraia e la Corsica che sembra di toccarle.

Il santuario della Madonna di Monserrato è un altro luogo dell’anima per gli elbani: si trova nell’omonima località, nel comune di Porto Azzurro, al centro di un’aspra valle che separa Monte Castello da Cima del Monte, sopra uno sperone roccioso lambito da due torrentelli. I fianchi delle colline circostanti appaiono accidentati, ricoperti da una rada macchia e sfumati di rosso per il diaspro da cui sono costituiti. Cipressi e agavi punteggiano un ambiente che ha conservato nel tempo il suo carattere selvaggio, così caro ai romantici. La chiesa è aperta in occasioni speciali e sempre l’8 settembre, ricorrenza della Natività di Maria, quando da molte parti dell’Isola, ma specialmente dal settore orientale, tradizionalmente vi si confluiva per una giornata di preghiera e di festa. Fino a cinquanta/sessanta anni fa non era raro infatti per le famiglie delle campagne riesi incamminarsi a piedi all’alba verso il santuario percorrendo antichi e più diretti tracciati, rispetto alla strada provinciale, per raggiungerlo. Dopo la sosta nella suggestiva chiesetta, ci si rifocillava e si riposava all’ombra di un grandissimo pino poco distante, per poi ritornare a casa in pullman, distrutti dalla stanchezza, ma contenti per la bella esperienza vissuta, che si sarebbe ripetuta puntualmente l’anno successivo. A differenza di altri santuari, si conosce con precisione l’origine dell’edificio di Monserrato: fu infatti costruito nel 1606 dal primo governatore della piazza spagnola di Longone, don Josè Ponçe de Leon – leggenda racconta per essere miracolosamente scampato ai pericoli del mare –. Lui, fedele al culto di Nuestra Señora Morena, volle per la chiesetta non soltanto il nome del celebre santuario spagnolo di Monserrat, nei pressi di Barcellona, ma anche tracce di barocco iberico nelle decorazioni, con volute vegetali rosso ocra, e la copia del quadro della Madonna nera lì conservato. Dimostrò poi la sua affezione al luogo redigendo, alla fine del servizio, un lascito in cui ordinava che la custodia, i possedimenti  e le rendite dell’oratorio fossero passate agli agostiniani di Piombino, che avrebbero dovuto garantire di officiarvi messa tutti i giorni. In realtà, nel tempo, sia l’incuria di chi avrebbe dovuto custodire quel piccolo gioiello, sia  la scorrettezza degli amministratori del lascito portarono il santuario a una condizione di decadenza, che non impedì però agli elbani di omaggiare affettuosamente a ogni anniversario  la loro “Madonna morena”. Napoleone vi si recò nel settembre del 1814 trattenendosi, secondo le cronache, in un dotto colloquio con il romito presente.

Il santuario elbano meta di pellegrinaggi il giorno 8 dicembre, festa dell’Immacolata Concezione, è invece quello della Madonna delle Grazie, nel comune di Capoliveri, sotto il paese, e vicino al mare dell’incantevole Golfo Stella. Sebbene di origine medievale, lo domina una cupola secentesca e lo affianca un campanile piuttosto tozzo. Per due secoli, dal cinquecento al settecento ospitò monaci agostiniani, poi eremiti e, durante la rivoluzione, fu rifugio di monaci francesi che sfuggivano agli eccessi del Terrore. L’interno, arricchito da un organo settecentesco, da un soffitto ligneo a cassettoni e da affreschi dell’elbano Eugenio Allori, ospita una tela molto cara ai devoti: una “Madonna del silenzio”, ossia una Sacra Famiglia con San Giovannino che ingiunge di tacere, con l’indice della mano sinistra sulla bocca, per non svegliare Gesù Bambino. Il soggetto originale, opera di Michelagelo, ispirò molti pittori del rinascimento, tra cui Marcello Venusti, cui appartiene il quadro della Madonna delle Grazie, il suo tesoro più prezioso. La chiesa deve il suo nome alle virtù miracolose attribuite al dipinto specialmente da marinai e minatori, ossia da quei lavoratori del mare e delle viscere della terra che, proprio per i pericoli delle loro attività, più degli altri avvertivano il bisogno di impetrare (e ottenere) l’aiuto di Maria.

Nell’attuale comune di Rio, a poca distanza dall’antico abitato di Rio Castello e sopra l’antica Grassera, posta sulla via che conduceva alla zona mineraria, fu eretta nel 1624 una chiesetta dedicata a Santa Caterina d’Alessandria, protettrice dei naviganti. Il culto di questa santa, il cui monastero in terra d’Egitto, alle falde del Monte Sinai, era luogo di sosta lungo il pellegrinaggio per Gerusalemme, era giunto fino all’Elba attraverso i marinai e ha goduto nel tempo di buona fortuna. A Santa Caterina è dedicata infatti anche una chiesa di Marciana. La costruzione della chiesetta riese sembra legata a una serie di apparizioni della santa a due pastorelli che pascolavano le greggi nei dintorni, ma è probabile che essa sia sorta, insieme al romitorio e all’hortus conclusus dell’eremo, oggi Orto dei Semplici,  sopra un piccolo tempio preesistente con l’abside rivolta verso il monte. Essa ospitava fino a una cinquantina d’anni fa numerosi ex voto, di cui purtroppo oggi non resta più traccia e un bellissimo quadro “Santa Caterina con la Vergine e il Bambino”, attualmente custodito nella Chiesa dei SS. Giacomo e Quirico, a Rio nell’Elba. L’eremo, nella devozione e nell’immaginario della gente di Rio, ha sempre svolto un ruolo speciale: tutti i Lunedì dell’Angelo, dato che la più importante apparizione della santa ai fanciulli è documentata il 17 aprile 1624, “secondo giorno di Pasqua di Resurrezione” (così in un manoscritto dell’Archivio della chiesa prepositurale di Rio Nell’Elba), confluivano negli spazi antistanti i sacri luoghi frotte di riesi di su e di giù (ossia della Piaggia). Era un omaggio a Santa Caterina, sì, ma soprattutto un’occasione di svago, di divertimento, di scampagnata, di incontro tra i due sessi, di scambio di dolci allusivi della fertilità (la sportella, il cerimito) mentre la primavera fioriva i prati e sbocciavano nuovi amori. Ma era anche il pretesto per memorabili scazzottate tra gli abitanti di Rio, gelosi della propria santa, e quelli di Rio Marina, che “ne pretendevano un po’ anche loro”! Oggi il campanilismo tra i due paesi si è molto mitigato, pur non essendo scomparso del tutto, malgrado la fusione “tra il Castello e la Marina”, e la gita a Santa Caterina il giorno di Pasquetta regala a chi la compie esclusivamente la gioia dell’aria aperta, di un’allegra convivialità e del rispetto della tradizione.

                                                                                                        Maria Gisella Catuogno

 

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