Loredana Pasini
Madame Ophélie e i dodici anemoni

Titolo Madame Ophélie e i dodici anemoni
Autore Loredana Pasini
Genere Narrativa - Giallo, Noir, Poliziesco      
Pubblicata il 28/08/2020
Visite 1872
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Il libro si libera  N.  185
ISBN 9788893392143
Pagine 240
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ISBN EBook 9788893392150
Prezzo eBook 9,99 €

Firenze, 8 aprile 1492: in punto di morte Lorenzo de’ Medici consegna uno scrigno al figlio Giovanni.
Siena, 15 agosto 2010: le luci sul Palio si spengono e mentre la città festeggia una donna viene uccisa. La mattina seguente arriva da Mont Saint Michel Madame Ophélie

Nella cornice di una splendida Toscana, la donna si muoverà tra arte, moda, misteri, ricevimenti, omicidi, dipinti, enigmatiche e antiche lettere che la porteranno a riflettere sul senso della vita umana. In un incessante connubio tra passato e presente cercherà di svelare verità profonde, prima che per qualcuno sia troppo tardi...
 

8 Aprile 1492
Villa di Careggi
 
 
Percepì dei bisbigli provenire dall’oscurità. Immerso nel suo torpore, sollevò lentamente la testa dolente e cercò di mettere a fuoco l’immagine.
Con la coda dell’occhio Giovanni se ne accorse. Si girò di scatto e s’incamminò lentamente in direzione del letto del padre. Nella grande stanza riecheggiò il rumore stridulo dei suoi passi, accompagnato dal fruscio dello strascico cardinalizio. La sua imponente ombra oscurò per un attimo il viso tormentato di Lorenzo.
Strinse forte la mano del padre e la portò alle labbra in gesto di devozione e rispetto. Lo fissò negli occhi, in quegli occhi sempre più inerti.
Il corpo di Lorenzo era sofferente, madido di sudore. «Padre sono giunto a Voi con la speranza nel cuore».
Chiuse gli occhi in segno di risposta e accennò un breve sorriso. «Ho sete».
Giovanni strinse nella mano destra la coppa appoggiata sul tavolino in noce. Nel porla a Lorenzo un lampo attraversò il rubino incastonato nell’anello episcopale.
Sollevò la testa del padre quel tanto che bastasse a permettergli di appoggiare le labbra per bere a piccoli sorsi. La mistura di polvere di metalli preziosi e perle si addensò sul bordo del bicchiere. Il malato deglutì a fatica.
«Giovanni, mia cura e mio conforto, ti prego di ascoltare attentamente le mie parole». Lorenzo scrutò con lo sguardo oltre i drappi che pendevano dall’imponente letto rinascimentale.
«Fai in modo di rimanere soli».
Nella luce fioca dei candelabri che ardevano nel buio, Giovanni fece cenno a Pico della Mirandola e a Poliziano di uscire dalla stanza. Lorenzo sussurrò ancora qualcosa. La voce era bassa. Giovanni fu costretto a piegarsi e appoggiare l’orecchio vicino alla bocca del padre per riuscire a udire le sue parole.
«Si addensano grandi nubi all’orizzonte. Il nostro casato è in pericolo». A fatica si sfilò qualcosa dal collo. Lo strinse fra i pugni tremanti e lo consegnò a Giovanni. «Ora vorrei ciò che so di non poter più avere. Il tempo a disposizione non mi è stato sufficiente. La nostra famiglia beneficerà di un enorme privilegio, grazie al dono di chi con mirabile ingegno ha reso noto in Occidente coloro dei quali in passato si conoscevano soltanto i nomi. E con loro grazia e lustro hanno raggiunto la nostra città rendendola fiorente. Recati al ballatoio, ho dato disposizione che ti sia consegnato uno scrigno. Conserva con la dovuta attenzione ciò che tuo padre ti sta affidando. So che lo farai con rispetto e devozione», il suo corpo traboccò di sudore.
In preda agli spasmi Lorenzo cercò di mantenere il controllo su di un corpo che ormai non riconosceva più. Afferrò con forza le mani di Giovanni e quel calore ricevuto dal contatto parve infondergli un amabile conforto che giovò per un istante al suo stato. A fatica proseguì. «È giunta voce a Poliziano che il frate sta per giungere al mio capezzale con l’intento di donarmi la pace dello spirito, attraverso la redenzione dei miei peccati. Ma le sue mire si rivolgono altrove. Brama la fonte della nostra ricchezza e della nostra forza. La salvezza è ora rinchiusa nelle tue mani. Il dono più grande che qualunque uomo sia in grado di possedere. Confido in te, che l’illustre famiglia Medici sopravviva altempo e abbia un degno e riconosciuto posto nella storia».
«Padre, voi temete ciò che non dovreste temere, e questo, da quel straordinario singolare uomo che siete, non dovreste mai farlo. Ma se ciò che più vi preoccupa, sentite in cuor vostro con certezza avverarsi, sarà mia cura impedirlo con ogni mezzo. Dio vi salvi mille volte, mio magnifico padre. Rendiamo grazie a Dio, che nella sua infinita bontà volge tutto in bene. Voglia il cielo, o Padre mio che voi vi uniate a Giove, che vi è più caro di chiunque altro. Addio».
Grigie e funeree nubi si erano addensate sui cieli dell’intera, allora prospera Firenze. Il sole non s’intravedeva da nessuna parte. Piccolissime gocce picchiettavano dolcemente nelle grandi vasche del parco, annaffiando i profumati petali delle ninfee. Dalle finestre della magione si avvertiva il ritmo piacevole della pioggia.
Le lunghe ore passavano calme. Al crepuscolo il buio avvolgeva già tutto. Nella pace della villa si udirono strepitanti passi di sandali. Lorenzo spalancò gli occhi.
«Ègiunto a me».
Girò il volto e lo vide. La luce delle candele per un istante gli illuminò la faccia. L’ombra dell’enorme cappuccio nero la copriva a tratti. Il viso malfatto era pallido, marmoreo. I lineamenti duri e inespressivi. Quel cappuccio scuro, ruvido, si avvicinò al morente.
E mentre dischiuse le labbra sottili per parlare, Lorenzo intravide i denti fradici. Il respiro era aspro, rivoltante, malsano.
«Una sola certezza voglio offrirti in questo momento. Non mi darò pace fino a quando non riuscirò a trovare ciò che cerco, a costo di consegnare alle fiamme tutta la città. Tu morirai, nonostante tutto. Nessun dono, per quanto grande e potente possa essere, riuscirà a salvarti dal tuo destino. E non ci sarà nessuna redenzione che possa permetterti di cancellare i tuoi gravi peccati. Condanno te e la tua famiglia perversa alla dannazione eterna. Firenze sotto il tuo comando è divenuta covo di eccessi, fasti e lussuria. Io non permetterò che si vada oltre. E cancellerò tutta la tua stirpe. Fino all’ultimo discendente».
Lorenzo lo ascoltava, disgustato dal suo odore e tormentato dall’angoscia della condanna crudele che quest’essere stava pronunciando. Temeva il castigo divino più di qualunque altra cosa. Sentì il suo corpo svenire. Avvertì freddo, accostò a sé le coperte. Il corpo era lucido per il sudore.
Il perfido frate si allontanò in fretta stringendo fra le mani il crocefisso che portava al collo.
Nella loggia ad archi al pianterreno, tutti aspettavano con timore l’evolversi della situazione. Il silenzio e l’angoscia padroneggiavano nello spazio. Qui, dove in un passato non troppo lontano, Lorenzo e i suoi protetti trascorrevano momenti piacevoli dissertando sulla cultura neo-platonica.
Le ultime ore del Magnifico furono scandite dal ritmo delle litanie che provenivano dal porticato sotto la sua camera, interrotte talvolta dal frastuono lacerante dei tuoni che annunciavano il temporale.
In preda alla sofferenza Lorenzo provò a rialzarsi. Sentì di avere una forza improvvisa. Prese con tutte e due le mani il crocefisso, a capo del letto, ed esalando il suo ultimo respiro si accasciò su se stesso.
Lorenzo consegnò la propria anima a Dio. In quell’istante un’ombra passò attraverso le grandissime tele dipinte nel salone al pianterreno. Un fulmine colpì la palla dorata sulla cupola del Duomo. Una grande sventura stava per colpire Firenze.
 
 
Domenica 15 agosto 2010
 
 
Di colpo aprì gli occhi. La stanza e tutto intorno a lei girava vorticosamente. Gli incubi che avevano invaso il suo sonno erano stati a dire poco terrificanti e un’ansia spaventosa si era impadronita di lei. La sua mente non riusciva a essere di nuovo razionale. Un profondo silenzio interrotto solo dal suo respiro affannoso pervadeva la stanza. Si fece forza e cercò d’alzarsi.
Voleva raggiungere il camino. Le sembrava che il fuoco assumesse delle sagome strane, dalle sembianze quasi demoniache. Un istante di raziocinio la fece riflettere. Non riusciva a comprendere per quale motivo la sua fidata Betty avesse potuto avere la necessità di bruciare della legna nel camino in una giornata calda di agosto come questa. Le sembrò tutto così strano, si guardò intorno.
La stanza era illuminata solo da una fievole luce proveniente da una lampada lasciata accesa alle sue spalle che disegnava strani riflessi e ombre sui vari oggetti del salone. Girò di nuovo la testa verso l’imponente camino in pietra situato nel centro della parete, in fondo al salotto. Il fuoco non c’era più! Era scomparso, completamente sparito. Per un attimo pensò di essere impazzita.
Scostò la leggera coperta dall’intenso color porpora che le ricopriva le gambe e si alzò in piedi. Qualche passo e all’improvviso sentì un braccio afferrarla dal dietro, all’altezza del collo, con una stretta così forte da impedirle ogni movimento. Avvertì nitidamente un corpo, dritto, in piedi dietro di sé. D’istinto portò entrambe le mani sul braccio che stringeva il suo collo, ma le sembrava di essere priva di forza.
Fu questione di attimi. Vide con la coda dell’occhio l’altro braccio portarsi sul davanti. Con quella poca luce non riuscì a distinguere immediatamente ciò che quella mano stringeva, ebbe solo il tempo di vedere un riflesso sulla lama che lentamente stava già penetrando il suo corpo. Avvertì una forte fitta all’altezza dei seni. Il dolore era straziante.
Non riusciva a urlare. Il suo corpo era pietrificato dalla paura. Un freddo, amaro, gelido, la avvolse. La lama penetrò più in profondità lasciando la donna in poco tempo senza vita.
La losca figura dietro di lei liberò il collo dal suo braccio e fece scivolare il corpo sul pavimento. Fu allora che prese la mano destra di lei e la strinse sul manico del pugnale, come se la donna in un ultimo gesto volesse infliggersi ancora dolore da sola. Lasciò la stretta prestando molta attenzione a fare in modo che la mano ricadesse a terra senza impedimenti. Gli occhi della donna erano spalancati. Sembravano ancora pieni di paura e di quel terrore che avevano contraddistinto gli ultimi istanti della sua vita.
L’omicida lasciò la stanza e si dileguò nello stesso modo in cui era entrato.
Il corpo, inerme, rimase a terra, immobile. La chiazza scarlatta che incorniciava la ferita cominciò a tingere di rosso la vestaglia di seta ricamata. Il sangue defluiva copioso. Scorrendo lungo l’esile costato cominciò a gocciolare sul pavimento lucido invadendo le fughe delle preziose mattonelle di marmo. Da una delle finestre del salone, dimenticata aperta, si avvertì da lontano un portone spalancarsi. Nella via rimbombò un forte schiamazzo proveniente dall’interno di un locale. Alcuni individui, usciti dal pub, cominciarono a parlottare fra loro a voce alta. Allegramente si allontanarono e il rumore pian piano cominciò ad attenuarsi.
Di nuovo vi fu un immobile silenzio, nella via come nell’appartamento, dove giaceva il corpo della donna.
Suonò la sveglia come sempre alle sei e trenta del mattino. Betty allungò la robusta mano e la spense, infastidita da quel ripetuto suono. Anche oggi sarebbe stata una giornata lunga e faticosa. Doveva pulire da cima a fondo la grande sala dei ricevimenti nella casa dove lavorava come governante. Per di più aveva dormito solo poche ore.
La serata di gala organizzata in occasione del Palio dell’Assunta che abitualmente, la signora Virginia, da anni organizzava, aveva ottenuto come d’abitudine riscontri favorevoli. Era entrata ormai a far parte di diritto “all’albo delle grandi feste e cerimonie” che accompagnavano Siena durante l’intero anno.
Con il passare degli anni, ormai più di dieci, Betty aveva instaurato con Virginia un intenso legame, fondato sulla fiducia reciproca. La signora era una donna stravagante, amabile e generosa, specialmente con Betty. A volte però il suo temperamento la portava a ferire con frasi spietate e inappropriate le persone che la servivano da anni.
Betty sapeva che la signora non era una persona cattiva. Probabilmente il suo comportamento le serviva per assicurarsi un distacco dai propri dipendenti e per porre l’accento sulla differenza di classe sociale. Questo suo modo di atteggiarsi le aveva procurato numerose antipatie. La signora Virginia si fidava soltanto della governante, tanto che era l’unica a possedere una copia delle chiavi di casa.
A febbraio, Virginia aveva compiuto quarant’anni. Era attraente e intrigante. Ovviamente quell’occasione fu un altro gradito pretesto per allestire un sontuoso ricevimento in suo onore.
Apparteneva a un’aristocratica casata senese ed era stata sposata, fino a circa tre anni fa, con un uomo d’affari “dal cognome importante”. Ciò che li aveva spinti al matrimonio dopo solo un anno di fidanzamento non era certo amore, ma piuttosto gli interessi che legavano le due famiglie.
Il loro matrimonio era finito per i continui tradimenti da parte di entrambi che, anche se velati, erano divenuti il piacevole passatempo dei salotti mondani. Era ormai inutile proseguire questa farsa e anche se a malincuore dell’anziana madre, dalle idee molto conservatrici, a tutti il divorzio sembrò la soluzione migliore. Fortunatamente non erano nati figli da quest’unione e c’era chi vociferava che ciò dipendesse dal fatto che i due fossero troppo dediti ai loro svaghi esterni.
Eppure, guardandoli la sera precedente, alla festa, sembravano ancora intensamente complici.
Lei era incantevole, avvolta in un elegante abito di satin giallo polvere. I capelli erano raccolti in una semplice ma raffinata acconciatura e il trucco leggero metteva in risalto i suoi ammalianti occhi scuri. Il vestito poneva l’accento sulle forme sinuose del suo corpo, moderatamente stretto in vita grazie ad un bustino di voile trasparente e irrigidito nei tagli da sottili stecche. La parte alta era morbida e formava una profonda scollatura. Era lungo e stretto e quel colore evidenziava ancor di più la splendida abbronzatura dorata.
L’attuale compagno era un uomo facoltoso che viveva a Milano e cercava di raggiungerla a Siena ogni volta che i suoi affari glielo consentivano. Conosceva bene l’indole della compagna e sapeva che pochi uomini restavano indifferenti al suo fascino.
Un sorriso segnò il volto di Betty. Ricordò la bellissima giornata trascorsa in compagnia della signora, per scegliere insieme il vestito per la festa. Avevano passato un pomeriggio sorprendente a Roma. Un pomeriggio durante il quale Betty aveva vissuto un’esperienza che difficilmente avrebbe rivissuto con lei protagonista perché decisamente fuori dalla sua portata.
L’appuntamento era fissato per le quattordici, in via Sistina, nell’atelier Gattinoni. Ad attenderle un personale cordiale e disponibile che aveva illustrato e descritto con minuziosa attenzione ogni singolo pezzo dell’intera collezione primavera estate. In un attimo erano state circondate da abiti da sogno, letteralmente immerse in una miriade di tessuti raffinati e preziosi: sete cangianti, leggeri chiffon, voile trasparenti e lini raffinati impreziositi da ricami.
Quando le capitava di accompagnare la signora ad acquistare un abito in quei magnifici atelier romani, Betty riassumeva con un’unica parola questa esperienza: una favola.
Il borbottio della caffettiera la spostò dai suoi pensieri. Guardò l’orologio appeso alla parete e si accorse d’essere terribilmente in ritardo.
Girò la chiave nella porta, con sorpresa si accorse che era aperta. Entrò nel soggiorno e vide la luce della lampada ancora accesa. La stanza era illuminata a giorno, le persiane di quel locale non erano mai chiuse, dato che l’appartamento era al terzo piano in un’antica palazzina. Spegnendo la lampada si accorse che a terra giaceva un corpo. Guardò attentamente, spalancò gli occhi. Era la signora Virginia!
Proprio in quel momento sentì bussare, corse senza esitare. Sapeva che a quell’ora poteva essere solamente Giorgio, il cuoco. Quando la porta si aprì e lui la vide ebbe un sussulto, sembrava che Betty avesse appena visto un fantasma. Era bianca in volto con un’espressione che non le aveva mai visto prima, la donna riuscì a mettere insieme poche parole.
«Virginia… è… morta».
«Come, dove?».
L’uomo ora aveva la stessa espressione che poco prima aveva osservato sul volto di Betty. La donna prese Giorgio per un braccio e lo trascinò dentro casa, lo condusse direttamente al soggiorno e indicò con un dito tremante dove giaceva il corpo.
Giorgio guardò la donna stesa a terra. Si avvicinò senza toccarla.
«Oh Dio mio!» lentamente fece un passo indietro, inghiottì un po’ di saliva e continuando a guardare il corpo chiese a Betty «ma… sei sicura sia morta?».
«Non l’ho neanche toccata, ma credo che quel pugnale e tutto quel sangue…, comunque tu non toccare nulla, chiamo subito qualcuno».
«Aspetta un attimo, sei sicura che non ci sia nessuno in casa!».
«Potrei sbagliarmi, ma non credo. Ho trovato la porta aperta quando sono entrata e ieri sera dopo la festa sono uscita per ultima e sono sicura di avere chiuso a chiave. La cosa migliore da fare ora è chiamare i Carabinieri».
Betty in preda all’agitazione corse al telefono che si trovava nel corridoio. Alzò il ricevitore visibilmente turbata e con mano tremante compose il 112. Nel frattempo Giorgio rendendosi probabilmente conto solo ora della reale situazione cominciò ad avvertire una stretta allo stomaco.
Quella visione disgustosa mista all’odore nella stanza gli provocarono dei conati di vomito. Si girò di scatto e corse attraverso il corridoio d’entrata per raggiungere il bagno. Intanto la donna, terminata la chiamata, si lasciò andare su una delle sedie damascate lì vicine.
Il tempo sembrò fermarsi. Cominciò a pensare. Passò le mani sugli occhi per asciugarsi delle lacrime che non c’erano. Panico. “E ora cosa ne sarà di me! Che cosa farò?”. Si guardò le mani. Mani robuste, rovinate dal duro lavoro. In una sola notte tutto era cambiato. Di riflesso, il mondo di Virginia pieno di lusso e sfarzo aveva in qualche modo reso migliore la sua vita misera da cameriera. Ora doveva ricominciare un’altra volta da capo.
Che strano. Si era svegliata pensando ad abiti da sogno e ora si trovava lì a compiangersi accanto a un corpo morto. Già, nel pensare a se stessa si era completamente dimenticata di Virginia stesa sul pavimento freddo.
Passarono una quindicina di minuti che sembrarono ore e nel silenzio della casa suonò il campanello. Nessuno rispose. Poco dopo risuonarono insistentemente.
Dal bagno Giorgio gridò: «Betty, non senti, suonano!».
«Come?».
«Il citofono!» gridò Giorgio mentre si sciacquava il viso per cercare di riprendersi dallo shock.
«Ah, sì, scusa… » mormorò Betty, come in trance.
Si alzò di scatto dall’elegante sedia. Un angolo dello specchio rettangolare, posto sopra le poltroncine, rifletteva la scena raccapricciante. Mentre s’incamminava per rispondere, Betty non poté fare a meno di notarla. Rimase come incantata. Rapita dall’immagine che le era apparsa davanti. Rifletteva. Cercava di ricostruire che cosa poteva essere successo in quella camera.
Quando finalmente riuscì a staccare gli occhi, nella sua mente quel fotogramma si ripeté all’infinito. Gli echi delle risate della sera precedente avevano ceduto il posto a un silenzio agghiacciante, il profumo dei fiori freschi che abbellivano il salone dove si era svolta la festa si mischiavano ora a un aroma acre, nauseabondo.
Gli operatori del 118 salirono le scale dell’antica palazzina. Entrarono dalla porta che Betty aveva lasciato aperta dopo aver risposto al citofono. Lei era lì, fissava di nuovo il corpo senza vita di Virginia steso accanto al divano, lo indicò al medico che giungeva alle sue spalle senza proferire parola. Lui si avvicinò al corpo cercando di non spostare nulla. Le sfiorò il polso e non poté far altro che costatarne il decesso.
«Mi scusi signora» disse il medico del 118 rivolgendosi a Betty «comprendo il suo dolore e il suo turbamento ma credo che lei debba fornirci qualche spiegazione».
«Purtroppo non so dirle niente, sono arrivata stamattina, e ho trovato tutto come lei lo vede qui, ora! Vi ho chiamato subito, questo è tutto».
Mentre il medico cominciava a redigere il certificato di morte sopraggiunsero i militari del Nucleo Radiomobile che vista la situazione chiamarono subito il magistrato.
La scena non lasciava alcun dubbio: si trattava di omicidio. Un omicidio che avrebbe sicuramente scosso la tranquillità di una cittadina signorile come Siena. Ora era fondamentale tenere lontano il più possibile curiosi e giornalisti per cercare di evitare di diffondere il panico tra la gente.

 

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