M. Gisella Catuogno
Prefazione a “Non ultimo è il male” di Nunzio Marotti Giuliano Ladolfi Editore

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Titolo Prefazione a “Non ultimo è il male” di Nunzio Marotti Giuliano Ladolfi Editore
Autore M. Gisella Catuogno
Genere Articolo - Critica, Opinione      
Pubblicata il 27/11/2019
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Se, per qualsiasi opera, la scelta del titolo e l’immagine di copertina sono importanti, tanto più lo sono per questo intenso lavoro di Nunzio, in quanto ci offrono subito, al contempo, una duplice rassicurazione: che il male non avrà l’ultima parola e che oltre l’ombra esiste la luce. La scelta della foto rimanda poi a un’altra connotazione evangelicamente importante: quella della porta in cui Cristo stesso si identifica:

Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo(Gv 10,9)

Qual è l’operazione religiosa/filosofica/etica/sociale che Nunzio intraprende con questo volumetto? Secondo me, dare voce attuale a molti versetti del Vangelo di Marco, amplificandoli, usandoli come strumenti di riflessione sul presente, con le sue contraddizioni e lacerazioni; ma anche dichiarare la propria fede, alla ricerca di un Dio che divenga tutt’uno con l’uomo, ne vivifichi l’esistenza, e regali ad essa senso e compiutezza. Le liriche si leggono come un atto d’amore nei confronti di un Dio che non si conquista una volta per tutte, ma verso cui tende, giorno dopo giorno, l’anelito all’Assoluto del credente/poeta, nella sua ansia di riscatto dai mali del mondo – la sete di potere, la violenza, i beni materiali,  l’egoismo, il rifiuto dell’altro, specie se debole e diverso, il diniego all’ascolto, l’indifferenza – per una dimensione etica, prima ancora che teologica, dell’esistenza.

Il componimento iniziale, “Silenzio o parole?” è già una dichiarazione programmatica, un itinerario d’intenti: Nunzio scarta il silenzio, sceglie le parole per farne la cassa della Parola per eccellenza, quella del Vangelo. Perché? Lo chiarisce la seconda strofa: per la ricerca di “luce e strade”, all’interno della complessità della vita: per sé, ma anche per gli altri, per non farsi sopraffare dallo smarrimento. Queste parole saranno intrise di “semplicità e piccolezza” e indicheranno “sentieri di gioia”.

La gioia, la tenerezza, la levità, la disponibilità, l’attenzione, l’aiuto diventano gli ingredienti di una ricetta di vita illuminata dall’amore e dalla grazia divina; e l’individuo, lacerato tra l’aspirazione all’Assoluto e l’attrazione irresistibile del male, soltanto rispecchiandosi in Dio e nel suo volto d’amore, può trovare pace e dare senso ai suoi giorni.

“Fede è cambiare/mutar pelle/(come in Sistina si mostra l’artista)/e lasciarsi formare/e come crisalide prendere il volo/” si recita in “Attesa”, a commento del versetto di Marco: Gesù diceva: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo  (Mc1, 14-15). In tale slancio, il divino e l’umano s’incontrano e qualcosa dell’uno passa all’altro: frammenti di umanità penetrano l’assoluto, scintille di divinità intridono la creatura umana.

Le liriche seguono il percorso del Vangelo di Marco, dal battesimo di Gesù fino alla sua morte e resurrezione: all’interno di tale cammino, la fede si configura come conquista (“hai squassato il presente/niente è più come prima” in “Conquista”); amore (“Solo se amati, noi amiamo” in “Solo se amati”); accoglienza (“Accogliente rendici d’ogni fratello” in “E mi cerchi”); dolcezza (“E’ sì aprirsi all’amore gratuito/gustarne l’infinita dolcezza” in “Infinita dolcezza”); libertà (“Eppure promessa è più forte/corriamo tra il grano maturo/Liberi e sovrani” in “Liberi”); fantasia e gioia (“Ogni tua parola è fonte di gioia/sorgente d’entusiasmo” in “Divina fantasia”).

Fino al mistero del Dio/Uomo che patisce la crocifissione e la morte, ma di esse è vincitore: “Ognuno incontra nella morte/l’infaticabile cercatore dell’uomo./Vinta è la fine:/non il nulla ma il senso ritrova la vita./Col male sul legno portato/il volto rivela di Dio./L’umano-divino sul mondo sospira/il soffio vitale che abbatte ogni morte./Viandanti ancora, eppure rifatti,/il crocifisso nel cuore,/compagno d’esilio.//” (“Vinta è la fine”). Fino alla resurrezione, all’”Inaudito accadere”:

“Inaudito accadere/ieri e sempre:/il vuoto sepolcro/ è segno di vita/e la promessa/colma l’attesa./Dov’è il guaritore?/In Galilea lo troviamo/con la fede/sulle strade del mondo./Le cose vecchie non sono:/ecco le nuove!/ Crediamo alla potente parola/luce a cui il passo affidiamo/forti del pane di vita//”.

Dunque itinerarium fidei in Deum definirei questo prezioso lavoro di Nunzio, che mi rammenta per il tono – come, sul piano formale, per la scelta di usare spesso i sostantivi senza l’articolo per dare loro maggiore pienezza – la cadenza, il fervore, l’entusiasmo e la fantasia dei salmisti; encomiabile e riuscito mi appare infine il suo intento di proporre con accenti nuovi e accessibili la Parola evangelica calata nella quotidianità dei nostri giorni, per farne viatico di speranza e fiducia nel domani.

 

MGC

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