Margherita Politi
A scuola non si respira più

Titolo A scuola non si respira più
Social jet lag - L’analfabetismo funzionale – Inclusione a tutti i costi - Le regole? Cosa sono - Tr
Autore Margherita Politi
Genere Didattica      
Pubblicata il 21/03/2020
Visite 1474
Editore Liberodiscrivere
Collana L’approfondimento  N.  25
ISBN 9788893391887
Pagine 138
Prezzo Libro 15,00 € PayPal
Insegnare ed essere allievi nel terzo millennio non è semplice: si parla di sfida pedagogica nell’era della globalizzazione. Il ruolo della scuola deve diventare centrale nell’educazione dei futuri cittadini del mondo, ma la panoramica attuale, nonostante gli sforzi di tutti gli attori che ruotano intorno al progetto scuola, non è certamente rassicurante. Si rende necessario analizzare, alla luce degli attuali scenari, tutto il sistema dell’istruzione scolastica. La scuola deve riprendere in mano la sua centralità attraverso lo sviluppo del successo formativo di tutti, non soltanto dei ragazzi già formati in famiglia, ma anche di quelli poco seguiti o che abitano in zone culturali e sociali svantaggiate. Occorre “Respirare... a scuola” in tutti i sensi: l’insegnante deve poter essere messo in grado di fare l’insegnante; l’allievo merita tutta l’attenzione che ha diritto di avere; la famiglia deve relazionarsi in modo propositivo con la scuola. 
Margherita Politi, insegnante, genitore e istruttrice di yoga, afferma che a fronte delle attuali sfide pedagogiche non sono più sufficienti le metodologie didattiche odierne: occorre riprogrammare la nostra scuola, riproporre lo sviluppo delle conoscenze al fine di promuovere quello delle competenze. Soltanto con apprendimenti formativi ed attività educative specifiche e innovative questa fondamentale Istituzione potrà riacquistare, senza togliere tutto il positivo che ha già, il ruolo fondamentale che da sempre le spetta.
 
Al termine di un percorso lungo trentasette anni, in cui ha prestato servizio, con una parentesi nel Ponente ligure, in scuole della periferia genovese, in quella Val Bisagno che raccoglie in sé gli ultimi tratti della cultura contadina e di paese insieme con la somma dei disagi creati dall’inurbamento di generazioni eterogenee, facendo risaltare le contraddizioni della scuola e della società di oggi, Margherita Politi, in questa articolata analisi sulla scuola, offre alla riflessione di tutti, addetti ai lavori e non, ma soprattutto al ceto dei decisori politici un’analisi schietta e disincantata, che va a colpire le prassi che rendono di fatto inefficaci o peggio, dannose, norme pensate per la tutela e la promozione degli allievi. Ecco allora che, fra gli altri, i temi dell’inclusione, della personalizzazione dell’apprendimento, dell’organizzazione didattica, della formazione dei docenti, della qualità degli spazi e delle attrezzature applicati in un sistema scolastico irrigidito da lacci e lacciuoli burocratici, talvolta sguarnito di personale adeguatamente preparato, afflitto da una cronica debolezza delle singole autonomie scolastiche, diventano paradossalmente le cause di una diffusa inefficienza e inefficacia, non scusabile sino in fondo, perché a pagarne i costi sono proprio quegli alunni che si sarebbero voluti tutelare meglio. 
Ma l’autrice, che ama profondamente la scuola in cui ha investito le sue migliori energie professionali, non si rassegna alla denuncia di questo stato di cose. La sua proposta netta: occorre riflettere sugli attuali punti di forza e di criticità e rivedere le normative, evidentemente non più consone ai tempi. È un compito affidato ai decisori politici e alla società con i suoi corpi intermedi, alle scuole e ai suoi protagonisti. Nessuno può tirarsi indietro, pena la dissoluzione di quella che per molto tempo è stata un’eccellenza riconosciuta a livello internazionale.
La voce dell’Autrice non si leva solitaria e la sua riflessione contiene molte affinità con i ragionamenti sviluppati in questi anni da autorevoli pensatori e da gruppi di opinione come, ad esempio, quello raccolto da Attilio Oliva e dalla rivista TreEllle. Tuttavia colpisce, in questo lavoro, la passione dell’educatrice che arriva alla formulazione delle idee attraverso il vaglio, anche sofferto, dell’esperienza e la scelta, condivisibile, di centrare l’attenzione su quel percorso di apprendimento decisivo per il successo formativo e umano dei giovani, che è racchiuso nei tredici anni di curricolo scolastico vissuto all’interno dell’Istituto Comprensivo, in cui la funzione docente assume a seconda dell’ordine di scuola, e dentro ad ogni ordine di scuola, fisionomie diverse eppure tutte orientate all’allievo che, da bambino treenne ancora fortemente legato (quando accade) al contesto familiare, diventa progressivamente un adolescente messo alla prova dalle sfide della società digitale e globalizzata, chiamato a scegliere e a decidere sul suo futuro ma talvolta ancora debole e incerto utilizzatore degli strumenti culturali di base.
A chi legge il libro di Margherita Politi, se persona della scuola, suggerisco di valorizzare proprio questa capacità di cogliere la complessità e la ricchezza, insieme alla fragilità, del lavoro e dell’ambiente scolastico partendo dalla propria parabola professionale. E’ la testimonianza di un docente che sente profondamente il valore del proprio lavoro, come servizio essenziale alla nostra società e non si rassegna a prendere atto delle disfunzioni e delle aporie ma, ad ogni costo, crede nelle possibilità di riscatto e miglioramento della scuola, di questa scuola, qui ed ora, perché vi si possa tornare a respirare un’aria migliore, a pieni polmoni, recuperando la serenità compromessa dal social jet lag che deriva dalla degenerazione delle prassi, dall’assillo di certa burocrazia e dalla viziata interpretazione delle regole del gioco.
 
Sandro Clavarino
 
 
 
 
Sono ormai giunta al termine di una lunga carriera scolastica, tratteggiata da scuole diverse, luoghi diversi, ordini di scuola diversi, materie diverse.
Il mio percorso, di quasi 37 anni di insegnamento, è stato molto interessante e di grande arricchimento personale. Mai avrei pensato, nel momento in cui scelsi la facoltà di architettura, di diventare un’insegnante ma... mai dire mai!
Oggi è difficile esercitare questa professione, sia per la difficoltà della gestione di una classe, sia per la eccessiva burocrazia che ogni anno esponenzialmente affligge gli insegnanti.
L’esigenza di scrivere sulla scuola, in me già da tempo, è dovuta alla necessità di divulgare cosa è la Scuola, cosa è fare Scuola, come si potrebbe migliorarla prima che sprofondi nel baratro più assoluto. È già implosa, anno dopo anno. È bene che i futuri insegnanti, anche se capitassero come supplenti in scuole idilliache, sappiano cosa significhi oggi insegnare: non è una passeggiata o il lavoro part time destinato alle donne, ma una palestra per tutti, insegnanti e ragazzi. Saranno i futuri insegnanti a formarli e quindi è a loro, soprattutto, che dedico questo libro e le proposte che, secondo me, servirebbero a migliorarla. È frutto di attenta osservazione dell’ampio contesto scolastico, soprattutto quello che riguarda la prima ed importantissima fase dell’età evolutiva dei ragazzi, ovvero dalla scuola dell’infanzia sino alla secondaria di primo grado, scuola in cui da sempre ho insegnato. I contenuti si riferiscono quindi maggiormente alla fascia d’età adolescenziale, per poi andare a ritroso. Non è un libro di schieramento politico, non servirebbe a nessuno, ma si rivolge al mondo politico che, da anni, ha continuato a tagliare le risorse per la scuola anziché incrementarle. Il tempo pieno è stato quasi eliminato ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti, soprattutto nelle zone della periferia urbana e in quelle maggiormente povere dal punto di vista socio – culturale e l’abbandono scolastico desta serissime preoccupazioni. Nel libro viene riportata la grande fatica degli insegnanti di frontiera, con le realtà delle periferie in cui il sistema scuola è al collasso.
In questi ultimi anni, connotati da grandi cambiamenti della società, la scuola si è dovuta adeguare, ma non sempre al meglio.
Gli insegnanti sono in grande sofferenza come i ragazzi che manifestano, sempre più, bisogni diversi, ascolto, comprensione, motivazione.
Talvolta le buone pratiche rimangono nel cassetto. È sulle buone pratiche che dovremmo soffermarci. Oggi la scuola deve accogliere i cambiamenti di una società che muta di giorno in giorno e i bisogni che i ragazzi manifestano, non dimenticando il suo vero ruolo, quello di formarli ed educarli a diventare cittadini del mondo: una grande frase sicuramente, ma per fare questo vi è la necessità di dover cambiare, modificare gli approcci, i saperi, il tipo di valutazione ed essere, talvolta, anche un po' scomodi, facendo ascoltare la voce di chi lavora sul campo, creando compattezza nel corpo docente per affrontare, insieme, le vere problematiche.
La sceltadel titolo non è casuale, è...di ampio respiro!!Credo allora sia venuto il momento di “respirare” a scuola. La maggior parte degli insegnanti, oggi, entrando in una classe, respira in modo abnorme, pur non rendendosene conto, nella consapevolezza di entrare in un’arena, anche nel primo ciclo. Occorre far sì che i bambini e poi i ragazzi dopo, riescano a riacquisire i saperi di base, ma senza l’”attenzione” questo è impossibile. Consapevolezza e attenzione, nonché il rispetto delle regole e la motivazione, sono necessari per ridurre l’abulia e il nichilismo che affligge oggi molti ragazzi sempre più incollati tutto il giorno ai loro smartphone e messaggi che non richiedono attenzione ma soltanto velocità.
L’attenzione ci indirizza a scelte consapevoli, al bisogno di conoscere noi stessi e gli altri. Senza attenzione non vi è discernimento, si rimane in superficie e non si riesce neppure ad essere consci di ciò che si sta facendo.
Troppi i ragazzi inconsapevoli che sono nelle nostre scuole! Evidentemente la famiglia e la scuola non sono stati in grado di educarli in modo appropriato, neutralizzando il concetto di regola.
Senza cittadini consapevoli e qualche regola non è possibile appropriarsi di etica, di quella morale che spinge l’individuo a poter scegliere come indirizzare il proprio operato, sperando che tenda verso il proprio bene e verso quello della collettività. Condurre per mano i nostri ragazzi, sin da bambini, verso un processo di consapevolezza vuol dire sperare di formare futuri cittadini responsabili. Ci sono varie metodologie, didattiche, giochi che aiutano in questo. Tra le tante, uno molto utile, già messo in pratica in vari Paesi, è proprio quello di portare la consapevolezza al proprio respiro con esercizi mirati. Iniziando dalla conoscenza di se stessi diventa possibile ed interessante allargare il campo della concentrazione a tutto ciò che non è in noi ma al di fuori di noi.
Possiamo usare una metonimia, una sineddoche, una metafora, un’allegoria per il respiro. Quanta importanza, leggendo parte di un capitolo del libro, viene data al nostro respiro, ai progetti che partono dal respiro proprio per dare un respiro, per avere respiro, per vivere di respiro, per ascoltare il respiro, per tornare al respiro, per avere attimi di respiro, per dare calma al respiro.
 
Margherita Politi
 
 
 
 
Riprendiamoci la nostra cultura, un Paese senza cultura è un Paese in declino. I ragazzi non leggono o leggono poco. In Italia solo la metà di loro ha letto almeno un libro negli ultimi 12 mesi. Si assiste all’aumento dell’analfabetismo funzionale e le recenti prove Invalsi lo hanno dimostrato. La scuola sta implodendo. La politica non si occupa più di cultura in quanto ad essa fa prevalere l’egemonia elettorale e pecuniaria. La cultura ci rende persone libere, capaci di ragionare e di sviluppare un pensiero critico. Occorre ritrovare le nostre radici attraverso un diverso approccio di insegnamento – apprendimento nelle nostre scuole. L’uso dei social prevale nettamente su libri e riviste. I giovani non sanno più esprimersi in modo corretto nella nostra lingua studiata in tutto il mondo, essendo ormai abituati a interloquire per emotion e acronimi, quasi automi atti a digitare in modo frenetico su tablet e smartphone.
Sì, la Scuola è al collasso: da dove ricominciare? Ci sono molti aspetti da analizzare, non è certamente semplice inoltrarsi in un campo così complesso e delicato, ma è venuto il momento di farlo. Gli insegnanti non possono continuare ad insegnare in classi dove, prima dei ragazzi esiste la burocrazia, dove la maggior parte degli allievi è un BES, ragazzo/a con bisogno educativo speciale. Mi soffermerò molto sul problema dei BES nelle classi in quanto ormai vi è un sovraffollamentodi alunni che giungono alla secondaria con diagnosi di ogni tipo. Cosa non funziona? I nostri bambini/ragazzi necessitano davvero di bisogni speciali o semplicemente hanno lacune di base enormi, non sanno scrivere neanche sotto dettatura lenta, non sanno minime procedure matematiche né semplicemente far di conto, non parliamo dello stare attenti? Nei BES sono inclusi i ragazzi DSA (con disturbi specifici di apprendimento): sono davvero tutti dsa? Cosa non va nella primaria? Cosa non va nella materna? Anche le maestre/i si lamentano della mancanza di attenzione dei loro bambini. Altro problema nelle classi è l’inserimento degli allievi molto gravi portatori di handicap, con l’impossibilità, talvolta, di fare lezione a causa della severa sintomatologia di questi ragazzi non riuscendo ad apportare giovamento neanche a loro. Che dire poi nell’introduzione, durante il corso dell’anno scolastico, di allievi stranieri che non riescono a comprendere la nostra lingua? Gli insegnanti di sostegno specializzati sono pochi, i mediatori culturali anche…come può un insegnante insegnare e un allievo apprendere? La scuola, immersa pienamente sul problema dell’integrazione e dell’inclusione, si dimentica dei ragazzi “normali”, quelli non etichettati i quali finiscono per annoiarsi durante le lezioni. La nostra scuola quindi, per lungo tempo presa a modello in Europa, non forma più né i ragazzi più fragili, né quelli con adeguate capacità di apprendimento. E le strutture? Troppe e fatiscenti, senza attrezzature idonee allo svolgimento di attività motorie e laboratoriali. L’abbandono scolastico è a livelli spaventosi, i docenti sono privi di alcuna considerazione, gli allievi sempre più stanchi e affaticati. Le regole? In Italia ne abbiamo, anche troppe, ma non vengono rispettate. Se vi è dunque tanto malessere a scuola, in qualche modo bisognerà intervenire. Sono abbastanza formati i nostri docenti? Come riuscire ad arginare l’intrusione esagerata dei genitori che giustificano qualsiasi azione dei propri figli? Manca totalmente il rispetto per l’insegnante dalla più tenera età. L’educazione pare non interessare più alcuni genitori. Occorre che la scuola se ne faccia carico, almeno per quanto riguarda le regole della convivenza civile. Già nella primaria troviamo bambini disattenti, alcuni con diverse problematiche, bambini ipercinetici.Credevo che gli alunni più piccoli fossero molto più gestibili rispetto a quelli della secondaria, in quanto non ancora capaci di elaborare strategie a loro favore. Invece molte colleghe e colleghi della primaria, dapprima sereni e tranquilli, sempre più lamentano fatica e stress per classi ingestibili, con rumore che si avvicina alla soglia massima dei decibel sopportabili. I BES evidentemente sono tanti, ma forse potremmo, attraverso attività formative individualizzate, promuovere maggiore benessere e trarre benefici sotto tutti i punti di vista. La didattica? Sicuramente innovativa senza tralasciare però le buone pratiche. Oggi è molto importante dotarsi di buoni strumenti per la didattica. I ragazzi hanno bisogno di essere coinvolti, interessati, motivati per attivare l’attenzione necessaria per essere formati.
Senza ragazzi formati e ben motivati, non può esistere il futuro di un Paese. Siamo agli ultimi posti nel mondo… come e cosa è successo?
Da dieci anni a questa parte i problemi della scuola sono, a dir poco, raddoppiati: mancanza di fondi e di risorse per la didattica, genitori che si auto - tassano per acquistare carta e materiale didattico, gessi e toner, fino a carta igienica e sapone per le mani, docenti che si trovano a insegnare in classi con oltre trenta alunni o con pochissimi alunni, l’impossibilità, per un Dirigente Scolastico, di poter segnalare insegnanti già assunti a tempo indeterminato che dovrebbero dedicarsi a un altro mestiere, mancanza di regole, problemi sul bullismo, inadeguatezza dei programmi che molti insegnanti, talvolta, non sanno ricontestualizzare….
Eppure la nostra scuola è sempre stata un’eccellenza, sin dalla scuola dell’infanzia, la ex scuola materna che ha festeggiato nel 2018 i suoi 50 anni, sino all’Università. Occorre riflettere dunque sugli attuali punti di forza e di criticità e rivedere le normative, evidentemente non più consone ai tempi.
 
Nei bambini di oggi, nativi digitali, sin da piccolissimi riscontriamo difficoltà soprattutto riguardo ai processi attentivi e di autocontrollo, problemi che si amplificano negli anni successivi: l’incessante processamento delle informazioni richiesto dai media sovraccarica la memoria e rende più difficile la concentrazione. Ci troviamo infatti di fronte a bambini e a bambine che hanno difficoltà nella concentrazione, difficoltà a restare seduti per un tempo adeguato all’età, difficoltà a rispettare regole condivise. Nella secondaria, ogni anno, sempre di più, la formazione delle classi sta diventando funambolica per i molteplici “casi umani” di ogni classe. Ad inizio d’anno scolastico, in alcune classi prime, l’attività prevalente dei professori è quella di babysitteraggio. Ciò vuol dire che qualche cosa nella scuola primaria deve essere modificato: ragazzi che all’ingresso della secondaria non sanno stare seduti se non per pochi minuti, che continuano a fabbricare palline per inondare la classe, insegnanti che continuano ad usare la voce in modo esagerato..., attenzione limitata da parte della maggioranza dei casi, ragazzini che quando scrivono, sono sgrammaticati, fuori contesto, con una marea di errori di ortografia… a fronte poi di coetanei preparatissimi (che erano nelle stesse classi di quelli sopra descritti). Che la scuola, dunque, non sia più capace di educare se non i ragazzi già educati in famiglia? Che dire poi dei numerosissimi allievi con quasi tutte insufficienze, avallate dal consiglio di classe e dal Dirigente, promossi ogni anno perché, altrimenti, sarebbe da bocciare metà classe? L’Italia è “spaccata” in due, con il Nord che arranca in certe territorialità, ma con un sud che vede un abbandono scolastico di quasi un ragazzo su cinque.
Le famiglie, se non in contesti privilegiati, non sono di supporto. La confusione che si respira in classe è dunque nociva sia per i ragazzi che, a fine giornata scolastica, sono stanchi e con mal di testa pur non avendo recepito neppure il minimo indispensabile delle attività e delle spiegazioni, sia per gli insegnanti che, nonostante la fatica, hanno ottenuto molto meno rispetto alle aspettative.
Insegnare ed essere allievi nel terzo millennio non è semplice: si parla di sfida pedagogica nell’era della globalizzazione. Il ruolo della scuola deve diventare centrale nell’educazione dei futuri cittadini del mondo, ma la panoramica attuale, nonostante gli sforzi di tutti gli attori che ruotano intorno al progetto scuola, non è certamente rassicurante. Si rende necessario analizzare, alla luce degli attuali scenari, tutto il sistema dell’istruzione scolastica. La scuola deve riprendere in mano la sua centralità attraverso lo sviluppo del successo formativo di tutti, non soltanto dei ragazzi già formati in famiglia, ma anche di quelli poco seguiti o che abitano in zone culturali e sociali svantaggiate. Occorre “Respirare... a scuola” in tutti i sensi: l’insegnante deve poter essere messo in grado di fare l’insegnante; l’allievo merita tutta l’attenzione che ha diritto di avere; la famiglia deve relazionarsi in modo propositivo con la scuola. 
Margherita Politi, insegnante, genitore e istruttrice di yoga, afferma che a fronte delle attuali sfide pedagogiche non sono più sufficienti le metodologie didattiche odierne: occorre riprogrammare la nostra scuola, riproporre lo sviluppo delle conoscenze al fine di promuovere quello delle competenze. Soltanto con apprendimenti formativi ed attività educative specifiche e innovative questa fondamentale Istituzione potrà riacquistare, senza togliere tutto il positivo che ha già, il ruolo fondamentale che da sempre le spetta.
 

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