Francesco Brunetti (AISEOP)
Nel labirinto di Chiara

Titolo Nel labirinto di Chiara
Autore Francesco Brunetti (AISEOP)
Genere THRILLER PSICOLOGICO      
Pubblicata il 27/10/2019
Visite 1789
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Il libro si libera  N.  181
ISBN 9788893391719
Pagine 196
Prezzo Libro 15,00 € PayPal

Versione Ebook

ISBN EBook 9788893391726
Prezzo eBook 0,00 €
“È sera che diventa notte e innesca fantasie di profumo di donna, un profumo immaginario e innocente che sa vagamente di peccato, irreale e per questo inesprimibile”.
Gino, giovane psicologo, è il personaggio principale. L’amore irrompe nella sua vita. Chiara, Livia, Silvia, Anna mettono alla prova la sua sensibilità e la sua lucidità. 
La vita reale, in un crescendo di inganni, ipocrisia e intrighi, irrompe tra i protagonisti creando un pathos dirompente, ma...Chiara... si ripropone sempre come figura centrale. “È un labirinto quello di Chiara” che Gino percorre in un crescendo di colpi di scena. 
Concedetevi il tempo della lettura per scoprire se la parola “fine” sarà davvero tale.
 
Una foschia lattiginosa, improvvisa e inconsueta, sta calando giù dal cerchio delle colline a questa striscia di spiaggia ghiaiosa che, fino a pochi istanti fa, era il mio orizzonte. Un silenzio intimo di cielo e di mare il mio, incurante del gracidare stridulo di gabbiani voraci e dello sciabordio ritmato e dolce di onde appena orlate di schiuma. Appoggiato alla ringhiera corrosa, lo sguardo fisso e senza tempo, sono stato sorpreso dalla luce in fuga e dall’umidore che mi sta carezzando ruvido la pelle.
 “Cosa ci faccio qui? Che ore sono?”
 Consulto il cellulare, non l’orologio al polso, cercando un’improbabile chiamata andata persa, un messaggio qualsiasi, con un automatismo di cui riesco ancora a sorridere con quel poco di ironia di cui sono capace. Lo ripongo ed inizio a guardarmi attorno cercando di recuperare qualcosa, quel che resta, del mio orgoglio ferito, della rabbia repressa, dello scoramento profondo, magmaticamente confuso, le cui radici affiorano appena, come quei legni contorti che l’ultima mareggiata ha sparso sulla battigia e che la semioscurità di questa ora buia, sia fuori che dentro me, lascia intravvedere.
Sto per staccarmi da lì, mi guardo attorno, i lampioni sono accesi ma le luci, allineate lungo la marina, sono rifratte e ovattate. Arriva una chiamata. Sul display leggo: Chiara… 38907… Esito, anche se pochi istanti prima…, poi mi decido, do un tocco al tasto verde, una voce, acuta e perentoria, quasi minacciosa, intima, salendo di tono: 
– Rispondi! Pronto! So che sei in ascolto!
Chiudo di scatto, la voce la riconosco, non è di Chiara, questo è certo, e poi Chiara come potrebbe?
 
 
Era la fine degli anni sessanta, ero un giovanotto, il classico bravo ragazzo a cui le madri, allora, affidavano le figlie, al 
plurale si capisce, per le prime uscite in discoteca, nel senso di dischi da ascoltare mettendo cento lire nel jukebox. Ingresso alle ventuno e occhio all’orologio allo scattare delle ventitré. 
– Hai da accendere? 
– No, mi spiace, non fumo. 
Un classico. La ragazza ha la sigaretta tra le dita, ed io, che pure avevo fatto le mie prime tirate anni prima ma, non avendoci preso gusto, avevo lasciato perdere, ho l’aria imbarazzata e la sensazione di essere goffo e inadeguato.
Il bar con musica per un drink non troppo alcoolico, a dire il vero quasi sempre lo stesso, perché ne conoscevo allora non più di due tipi, era sulla punta del porticciolo. Poche barche da pesca ormeggiate al molo, più al largo qualche barca a vela il cui albero ondeggiava scampanellando in compagnia di gozzi e motoscafi, e, guardando da destra verso sinistra, una schiera di luci che si riflettevano sul mare color lavagna e più lontano sulle case disposte a corona, di cui distinguevo a fatica i profili.
Lei si chiamava Chiara, era al primo anno di Lettere e Filosofia, non molto alta ma agile e snella, occhi castani profondi in cui, a tratti, guizzava una luce interrogativa, un misto di malizia e di divertita ironia. Chiara, così come le sue amiche, faceva la sua iniziazione, fatta di piccole esperienze trasgressive, tra cui la sigaretta era uno dei primi passaggi quasi obbligati, almeno stando a quello che io ne sapevo. E non ne sapevo molto, ripensandoci bene.
Gli occhi di Chiara e il suo sguardo.
Fantasticavo, immaginando che ci fossero accenni, sottintesi, a qualcosa che sarebbe potuto accadere. Il modo di portarsi la mano destra a sistemare la ciocca che le ricadeva sulla fronte quando rideva di gusto mi aveva colpito. Le mani minute e affusolate di un incarnato rosa pallido mi ispiravano una tenerezza protettiva mai provata e tale da rimescolare in me qualcosa di profondo che mi era sconosciuto. Il piccolo lembo di pelle che la camicetta aperta sul davanti lasciava scoperto, era un’isoletta minuscola e indifesa in mezzo al mare, un mare grande, sconfinato, misterioso, di cui conoscevo solo quello che riuscivo a immaginare. Forse Colombo, prima di partire per le Indie, ammesso che fosse sprovveduto come la leggenda lascia intendere, era assorto in un immaginario così fantasioso e ingannevole, tanto che approdò in un’isoletta ignaro di avere scoperto l’America. Ma io avevo poco in comune con il Colombo navigatore, tanto che adesso, ripensandoci, sorrido dolceamaro a questo paragone così azzardato. Non parliamo poi del percorso che avrei dovuto intraprendere prima di arrivare ad un’altra America, quella della Nannini: mi ci sarebbero voluti un altro bel po’ d’anni e una lunga serie di notti insonni.
Una rotonda sul mare.
È sera che diventa notte e innesca fantasie di profumo di donna, un profumo immaginario e innocente che sa vagamente di peccato, irreale e per questo inesprimibile. Era di là da venire il tempo di una sala cinematografica dove sullo schermo si sarebbe ballato un tango appassionato, una rosa in bocca, con l’eros che trasudava vivido ma elegante nell’incontro di due corpi adulti e consapevoli.
Sapore di sale.
È sole che brucia e lascia sulla pelle cristalli iridescenti, specchi minuscoli con infinite rifrazioni di immagini, precognizione di un’oasi verdeggiante dove si protendono a portata di mano datteri carnosi e sgorgano direttamente nella bocca assetata zampilli di fresca acqua di sorgente all’ombra di palme cullate da un vento caldo e complice.
Chiara è una meteora, un punto nella memoria, un’esile traccia? No, non è questo! È invece un segno inciso nel profondo. Sembra cancellato da strati di sovrascritte, ma così non è, perché riemerge senza preavviso e aleggia prepotente e inquietante: fantasma incognito, compagno trasparente, come una sospensione carnale dell’anima.
Aveva un ragazzo Chiara, non uno soltanto certo, ma quello era più in tutto, si chiamava Luca. Avevamo frequentato la stessa compagnia in estate, poi ognuno per i fatti suoi. Li ho visti abbracciati ai giardini nei pressi della Facoltà, li ho osservati a lungo, come calamitato. Poi si sono allontanati. Lei cavalcava una grossa moto grintosa. Il casco integrale, attraversato da due bande rosse e bianche, non tratteneva appieno i capelli; i pantaloni aderenti finivano la corsa in stivaletti neri con mezzo tacco; una sciarpa di seta svolazzava appena. Aveva l’aria di chi ha in mano le chiavi per aprire ogni porta, saltare ogni ostacolo. Lui si era letteralmente adagiato su una Harley Davidson: aveva una tuta nera, due spalle larghe, un sorriso da sciupafemmine e il casco, nero pure quello, da cui spuntavano sulla nuca ciuffi di capelli.
Li ho letti sul quotidiano di città, pagina di cronaca del Levante, pochi mesi dopo: si erano schiantati!
Fuggivano da un posto di blocco, pare che fossero entrati in un giro sbagliato. Cominciavano i primi buchi di ero e questa non si trova gratis ai bordi della strada. Figli del sessantotto, anziché i fiori, avevano scelto l’eskimo, la comune, la lotta ai vecchi valori. Chiara era semplice e complicata, la vita sembrava semplice ed era, è, complicata ed io ero complicato di mio.
Ho incontrato Chiara sei anni dopo, in Comunità. I suoi genitori, dopo l’ennesimo buco e l’ennesima denuncia, erano riusciti a portarcela. Lei recalcitrava ma nemmeno troppo, era in quella fase in cui non farsi è una maledetta sofferenza e farsi la condanna ad una pena peggiore: diventare morti viventi impegnati compulsivamente ad affrettare la morte vera. Ero assegnato, psicologo giovane e inesperto, al Servizio di psicoterapia individuale. La portarono in ambulatorio per un colloquio un martedì mattina verso le undici; era sfatta, aveva il viso smunto e due occhiaie violacee che facevano contrasto con l’espressione strafottente di chi non ha più nulla da perdere ma non ha ancora deciso la data della resa. Si era fatta fare un tatuaggio con il suo nome intrecciato ad un simbolo che mi spiegarono fosse di origine runica: il matrimonio del sole con la luna. Non so se non mi riconobbe o finse; comunque io per lei ero uno schierato dall’altra parte, uno di cui diffidare, uno che aveva un certo potere in quel luogo e avrebbe potuto esercitarlo e questo per lei era un ottimo motivo per sfidarmi. Siamo rimasti soli io e lei, l’infermiera con la scusa di farsi un caffè si era allontanata.
– Se ha bisogno di me…
– Vada pure, non credo…
Uscita l’infermiera era calato il silenzio. Chiara mi scrutava con attenzione minuziosa e con un sorrisetto che sapeva di sfottò lontano un miglio, anche se l’odore acre e pungente di sudore che cominciava ad impregnare la stanza svelava qualcosa che somigliava tanto alla paura, se non al panico vero e proprio, prodromo di una crisi di astinenza. Io la osservavo in silenzio, intimorito dal mio ruolo e da quanto mi passava per la mente di lei, per come la ricordavo. I capelli erano stopposi e unti, le posture provocatorie di un tempo, con le gambe accavallate o divaricate senza troppo curarsi di che cosa mostrasse di sé, erano divenute quasi grottesche e tutto ispiravano tranne che pulsioni sessuali. Le mani erano pelle e ossa e le unghie annerite di nicotina e rosicchiate; la carnagione era grigiastra, marezzata di chiazze rosso bluastre dove erano confluiti buchi di siringa e vene trombizzate. Il bel seno, che ai tempi si sosteneva gagliardo catturando lo sguardo, specie quando era in costume, era crollato, avvizzito, dolorosamente inguardabile. Di lei erano riconoscibili i grandi occhi scuri, che sembravano ancora più grandi in quel viso emaciato e sofferente. Emanavano una luce appena offuscata che si accendeva solo a tratti di quei bagliori per cui avevo sprecato sogni e desideri.
Io ero stato assunto da pochi mesi, stavo facendo tirocinio con un tutor, ma lui si era ammalato e adesso dovevo cavarmela da solo. “Come faccio a chiederle della sua vita privata, dei suoi pensieri più intimi? Mi riderà in faccia. Magari mi chiederà una sigaretta per attenuare la tensione e, avutala – a proposito adesso fumo e anche tanto – mi chiederà da accendere con quel suo fare sfrontato ma dolente con cui mi rendo conto di non essere preparato a duellare. Chissà se mi ha riconosciuto. Per forza mi avrà riconosciuto, non sono poi così cambiato! Se è così, pensando che io non fumi, mi si rivolgerà di sicuro con aria di sufficienza, perché quella non l’ha persa.”
Mi ero studiato con attenzione la sua cartella clinica: era un campo di battaglia. Ricoveri, carcere, fegato a pezzi per l’epatite e non solo, cervello mezzo in fumo, una gravidanza abortita in una notte di sballo in cui era incappata in una rissa e si era presa una coltellata di striscio e un calcio in pancia. Non mancava niente o quasi, c’erano anche l’abuso di alcool e le nuove droghe. Era stata definita una personalità bipolare con note schizoidi. Adesso, tra farmaci e disassuefazione a mezza strada, era più inebetita che altro. Non sapevo da dove e come cominciare. A questo ci pensò lei.
– Perché te ne stai lì con la bocca aperta e gli occhi in fico? Ehi dico a te!
– Stavo per… Ciao Chiara, vorrei…
– Senti, io sto male e mi tocca stare qui ad ascoltarti. Il tuo collega non c’è?
– È ammalato e io…
– Sei un pivello, cazzo, e io devo stare qui a rompermi le palle. Hai una siga? Figuriamoci se ce l’hai. Ehi, sveglia, dico a te!
– Eccola.
Le porsi l’accendino con cautela, perché non si sa mai che reazione abbiano i tossici.
– Ma cosa cazzo fumi, che schifo! Sarà che ho la fogna in bocca!
– Senti, so che non hai voglia di parlare, ma sono convinto che mi hai riconosciuto, non sono così imbranato come pensi.
– E chi sei? Un pivello fottuto sei!
– Ti ricordi le prime sigarette? Io non fumavo, ci avevo provato, ma…
– Chi se ne frega!
– Tu e le tue amiche facevate le prime tirate, almeno così pensavo io, la sera, al porticciolo, a inizio estate, eravamo giovani. Io ti osservavo quando ti aggiustavi la ciocca che ti ricadeva sul viso, ridevi di gusto, portavi al collo una collanina con un piccolo cuore, vedo che ce l’hai ancora.
– E ti pagano per dire queste stronzate?
– Eri carina, molto. Ti piacevano la velocità, le moto, ho saputo di un brutto incidente, sono passati un po’ di anni da allora. Mi sono letto per bene la tua cartella, ci sono scritte un sacco di cose, esami, malattie, ricoveri, ma io sono qui per altro.
Chiara taceva, si era fatta seria, forse cercava nella memoria, a tratti stringeva la mascella e serrava le labbra, guardava a terra e poi sul soffitto e sulle pareti a lato, sembrava non vedermi. Anch’io tacevo.
– Cosa ti passa per la testa? Hai la faccia di chi la vuole a gratis! Non sarebbe la prima volta. Solo se mi procuri un po’ di roba, di quello che cazzo ti pare, te la do, sempre che tu non sia frocio.
– Non sono frocio.
– Allora?
– Non sono qui per quello che pensi. Anche se adesso non ti ricordi di me, non importa. Sono qui per aiutarti anche se non credo di riuscire a concludere niente di buono con te, ma ci provo lo stesso.
– Sarei un caso senza speranza, pivello? Una fatta e strafatta, col cervello in pappa? Una donna che non è più una donna. Vedi queste tette mosce, erano due mele quasi mature e queste gambe secche erano la strada verso il paradiso. Sei arrossito, pivello? Come ti chiami, piccolo Freud?
– Chiamami Gino, c’è scritto qui sulla targhetta.
– Gino, Gino, Gino…? Ah, sei Gino! Ora mi ricordo. Gino quello serio, quello educato, quello che non fuma, che non dice parolacce. Te la sei fatta la Giulia che sbavava per te? Scommetto che non te ne sei nemmeno accorto.
– Sì, sono quello lì. E tu sei quella che si è fatta tutti e di tutto ma che ha la catenina al collo con il cuoricino. La catenina è un laccetto sottile ma il cuoricino è d’oro e non l’hai venduto per procurarti la roba. Deve essere importante per te, molto importante.
– Fatti i cazzi tuoi!
– Eri la mia estate, il più bel ricordo di quella estate. Ma lasciamo perdere tanto a te non frega nulla.
– Decido io quello che mi frega!
Gli occhi presero a mandare lampi impastati di orgoglio rabbioso raccattato chissà dove. Stavo per rispondere quando rientrò l’infermiera; con aria scocciata mi stava indicando l’orologio. Il tempo della seduta per oggi era finito. Chiara si alzò a fatica, mi sembrò che non fosse per le forze che stavano al lumicino ma per qualcos’altro. Forse aveva riannodato un filo che non voleva si spezzasse. Chissà?!
Passai una notte irrequieta, anzi, ad essere precisi, una notte proprio di “emme…”, me la ricordo ancora. Mi ero addormentato leggendo un libro perché, da sempre, quando il sonno non mi aggredisce so che mi ci vuole una lettura, meglio se impegnativa, da abbandonare ai primi segni di cedimento. Sogno spesso ma non ricordo i sogni, svaniscono, non potrei giocarli al lotto, quello di una volta, quello a cui mia nonna paterna affidava la chance di comprare una fetta di carne o del pesce fresco per la sua prole numerosa e orfana. Quello di quella notte, trasformato in incubo, mi è rimasto dentro, marchiato a fuoco. La sede della Comunità in cui lavoravo era in una villa di tre piani situata su di una piccola altura, circondata da un parco pieno di essenze verdeggianti. Un lungo vialetto ghiaioso scendeva dal portone d’ingresso fino al cancello in pesante ferro battuto da cui partiva il muro di recinzione. Anche nel sogno ricordo di essermi voltato indietro come facevo spesso finito il mio turno. Chiara aveva la stanza numero ventidue; la finestra, chiusa da un’inferriata, dava sul parco e sul vialetto. Mi sembrò di averla intravista scostare la tendina, ma forse è stata solo un’impressione, forse un desiderio inconscio. Nel sogno di quella notte di dormiveglia si sono accavallati film di altre notti ormai trascorse e l’inizio del ricordo, ma solo l’inizio, è un po’ confuso.
Era una notte limpida di fine estate, una brezza carezzevole, la musica di un lento, di quelli di allora, guancia a guancia, lei odorava di muschio e cipria, io le cingevo la vita con titubanza, lei si abbandonava, i suoi seni premevano, il mio corpo reagiva. Tutto ruotava in due metri quadrati, forse meno, la canzone si interruppe, tutto finisce, ma poi ecco un altro lento e un altro ancora. Il baricentro del mio mondo era lì. Ci fu un brusco risveglio, non dal sogno, ma nel sogno, perché finirono i lenti e iniziò il giro dei brani ritmati e quelli non erano per noi, non in quella notte. Mi ha preso per mano, siamo scesi alla spiaggia. Seduti al riparo di un gozzo mi ha baciato e ha condotto la danza con mano esperta, un quarto di luna e il fascio di luce obliquo di un lampione non mi permettevano di vedere se stesse sorridendo, se avesse una sorta di tenerezza verso il mio inesperto candore. La notte è stata lunga. Ricordo che all’improvviso si è mossa in me un’energia maschia, prepotente, insopprimibile. Lei cercava di frenarmi, sembrava quasi avere timore, io, passivo e imbelle, stavo diventando insospettato predone. Il resto è limpido e confuso perché si tratta pur sempre di un sogno. Eravamo nudi, abbracciati, sfiniti, straniti, io ero appagato, stupito, stordito, fino a quando un ché di amaro mi sorprese all’improvviso. Potrei, per farla breve, rimandare ad una delle tante rappresentazioni pittoriche della cacciata dal Paradiso Terrestre di Adamo ed Eva. Chiara era assopita, aveva il sorriso sulle labbra, si era coperta il ventre quasi meccanicamente, la brezza aveva rinfrescato l’aria. Io la osservavo e passai molto tempo così, immobile, estatico. All’improvviso mi accorsi che qualcosa stava cambiando, la sua bocca non sorrideva più, gli occhi erano cerchiati di viola scuro, si erano socchiusi e poi spalancati, le pupille si erano dilatate, sempre più dilatate, le gambe si stavano deformando mentre un sibilo di vento trasportava delle parole che non riuscivo a comprendere: più mi sforzavo e meno riuscivo. Una nube di passaggio oscurò il quarto di luna e si spensero le stelle. La voce misteriosa sibilava: “Ehi, pivello, fatti coraggio! Hai l’aria di chi la vuole gratis. Gino, fa rima con bambino, cretino, assassino…” Risposi: “Basta, stronza, non sopporto che tu mi prenda in giro, se volessi… non ti vedi? Sei un mostro, chi ti vorrebbe mai così conciata? Vattene via, mi fai schifo!” Ricordo di averla strattonata, di averle messo le mani al collo. Lei mi fissava con odio misto a terrore, poi, non so come, le uscì un urlo strozzato ed io mi svegliai di soprassalto, sudato, tremavo come una foglia, un nodo mi chiudeva la gola, mi sembrava di soffocare, a stento trovai l’interruttore della lampada che tenevo sul comodino, le pareti della stanza sembravano estranee, poi non ricordo se persi conoscenza o semplicemente ripiombai all’indietro in un sonno profondo come dopo una crisi epilettica. Ho assistito in Comunità a qualche episodio, e so di che cosa parlo, certe scene non si dimenticano.
Nelle settimane seguenti, incontrai Chiara solo tre volte ma sempre in compagnia del mio tutor. Dovevo solo ascoltare, lei sembrava più serena, stava trovando un seppur precario equilibrio. Non fece mai in modo da restare sola con me né io provai a crearmi l’occasione. Tutto sembrava in sospeso tra noi. Una mattina seppi, a sorpresa, che l’avevano dimessa sotto custodia dei genitori che, molto benestanti, si potevano permettere un’assistenza adeguata. Tutto stava procedendo… almeno fino alla prossima volta. Io mi sentii sconcertato ma anche, non lo nego, sollevato. Continuai a sognarla la notte, più di una volta, ma, stranamente, senza più incubi. Erano solo momenti dolci, delicati, con musica in sottofondo e parole d’amore, oltre che chiari di luna, stelle lontane e profumo di mare. Ma il ricordo di quella notte, come ho già detto, non si è mai più cancellato, neppure è minimamente sbiadito. Sul come e sul perché ci sto ancora riflettendo.
“È sera che diventa notte e innesca fantasie di profumo di donna, un profumo immaginario e innocente che sa vagamente di peccato, irreale e per questo inesprimibile”.
Gino, giovane psicologo, è il personaggio principale. L’amore irrompe nella sua vita. Chiara, Livia, Silvia, Anna mettono alla prova la sua sensibilità e la sua lucidità. 
La vita reale, in un crescendo di inganni, ipocrisia e intrighi, irrompe tra i protagonisti creando un pathos dirompente, ma...Chiara... si ripropone sempre come figura centrale. “È un labirinto quello di Chiara” che Gino percorre in un crescendo di colpi di scena. 
Concedetevi il tempo della lettura per scoprire se la parola “fine” sarà davvero tale.

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