Roberto Cazzulo
Paolina

Titolo Paolina
Autore Roberto Cazzulo
Genere Diario - Storia      
Pubblicata il 01/08/2021
Visite 234
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Spazioautori  N.  3801
ISBN 9788893392587
Pagine 256
Prezzo Libro 18,00 € PayPal

Versione Ebook

ISBN EBook 9788893392594
La storia lungo l’arco di un secolo di una famiglia partita da un paese di fondo valle del Trentino, ancora parte dell’Impero Austro Ungarico, sino al porto di Genova per imbarcarsi su un piroscafo ed emigrare in America e trovando a Genova la loro nuova patria. Nelle traversie della prima e seconda guerra mondiale sino al miracolo economico degli anni ’60, sognando il ritorno in paese per viverci una serena vecchiaia.
Nulla resta perso, se si ferma nel cuore di chi hai avuto più vicino. Io ho raccontato tanto della mia vita ai nipoti, quando la sera, d’estate, ce ne stavamo seduti nel poggiolo o in giardino a prendere un po’ di fresco, con una fetta di anguria. Loro venivano alla fine della scuola, a farmi compagnia per un paio di mesi. Il primo mese, da soli. Poi arrivavano i genitori, in ferie, e di tempo per raccontare delle storie ce n’era meno. Oggi questi nipoti sono i narratori della mia vita. Modesta ma decorosa, passata in mezzo a mille traversie, per quasi un secolo della storia d’Italia. Partendo da un paese, Condino, dove sono nata, che allora non era neppure parte del Regno d’Italia. Era un paese dell’Impero Austro Ungarico, vicino alla frontiera di Ponte Caffaro. Dal Medio Evo in poi, Condino, che chissà perché adesso ha cambiato nome, diventando un anonimo Borgo Chiese. Era un paese tra i più importanti delle Valli Giudicarie, che partono dal Lago d’Idro e arrivano fino al Passo di Carlo Magno, sopra Madonna di Campiglio. Dove ai miei tempi andava a soggiornare la famosa Principessa Sissi, moglie dell’Imperatore Francesco Giuseppe, da tutti chiamato amichevolmente Cecco Beppe. In fondo era un buon Re e non stavamo male con l’Austria. Tuttavia desideravamo entrare a far parte del Regno d’Italia. Ci sentivamo italiani e non gialli, come dispregiativamente venivano chiamati gli austriaci. Ammiravamo sottovoce il coraggio di Giuseppe Garibaldi e delle sue Camicie Rosse, che vinsero la battaglia di Condino e furono ad un passo dall’annetterci, nell’ultima guerra di indipendenza. Garibaldi fu fermato solo dall’armistizio tra l’Italia e l’Austria dopo la battaglia di Bezzecca. Le ragioni politiche prevalsero.
Tornammo ad essere parte dell’Austria, poi venne la prima grande guerra mondiale, che divise i buoni dai cattivi, con tanti morti sulle nostre montagne. Guerra che ci portò come dei profughi in Piemonte e quando tornammo nel nostro paese, depredato da tante armate e dai cari abitanti dei paesi vicini, che per qualche motivo non furono sfollati, eravamo più poveri ed affamati di prima. Molti furono costretti ad emigrare, per trovare un lavoro ed una vita degna da vivere. Chi in America, del Nord o del Sud, chi fino a Sidney, in Australia. Noi eravamo pronti a salpare su un piroscafo, da Genova, per andare a cercare fortuna chissà dove. Invece, per caso, ci fermammo proprio a Genova, dove mio marito trovò un lavoro e dove costruimmo la nostra famiglia. Sognando sempre di tornare nel nostro paese, a coltivare un piccolo orto e vivere in pace la nostra vecchiaia. Di pace però in Europa ce n’era molto poca e cademmo nel baratro di una seconda guerra mondiale, ancora più crudele e sanguinosa della prima. Noi, la guerra, la vivemmo per un bel po’ di tempo a Genova. Poi, quando Genova fu bombardata dagli inglesi e dagli americani, scappammo a Condino, per trovare qualcosa da mangiare per i nostri figli. Anche per poter permettere a nostra figlia più grande di continuare ad andare a scuola, per diventare maestra. Quando la seconda guerra mondiale finì potemmo tornare nella nostra casa, distrutta dalle bombe, a Genova, dove mio marito ritrovò il suo lavoro. I nostri figli crebbero, due misero su famiglia, l’ultima si innamorò di un bell’uomo e tornò a vivere a Condino. Aspettandoci al paese, dove puntualmente ritornammo quando mio marito andò in pensione. Costruimmo una casa nuova per noi e per nostri figli, con un orto, una cantina ed un pollaio. Mio marito era un patito dell’orto ed andava giù a vedere come crescevano le patate, anche in pieno inverno. Eravamo felici ma la tragedia era alle porte. Un vento freddo, che veniva giù dalle montagne, lo prese alle spalle e lo portò via in meno di due settimane, con una brutta polmonite. Rimasi sola in questa grande casa, nel paese di mia figlia, di mio genero e delle nipoti nate a Condino, che mi venivano a trovare spesso. Aspettando però ansiosamente che tutta la famiglia si riunisse, con i primi caldi, oppure per le feste di Natale e Capodanno. Con i nipoti, sempre più grandi, a farmi compagnia, per raccontare a loro alcune delle storie narrate in questo libro. Non tutte vere. Alcune romanzate o inventate di sana pianta. Tuttavia, posso confermare che sono la storia della mia famiglia e, di riflesso, di quasi un secolo della storia d’Italia.
in ordine di apparizione
 
  • Paola, detta Paolina o nonna Paola
  • Filomena, detta nonna Mena, mamma di Paola
  • Candido, padre di Paola
  • Silvia, sorella di Paola
  • Riccardo, fratello di Paola
  • Candido, figlio di Riccardo, nipote di Paola
  • Pierina, figlia di Riccardo, nipote di Paola
  • Dima, figlia di Riccardo, nipote di Paola
  • Cesare, detto Cesarino, marito di Paola
  • Giuseppe, detto nonno Bepi, padre di Cesare
  • Maria, detta nonna Maria, madre di Cesare
  • Elisabetta, detta Elisa, sorella di Cesare
  • Flaminia, sorella di Cesare
  • Guido, fratello di Cesare
  • Rita, sorella di Cesare
  • Giovanni, figlio di Rita, nipote di Cesare
  • Luciano, figlio di Rita, nipote di Cesare
  • Mario, figlio di Rita, nipote di Cesare
  • Rodolfo, fratello di Giuseppe
  • Ernesto, detto Nesto, figlio di Rodolfo
  • Elena, figlia di Rodolfo
  • Giuseppina, figlia di Paola e Cesare
  • Silvino, figlio di Paola e Cesare
  • Rita, figlia di Paola e Cesare
  • Renato, marito di Pina
  • Roberto, figlio di Pina e Renato
  • Maurizio, figlio di Pina e Renato
  • Maria Pia, moglie di Silvino
  • Paolo, figlio di Maria Pia e Silvino
  • Luisella, figlia di Maria Pia e Silvino
  • Nello, marito di Rita
  • Fausta, madre di Nello
  • Luciano, fratello di Nello
  • Marcella, figlia di Rita e Nello
  • Cristina, figlia di Rita e Nello
  • Piergiorgio, figlio di Maria Pia e Silvino
  • Mario, figlio di Maria Pia e Silvino
Sono nata agli inizi del secolo scorso, nel 1902. I miei genitori mi dettero nome Paola, ma tutti in paese mi chiamavano Paolina, perché ero alta e magra quasi come una scopa. Forse anche perché non c’era molto da mangiare assieme alla polenta, a quei tempi. Con l’andare degli anni ho preso un po’ di peso, come dire, mi sono irrobustita e sono diventata per tutti, figli, nipoti e pronipoti, la nonna Paola. Soltanto i parenti più lontani in paese mi continuavano a chiamare Paolina, in ricordo della nostra gioventù.
Di cognome faccio Rosa, ma, come non c’è rosa senza spine, anche nella mia vita di spine ne ho sopportate molte. La famiglia di mio padre aveva lontane origini dalla Val di Ledro, dopo il passo dell’Ampola, una strada a quei tempi sterrata, che si inerpica su alle spalle di Storo ed arriva sino a Riva del Garda, attraversando un altro lago, il Lago di Ledro, color verde smeraldo. Quando mia figlia e mio genero mi accompagnarono in gita nella valle con l’auto, molti anni dopo, vidi un Hotel Rosa a Molina di Ledro, sul lato della strada. Chiesi di fermarci a prendere un caffè e scoprii che erano in realtà dei nostri lontani parenti. In quella gita ci fermammo per pranzo a Bezzecca e ho voluto sentire dai gestori del ristorante la storia di Garibaldi e del trattato di pace per confrontarla con la mia, narrata dagli anziani del paese, che racconterò tra poco. Durante il pranzo presi di nascosto dal tavolo due panini, perché era domenica e ci eravamo dimenticati di comprare del pane per cena. Che bella giornata!
Il paese dove sono nata, Condino, è lungo più di due chilometri e stretto nella valle, tra le rocce della Bastia, da un lato, su cui si poggia il paese di Brione, e la Rocca Pagana, dall’altro lato, che ci separa dalla Val di Ledro. Nella sua storia, il paese è stato ricostruito più volte, per via degli incendi. Un incendio distrusse la parte più bella del paese, case con solai e tetti in legno, in una soliva piana a nord della chiesa parrocchiale, dopo il cimitero, vicino al ponte del Giulis, un torrente impetuoso, che viene giù dalla Valle Aperta. Uno dei tanti affluenti del fiume Chiese, che dai ghiacciai dell’Adamello sfocia nel lago d’Idro e prosegue, con il suo emissario, fino alla Pianura Padana. Il Chiese era molto pericoloso, per via delle sue correnti. Non ci si arrischiava di farci il bagno. Nel Giulis gli uomini invece ci andavano a pescare delle ottime trote e, risalendo la Valle Aperta, andavano a caccia di camosci e caprioli, sulle montagne. A sud del paese c’è un altro affluente del fiume Chiese, il Sorino, che viene anche lui giù dai monti, al confine con il comune di Storo, vicino alla Casa Rossa. Quindi l’acqua in paese non mancava, scorreva nel fiume, nei torrenti ed in grosse fontane, dove le donne andavano a lavare i panni, con la pietra saponaria, gelandosi le mani e scambiandosi notizie, ufficiali e non, sulla vita del paese. Nulla sfuggiva alle comari in questi loro discorsi.
La parte del paese al di sotto della chiesa parrocchiale si chiama Sassolo, forse perché le case sono costruite con grossi sassi in pietra di granito, preso dall’alveo del fiume, oppure dalle cave sui monti. Case che non avevano sofferto più di tanto le conseguenze degli incendi, dove vivevano le famiglie più anziane e le meno abbienti. Gli abitanti della parte del paese che fu distrutta dall’ultimo incendio si spinse più a sud, nel quartiere della Villa. Forse si chiamava così per via di alcune case racchiuse da cortili interni, tra gli orti, dove crebbe il mio futuro marito. Tra gli abitanti di Sassolo e della Villa non correva e forse non corre ancora buon sangue. Erano come due paesi distinti. Gli uni si ritenevano depositari della storia del paese, gli altri dei suoi futuri sviluppi. L’unico momento in cui tutto il paese andava d’accordo era nelle feste dell’Assunta, organizzate in piazza San Rocco. Con grandi paioli di rame pieni di polenta, gialla, di granoturco, o nera, mischiata con il grano saraceno. Con pezzi di formaggio stagionato e di salame fresco, provenienti dalle malghe. Accompagnata da bicchieri di vino rosso, tratto da vitigni aspri, che sentivano meno il freddo e soffrivano meno delle malattie, come la filossera.
Noi in paese eravamo considerati una famiglia dignitosa, anche se non abbiente. Dei grandi lavoratori. Gli antenati di mio padre erano stati architetti, mio nonno e forse anche il mio bisnonno, per quello che questa parola allora voleva dire. Vivevamo in una casa nel centro del paese, che era la sede della Famiglia Cooperativa, di fronte a Palazzo Belli, che è stato per molti anni la sede del municipio, e vicino a piazza San Rocco. Alle spalle della nostra casa c’era una villa con un bel giardino, di proprietà dei Parolini, dei giudici e dei dottori della legge di rinomata fama.
La chiesa di San Rocco, come la chiesa parrocchiale in fondo al paese, è piena di affreschi, dei Baschenis e di altri pittori bergamaschi, che nel Medio Evo erano stati chiamati a dipingere molte chiese nella valle, tra cui quella di Pinzolo, di fianco al cimitero del paese, su cui avevano dipinto la Danza della Morte, o la chiesetta di S. Lorenzo, sopra Condino, che fu teatro di mille battaglie, nella terza guerra di indipendenza e nella prima guerra mondiale. Dove quasi per miracolo si sono salvati gli affreschi dei Santi martiri, Lorenzo e Sebastiano, dipinti a fianco dell’altare e sulle volte. Dove ogni anno, per tradizione, il 10 agosto, si va ancora in pellegrinaggio, con la S. Messa celebrata dal parroco. Con alcuni che poi si spingevano più su, sino ai prati di Rango, ai piedi del Passo Giovo, che porta in Val di Concei e da lì in Val di Ledro.
La casa dove abitavo era, come detto, della Famiglia Cooperativa. Al piano terra c’era un emporio, l’unico del paese, dove si trovava di tutto, dalle scope agli attrezzi di lavoro, dal pane fresco, alla pasta, alla frutta, per chi se la poteva permettere. Tutti gli abitanti del paese erano soci della Famiglia Cooperativa, che era una vera e propria grande famiglia. La spesa fatta alla Cooperativa si registrava in un libretto, che era tenuto con religiosa cura da ciascuna donna, nella madia in cucina. Quando non si poteva pagare con denaro sonante, la spesa si registrava nel libretto a credito. Periodicamente, la Famiglia Cooperativa si riuniva, per esaminare i casi, che richiedevano un recupero del credito. Tuttavia, non ci furono mai casi in cui la gente si lasciava morire di fame. La Famiglia Cooperativa svolgeva un servizio sociale e c’era sempre qualcuno che aiutava a ripianare il debito. Era una questione di famiglia.
Nella casa della Famiglia Cooperativa, oltre che alla nostra famiglia, soggiornavano anche degli Ufficiali dell’esercito Austro Ungarico. Per quanto fossi molto giovane, intorno ai dieci anni, devo dire che alcuni me li ricordo ancora. Erano dei bei ragazzi, alti, biondi, puliti, ordinati. Peccato che non ci fu modo di approfondire la loro conoscenza. Un bel giorno dovettero abbandonare la loro residenza in paese. Si spostarono nelle caserme più a nord, nel forte vicino a Lardaro, che dominava dall’alto tutta la valle e non lasciava passare nessun invasore. Gli italiani stavano di nuovo minacciando di varcare il confine di Ponte Caffaro, in una nuova grande guerra. Quando gli ufficiali austriaci se ne andarono, trovammo un sacco pieno di monete, in un angolo della casa. Forse ci avevano voluto ringraziare del soggiorno. Ma il sacco era troppo pesante e non facemmo a tempo a portarcelo via, quando anche noi, poco dopo, fummo costrette a lasciare il paese. Questa però è un’altra storia di guerra, che racconterò nel prossimo capitolo.
Quando ero piccina eravamo invece in tempi, brevi, di pace. Con mamma Filomena varcavamo il confine di Ponte Caffaro, diciamo per andare a fare la spesa. Nascondevamo sotto la gonna dei sacchi di farina, dei pezzi di salame o di formaggio nostrano, varcavamo il confine e ricevevamo in cambio dei preziosi sacchetti di sale e di zucchero. Sono certa che le guardie di confine sapevano di questo traffico, ma ci è andata sempre bene. Eravamo perquisite molto blandamente e nessuno cercava di toccarci, sotto le gonne. Erano altri tempi. Anche se avevo solo dieci anni, dovevo aiutare mamma per portare avanti la famiglia, con mia sorella, Silvia, che purtroppo morì, subito dopo la Grande Guerra, nel ‘20, d’influenza spagnola, a soli sedici anni, e con mio fratello minore, Riccardo, che era ancora molto piccolo. Mio padre lavorava da muratore e carpentiere, sempre fuori casa.
A proposito di mio padre, voglio raccontare un episodio, che colpì profondamente tutto il paese. La chiesa parrocchiale era ed è tutt’ora una basilica bellissima, con un alto portale scolpito in legno, una navata che porta fino all’altare centrale e molti altari laterali, dove celebravano la S. Messa alti prelati, Cardinali e Vescovi, venuti da Trento, sede del Concilio della restaurazione. Le pareti, tutte affrescate, furono purtroppo imbiancate dagli austriaci, con calce viva, a loro parere l’unica soluzione per eliminare la piaga della peste, che funestò il paese per molti anni, con un innumerevole numero di morti. Il tetto della chiesa, in legno, aveva bisogno di opere di restauro e mio padre, da bravo carpentiere, si offrì di fare, assieme ad altri operai, i lavori.
Sul tetto, camminando sulle scaglie di pietra, legati con delle grosse corde, senza protezioni. Si mise a piovere, le pietre divennero scivolose e mio padre cadde dal tetto, sul sagrato della chiesa. Tutto il paese accorse a vedere cosa era successo. Mio padre non dava più segni di vita. Era riverso con la faccia sul selciato. Sembrava un crocifisso. L’altezza da dove era caduto non dava nessuna speranza di rivederlo in vita. Alcune donne vennero piangendo a casa nostra, capimmo subito e con mia mamma Filomena andammo di corsa, lungo i viottoli di Sassolo, fino al sagrato della chiesa. La pioggia era diventata insistente. Tutti gli abitanti del paese stavano in disparte, mia madre chinata su mio padre, come la Madonna addolorata, come la Pietà di Michelangelo. In un silenzio spettrale. Fino a quando mio padre non mosse due dita, poi piano piano mosse le braccia, si alzò in ginocchio, aiutato da mia madre, e poi in piedi. Incamminandosi verso casa come in processione. Con il prete che dette la sua benedizione, tutti gli uomini del paese che fecero con grande rispetto il segno della Croce e le donne che intonarono dei canti di preghiera. Per tutti fu un vero miracolo. Per mia madre, devota alla Madonna, non fu altro che un segno della Sua grande benevolenza e protezione. Un segno della fede. Per me, piccolina, tutto avvenne come in una favola, con mio padre che camminava di nuovo al mio fianco, mano nella mano, a darmi sicurezza.
Non ci fu giorno in cui non ringraziavamo la Madonna per la Sua protezione. Non ci fu volta, in cui mio padre, a cui davo del voi, o poi mio marito Cesarino, a capo tavola, non rivolgesse una preghiera alla Madonna e al Signore, prima di pranzare. E la sera si recitava il Santo Rosario, anche nei tempi peggiori della guerra, dove da un momento all’altro poteva scattare l’allarme e si doveva correre per non cadere sotto le bombe.
Nei primi anni del ‘900 la vita del paese scorreva tutto sommato tranquilla. C’era un po’ di fame ma il passare delle stagioni dava i tempi del lavoro e della raccolta. La stagione delle castagne, dei marroni e dei funghi porcini, che si trovavano copiosi nei boschi, intorno al paese, in autunno. La stagione dei gelsi, da dare in pasto ai bachi da seta, che quasi tutte le famiglie tenevano sui solai. Delle ciliegie e delle amarene che si raccoglievano sugli alberi per farci le marmellate. L’estate sui prati, in fondo valle o in montagna, a tagliare il fieno e raccogliere il granoturco, stando attenti alle vipere. Dormendo la notte nei fienili. La maniera migliore per riprendersi dalla fatica del lavoro sotto il sole di giorno.
Una volta, ero piccina, fui messa su una coperta ai bordi di un campo. Mia madre tagliava il fieno ma smise di lavorare, chiedendosi perché dormivo così tanto. Smosse la coperta e vide che ero attorcigliata ad una grande vipera. Urlò terrorizzata. La vipera scivolò via senza farmi nulla. Un altro segno di essere proprio nata sotto la protezione della Madonna.
L’inverno era lungo e freddo. Nevoso. Andavo a scuola al mattino, vicino a piazza San Rocco. Stando attente a non scivolare sui sampietrini. Facevo le scuole elementari. Le classi erano miste, tutti insieme, dalla prima alla quinta, perché non c’erano abbastanza bambini. Io cercavo di fare del mio meglio e sono molto orgogliosa di essere arrivata alla licenza elementare. Molti si fermavano prima, già presi in carico dalle famiglie per imparare un mestiere, nei campi, nelle stalle, a fare il fabbro, come il mio futuro marito, il muratore o il carpentiere. Le bambine ad imparare come ricamare, lavorare la lana, condurre una famiglia. Alla sera tutti insieme, giovani e vecchi, nelle stalle, per scaldarsi un po’ con il fiato delle mucche, alla luce fioca delle lampade a petrolio. Facendo il cosiddetto “filò”. Sentendo raccontare le storie di paese. I più anziani, in particolare, amavamo raccontare le gesta di Garibaldi, durante l’ultima guerra d’indipendenza. La famosa battaglia vinta da Garibaldi, proprio a Condino. Da alcuni di loro vissuta in prima persona, con il sogno di poter finalmente entrare a far parte del Regno d’Italia. La storia della battaglia di Condino, durante la terza guerra d’indipendenza, si trova oggi anche in Internet, ma è meno bella di come la raccontavano i nostri anziani. Noi bambini eravamo molto spaventati, ma anche attratti da queste storie di guerra. Senza sapere che poco dopo sarebbero di nuovo tornate ad essere una cruda realtà.
La storia lungo l’arco di un secolo di una famiglia partita da un paese di fondo valle del Trentino, ancora parte dell’Impero Austro Ungarico, sino al porto di Genova per imbarcarsi su un piroscafo ed emigrare in America e trovando a Genova la loro nuova patria. Nelle traversie della prima e seconda guerra mondiale sino al miracolo economico degli anni ’60, sognando il ritorno in paese per viverci una serena vecchiaia.

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