Emma Thompson
Sonia si mette a nudo

Titolo Sonia si mette a nudo
Autore Emma Thompson
Genere Narrativa - Sentimentale      
Pubblicata il 07/11/2019
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Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Spazioautori  N.  3758
ISBN 9788893391832
Pagine 80
Prezzo Libro 12,00 € PayPal

Versione Ebook

ISBN EBook 9788893391849
Prezzo eBook 0,00 €
Questo romanzo per me è stato una sfida. Ho dovuto viverlo a pieno e tirare fuori la mia fantasia, toccando anche argomenti taboo. Ho tracciato i confini fra realtà e immaginazione.
A tutte le persone 
con le quali ho vissuto momenti felici
 
A tutti coloro 
che credono sia possibile essere felici
 
A tutti coloro 
che non credono possibile trovare la felicità, 
perché voglio dir loro che trovarla è possibile
e che gli voglio bene!
 
 
 “Questo romanzo per me è stato una sfida. Ho dovuto viverlo a pieno e tirare fuori la mia fantasia, toccando anche argomenti taboo, quali la sessualità e la definizione dell’identità. Ho tracciato i confini fra realtà ed immaginazione.”
Sonia si racconta ed i suoi pensieri prendono vita sulle pagine del libro e dentro di me. Le sue parole scorrono ed il mondo intorno a me si apre. Un mondo fatto di vita, di amori, di mistero. Sonia è conflitto, ricerca ed identità. Quando l’autore anima il proprio personaggio finisce per essere il personaggio stesso a parlare e ad entrare dentro le mani dello scrittore. Il mondo esterno scompare e lascia spazio al pensiero. La quotidianità svanisce e il pensiero sembra dominarmi, ha fame, mi pervade e mi spinge avanti nella narrazione. Questo è il luogo. È qui che voglio restare, mentre il quotidiano si scioglie davanti ai miei occhi.
 
 
 
MI METTO A NUDO
Un minuto prima di morire, un minuto dopo la morte
 
 
Il mio nome è Sonia. Sono nata in Trentino e questo è l’unico luogo in cui sarei voluta restare. I prati, le colline e le cascine mi sembravano tutto il mondo. Quel lago, quel lago mi ha vista crescere. Ha visto riflessa la mia immagine che cambiava. 
Lì ho visto la vita per la prima volta, rotolandomi sull’erba con i miei fratelli. Gioele si buttava a terra per primo e mi spingeva con sé. Samuele iniziava a ridere e ci si gettava addosso. Sono la più piccola della mia famiglia, anche se di poco. In realtà sono sempre sembrata la più grande. Ricordo ancora la fatica di quegli anni e il profumo dei formaggi. Avevamo una cascina allora e l’affetto che ci univa la rendeva immensa. I miei genitori l’avevano costruita contando sulle loro forze e questo per noi fu sempre motivo di orgoglio.
In inverno, a differenza della maggior parte dei nostri coetanei, avevamo la possibilità di andare a scuola. La nostra famiglia, infatti, seppur di origine umile, produceva formaggi che vendeva in tutta la valle. Perché ciò avvenisse era necessaria la partecipazione di ciascuno di noi. Nonostante la nostra giovane età, mentre i nostri genitori portavano ai pascoli le mucche, io e i miei fratelli ci occupavamo di filtrare il latte e collaborare nella preparazione dei prodotti. Domenica per noi era una giornata speciale, in quanto, dopo la messa del paese, potevamo mangiare vicino al lago. In estate facevamo il bagno, sebbene nostra madre non fosse del tutto d’accordo. Mia mamma si chiamava Evelyn e faceva di tutto pur di apparire autoritaria. Noi sapevamo, invece, che il suo volto rude nascondeva un’immensa tenerezza, propria di una donna cresciuta nella fatica e nella semplicità della campagna. Qui le giornate scorrono lente e ogni giorno sembra uguale al precedente. Ogni cosa è semplice e degna di essere amata in quanto tale. Questo è il valore più importante che mia madre mi abbia trasmesso. Lei, che si meravigliava guardando il sole tramontare e risorgere il giorno successivo. 
Mio padre, Claudio, era tutto il contrario. Amava la praticità e cercava di ridere di ogni cosa. Diceva che non aveva senso vivere nemmeno un giorno senza una risata. Tutti lo consideravamo un artista. La sera, mentre noi aiutavamo nostra madre in giardino, lui passava il tempo ad intagliare il legno, creando opere di una bellezza particolare. La nostra casa era ricca di queste piccole sculture. Nonostante l’arredamento non fosse raffinato, con questi oggetti aveva un aspetto fiabesco. Tutti erano affascinati dalla cassetta della posta che somigliava ad un albero e si confondeva con il paesaggio che la circondava. Molti clienti si fermavano a guardarla e chiedevano di poterne acquistare una simile. Papà sorrideva e spiegava che non sarebbe stato in grado di ricreare qualcosa del genere. Ciò che rendeva quelle sculture così belle era la loro semplicità. Claudio non riusciva a vedere questo suo strano passatempo come un lavoro. La sera, si sedeva e scolpiva ed ogni suo gesto era un atto di amore nei nostri confronti. Ogni statuetta era dedicata ad una storia della nostra famiglia, ad un giorno particolare o ad un figlio in arrivo.
Nel Novembre del 1955 ci spiegò da dove nascesse questa passione. Ricordo che quel giorno aveva piovuto. Io e i miei fratelli stavamo rientrando dai campi e nostra madre era venuta verso di noi e ci aveva avvolto con un telo. I tuoni ci rimbombavano nelle orecchie, le nostre gambe erano piene di fango e graffi perché correndo eravamo caduti. Anche nostra madre era caduta e, per non farci preoccupare, aveva iniziato a ridere. Mentre noi cercavamo di farla rialzare, lei ci spingeva verso terra e continuava a ridere. La risata si faceva via via più cupa e sarcastica tanto che noi tememmo potesse iniziare a piangere. Tuttavia decidemmo di reggerle il gioco e ci buttammo a terra con lei. Lei aprì le braccia e questa volta rise davvero. 
Arrivati a casa, la mamma buttò della legna nel camino e chiamò più volte il nome di nostro padre. Stavamo per uscire a cercarlo che lui entrò in casa con in mano una lattiera di latte appena munto. Ci asciugammo tutti davanti al camino e mio padre, dopo aver versato del latte a ciascuno, iniziò a parlare. Quel giorno scoprimmo dell’esistenza di Fausto, suo zio che abitava a Cuneo. Lì aveva aperto un mobilificio, dopo aver costruito mobili artigianali in legno per trent’anni. Nostro padre, da bambino, ogni estate, passava almeno un mese intero a casa dello zio, mentre i suoi genitori restavano al paese a lavorare. Lì rimaneva incantato nell’osservare Fausto far nascere, da un pezzo di legno inanimato, mobili pieni di vita. Mobili che poi andavano a colorare cascine che diventavano case. Claudio era affascinato dalla durata di quegli oggetti. Amava pensare al tempo che le persone avrebbero trascorso con quei mobili che avrebbero fatto da sfondo a generazioni intere. Ammirando lo zio, nostro padre iniziò ad imitarlo. Tentò di costruire sedie come lui, ma si rese conto che l’effetto non era lo stesso. Tuttavia non riusciva a smettere di giocare a plasmare quegli assi di legno. Un giorno, quasi per errore, si rese conto del fatto che, quello che in partenza doveva diventare uno scaffale, somigliava molto più ad un gufo. Mio zio gli insegnò ad occuparsi dei dettagli più minuziosi e, alla fine, quello sbaglio diventò una statuetta meravigliosa. Da quel giorno Claudio iniziò ad aiutare nostro zio nell’aggiungere divertenti particolari ai suoi mobili. Iniziarono insieme a costruire anche giocattoli per bambini e l’attività di Fausto diventò sempre più grande. Tanto grande che da una piccola bottega passò ad una vera e propria fabbrica. Dovette assumere nuovo personale e gli propose di lavorare per lui. Mio padre accettò, ma presto ne rimase deluso. Ora ciò che contava non era più la semplicità, ma la velocità con cui un lavoro veniva realizzato. Non c’era più spazio per le sue decorazioni e decise di abbandonare il mobilificio. Da quel momento nostro padre comprese che non era possibile per lui rendere la sua passione un lavoro. Cuneo iniziò a stargli sempre più stretta e, non appena ne ebbe la possibilità, tornò nel paese. 
Dopo essere tornato, lui e lo zio non ebbero la possibilità di vedersi spesso, ma continuarono a mandarsi molte lettere. L’ultima lettera che mio padre aveva ricevuto era molto differente dalle altre: la grafia era irriconoscibile, la spiegazione risultava lacunosa e molti passaggi logici sembravano mancare. Ciò che appariva chiara era la difficoltà con cui Fausto aveva scritto quella lettera e la sofferenza che egli provava in quel momento. Lo zio era gravemente malato e evidenziava il suo desiderio di andare a trovare il nipote per il quale, nonostante la distanza, nutriva ancora un forte affetto.
All’inizio del mese di dicembre, un paio di giorni prima dell’Immacolata, sentimmo arrivare il postino che chiese di Claudio. Lo invitammo ad entrare e questi ci porse una lettera. L’indirizzo di provenienza era quello dello zio, ma a scrivere non era lui. Non appena il postino uscì di casa, nostro padre lesse la lettera ad alta voce. A parlare era la badante che ci comunicava la morte di nostro zio e della richiesta del notaio di un incontro nei giorni successivi. Nostro padre era l’unico erede. Doveva, quindi, partire per Cuneo. Organizzare una partenza per noi non era un evento semplice. Era necessario che qualcuno rimanesse alla cascina per continuare il nostro lavoro e per questo motivo nessuno di noi bambini era mai uscito dal paese. 
Parlai con mia madre ed espressi il mio desiderio di partire con lui. Sapevo che non era semplice per mio padre tornare in un posto in cui aveva vissuto molto tempo. Lei questa volta mi comprese e non si arrabbiò. Era necessario che qualcuno lo accompagnasse, ma il suo lavoro e quello dei miei fratelli era necessario nella cascina.
Partimmo la mattina del 9 di Dicembre. Il viaggio era lunghissimo e arrivammo a Cuneo quasi due giorni dopo. Vicino a Piazza Galimberti ci raggiunse l’autista di Fausto che ci attendeva da alcune ore. Ci portò in quella che era la dimora dello zio. Io e mio padre ci guardammo imbarazzati, eravamo stanchi e sudati a causa del viaggio. Dentro la casa ci accolse, Clara, la badante, una donna elegante sulla sessantina. Mentre attendevamo il notaio, ci offrì un tè caldo e ci mostrò le stanze della casa. Io e mio padre osservammo la grandezza della casa e del mobilio a bocca aperta.
Mezz’ora dopo suonò al campanello il notaio, un uomo sulla cinquantina con degli occhiali molto spessi. La donna, a quel punto, ci invitò a sedere nel salone. Lì trovammo molte persone vestite in maniera distinta e, ancora una volta, ci sentimmo a disagio. Ciascuna di queste persone ci si avvicinò e ripeté, quasi fosse una formula, “Sentite condoglianze”. Nel loro tono non leggevo sofferenza, ma disagio. Tornati a sedere si muovevano in maniera convulsa, toccandosi i capelli ed il volto. Tanti di loro osservavano i beni materiali della stanza. L’unica persona che sembrava realmente soffrire era Clara, che piangeva in un angolo della sala. Mio padre la osservava con rispetto e taceva. Quando il notaio iniziò a parlare tutti tacquero. La sua sentenza non fu lunga. Sergio aveva deciso di lasciare tutto a Claudio, suo unico erede. Gli ospiti si alzarono, la loro gentilezza nei nostri confronti sparì, e se ne andarono sbattendo la porta. Non solo persone che mio padre non aveva mai conosciuto, ma anche il parroco del paese.
A quel punto, mio padre, rimasto solo con me, Clara ed il notaio, parlò. Decise di non accettare del tutto l’eredità e chiese che la villa fosse lasciata alla badante. In una lettera ricevuta dallo zio nell’anno precedente, Sergio aveva espresso il suo amore nei confronti della donna che trascorreva con lui ogni giorno. Clara era una persona benevola. Vivendo sotto il tetto dello zio, spendeva la maggior parte del proprio stipendio per aiutare ragazze madri e donne in difficoltà. Credeva molto in sé stessa e nell’amore verso il prossimo, ma non era una donna credente. Mio padre aveva compreso, da quello che aveva trovato scritto nelle lettere, che Sergio avrebbe voluto lasciare molto alla donna che amava. Pensò che il motivo per cui Clara non era stata menzionata sul testamento fosse quello di tutelarla. Non voleva far sapere della loro relazione e sapeva che suo nipote avrebbe capito cosa sarebbe stato giusto fare. Così fu. Mio padre lasciò la villa a Clara. 
Prima di uscire dalla casa, papà decise di cercare nella villa alcuni suoi vecchi oggetti che lo zio doveva aver conservato. In un cassetto, trovò molte statuette in legno che aveva costruito. Le prese e le mise nello zaino. Mi porse la scultura di un gufo e mi disse che si trattava della prima che aveva scolpito.
Quella sera, mio padre invitò me e Clara a cena. Ci portò in un antico ristorante dove era solito andare con lo zio da bambino. Non ero mai stata in un ristorante. I camerieri ed i clienti erano vestiti in maniera elegante e le donne apparivano altissime. Non avevo mai visto nulla del genere. Mi sembrava uno spazio immenso e mi sentivo estremamente piccola. Al centro della stanza c’era un albero di Natale e sotto di esso molti pacchi colorati. A casa nostra non avevamo mai fatto l’albero di Natale, ma solo il presepe, e ne avevo solo sentito parlare. Era circondato da luci e addobbi. Mi veniva da piangere. A quel punto iniziai a pensare alla mia famiglia, non eravamo mai stati tanto distanti. Immaginavo il sorriso di Gioele, i baci di Samuele e le lacrime di mia madre non appena avremmo varcato la porta di casa con le braccia colme di doni.
La mattina seguente, salutammo Clara e partimmo. Questa volta il viaggio sembrava meno lungo, camminavo, ma non ne avvertivo la fatica. Passarono due giorni e tornammo al paese. Nevicava. Il tratto di strada che conduceva alla cascina era coperto da una lastra di ghiaccio. Rischiai di scivolare più volte, ma continuavo a camminare sempre più velocemente. Quando vidi in lontananza la mia cascina, che sembrava ancora più piccola, iniziai a correre. Non badai ai pacchi che tenevo in mano né al ghiaccio sotto ai miei piedi. Avvicinandomi vidi sulla finestra l’ombra di mia madre. I miei fratelli camminavano sull’uscio irrequieti. Quando Gioele si accorse del mio arrivo venne verso di me, mentre gli altri lo seguirono. Fu il primo ad abbracciarmi. Mi si avvicinò tanto velocemente che scivolammo a terra. Samuele si chinò e mi baciò la fronte. Non appena si accorsero dei regali che cercavo di proteggere con le braccia rimasero a bocca aperta. La mamma ci sollevò e ci abbracciò. Mio padre, che era rimasto indietro, a quel punto comparve in lontananza.
Entrammo e, dopo esserci lavati, ci sedemmo intorno al fuoco. Mio padre si fece serio e, guardandoci negli occhi, disse: “Ora il denaro non ci manca. Lo zio ci ha lasciato una grande eredità. Dobbiamo pensare, tutti insieme, a come investire questi soldi. Venendo verso il villaggio, ho pensato per la prima volta a cosa potrebbe esistere qui un giorno, al posto della nostra piccola cascina. Forse un albergo. Evelyn è un’ottima cuoca e i nostri prodotti sono molto apprezzati nei paesi vicini.” Noi ci guardammo con un’espressione stupita ed eccitata. “Chiamiamo un architetto” disse subito nostra madre. Non riuscimmo a capire se stesse scherzando o credesse fermamente in quelle parole. Iniziammo a ridere. Lei ci ammonì con uno sguardo severo, ma poi sorrise. Alla fine della discussione decidemmo realmente di chiamare un architetto, il signor Eugenio, un vecchio amico di nostro padre che viveva vicino a Trento.
Questo romanzo per me è stato una sfida. Ho dovuto viverlo a pieno e tirare fuori la mia fantasia, toccando anche argomenti taboo. Ho tracciato i confini fra realtà e immaginazione.

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