M. Gisella Catuogno
L’incredibile avventura di Pietro Querini

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Titolo L’incredibile avventura di Pietro Querini
Autore M. Gisella Catuogno
Genere Narrativa - Avventuroso      
Pubblicata il 18/06/2020
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1

 

La partenza

 

                                                                                                     Candia, 25 aprile 1431

   La primavera sprigionava fulgore e benevolenza: per questo, nel principale porto dell’isola era tutto un fermento. I mercanti navigatori volevano approfittare del bel tempo e del mare clemente per recapitare le loro mercanzie ai quattro angoli del mondo: la temperatura era ideale, soffiava il vento giusto e l’acqua rifrangeva la luce in mille rivoli luminosi. Se quegli uomini così indaffarati avessero alzato lo sguardo al cielo, avrebbero visto un azzurro speciale, appena solcato da stracci di nuvole bianche, e attorno a loro, oltre il porto, il candore delle abitazioni, che regalava il nome alla città. Invece lo tenevano basso, quello sguardo, perché il daffare era tanto e occorreva mantenere la concentrazione: erano in diversi a voler partire entro la mattinata e tra questi Pietro Querini, nobile veneziano, trent’anni, aspetto fiero e raffinato e il gusto dell’avventura nel sangue; così ognuno era affaccendato attorno al proprio naviglio, a controllare le operazioni di imbarco e a impartire ordini secchi all’equipaggio. Pietro in particolare si aggirava nei pressi della propria caracca controllando ogni particolare, troppo prezioso era infatti il carico che si apprestava a prendere il largo: ottocento barili di Malvasia, il vino che curava personalmente dal grappolo alla vendemmia su quell’isola benedetta dalla luce, spezie provenienti dall’Oriente, cotone, cera, allume di rocca, ricercatissimo come emostatico e disinfettante… cinquecento tonnellate di merci importanti, attese e sospirate nel porto delle Fiandre dove erano diretti.

Le Fiandre: attive, ricche, piene di attività tessili, ma prive di quello che può rendere più leggera la vita: un buon bicchiere di vino, uno stufato profumato di noce moscata… queste merci potevano provenire soltanto dal calore dei paesi del sud, dove il sole matura le uve e ne fa un distillato di dolcezza, e dove le spezie arrivano dalla fine del mondo grazie agli straordinari commerci della flotta della Serenissima.

Sì, Venezia: Pietro amava la sua città con l’orgoglio e lo struggimento di chi è costretto a starle lontano, consapevole che solo quella lontananza intermittente di tanti suoi figli l’aveva resa grande nei secoli; uno Stato, non una semplice città, che era uscita dal viluppo dei suoi canali, dai fanghi delle sue paludi per aprirsi al mondo, per imporsi come la regina dei mari, lei che considerava l’Adriatico un semplice Golfo, un trampolino di lancio per conquiste prodigiose. Venezia, che si copriva di marmi decorati come trine, di palazzi che si rispecchiavano nell’acqua, di calli e di campielli sconosciuti altrove. Un miracolo. Ma quel miracolo di armonia e di bellezza, lui lo sapeva bene, era stato reso possibile dall’audacia di gente come lui: intraprendente, fiera, anelante al successo, alla ricchezza, alla prosperità individuale che diventa prosperità collettiva. Individualismo ma anche senso della comunità, spirito civico, orgoglio, superbia. Una borghesia mercantile, con le mani callose e le rughe dei vecchi marinai sulla faccia, che si era autopromossa ceto oligarchico, nobiltà: una nobiltà non di sangue ma d’affari, che portava i mercanti più in gamba o più anziani a diventare ceto dirigente, alternandosi, famiglia dopo famiglia, nella gestione del potere cittadino o nell’amministrazione delle colonie, tante, che si aggiungevano come gemme al diadema della Serenissima.

Come era capitato a lui, signore di Candia, una perla difesa con le unghie e con i denti da Venezia, per la sua posizione centrale nel Mediterraneo, per la sua storia, il suo prestigio, il suo clima, le sue risorse. A lui, Pietro, appartenente ai potenti Querini, una delle famiglie originarie della città, già presenti all’epoca della fondazione, spettava di diritto uno scranno nel Maggior Consiglio della Serenissima. Ma, date le sue inclinazioni ai viaggi, al mare e all’imprenditoria rurale, che era stata parte della storia dei suoi avi, era riuscito a diventare pure Signore di Candia e dei feudi di Castel Temene e Dafnes, dove produceva la sua rinomata malvasia. Per trasportarla e farla apprezzare ai nordici pallidi aveva fatto costruire il suo gioiello, quella Gemma Querina che adesso si stava riempiendo dei suoi tesori, dei barili d’acqua, delle cibarie necessarie a un viaggio di settimane e settimane, su su per l’Oceano, ben oltre le colonne d’Ercole, ben oltre i limiti che gli antichi avevano tentato di imporre ai naviganti curiosi, sempre assetati di conoscenze e di ricchezze. Dopo aver attraversato il Mediterraneo meridionale, lasciandosi a dritta Sicilia e Sardegna, si sarebbero diretti verso lo stretto di Gibilterra e da lì, risalendo costa costa il Portogallo, superata Finisterre, la fine della terra, nome che solo a pronunciarlo incuteva inquietudine, avrebbero preso alla larga il Golfo di Biscaglia, perennemente arrabbiato, raggiungendo finalmente la Bretagna. Poi, con l’aiuto di Dio, navigando verso nord est, sarebbero arrivati nel mare del Nord e, attraverso canali grandi e piccoli, alla città di Brugge, come la chiamavano i tedeschi e gli olandesi, o Bruges, come più dolcemente la nominavano i belgi e i francesi.

Erano in sessantotto a partire: uomini esperti di mare, di vento, di burrasche e privazioni; uomini giovani, forti, rudi, generosi, abituati a lottare nelle burrasche, a governare timoni con la forza della disperazione, di diverse nazionalità e lingue, ma tutti capaci di parlare e capire la lingua franca di tutto il Mediterraneo. Pietro li aveva scelti uno a uno, con l’aiuto del suo braccio destro, il luogotenente Nicolò De Michele e, per comito, Cristofalo Fioravante.

Non era la prima volta che Pietro faceva quel viaggio, ma ogni volta era come la prima: per questo aveva voluto la benedizione di un uomo di Dio, anche se ortodosso non importava, alla barca, a tutti i suoi marinai, oltre che a se stesso; per questo aveva preteso che la sua sposa, che fra poco, come le donne degli altri marinai sarebbe venuta a salutarlo e a sventolare il fazzoletto dell’addio, pregasse per lui, per una settimana intera, tutte le sere; per questo, da bravo navigatore superstizioso, sul tavolo della sua cabina, accanto alle immagini sacre, alla Bibbia, al diario di bordo, alle candele, alle penne d’oca e all’inchiostro, aveva sistemato talismani di varia natura, per scongiurare la cattiva sorte.

Era mezzogiorno, l’ora convenuta per la partenza. Sarebbero stati i primi a salpare quel giorno: arrivarono le donne e, con loro, gli abbracci, le raccomandazioni, le lacrime. Tutto il porto li salutava. La Gemma Querina offrì al pubblico lo spettacolo delle sue vele spiegate, poi si staccò dal molo, oscillando lievemente e se ne allontanò superba: il vento teso gonfiava il bompresso, lo scafo procedeva sicuro. A banchina era tutto uno sventolio: addio, arrivederci, abbiate cura di voi. Pietro e i suoi due uomini di fiducia accanto, ritti a poppa, salutarono commossi con un lieve inchino, poi si mescolarono all’equipaggio indaffarato. 

 

 

2

In mare e in terra

   La Querina procede sicura per settimane: le albe si alternano ai tramonti, lo scafo fende un’acqua a volte benigna, altre minacciosa; il sole si alterna alle nubi, alla pioggia, al ritorno del sereno, il vento è variabile, non ci sono le bonacce tanto temute. Gli uomini sono d’umore buono, Pietro e i suoi collaboratori controllano che sia distribuita giornalmente l’acqua necessaria, la giusta quantità di vino, il cibo a sufficienza; al timone si alternano i piloti secondo i turni stabiliti. La diversità delle provenienze spinge i marinai a parlare, raccontarsi, scambiarsi informazioni e esagerazioni, talvolta confidenze; non mancano momenti di tensione, sfottò, canzonature, frasi offensive, grida e minacce; ma prima che la situazione degeneri intervengono prontamente Nicolò e Cristofalo, gli angeli custodi del padrone, che, con le buone o le cattive, riportano l’ordine. Si scherza, si gioca, si costruiscono piccoli oggetti con i materiali a portata di mano per portarli alle spose e ai figlioli, quando si ritornerà. Spesso le giornate sono limpide e le coste, a dritta e a manca della Querina, che solca l’acqua fendendola in una festa di schiuma, scivolano via come nei sogni, regalando paesaggi di aspra dolcezza non dissimili da quelli dell’isola di provenienza. Si costeggia a lungo la Barberia, pregando e scongiurando Nostro Signore di non incontrare i pirati barbareschi, pronti a usare, se si avvistano in lontananza, le non poche armi da fuoco di cui la Querina dispone per scoraggiarne l’avvicinamento.

Pietro, tutte le sere, nel chiuso della sua cabina, quando tutti dormono fuorché i piloti al timone, alla luce tremolante della candela, intinge la penna nell’inchiostro e scrive il resoconto della giornata: la qualità della navigazione, lo stato di salute fisico e mentale dei suoi uomini, aneddoti degni di racconto, il proprio umore, le proprie paure e speranze, chiudendo sempre con una preghiera alla Vergine, al suo divino Figliolo e a Sant’Andrea e San Pietro, protettori dei naviganti, perché in vita erano pescatori. Poi si corica e cerca di dormire: non è facile, i pensieri l’assillano; allora si appella mentalmente alla concretezza della sua gente, alla solida razionalità dei mercanti, allo spirito d’avventura che ha fatto grande la sua Venezia, a San Marco, che l’ha sempre protetta. Così, fiducioso scivola nel sonno per qualche ora. All’alba è sveglio: si alza, si copre con la cappa e il copricapo, esce in coperta per il saluto al timoniere, al giorno che si fa strada, al mare, a cui rivolge la prima preghiera di clemenza per la mattina che comincia. La prua punta diritta allo stretto di Gibilterra, alle Colonne d’Ercole, come lo chiama in cuor suo, immaginando quale fonte di attrazione e di repulsione abbia costituito nei secoli per gli antichi navigatori. E non può fare a meno di pensare al canto di Ulisse di Dante, il poeta fiorentino: si immedesima nell’eroe greco, si chiede se anche lui, per sete di conoscenza, avrebbe osato infrangere quel tabù e come avrebbero reagito i suoi uomini, se avesse loro rivolto l’esortazione “Considerate la vostra semenza/fatti non foste a viver come bruti/ma per seguir valore e canoscenza”. La maggior parte di loro non conosceva la Commedia, ma conosceva l’Ulisse omerico, le leggende che lo circondavano, l’aura di furbizia e di acuta intelligenza che lo avvolgeva. Ma quell’Ulisse era tornato ad Itaca, ai suoi affetti, alla sposa paziente, al vecchio Laerte, al giovane Telemaco. Che avrebbe scelto il suo equipaggio? La  sicurezza della famiglia o lo spirito d’avventura ch’è nel sangue di tanti marinai? Non lo sapeva, ma supponeva che l’avvicinamento allo stretto provocasse qualche turbamento, come l’eco lontana di una voce misteriosa,  l’oscuro presagio di un pericolo imminente, la violazione di un divieto imposto da Dio nella notte dei tempi alla superbia umana.

Finalmente lo stretto di Gibilterra è superato: l’inquietudine, nell’avvicinamento, è stata palpabile, come il silenzio che ha accompagnato tutto l’attraversamento, come se l’eredità degli antichi incubi riverberasse ancora la sua forza. Lasciandoselo alle spalle, lentamente l’ansia si è sciolta, il sollievo ha allargato i petti e sciolto la parola. Ogni volta è così si sorprende a riflettere Pietro.

La navigazione procede in direzione nord ovest, si costeggia lentamente la Spagna, nelle sue rive in quel punto uniformi, e già comincia ad apparire all’orizzonte il candore di Cadice: gli uomini sono contenti, quasi euforici, si scenderà a terra dopo settimane, si faranno scorte, si cercherà sotto qualche sottana la consolazione negata delle proprie donne lontane. Ma all’improvviso, quando la terra non è più miraggio ma realtà a portata di mano, uno schianto rompe bruscamente l’atmosfera di festa: l’urto è violento, l’equipaggio si ritrova scaraventato sul ponte, la Querina barcolla come fosse ubriaca e nell’oscillazione imbarca acqua, il timone esce dalla sua posizione e non governa più la caracca. Nella confusione del momento l’urlo del pilota disperato sovrasta le grida dell’equipaggio:

“Noooo, nooo, ho toccato, ho toccato!! La secca di San Pietro, la secca di San Pietro!”

“State calmi, state calmi!” esorta Pietro dopo il primo smarrimento “per fortuna siamo vicini a Cadice, non ci succederà nulla di brutto… il mare non è in tempo a inghiottirci, il vento ci è favorevoli e ci spinge nella giusta direzione. Segnaleremo le nostre difficoltà… ci verranno in aiuto!”

“Imbarchiamo acqua, imbarchiamo acqua” grida qualcuno

“Allora si è rotta la chiglia! Tutti prendano i buglioli e vuotino la stiva… altrimenti il carico va in malora!” grida Cristofalo

“E’ troppa, è troppa…” gli viene risposto

“Facciamo il possibile… è un danno grosso, ma restiamo calmi!” esorta Nicolò.

Pietro inizia le segnalazioni visive e acustiche, ringraziando Dio, nella disgrazia, per la vicinanza alla città e dirige le operazioni di avvicinamento al porto, che fortunatamente riescono senza troppe tribolazioni. Varie imbarcazioni vanno loro incontro, circondano la Querina e la spingono al posto giusto. La luce dell’estate imminente li aiuta a svuotare la nave: tutto il carico è salvo! Intorno alla caracca ferita c’è un consulto di calafati: il timone è uscito dalla sua posizione e sicuramente la chiglia è rotta in più punti. Già dall’indomani cominceranno le riparazioni. L’equipaggio è a terra: occorre cercare un riparo provvisorio per la notte e dal giorno dopo un alloggio per tutti per almeno quattro/sei settimane.

 

3

Si riprende il mare

Diario di bordo

14 luglio 1431

Dopo quarantuno giorni la Querina, con l’aiuto di Dio Padre Onnipotente e della Beata Vergine Maria,  può finalmente riprendere il largo, lasciando Cadice alle sue spalle. Il tempo delle riparazioni è stato lungo e ingente la somma che ho dovuto sborsare per pagare i calafati. Per fortuna gli uomini hanno sopportato bene questo lungo periodo di sosta, in certi casi anche troppo bene, perché alcuni, dimentichi dei propri doveri di mariti o di compagni, hanno intrecciato relazioni con donne spagnole, con tutte le conseguenze che ne possono derivare. Inutili in molti casi sono stati i miei appelli alla moderazione e alla prudenza. Mi auguro che non abbiano seminato bastardi ovunque… i frutti, se ci saranno, si vedranno la prossima primavera…

Continuiamo ad avanzare in direzione nord ovest, costeggiando l’ultimo tratto della Spagna, prima di addentrarci in territorio portoghese: sono colmo d’ammirazione per questo piccolo Paese affacciato sull’Atlantico, che tanto si dà da fare. Onore dunque ai suoi Re Navigatori – specialmente all’ottimo Enrico – che, vista la posizione della loro Nazione, guardano oltre, aldilà del mare, e chissà che un giorno non riescano a diventare una potenza marittima degna di grande rispetto.  Intanto, proprio per evitare le interferenze dei regni di Castiglia e d’Aragona, hanno creato una miriade di porti e di empori commerciali lungo la costa, commerciano regolarmente con l’Inghilterra, le Fiandre, le città della Lega Anseatica… poi hanno cacciato i Mori con l’aiuto dei Crociati e dei Cavalieri Templari, ma, con intelligenza e perspicacia, hanno mantenuto buoni contatti con alcuni stati islamici… hanno accolto matematici e scienziati arabi, hanno fondato centri di ricerca, hanno appreso straordinarie tecniche navali da loro… infine, come se non bastasse, senza tralasciare di difendere l’indipendenza della propria Patria, hanno seminato possedimenti d’oltremare ovunque!

Puntiamo verso Huelva, l’ultima città spagnola prima della terra portoghese, che mi è capitato di visitare una volta nei passati viaggi e che ricordo bene per via delle sue case decorate con le azulejos… è un’eredità araba alla quale non hanno rinunciato nemmeno quando i Mori se ne sono andati.

Speriamo, per intercessione di tutti i Santi, di non avere altri problemi di navigazione. Ho accorciato i turni dei timonieri per dar loro più riposo e ricambio, dopo l’increscioso episodio della secca di San Pietro. Mi corico sperando in un sonno ristoratore. Ma prima mi guardo le stelle: che ci siano benigne, in questa notte di luna nuova!

La navigazione riprende il suo ritmo: la Querina risponde bene alle sollecitazioni dell’acqua procedendo nella giusta direzione per alcuni giorni; poi, lentamente ma con costanza, si afferma un vento rabbioso, contrario ai voti dei marinai, che spinge la caracca lontano dalla costa: non c’è governo di vele o di timone che possa guidarla. Sembra che Eolo in persona soffi sull’imbarcazione il suo vento malefico che fa perdere la visuale dell’orizzonte terrestre, concedendo allo sguardo smarrito dell’equipaggio solo la vista del mare, davanti, dietro, a dritta, a manca: un mare cattivo, nemico, pauroso. Invece che a nord, si ritrovano a sud ovest, per giorni e settimane, come impietosamente conferma la bussola, lontani dalla costa africana, sempre più al largo, fino ad avvistare quelle isole che incutono timore ai naviganti, le Canarie, scogli sparsi nell’Oceano, terre sconosciute, ostili, attorno a cui fioriscono leggende inquietanti, che tolgono il sonno e il respiro. Inutilmente Pietro cerca di convincerli che si tratta di storie sciocche, senza nessun fondamento, che si approfittano dell’ignoranza dei marinai:

“Quasi un secolo fa sono state esplorate dai Portoghesi, che avrebbero voluto conquistarle, ora è la Castiglia che gliele contende… sembra che la popolazione sia pacifica, qualche resoconto di viaggio parla di uomini e donne che vivono seminudi, non conoscono armi, non hanno nemmeno una lingua comune tra gli abitanti delle varie isole… praticano l’agricoltura… potremmo avvicinarci, tentare di scendere e rifornirci di prodotti freschi, dato che le scorte si riducono rapidamente…”

“No, no, no…” si sente da più parti

“Andiamo via… ridurremo il cibo, l’acqua e il vino… ma non vogliamo saperne di queste isole!” azzarda qualcuno

“Sì, sì, facciamo così, andiamo via, ora che il vento sembra girare dalla parte giusta!!”

Pietro, Nicolò e Cristofalo si scambiamo un’occhiata d’intesa, poi il comandante dà il suo assenso all’allontanamento.

“Hai fatto bene, capitano…” gli dice poco dopo Nicolò a quattr’occhi “si rischiava l’ammutinamento! Contro la superstizione non c’è ragionamento che valga! E noi marinai siamo tanto superstizioni…”.

Finalmente il vento propizio si rafforza, finalmente si può volgere la poppa alle Canarie e indirizzarsi verso la direzione giusta, smarrita da quasi un mese e mezzo. I tre uomini più importanti della Querina consultano bussola, sestante e astrolabio: si deve capire esattamente il tempo che si sta vivendo e il luogo dove ci si trova,  per volgere la prua dove si deve, confidando nella clemenza delle stelle.

Per settimane tutto fila liscio, sembra che la Fortuna, la dea bendata, voglia risarcirli delle tribolazioni che hanno dovuto sopportare negli ultimi due mesi. Piano piano risalgono la costa africana, avvicinandosi alla penisola iberica: puntano su Lisbona, la bianca città scintillante al sole e protesa sull’Oceano. Quasi un miraggio, per loro, dopo tante pene. Dall’Atlantico imboccano dunque l’estuario del fiume Tago e in breve si ritrovano nel porto: c’è posto, vengono ben accolti. E’ il 29 agosto, il clima è buono, il caldo temperato dal vento fresco che viene dal mare. Tutto l’equipaggio tira un sospiro di sollievo. Finalmente terra, finalmente il consorzio umano, il brulichio della vita, la gente, le donne: le prime ore non riescono nemmeno a camminare sicuri, sembra impossibile che i piedi non poggino su una superficie instabile, che non sia necessario mantenere l’equilibrio allargando le gambe e dondolandosi.

La Querina è affidata a mani esperte, per rimetterla in sesto dopo un mese e mezzo d’Oceano. Sono fatti i rifornimenti, comprese frutta e verdure fresche, di cui si sono dimenticati il sapore e la bontà.

Ripartono dopo una settimana, a malincuore. Navigano lungo la costa, sotto i loro occhi sfilano ridenti cittadine rivierasche baciate dal sole: Santarém, Leira, Coimbra, Aveiro, Porto, Braga,Vigo. Sembra una passeggiata. Ancora più a nord si ritrovano nuovamente in territorio spagnolo, vicini al più famoso santuario d’occidente, Santiago de Compostela, dove confluiscono da tutta Europa pellegrini col mantello, il bastone e la conchiglia in mano, per raccattare acqua alle sorgenti. Impossibile non fermarsi.

La sosta al santuario è piena di commozione: si chiede misericordia, protezione, un buon proseguimento del viaggio, la fine delle disgrazie. Mai si erano visti marinai tanto accorati all’altare di San Giacomo come gli uomini della Querina.

4

In balia delle onde

Si riprende il mare, fiduciosi della protezione del santo apostolo. E’ il 14 settembre: si supera Capo Finisterre e si procede secondo la rotta stabilita; l’umore è buono, si è ben oltre la metà del viaggio e si confida di arrivare presto nelle Fiandre, ma proprio all’imbocco dei canali, tutto cambia: comincia a soffiare un vento impetuoso e ostile, che allontana dalla costa; nuvoloni neri, carichi di elettricità ingombrano il cielo, comincia a piovere furiosamente; lampi e tuoni si alternano vicinissimi, perché il temporale è proprio sopra la Querina e il mare, gonfio e ansimante, non dà requie; il timone non resiste e cinque perni che lo tengono in posizione si rompono: nel terrore e nella concitazione del momento, cercando di mantenere la lucidità necessaria, Pietro ordina di aggiustarli con altrettanti cavi. L’operazione sembra riuscita, ma quanto si potrà resistere? Intanto la bufera spinge senza pietà verso ponente, vicino all’estremità sud occidentale dell’isola d’Irlanda. La buona sorte sembra abbandonare la nave: il vento tanto invocato, quello che la riavvicinerebbe alla costa latita per giorni e settimane. La bassa pressione la perseguita, una burrasca segue l’altra: la povera caracca sembra un guscio di noce in balia delle onde. L’equipaggio è avvilito, ma i tre uomini che lo guidano cercano in tutti i modi di allontanare il terrore e l’abbattimento:

“Ce la faremo, ce la faremo! Ne abbiamo passate tante, passeremo anche questa! Abbiate fede, coraggio e audacia!” li scuote Pietro

“I venti contrari non possono durare sempre! Lo sapete, ma abbiate fiducia!” rincara la  dose Cristofalo

Ma il malcontento e la stanchezza serpeggiano tra gli uomini.

“Domani è Santa Caterina, anche lei protettrice dei marinai! Invochiamola” esorta Nicolò.

Passata una nottata senza agitazione, l’indomani ricomincia il calvario: il vento si leva con impeto, il mare lo asseconda;  l’acqua furiosa si porta via le pale che sono state apposte a rinforzo del timone e gran parte della vela migliore, che, strappata, galleggia miseramente sulle onde, sotto lo sguardo atterrito  degli uomini. Anche Pietro si sente abbandonato dalla vita, il suo cuore è triste come un funerale,  pensa davvero che sia arrivato il tempo della sofferenza e della morte, ma è il capitano, deve fare il suo dovere: rincuorare gli altri, spargere parole di conforto, come i contadini d’autunno spargono il seme nei solchi. Decide di razionare il cibo in maniera uguale, fra tutti: anche lui mangerà come gli altri. Ordina che siano distribuiti un po’ di viveri anche di notte, per tenere in forza i suoi uomini, che non riescono a dormire. Poi, nella sua cabina, prega, fa atto di contrizione, si pente dei suoi peccati, tenta di salvare almeno l’anima se non può salvare il corpo. Mille immagini scorrono nella sua mente: si rivede bambino, a Venezia, a giocare tra calli e campielli, poi giovane uomo assetato di vita, d’azione, d’amore; rivede le donne della sua vita, la madre, le innamorate, le amanti, la sposa lasciata a Candia; rivede le sue vigne di Malvasia inondate di sole, il brillìo del Mediterraneo d’estate, i prati di primavera; rivede gli amici, le gozzovigliate, gli scherzi dati e ricevuti, le risa e il pianto; risente gli stornelli sotto la casa della bella di turno, il chiasso dei bimbi, le voci dei genitori. Un infinito struggimento lo assale: perché morire a trent’anni?

La tempesta continua, la Querina si inclina su un fianco, le onde l’assalgono, si ritirano e la coprono di nuovo: tutti cercano di levare l’acqua, anche con le mani; poi, per alleggerirla, decidono di  buttare a mare albero e sartie. Pietro guarda con gli occhi umidi la sua nave nuda e sguarnita, stanca del tormento del mare, arresa al peggio.

Per tentare di restare fermi ordina che si leghino quattro corde per aggrapparsi all’uncino dell’ancora. In queste condizioni trascorrono un giorno e una notte tra pianto e lamenti.

Poi, tre giorni dopo, il 17 settembre, la decisione più sofferta, l’abbandono della nave. Pietro grida per farsi sentire:

“Fratelli, se restiamo sulla Querina annegheremo tutti, dobbiamo mettere in mare le scialuppe e dividerci. Ma sapete che una è più grande e robusta, l’altra più piccola. Inutile che vi dica qual è più sicura… affidiamoci alla sorte per sapere chi deve salire sullo schifo e… sia fatta la volontà di Dio!”.

Gli undici uomini destinati allo schifo prima protestano e poi tacciono vinti: hanno lo sguardo degli agnelli destinati al macello. Il capitano e i suoi ufficiali sono nel gruppo dei quarantasette. Tra i singhiozzi, i due gruppi si abbracciano e si dividono. Il buio è pesante come pece. Non è passata nemmeno mezz’ora che l’imbarcazione più piccola sparisce, inghiottita dall’acqua: soltanto l’eco di qualche grido resta appeso al cuore in tumulto dei compagni più fortunati.

Ma anche la lancia deve fare i conti con la forza del mare, che strappa via il timone e li lascia persi, in balia delle onde. Allora Pietro ordina che si alleggerisca l’imbarcazione: si buttano via acqua, cibo e perfino vestiti; quel che resta da distribuire è mezza tazza di vino al giorno e dopo, per chi ha ancora sete, c’è solo l’acqua di mare. Ma questa avvelena, brucia le viscere, uccide. Alcuni cominciano a cadere come fanno gli uccelli per il gelo, uno dietro l’altro: per sepoltura, non gli si può dare che l’Oceano.

La sete è il tormento più grosso: cominciano a bere le loro stesse urine, che però sono scarse proprio perché non ingeriscono abbastanza liquidi. Sono fradici e il freddo infierisce su quei poveri corpi smunti e rattrappiti, non c’è verso di dormire anche se il buio e la notte durano ventidue ore al giorno. La morte è onnipresente, non abbandona mai il povero naviglio alla deriva ed è particolarmente crudele: si prende i moribondi solo dopo che hanno sofferto fino allo spasimo i tormenti del gelo e della sete e, con l’ultima forza rabbiosa, hanno tentato di azzannare le carni dei compagni vicini.

Pietro continua, pur tra mille impedimenti, ad annotare qualcosa sul suo diario: è una disciplina che s’impone per non impazzire e anche per lasciare una testimonianza a chi troverà la scialuppa con i loro resti. Al dodicesimo giorno, i morti sono ventisei. Lo sparuto drappello dei superstiti dispera ormai di sopravvivere, quando qualcuno che sta a prua lancia un grido: “Laggiù, laggiù a sopravento… un’ombra!”.

 

5

L’isola

    Speranzosi, riprendono vigore, afferrano quel che resta dei remi, si dirigono verso terra col vento in poppa che li asseconda, evitando le secche e anzi quasi sollevati dalla spinta del mare, che li conduce verso l’unico pezzo di sabbia di un isolotto scosceso. La prua tocca terra: roche grida di giubilo si mescolano al rumore della risacca, al sibilo del vento, alla pece delle tenebre. Scendono logori e stanchi come uccelli migratori alla fine del loro viaggio. Si accorgono, pur nell’oscurità, della candida coltre di neve che ricopre tutto: allora vi si avventano e cominciano a inghiottirla per placare il supplizio della sete. A Pietro pare che sia quella la felicità e la salute. Ma a distanza di poche ore, sei di loro muoiono, forse per tutta l’acqua di mare ingurgitata in precedenza. Non vengono seppelliti, è impossibile, restano tra i vivi, protetti dal freddo, che non li decompone.

I sopravvissuti, tanto più famelici di vita in quanto ammoniti dalla costante presenza della morte accanto, calcolano approssimativamente la loro ubicazione: sempre dirigendosi verso nord est e  considerando un percorso di cinque miglia all’ora, devono essersi spostati di circa duemila miglia: dunque la latitudine deve essere quella del Circolo Polare Artico!

L’isola pare deserta e inospitale, ma è impensabile rimettersi in mare: la scialuppa ha resistito a troppe tempeste, non è più possibile farla navigare ancora Che fare allora di quel legname?

“Costruiamo due capanni!” propone qualcuno. Il suggerimento viene accolto.

Ce la fanno a issare due tuguri, uno più grande, per tredici persone, l’altro per i rimanenti cinque. Il resto della legna viene utilizzato per fare fuoco all’interno dei capanni senza finestre. La fame però li tormenta: quando arriva la poca luce a cui hanno diritto per l’intera giornata, raccolgono vermi, chiocciole, conchiglie, erbe, ma non si saziano mai. Stanno seduti in cerchio attorno al fuoco, ma, guardandosi, provano un orrore reciproco, per l’aspetto bestiale che hanno assunto; così si squadrano senza nessun affetto, concorrenti dello scarso cibo a disposizione e ciascuno specchio all’altro del degrado comune. A peggiorare le cose, la pece bagnata sulla legna produce così tanto fumo che viso e occhi si gonfiano e dolgono rabbiosamente. La desolazione, la disperazione li opprimono: possibile essere giunti fin là, aver visto morire cinquanta dei propri compagni, per morire adesso di stenti? Malgrado tutto, Pietro continua a scrivere con caparbietà, annotando i particolari di ogni giornata, per differenziarla dalle altre. Giunti al tredicesimo giorno dall’approdo, il fedele servitore del capitano fa una scoperta che li rincuora tutti. Tornando da un giro di perlustrazione, tutto agitato si mette a gridare:

“Ho visto una casupola!! Ho visto una casupola e intorno sterco di mucca!!”

“Allora vuol dire che ci sono dei pastori! Che c’è qualcuno in quest’isola maledetta!”

“Non ora che fa troppo freddo… che c’è la neve… ma ci sono stati…”

“Ma potrebbero non tornare… dov’è la bella notizia?...” gli urla qualcuno esasperato dalla delusione

“Torneranno nella bella stagione!” interviene Cristofalo

“Quando saremo tutti morti…” conclude sconsolato un altro.

Allora interviene il capitano:

“Compagni, cerchiamo di essere razionali! E’ bene o no che abbiamo trovato questa casupola? Io credo proprio di sì! Ci possiamo trasferire là e abbandonare questi due tuguri… poi, è molto probabile che se in passato qualcuno c’è stato, abbia voglia di ritornarci, magari quando si allenta un po’ la morsa del freddo… e ancora: se quest’isola è stata frequentata da allevatori, vuol dire che qualche altra isola nelle vicinanze è abitata… non vi sembra logico il ragionamento?”.

La fiammella della speranza si riaccende in molti sguardi alle parole di Pietro:

“Sì, è vero!” esclama qualcuno

“Può darsi…” concede qualcun altro.

Così, rinfrancati, decidono di trasferirsi verso l’interno dell’isola, nella casupola, che, rispetto ai due capanni abbandonati, sembra quasi un’abitazione. Il freddo continua a mordere, la neve scende copiosa, le raffiche di vento non smettono di soffiare, ma almeno, lì dentro, addossati l’uno all’altro per scaldarsi, sono più riparati.

La tortura più grossa resta però la fame: un rovello incessante che non solo contorce le viscere e annebbia la vista, ma impedisce anche di dormire. Così l’indomani, appena il chiarore rende possibile scorgere l’ambiente circostante, i dirupi su cui si sono arrampicati per arrivare fin là, il mare in lontananza, tutti scendono nuovamente verso la spiaggia, a cercare qualcosa di commestibile da masticare per alleviare quel tormento. Uno di loro, che si è allontanato più degli altri, a un certo punto grida:

“Un pesce, un pesce sulla battigia!... è grosso, è enorme…”

“Che dici?...che pesce?” gli risponde più d’uno non credendo alle proprie orecchie

“Venite, venite…”.

Pur debolissimi, i compagni arrancano verso di lui e si riempiono gli occhi dello spettacolo più desiderato in quel momento: un enorme pesce giace senza vita sulla riva, morto chissà perché poco prima, dato che non esala nessun cattivo odore, grande, grasso, bellissimo:

“Il pesce maiale!” esclama  Nicolò

“Dio misericordioso, ti ringraziamo!” si getta in ginocchio Pietro, le mani giunte, lo sguardo al cielo “questo è un segno della tua grazia, il segno che ci vuoi vivi, che non ci farai morire su quest’isola deserta!”.

Con quel pesce, mangiando tutti a sazietà, si cibano per nove giorni.

Poi, senza che nulla cambi – l’orizzonte sempre deserto, il tempo inclemente che non cede – ritorna la fame e la disperazione.

Fino ad una mattina, che il capitano segnerà sul suo diario, come il giorno della loro rinascita.

6

L’isola di “Rusente”

   A sei miglia dal luogo su cui i naufraghi sono approdati, c’è un’isola più grande e ospitale, abitata per lo più da pescatori e allevatori. Esattamente un anno prima uno di loro aveva perso due vitelli, li aveva cercati ovunque inutilmente e poi si era rassegnato alla loro perdita. Non così un suo figliolo che una di quelle notti sogna che quei vitelli si trovano nell’isoletta disabitata, poco distante dalla loro:

“Padre, andiamo a cercarli là” prega il padre

“Ma che dici, figlio mio? Come ci sono arrivati i vitelli, a nuoto?”

“Padre, ti prego, io sento di doverci andare… anche se capisco che non bisogna dar retta ai sogni, io non avrò più pace se non vado…”.

Data l’insistenza del ragazzo, l’uomo cede: è un bravo giovane quel figliolo, ha solo sedici anni ma è un gran lavoratore e ha la testa sulle spalle. Perché non accontentarlo?

Così, una mattina all’alba, oltre il sognatore, chiama a raccolta gli altri due figli: prendono la barca e remano verso l’isoletta. Avvicinandosi, vedono del fumo uscire dalla sommità della casupola che ben conoscono, avendola usata d’estate per il ricovero degli animali. Che ci sarà mai in quel posto sperduto, non toccato dalla grazia di Dio? Approdati, si dirigono dunque verso quel luogo.

Cristofalo è il primo a sentire dopo tanti mesi una voce umana diversa da quella dei suoi compagni: non crede alle proprie orecchie; anche se non capisce nulla di quei suoni, gli sembra un miracolo. Va incontro a quell’uomo, a quei due ragazzi: gli sorride, allarga le braccia, mima affetto e ospitalità. I tre, al vedere prima lui, lacero e sporco, e poi gli altri che via via escono dalla casupola in condizioni altrettanto meschine, sulle prime si spaventano e fanno quasi per ritornare sui propri passi, poi, capendo  quanto sia gradita la loro presenza per quei poveretti che si agitano a indicare la condizione di pericolo e il bisogno di aiuto in cui si trovano, si avvicinano, parlano tra di loro, si rivolgono al gruppetto ricambiando gesti di cortesia. I vitelli sono dimenticati, ma il ragazzo dice al padre che hanno  avuto ragione a spingersi fin là e che è loro dovere aiutare quella povera gente. Confabulano per un bel po’, poi fanno capire a Pietro che vogliono portare con sé almeno due di loro – di più non possono, data la piccolezza della loro barca – e che ritorneranno l’indomani con altre barche a prenderli tutti.  La speranza della salvezza illumina gli sguardi di tutti, annuiscono con la testa, dicono di sì, sì, sì, non riescono a trattenere la gioia e il pianto di consolazione. Il comandante Pietro manda i suoi ufficiali, Nicolò e Cristofalo, e raccomanda loro di spiegare bene agli abitanti dell’isola di Røst – per loro veneziani Rusente – chi sono e le loro pacifiche intenzioni.

L’arrivo sull’isola di quei due poveri ospiti smunti e laceri rompe la monotonia delle giornate sempre uguali, attraversa come una scarica elettrica i suoi centoventi abitanti, li fa sostare per l’intero pomeriggio nei pressi dell’abitazione di chi li ha salvati, nel tentativo di capire chi sono, da dove vengono, come hanno fatto ad arrivare incolumi fino a lì. A qualcuno viene l’idea di andare a chiamare il loro sacerdote che, sapendo il latino, può comunicare forse con loro, che – questo lo hanno capito – vengono da Venezia! Certo che conoscono Venezia! Chi non ne ha mai sentito parlare? Impossibile, anche al circolo polare artico!

I due ufficiali guardano come un’apparizione celeste quella gente ospitale, quelle case circolari. L’unica nota stonata è il forte odore che sentono nell’aria. Allora si guardano intorno e vedono accanto a ogni abitazione decine e decine di pesci sventrati e scapati messi ad essiccare al vento e al sole come fossero panni stesi a asciugare. Dalla forma e dalla grandezza li riconoscono: sono merluzzi!

Arriva il prete, ha un aspetto gioviale: la conversazione con qualche fatica procede. Cristofalo e Nicolò non sanno molto di latino, ma un po’ di scuola l’hanno fatta e quei suoni, rispetto alla scontrosità di quelli nordici, sono familiari, domestici, profumano di casa. Riescono a far capire le disavventure e i drammi patiti, il numero dei compagni morti, il miracolo di essere approdati su un’isoletta vicina a Rusente, la necessità di andare a recuperare il resto degli amici. Il prete, commosso dal racconto, li rassicura e li invita a seguirlo in canonica, dove potranno ripulirsi, avere vestiti, rifocillarsi. Molte persone si offrono di aiutare il sacerdote:

“Non ce n’è bisogno ora, che sono soltanto due… avrete modo nei giorni che verranno di esercitare la vostra carità! Ne parlerò domattina in chiesa, mi raccomando venite tutti!”.

Per i due uomini, la canonica è il paradiso: dopo settimane di patimenti, di freddo, di fame, di paura, di vicinanza con la morte, ora riassaporano la vita: hanno la possibilità di lavarsi, di radersi, di pettinare e legare i capelli allungati, di mettersi addosso vesti pulite, di mangiare davvero. Cercano di contenersi nell’appagamento di quei bisogni per tanto tempo repressi, ma il prete intuisce lo sforzo, li incoraggia a servirsi del cibo, ma senza strafare, sennò possono sentirsi male:

“Non manducaste per multum tempus… nolite exaggerare!”.

Poi, quando li vede sazi, cerca di raccontare il posto in cui si trovano: l’arcipelago delle Lofoten, di cui le isole che conoscono fanno parte, conta trecentosessantacinque isole, come i giorni dell’anno… Rost, o come dicono loro, Rusente, dista un cinquantina di miglia marine dalla terraferma… è il regno degli uccelli marini: pulcinelle di mare, gabbiani e cormorani…  l’attività principale degli abitanti, come hanno potuto vedere, è la pesca, soprattutto del merluzzo, che viene essiccato e commercializzato. La gente è semplice, rude, generosa.

I tre uomini parlano a lungo dopo cena, scaldati dalla vampa del fuoco: Nicolò e Cristofalo ascoltano, rispondono pur tra mille difficoltà comunicative, rinnovano la richiesta di andare subito a soccorrere i compagni che soffrono ammassati dentro la casupola dell’isoletta di Sandoy… ora sanno il suo nome. Il sacerdote li rassicura. Infatti, l’indomani mattina, rallegrati dal suono della campana della piccola chiesa, rinfrancati dal primo sonno ristoratore dopo mesi di veglia, varcano la soglia della modesta costruzione, accolti dai sorrisi dei paesani già pronti ad ascoltare la loro storia. Pendono dalle labbra del prete, che, infatti, dopo alcune letture dal Vecchio e dal Nuovo Testamento, scelte per esaltare l’aiuto divino nello scampare i pericoli, si rivolge loro con una lunga omelia tutta incentrata sulla narrazione del miracoloso naufragio dei veneziani. Nicolò e Cristofalo non capiscono le parole, ma dai sentimenti dipinti sul volto dei fedeli e dalle loro espressioni accorate misurano la capacità di coinvolgimento emotivo nella vicenda suscitata dall’oratore. Al termine della funzione, il sacerdote spiega loro che tra qualche ora salperanno dal piccolo porto sei barche colme di cibo e di bevande che riporteranno in giornata i naufraghi a Rost.

Pietro e i compagni di sventura attendono con agitazione crescente l’arrivo dei sospirati aiuti. Quando Nicolò e Cristofalo si sono allontanati con la barca, ciascuno ha desiderato essere al loro posto e avvertito come insopportabile trascorrere un giorno, un’ora, un minuto di più su quell’isola. Ma le ore sono trascorse, il giorno ha lasciato il posto alla notte e poi questa nuovamente al giorno; ora l’attesa si fa spasmodica. Qualcuno arriva  a dubitare dei suoi ufficiali, Pietro lo zittisce d’imperio. Finalmente, dopo essersi ripuliti meglio che possono con un po’ di neve sciolta e intiepidita, ravviati con le mani i capelli e le barbe incolte, già tutti schierati lungo la battigia, scrutano l’orizzonte. Finalmente qualcuno grida: “Eccoli!”. E, in effetti, lentamente ai loro occhi attenti si palesano sei imbarcazioni, guidate ognuna da due uomini; navigano in parallelo, ben distanziate. Approdando si avvicinano: saluti, inchini, manifestazioni di gioia e di sollievo. Ci sono anche viveri e bevande. E coperte. Su quella spiaggia, pur in mezzo alla desolazione, alle tracce di neve, al freddo che non rinuncia a mordere, si improvvisano rapidi spuntini… poi, siccome la voglia di partire è comunque più forte della fame, si salpa infine!

 

 

7

Quattro mesi a Rost

   Pietro e i suoi uomini si sentono come i condannati a morte, già col cappio al collo,  a cui una spada provvidenziale taglia quel nodo e li fa nascere un’altra volta; ognuno reagisce a quella forte emozione secondo il proprio carattere: chi con la loquacità, chi con il silenzio velato di lacrime, chi ridendo, chi piangendo.

Arrivando, vedono una dozzina di case circolari, a forma di capanna: gli abitanti sono sulla riva ad accoglierli festanti. Vengono affidati ad altrettante famiglie: le abitazioni sono confortevoli, riscaldate da bei fuochi al loro interno, con il lucernario protetto da pelli di pesce lavorate in modo da far penetrare la luce ma non il freddo. Vicino ad ogni casa sventolano, appesi ai pali, merluzzi stesi ad essiccare. Le persone sono di bell’aspetto, pulite, cordiali nei modi, generose; si sforzano di farsi capire e ci riescono: cercano di raccontare la loro vita, la pesca, i commerci, il lungo inverno, l’interminabile estate. Non chiudono mai la porta, perché si fidano gli uni degli altri; gli uomini non sono gelosi delle loro donne e queste si mostrano con grande innocenza nella loro nudità anche agli sguardi stranieri, quando si spogliano nell’andare a dormire o per lavarsi. Per quei mediterranei i costumi dei nordici sono incredibili e meravigliosi: vi ravvisano una purezza ignota alla loro mentalità levantina. Pietro ha dal sacerdote della comunità, parlando in latino, la maggior parte delle informazioni: viene così a sapere che l’economia dell’isola si basa sulla pesca e l’essiccazione del merluzzo a cui, dopo il trattamento, viene attribuito il nome di stoccafisso; che questo pesce così conservato viene molto apprezzato e venduto nel grande porto di Bergen distante mille miglia dall’isola, nel mese di maggio, quando la navigazione è più facile e  il sole non tramonta per quarant’otto ore; che dalla vendita del pesce gli abitanti dell’isola ricavano i soldi necessari ad acquistare tutto quello che serve loro per un anno intero, fino al viaggio seguente, perché a Bergen confluiscono, specialmente in quelle settimane benedette dal bel tempo, mercantili provenienti dalla Germania, dall’Inghilterra, dalla Svezia. Il sacerdote spiega anche le particolari condizioni meteorologiche di un’isola tanto nordica, oltre il circolo polare artico: da novembre a febbraio spadroneggia un’oscurità che può durare fino a ventuno ore, ma senza che la luna sparisca mai del tutto; da maggio ad agosto, al contrario, sempre luce, con il sole, o almeno parte dei suoi raggi, padrone del cielo. E poi ci sono i compagni fedeli degli abitanti: migliaia e migliaia di uccelli marini che col candore delle loro penne e il rumore dei loro stridi diminuiscono il senso di isolamento e di lontananza dal resto del mondo. Pietro gioisce di quei racconti: mai e poi mai avrebbe ipotizzato di conoscere tanto da vicino persone così lontane dalla sua Venezia, e così semplici e pure di cuore. Per questo chiede a quell’uomo degno di potersi rendere utile insieme ai suoi marinai in quei mesi che resteranno a Rost, in attesa di partire per Bergen, a maggio, e da lì tentare il ritorno in patria. Lui spiega che potrebbero, da esperti di mare, aiutare nella pesca e anche nella lavorazione del merluzzo.

“Volemus nostram operam dare!” assicura Pietro.

Il sacerdote è d’accordo, ne parlerà l’indomani con i suoi fedeli: lavorando, essi non solo potranno sdebitarsi dell’accoglienza, ma anche permettersi l’acquisto di un certo numero di stoccafissi da rivendere a Bergen, racimolando i soldi per il ritorno, oppure, se ce la fanno, possono portarsene qualcuno fino a Venezia – così secchi si mantengono per tempi lunghissimi – e farli conoscere apprezzare anche laggiù!

In questo stato di grazia, custoditi, accuditi e curati, gli uomini della Gemma Querina trascorrono l’inverno: lavorano con i pescatori, aiutano nelle operazioni di pulitura e essiccazione del merluzzo, si danno da fare nel disbrigo delle mille incombenze quotidiane, giocano con i bambini, si innamorano di qualche bella ragazza. Poi, via via che le giornate s’allungano e si avvicina il grande viaggio per Bergen, si dedicano con i nativi alla preparazione del brigantino che li porterà via dall’isola.

A fine maggio, il giorno della partenza, con il carico di stoccafissi sistemati a dovere – una sessantina sono frutto del lavoro dei “venezioni” – con l’equipaggio indigeno di sei persone e Pietro e i suoi uomini pronti per salpare, il porticciolo si riempie di tutti gli abitanti di Rost. La commozione è palpabile: le donne e i bambini piangono come fontane e, al vederli così dispiaciuti, anche loro non riescono a trattenere le lacrime. Sventolii di fazzoletti, addii gridati in norvegese e in veneziano. Finalmente il brigantino prende il largo, spinto dai rematori, e comincia la sua navigazione.

Li accompagna una luce abbagliante che non viene mai meno: il disco solare non tramonta per due giorni, solo quando si spostano verso sud, un po’ dei suoi raggi si perdono… ed anche quello è un ristoro. La barca prosegue per canali dritti e sicuri, tra le isole dell’arcipelago. A circa duecento miglia da Rost, si imbattono in pezzi di legno galleggianti: Pietro e i suoi uomini si guardano, tutti pensano la stessa cosa, ossia che si tratti dei resti dello schifo che ospitava i loro disgraziati compagni di sventura. Perché, riflettono molti di loro, il destino è così inflessibile con alcuni e misericordioso con altri? Per quali meriti, loro, seppure dopo tante tribolazioni, il freddo, la fame, il terrore della morte, ora sani e salvi, in giornate piene di luce, possono navigare tra gente amica alla volta di una bella città portuale del Nord Europa, sperando di rimettere presto piede a Venezia, mentre i compagni partiti insieme da Creta, con le stesse paure e speranze nel cuore, giacciono ora in fondo al mare, sagome informi ricoperti di alghe, cibo per pesci, fantasmi per naviganti paurosi?

Molte delle isole in cui s’imbattono sono abitate: in quel caso fanno sosta e ovunque sono ben accolti. Il prete, che è con loro, racconta la storia del naufragio degli undici ospiti del brigantino e, alle sue parole, la pietà e la compassione si manifestano in quelle brave persone con offerte di cibo, di latte, di pesce per tutti. In una di tali soste incontrano un arcivescovo in visita pastorale che si commuove talmente al racconto di tali peripezie, da scrivere un’accorata lettera alle autorità di Trondheim, dove devono fermarsi, perché li accolgano benevolmente. Infatti, appena in città, qualcuno li guida ad una chiesa bella e decorata dedicata a Sant’Olaf re di Norvegia dove il prete, letta la missiva dell’arcivescovo e sempre comunicando in latino, dopo essersi fatto raccontare nei particolari la loro storia, li indirizza al nobile veneziano Zuan Francesco, che abita, circondato dalle sue terre, in un castello a cinquanta giorni di cammino da lì. Oltre alla gioia di vedere un loro connazionale importante e a soggiornare per qualche tempo in un quel bel posto come loro ospiti, potrebbero essere sostenuti e aiutati a rientrare in condizioni dignitose a Venezia. A Pietro e ai suoi compagni sembra un bel suggerimento. Con l’aiuto della comunità, vengono offerti tre cavalli e una guida; partono in dodici. Lungo il cammino, accanto alle scorte di cibo e di bevande che si sono portati, hanno la consolazione di vedersi offrire dagli abitanti di quei luoghi non solo pani di corteccia passabili di gusto, ma soprattutto una grande disponibilità al soddisfacimento dei loro bisogni; così, per un viaggio di cinquantatre giorni, con tre cavalli da mantenere, spendono soltanto quattro fiorini. “Tutto il resto fu donato per amore di Dio” annota Pietro sul diario. Attraversano Vadstena, poi Stintiburbo… finalmente il tredici luglio possono abbracciare Francesco Zuan ed ascoltare da lui il dolce suono della loro lingua! Dopo giorni di perfetta ospitalità, il nobile signore, propone loro di recarsi insieme nella grande chiesa di Santa Brigida durante alcune sacre funzioni: tra tutta quella gran gente, forse potranno trovare chi potrà loro garantire, attraverso la Germania e l’Inghilterra, un passaggio per Venezia. Passano altri venti giorni di residenza al castello del cavaliere, poi, il tre agosto, prendono congedo da lui tra ringraziamenti, lacrime e abbracci. Su suo consiglio raggiungono Lodese, località di mare vicina a Goteborg, dove trovano in porto, come si aspettano, due navi, una diretta in Germania e l’altra in Inghilterra.

Si dividono dunque in due gruppi, data l’impossibilità di partire tutti insieme, dandosi appuntamento, commossi, a Venezia: l’esperienza comune ha cementato amicizia, solidarietà, fratellanza. Li ha resi uomini nuovi. Pietro continua ad annotare tutto sulle sue pagine: ogni giorno di quel lungo e tormentato viaggio deve avere testimonianza, a dimostrazione della crudeltà della sorte ma anche della imperscrutabile misericordia divina. La sosta a Londra dura due mesi: la potente compagnia dei mercanti veneziani che lì ha sede prende sotto la propria protezione lo sparuto gruppo dei connazionali. Li rivestono, li rimpinguano, li ricoprono d’ogni sorta di attenzioni: non si dica in patria che un veneziano non soccorre all’estero un compatriota!

La confusione di Londra non li sorprende, né le sue strade strette e tortuose, simili a quelle veneziane, ma quanto più bella è, ai loro occhi e al loro cuore, Venezia! Le accomuna l’acqua: quella della laguna là, quella del Tamigi qui. La voglia di ripartire è grande. Superato il canale della Manica e finalmente nell’Europa continentale, il viaggio prosegue a piedi e a cavallo… giorni e giorni di cammino, attraverso monti, valli, pianure e fiumi… hanno con sé, custodita come un tesoro, una parte del prezioso carico di stoccafissi provenienti da quell’isoletta sperduta nell’Artico, che è stata la loro salvezza. Sapranno i veneziani apprezzare il tesoro gastronomico che portano?

Mentre procedono, mille pensieri attraversano la loro mente: il desiderio di casa, la riflessione sull’esperienza trascorsa, il dolore per i compagni che non ce l’hanno fatta, lo stupore d’essere salvi… si sentono uomini molto diversi da com’erano alla partenza: più maturi, meno superficiali… sono passati nove mesi eppure sembrano trascorsi anni. Pietro, in particolare, pensa a com’era: un agiato mercante sicuro del suo successo e sempre pronto a moltiplicarlo, a costo di penalizzare affetti e sentimenti. Ora si rende conto del sacrificio richiesto alla sua sposa e si chiede se lei l’avrà aspettato… se lo augura ma, anche se non fosse così, accetterà senza lamentarsi i doni della sorte: vive, respira, sente sul viso il calore del sole, gli basta, ringrazia Dio di questo. E di poter rivedere i suoi canali, le sue gondole, il mormorio della laguna.

Quando arrivano,  le campane di San Marco sciolgono un canto di benvenuto e, alle loro orecchie, quella è la musica più bella che possano ascoltare.

 

 

 

 

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