M. Gisella Catuogno
Prefazione a “Quando apro le ali” di Maria Giulia Schemmari Ed. Il Rio

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Titolo Prefazione a “Quando apro le ali” di Maria Giulia Schemmari Ed. Il Rio
Autore M. Gisella Catuogno
Genere Articolo - Critica, Opinione      
Pubblicata il 23/11/2019
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  Già nel titolo, “Quando apro le ali”, così come in molte delle liriche che compongono la presente raccolta, la giovane autrice esprime il desiderio del volo, dell’innalzamento dalla materia, che pure non rinuncia  a indagare e “subire”, anche nelle sue pieghe più amare, per una focalizzazione razionale del “male di vivere”, che le permetta il riscatto dalla prigione del dolore, dell’ansia e dell’angoscia e l’approdo ad una dimensione positiva dell’esistenza.  Del resto, non è un caso che la prima poesia, di sapore cardarelliano sia “Gabbiani”, creature tipiche dell’ambiente marino da cui proviene, l’Isola d’Elba, e perfette metafore, nella loro modalità di comportamento, dell’immersione/emersione nel mare della vita: “Io sono come loro/in perpetuo volo/nuotando affondo/per poi librarmi nuovamente in cielo”; e qui l’anelito di Maria Giulia assomiglia molto a uno dei poli dell’oscillazione baudeleriana, l’ideal, con la differenza che, mentre nell’artista francese anche lo spleen costituisce fonte d’attrazione, in lei, al contrario, è la pece da cui liberarsi per spiccare più in alto il suo volo: “Infinito di stelle mi accoglie/ma sento i miei piedi nel fango/sto forse peccando/elevandomi al cielo?/Sfiderò le fiamme/a testa alta//”( in“A testa alta”); “Vorrei volare/verso spiagge di tranquillità/Cosa mi trattiene?/Niente più di me/e l’universo che vi è dentro.//” (senza titolo). Si comprenderanno meglio l’intensa maturità e il sofferto vissuto di questa poetessa appena ventunenne non ignorando il confronto drammatico che fin da bambina ha dovuto sostenere con quello che i greci chiamavano il “morbo sacro”, non conoscendone le origini neurologiche, ossia l’epilessia: “Schiudere gli occhi/a stento/distendere un corpo/su freddo pavimento/è uguale forse/ a stare in una bara/a ogni giorno nuovo/un materasso nuovo/ho chiuso gli occhi/ho schiuso gli occhi.//” (in “Una bara di sogni”); “S’insinua un buio/un’ansia/marea che mi bagna/delenda Cartago//”(senza titolo); “Infante trovavo gioia/ nel ripetere la vita  a menadito/senza prevedere la sabbia/che presto mi sarebbe piovuta/sugli occhi.//”(in “Oracolo di Delfi”); “E così ancora una volta/sola/come un pugile sconfitto/piccola oasi nel deserto/con lo sguardo assorto/tu lecchi le ferite/mentre altre cicatrici si aprono.//”(in “Il pugilatore”); “Un battello abbandonato/vita mia fra gli alti picchi/sopra un mare cinerino/sempre più io m’avvicino/ai fangosi fondi irti.//”(in “Un battello abbandonato”) dove gli echi montaliani e l’asprezza lessicale degli “Ossi di seppia” vengono magistralmente trasferiti all’immagine del battello in balìa delle onde.

Ma Maria Giulia non è soltanto la “cassa di risonanza” poetica della malattia di cui ha sofferto e che ora è “imbrigliata” come un cavallo inquieto finalmente domato: ai versi affida anche la sua originale opinione sulla poesia e sui poeti: “Non si prevede né progetta/una poesia/ dolce subbuglio/nel maremoto della vita/piuma bianca che vola aspettando/di essere sporcata dal mio inchiostro/quando apro le ali.//”(senza titolo); “Non chiamateci poeti/grandi autori/artisti/siamo solo dei serpenti/divertiti ad agitare dei sonagli/per noi la gloria arriva/nello sdrucciolio di terra/tra le dita.//”(senza titolo). Una poesia la sua che rinuncia alla punteggiatura, secondo la lezione di Ungaretti, forse perché troppo urgente, libera e imprevedibile, come appunto la voglia di volare, per essere addomesticata dai punti e dalle virgole; che lascia spazi bianchi per attivare l’emozione, la riflessione, l’empatia del lettore; che si appella alle onomatopee per rendere più tangibili e freschi certi versi; che a volte ha un titolo e altre no, bastando l’attacco del primo verso a definirla; che talora contesta scherzosamente la norma (“A me mi piace scrivere poesie/in un italiano scorretto/mettendo un titolo corretto/alla poesia che ho scritto.”// (in “A me piace”); e che sceglie la modalità anglosassone delle maiuscole a ogni verso, diversamente da qui. Una poesia che diventa strumento di riflessione sulla condizione esistenziale e sull’anelito alla scoperta dell’infinito e della libertà, pur con i rischi che comporta: “A me piace pensare/di esser nata grande/di stare percorrendo/a marcia indietro la salita/ che si arriva ormai a finire/ che c’è tutta una discesa da godere.//”(in “A me piace”); “Navigando nelle mie stesse/ lacrime/scoprii l’infinito.//” (in Blackout”); “Vorrei volar talvolta/via dal nido/ma vasti dubbi sorgono/alla soglia del mio essere/lo spirito è sì libero/ma talvolta anche malato/son pronta a fare un passo/via dal nido?//”(senza titolo); “Mi hai consigliato sempre/di rimanere/come cozza sullo scoglio/ma camminare verso/un infinito appiglio/mi è sempre stato più gradito.//”(in “Costa infinita”). Insomma, la raccolta d’esordio di Maria Giulia, così densa, così matura e nuova, nel panorama poetico giovanile attuale, potrebbe essere definita un sofferto cammino dal buio alla luce, dal dolore alla speranza e all’amore: “Proprio quando piango/mi rendo conto/d’amare immensamente/la vita che non scelgo/spaccando il mondo/da un foro insulso/scorgo la luce.//”(in “Il circo delle coccinelle”). A lei e alla sua poesia auguriamo dunque l’accoglienza e il successo che si meritano.

                                                                 Maria Gisella Catuogno

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