Mario Cassurino
Antonio B. 1788-1864

Titolo Antonio B. 1788-1864
Una vita tra terra e mare, guerre e rivoluzioni
Autore Mario Cassurino
Genere Narrativa - Storico      
Pubblicata il 12/09/2021
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Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Il libro si libera  N.  188
ISBN 9788893392648
Pagine 744
Prezzo Libro 25,00 € PayPal

Versione Ebook

ISBN EBook 9788893392655
Il racconto emerge grazie all’artificio del manoscritto ritrovato, poco originale e tuttavia efficace quando si voglia riesumare un mondo fatto di persone, luoghi, sentimenti e ideali in cui - vogliamo credere - ci si possa ancora riconoscere. 
Osserviamo che le parole capaci di conferire una forza dirompente alle idee di quel tempo sono giunte fino a noi, per costituire le fondamenta della nostra cultura, delle nostre Costituzioni. 
Il processo è stato tutt’altro che lineare, e oggi affronta gli strappi di una rivoluzione tecnologica che ha trasformato profondamente le nostre vite, mutando le prospettive della nostra stessa esistenza. 
 
 Ero partito una mattina di Novembre, convinto di trovare oltre il passo del Turchino la solita nebbia. Al contrario, sono arrivato in paese accompagnato da un cielo così limpido da consentire al sole, in collaborazione con i boschi e i vigneti dell’Alto Monferrato, di regalarmi lo splendido spettacolo dei colori dell’autunno. Poi sono entrato nella vecchia casa della famiglia di mia madre, le cui tracce ne fanno risalire l’origine almeno al XIV secolo.
 La costruzione si trova sulla via che porta al Belvedere, una volta proprietà del Castello attorno al quale nei secoli è cresciuta Rocca Grimalda. Il paese, conteso da genovesi, piemontesi e milanesi è passato di mano più volte, subendo pure la signoria dei Gonzaga di Mantova. Entrato a far parte del Regno dei Savoia, ha in seguito attraversato l’epoca napoleonica in qualità di Comune del Circondario di Acqui, Dipartimento di Montenotte con capoluogo Savona. Chiusa la parentesi francese è tornato ai Savoia, per seguire le sorti di quella casata fino all’avvento della Repubblica. Insomma, possiamo proprio dire che Rocca Grimalda non si sia fatta mancare nulla nell’esperienza plurisecolare della sua storia.
 Per tornare alla nostra vecchia casa, il logorio del tempo unito alla scarsa manutenzione avevano messo a nudo tutte le criticità dell’edificio. Nessuno però se l’era sentita di proporre a mia madre l’abbandono definitivo di quel luogo fisico e della memoria. Peraltro il mio legame con quel paese e quella casa, dove sono nato e dove figli e nipoti hanno più volte trascorso le loro vacanze, è stato e rimane tuttora vivo.
 Per tutti questi motivi si era deciso di rimetterla in ordine, e da allora si rende necessario salire di tanto in tanto alla Rocca per fare un poco di manutenzione. Incombenza che svolgo volentieri perché mi offre l’occasione di tornare nei luoghi della mia infanzia, dei quali conservo preziosi ricordi e dove mantengo ancora qualche vecchia amicizia. Pertanto non è raro che in quelle occasioni io decida di fermarmi qualche giorno, per godere della splendida vista che regalano il Belvedere, affacciato sulla valle dell’Orba, e l’antica Chiesa di Santa Limbania, da cui scende il ripido sentiero che porta al fiume. Ricordo che da lì le donne del paese scendevano con le ceste dei panni da lavare incollate sulle loro teste, in un magico equilibrio, mentre cercavano di tenere d’occhio i figli impazienti di mettere i piedi nelle fresche acque dell’Orba...
 Ebbene, per tornare a quel giorno, avevo deciso di restare almeno fino a quando non fossi riuscito a fare un po’ d’ordine nel solaio e in cantina. In realtà quest’ultima, da tempo, non svolge più la funzione corrispondente al suo nome. Più che altro funge da luogo di conservazione di tutto ciò che nessuno ha il coraggio di prendere e portare in discarica.
 Non era la prima volta che mi dedicavo a quell’opera senza fine. In precedenza avevo già fatto una selezione grossolana di ciò che ritenevo di dover conservare e di ciò che invece dovesse essere gettato. Restava ancora da esaminare, in fondo alla cantina, una zona semi nascosta da una rientranza del muro. Mia madre mi aveva raccontato come il nonno, il giorno prima della vendita della casa nei pressi della canonica, avesse prelevato alcune cose e proprio lì, dietro quella rientranza, le avesse sistemate in attesa di decidere cosa farne. Poi, con il tempo, un po’ tutti se ne erano dimenticati. Insomma, le solite vecchie cose che si aggiungono ad altre vecchie cose, di cui prima o poi ci si dovrebbe liberare per fare spazio ad altre cose che nel frattempo sono diventate vecchie.
 Dopo aver spostato una discreta quantità di legna da ardere e un bel po’ di tegole e mattoni, residuo di qualche intervento edilizio più o meno recente, appoggiati su una vecchia stufa di ghisa avevo individuato due scatoloni di cartone. Lo stato di conservazione, nonostante lo spesso strato di polvere, sembrava ancora discreto.
 Nel primo avevo trovato alcuni oggetti fasciati con cura; due piccoli quadri di paesaggio con tanto di cornice, una scatoletta di legno con due penne e relativi pennini di metallo, un calamaio in maiolica dipinta, un macinino da caffè, una caffettiera napoletana, una mezza dozzina di tazzine e una zuccheriera di ceramica ancora in discrete condizioni. C’era inoltre un frate in cartone, ben conservato e pronto con cappuccio e bacchetta a predire le condizioni del tempo. Nel secondo cartone, invece, c’erano solo libri.
 In quella casa, che io ricordi, non ho mai visto una vera e propria libreria ma sui ripiani di un’angoliera, in sala, qualche libro in costa faceva bella mostra di sé. Libri non proprio recenti, i più datati dei quali risalivano alla prima metà del novecento. Ancora oggi li conservo in una piccola libreria per la quale sono riuscito a rubare un po’ di spazio; tra gli altri, vi si trova un vecchio vocabolario italiano-francese, un’edizione del Cuore di De Amicis, alcuni libri di avventure degli anni ‘30 e I miei sette figli di Alcide Cervi... ma quelli appena tornati alla luce erano altra cosa.
 Quasi tutti a carattere religioso, molto probabilmente erano appartenuti a don Lorenzo Rossi, lo zio prete della mia bisnonna Paola Rossi, della quale non ho alcun ricordo in quanto morta prima che io nascessi. Alcuni ricordi in formato istantanea ho del mio bisnonno, Tomaso Grillo. Mi sembra ancora di vederlo, dal basso in alto data la statura dei miei pochissimi anni, mentre se ne sta seduto sulla sedia a dondolo lisciandosi la lunga barba bianca, nell’angolo della sala.
 Ma torniamo al ritrovamento di quei libri nel secondo cartone, che in gran parte riguardavano questioni attinenti all’esercizio del sacerdozio di don Lorenzo. Si trattava della pubblicazione di omelie, commenti del Vangelo a opera di teologi italiani e stranieri, raccomandazioni di vescovi ai sacerdoti. Inoltre c’erano molti appunti a commento di alcune di queste pubblicazioni, scritti a mano da Lorenzo su alcuni quaderni con una calligrafia ordinata e regolare.
 La prima sorpresa era stata quella di trovare, sotto i quaderni, un’antica Bibbia Sacra, edita a cura di una stamperia veneziana nel 1616. Si trattava di un’edizione della vulgata latina riscritta da Papa Sisto V e risistemata sotto Clemente VIII. Era decisamente in buone condizioni, e mi ero proposto di fare ricerche sul valore storico di quel documento al mio rientro a Genova. Ma la seconda sorpresa era stata decisamente più intrigante. Si trattava di due voluminose cartelle fatte di uno spesso cartoncino, annodate con un nastrino che un tempo doveva essere stato azzurro. All’interno di ciascuna cartella si trovavano decine di fogli, scritti con una calligrafia regolare e senza inutili arzigogolature.
 Avevo aperto la prima delle due cartelle con grande curiosità, e dopo aver letto il primo foglio non ero riuscito a nascondere la meraviglia. Ne era seguita un’esclamazione di dubbia eleganza ma di grande efficacia, espressa in dialetto genovese e quasi contemporaneamente in lingua italiana. 
 “E questo cos’è?” mi sono eufemisticamente sentito pronunciare nel silenzio della cantina. Ed ecco cosa stava scritto su quel foglio, con caratteri sbiaditi dal tempo ma con i tratti di una bella grafia:
Oneglia, Dicembre 1864
 Al giovane amico e sacerdote Lorenzo, che con troppo entusiasmo s’impegnò a leggere questi scritti una volta ultimati.Ebbene, eccoci al dunque! Ahimè, quel giovane Lorenzo certo non immaginava quanto tempo avrebbe dovuto sottrarre ai suoi doveri, per cui sappia che da quella promessa può ritenersi sciolto senza che mutino i miei sentimenti di affetto nei suoi confronti. Non nascondo però che, mentre il tempo avanza inesorabile, accoglierei con immenso piacere le vostre impressioni, nella duplice veste di uomo del suo tempo e di fedele cattolico appartenente al nuovo Regno.
 Nel ricordo dei vostri genitori, ai quali mi legarono sentimenti di amicizia, spero di rimanere tra i vostri affetti così come voi restate tra i miei.
Antonio B.
 Non c’era alcun dubbio. Mi trovavo di fronte a un manoscritto, presumibilmente inedito, scritto 150 anni prima. Che cosa dovevo farne? La risposta era arrivata immediatamente, in forma imperativa: leggilo e cerca di capire di che si tratta!
 Intanto si era fatta sera, e dopo una cena consumata in fretta con la testa altrove ero sceso in cantina, avevo prelevato le cartelle e iniziato a sfogliarne il contenuto. I danni causati dall’umidità e dal lavorio dei tarli, oltre a quelli subiti in occasione di chissà quanti e quali trasferimenti, erano lì a testimoniare il precario stato di conservazione. Tuttavia i fogli leggibili erano decisamente la maggior parte e l’inchiostro, pur sbiadito, aveva tenuto.
 C’erano voluti tre giorni e buona parte delle relative notti per terminare la lettura, ma ne ero uscito con la netta sensazione di trovarmi di fronte a una testimonianza di vita estremamente interessante. L’italiano della scrittura era quello già risciacquato in Arno dal Manzoni, anche se mostrava tutti i suoi 150 anni. Nelle parti più danneggiate si poteva spesso individuare qualche traccia che consentiva di mantenere il filo del racconto ma più di un passaggio era purtroppo perduto.
 Da allora è iniziata una lunga ed emozionante opera di documentazione, recupero e riscrittura attraverso una ricostruzione il più possibile fedele allo spirito e all’atmosfera del tempo, cercando di rispettare l’impronta linguistica e lessicale dell’autore.
 A questo proposito, comprendo bene che il linguista avrà le sue buone ragioni per storcere il naso. Tuttavia a ognuno il proprio mestiere, e a me il piacere di compiere ciò che da subito ho desiderato, e che mi è parso persino doveroso. Voglio sperare che ne sarebbe comunque lieto il Tommaseo, nei confronti del quale enorme è il debito per il suo Dizionario dei sinonimi della lingua italiana, che ho interrogato fino a consumarne le sottili pagine.
 In quanto alle citazioni in capo ai capitoli, solo quella iniziale dell’Ariosto è opera dell’autore del manoscritto. In quanto alle altre, la preziosa lezione di Cervantes nel suo Prologo al Don Chisciotte mi ha imposto di limitarne l’uso a fonti d’epoca, che ho ritenuto utili a chiarire il contesto storico e culturale del manoscritto. La medesima funzione ha ispirato la scelta delle immagini a corredo del testo.
 Posso qui concludere questa fin troppo lunga introduzione per consentire al nostro Antonio B. di far tornare alla luce la sua vera storia. Una storia figlia di un tempo trascorso sulle tracce di eventi che hanno inciso profondamente sul carattere degli Stati, sul futuro della nostra Italia e sulla vita delle generazioni future.
 
 
Fig. 1 - Stampa di Oneglia all’inizio dell’800 (Fleury)
Fonte: commons.wikimedia.org - dominio pubblico
   
   
Come raccende il gusto il mutar esca,
Così mi par che la mia storia, quanto
Or qua or là più variata sia,
Meno a chi l’udirà noiosa sia.
L. Ariosto, Orlando Furioso - Canto XIII
1
Nato in una famiglia che mi ha desiderato e atteso nella speranza di affiancare a Lucia un fratello maschio, sono stato subito accolto dall’amore dei miei genitori, Giorgio e Francesca, e grazie a loro il mondo non m’è apparso né triste né ostile.
 In verità Lucia, per qualche tempo, non mi ha permesso di comprendere se preferisse la mia compagnia oppure quella della sua bambola prediletta, proveniente dalla lontana Norimberga. Ben presto, tuttavia, ha iniziato a comportarsi da brava sorella maggiore, sicché oltre a essere fratello e sorella siamo diventati molto amici.
 Il mondo che si preparava ad accogliermi in quella primavera del 1788 era in grande fermento e le conseguenze, imprevedibili nelle dimensioni in cui di lì a poco si sarebbero manifestate, non avrebbero risparmiato quel cantuccio di costa ligure di ponente chiamato Oneglia. Tanto minuscolo sulla carta geografica quanto importante nelle strategie dei conflitti che si stavano preparando. D’altra parte, chi ha per sorte di capitare in questo mondo non può evitare di imbattersi in qualche evento disastroso, annoverabile tra le catastrofi naturali oppure tra quelle provocate dagli uomini. Ma ora torniamo a noi, armateVi di pazienza e lasciate che inizi a parlarVi delle persone che hanno accompagnato, chi per un tratto più lungo chi per uno più breve, il corso nella mia vita.
 
Nonna Rosa. Dei miei nonni solo Rosa, la nonna materna, era presente alla mia nascita. Nel 1771 un incidente nel porto di Marsiglia le aveva sottratto il marito Armando, e il mondo era sembrato crollarle addosso. Dovette allora far ricorso a tutte le risorse del suo carattere, forte e determinato, per superare la condizione di solitudine in cui era precipitata.
 Tommaso e Caterina, i suoi genitori, avevano insistito perché tornasse a Oneglia, da lei lasciata dopo il matrimonio per andare a vivere a Sarola. Desideravano averla vicina in quel momento così difficile per il bene suo e per quello di mia madre, che a quel tempo aveva solo sette anni. E alla fine, convinta che sua figlia avrebbe tratto vantaggio dal vivere in un ambiente più adatto alla sua crescita, mia nonna aveva preso la decisione; ceduta a mezzadria casa e terreno a una coppia di giovani sposi, era tornata con mia madre nella casa dei genitori.
 Al rientro a Oneglia non era mancato qualche pretendente, ma lei decise di dedicare la sua vita a Francesca: l’eredità più importante che Armando le avesse lasciato.
 Quando nel 1785 mio padre e mia madre si sposarono Tommaso e Caterina non erano più con loro. Due anni prima, a distanza di pochi mesi l’uno dall’altra, erano infatti spirati lasciando un grande vuoto in quella casa. Solo il matrimonio di mia madre, e in seguito la nascita di mia sorella Lucia, poterono riportare in famiglia un po’ di quell’allegria e di quella speranza nel futuro che si erano assai affievolite.
 
 Nonostante il grande affetto per Lucia e i buoni rapporti in famiglia nonna Rosa non aveva dimenticato la sua amata Sarola. In lei s’era fatto strada un sentimento di nostalgia per quella che considerava ancora la sua casa, per le fasce dei suoi ulivi e per tutto quanto le ricordava un tempo felice.L’abbandono di quel mondo che con Armando aveva così amorevolmente costruito le doveva apparire come un tradimento, e di giorno in giorno sentiva crescere il desiderio di riprenderne possesso. D’altra parte mia madre aveva felicemente formato la sua famiglia, mostrando di sapersi disbrigare assai bene nelle proprie faccende, mentre i guadagni di mio padre le consentivano di avere anche un po’ di aiuto nei lavori domestici. Era così arrivata a pensare seriamente, quando se ne fosse presentata l’occasione, di tornare a vivere nella sua casa, nella sua Sarola.
 Mia nonna era ben consapevole che si sarebbe imbarcata in un’ardua impresa; c’era da prendersi cura del terreno e delle piante, organizzare il raccolto e i viaggi al frantoio, occuparsi del trasporto e della vendita dell’olio… senza considerare i rischi del cattivo tempo. Ma lei si sentiva in grado di affrontare ogni ostacolo, e soprattutto sapeva di poter contare sull’appoggio di Andrea e della moglie Pia: molto più che due semplici confinanti, sui quali ora volgiamo lo sguardo dedicando loro una più che meritata attenzione.
Andrea e Pia. Andrea era stato grande amico di nonno Armando fin dai tempi dell’infanzia. Insieme avevano affrontato i timori e gli entusiasmi del primo imbarco, poi avevano viaggiato a lungo per tutta la costa del mare di Genova spingendosi fino a Nizza, Tolone e Marsiglia. Era seguita una puntata a Cadice, da cui avevano anche immaginato di partire per tentare la fortuna in America del Sud seguendo l’esempio di più di un loro paesano. Non era infatti trascorso molto tempo da quando il loro conterraneo Domenico Belgrano aveva raggiunto l’Argentina, una terra che suo figlio Manuel, all’inizio del nuovo secolo, avrebbe contribuito a guidare verso l’indipendenza disegnandone addirittura la bandiera nazionale, dai colori bianco e azzurro.
 Il legame di Andrea e Armando con la loro terra era però troppo forte. Dopo una serie di viaggi come semplici marinai i due amici, con molti sacrifici e con l’aiuto delle famiglie, avevano deciso di contribuire al finanziamento della colonna per una spedizione, ottenendo così la partecipazione alla divisione dell’utile. I risultati avevano dato loro ragione, quindi avevano proseguito su quella strada riuscendo in qualche anno a conseguire il giusto premio per le loro fatiche.
 Fu in quel periodo che ebbero modo di accorgersi delle occhiate curiose di due inseparabili ragazzine, che avevano sempre visto assieme durante le feste del Santo Patrono ma che ora non sembravano più le stesse. E così, fatti un po’ di calcoli a mente, arrivarono alla conclusione che Rosa e Pia mostravano nelle fattezze, nei gesti e negli sguardi di essersi fatte due belle fanciulle in età da marito.
 I due amici avevano già cominciato a dedicare più di un pensiero a mettere su famiglia. C’era bisogno di qualche tempo e di un po’ di fortuna ma contavano di mettersi nelle giuste condizioni per dar modo ai loro propositi di realizzarsi. Ancora qualche viaggio fortunato e avrebbero potuto comprare o affittare un po’ di terreno per rimettere radici a terra... sì, a quello pensavano! Perché se è vero che erano ancora giovani e al mare dovevano tutto, è pur vero che leggevano negli occhi dei compagni più anziani quanto quella vita, alla lunga, potesse diventare dura da sopportare. Allora il pensiero andava sempre più spesso a quelle due ragazze… lì finivano sempre i loro discorsi e i loro progetti, che alla fine riuscirono a realizzare.
 In quanto a Pia, era nata poche settimane prima di Rosa. Le loro famiglie abitavano poco distanti l’una dall’altra sicché non erano mancate le occasioni d’incontro, a partire dai primi passi fino ai primi giochi sulla spiaggia, alla Comunione e infine alle Messe in San Giovanni Battista.
 Quel periodo, non era stato tra i più tranquilli. Occupata dalle truppe franco-spagnole, Oneglia era diventata bersaglio di un bombardamento dal mare da parte degli alleati inglesi, che cercavano di ostacolare i rifornimenti al nemico. Ma i proiettili, anche se sparati dalle armi degli alleati, non sono soliti distinguere i loro bersagli e i danni provocati ai cittadini inermi, accompagnati da un grande spavento, non furono da poco.
 Alla fine del 1748 il conflitto era terminato e tutti volevano lasciarsi alle spalle le vicende di quella lunga e incomprensibile guerra. Da allora mia nonna crebbe in parallelo con Pia, cercando di immaginare in lei la figura della sorella che non era sopravvissuta al primo parto della madre.
 Il tempo passò senza grandi scosse, finché le due amiche incrociarono gli sguardi di quei due giovani marinai... ma ora facciamo un salto in avanti e andiamo al rientro di nonna a Sarola, un anno prima che io nascessi.
 
Nonna Rosa torna a Sarola. Più di una volta Andrea e Pia avevano manifestato a Rosa il desiderio di vederla tornare alla sua vera casa. In quelle occasioni tornavano con la memoria ai momenti felici; agli amici della Confraternita dell’Annunziata nel giorno del Giovedì Santo, a quelle splendide giornate fatte di progetti e di lavoro terminate, la sera, alla stessa tavola...
 “La coppia dei tuoi mezzadri,” le aveva riferito Andrea, arrivato una mattina da Sarola, “pensa di tornare in città, perché lui ha ereditato un commercio a Oneglia.”
 “Sono contenta per loro,” gli aveva risposto Rosa “ma ora bisogna trovare qualche altra famiglia...”
 “Ascolta Rosa, so che qui hai tua figlia e tua nipote, ma mi hai detto più di una volta che ti piacerebbe tornare lassù...” aveva ripreso il discorso Andrea, con l’intenzione di cogliere il momento propizio. “Ebbene, credo che questa sia l’occasione giusta… forse l’ultima, se non hai cambiato idea!”
 “Ne ho parlato con Francesca, e se decidessi di venire a Sarola sarebbe felice per me... ma non è una decisione che posso prendere all’improvviso!” aveva ribattuto Rosa.
 “Pensaci bene allora e parlane anche con tuo genero. Per il resto sai che puoi contare su me e Pia,” le aveva risposto Andrea, e a rinforzare la proposta l’aveva informata che erano in vendita, a buon prezzo, un paio di muli ancora buoni per il trasporto delle olive al frantoio e dell’olio alla spiaggia, per l’imbarco. “… Per il trasporto in carovana verso il Piemonte non ti devi preoccupare!” aveva poi aggiunto, “perché penso io a contattare le squadre e seguire la spedizione.”
 A distanza di una settimana da quel colloquio, visto che la sua intenzione incontrava la piena comprensione anche di mio padre, nonna Rosa aveva preso la decisione definitiva.
I commenti. In paese si era levata più di una voce per deplorare ciò che veniva interpretato come un abbandono della famiglia.
 Effettivamente non era solito vedere una nonna, e in genere una donna, prendere simili decisioni con apparente noncuranza di ciò che comunemente s’intende conveniente nella società. Ma Rosa non era tipo da lasciarsi influenzare dalle dicerie dei compaesani; aveva trascorso la sua vita onestamente, aveva affrontato il dolore con coraggio ed era stata una buona madre. Il padre Natta, l’amico e sacerdote di Sarola, sarebbe stato sicuramente dalla sua parte, e comunque la coscienza era a posto! Amava la figlia e la nipote, non avrebbe certo mancato di essere vicina a loro nel momento del bisogno, ma sentiva di dover decidere in tal modo come trascorrere gli ultimi suoi anni.
 A tal proposito, mia nonna amava ricordare che in quei giorni era ancora fresco il ricordo di quando tutta Oneglia, assieme a una gran quantità di forestieri, accompagnava Maria Pellegrina Amoretti nel suo ultimo viaggio: “Non era lei, la tanto osannata nostra concittadina,” sosteneva convinta, “a dire che le donne devono poter decidere cosa fare onestamente della propria vita? Il suo messaggio l’ha forse seguita nella tomba?”
 Nonna Rosa amava prendere a esempio quella giovane; la prima donna a conseguire la laurea nell’ateneo di Pavia, dopo che quello di Torino - la capitale del suo stato - l’aveva rifiutata. Senza che quel rifiuto avesse in qualche modo offuscato la fama di Pellegrina, mentre è altrettanto certo che da esso non abbia tratto alcun giovamento la fama dell’ateneo sabaudo!
 Comunque, per la nonna, non era tanto importante la laurea e nemmeno l’Ode che a Pellegrina dedicò il poeta Giuseppe Parini. Quella giovane le piaceva perché aveva mostrato che una donna, se le si offre l’opportunità di studiare e imparare, può sostenere le sue ragioni di fronte a tutti. E Pellegrina questo sapeva fare, senza arroganza ma senza timore.
 Naturalmente mia nonna era scesa a Oneglia in occasione della mia nascita e si era fermata qualche tempo per assistere mia madre. Poi, tornata a Sarola, una volta alla settimana scendeva in città con Andrea portando con sé uova, frutta e un po’ di buona legna. Ma soprattutto, quand’era la stagione, i suoi dolcissimi fichi... e non mancava mai il coniglio, che sapeva cucinare magnificamente con i suoi pinoli e le sue olive taggiasche. Lasciava piante e animali alle cure di Andrea e Pia, spinta dal desiderio di rivedere i nipoti e offrire un po’ di aiuto a mia madre, che oltre alle faccende domestiche trovava il tempo di dar forma, con le sue mani nervose e precise, a quegli splendidi pizzi che mio padre piazzava con successo nei porti di Genova, Nizza o Livorno.
Mio padre e la sua famiglia. Sono proprio quei pizzi dei quali ho appena detto che ora mi offrono la migliore delle occasioni per presentare l’altro ramo della mia famiglia, del quale nulla finora ho riferito. Un’occasione che coglierò nella speranza di non tediarVi troppo.
 La storia ha avuto inizio quando il nonno Michele, superata la metà del secolo passato, lasciò Genova con la famiglia per trasferirsi a Nizza. Era un apprezzato ingegnere, chiamato in quella città per i lavori di sistemazione del porto e la nonna Maria, nata in una famiglia di naviganti e armatori di Sampierdarena, l’aveva seguito assieme ai suoi tre figli: mio padre Giorgio, Giuseppe e Maddalena.
 Maria, dopo la morte improvvisa del marito Michele, era rimasta a Nizza confortata dall’affetto della figlia Maddalena e di Isabella, vicina di casa nel quartiere portuale di Lympia.
 Ligure di Chiavari, Isabella era moglie del capitano Angelo Garibaldi. Quando i Garibaldi arrivarono a Nizza, nel 1770, Maria fu ben felice di accogliere Isabella aiutandola a inserirsi nel nuovo ambiente. Le due donne coglievano ogni occasione per trascorrere assieme un po’ del loro tempo usando, ognuna con la sua parlata, la medesima lingua comune.
 Ma ora torniamo in argomento, che dei Garibaldi avremo modo di parlare più avanti.
 Grazie alla nonna Maria i rapporti con la città di origine non erano mai venuti meno. Mio padre si era trovato ben presto a fare cabotaggio su una nave dello zio Gianbattista, rimasto fedele alla sua Sampierdarena. Le tappe principali erano Tolone e Nizza, Oneglia e Savona, ma con una certa regolarità si spingeva a levante fino alla Spezia a Livorno e Civitavecchia.
 Nel frattempo mio zio Giuseppe, più giovane di mio padre di un paio di anni e decisamente maldisposto verso tutto ciò che odorava di scuola, aveva già maturato una buona esperienza di navigazione al servizio di diversi armatori. Poi aveva cercato di convincere l’amico Andrea Massena ad avviare un loro commercio, ma questi aveva deciso di intraprendere la carriera militare nell’esercito francese.
 Giuseppe, contro la volontà del padre, si era sposato nel 1782 con Anna e i rapporti in famiglia erano presto diventati molto tesi. La nonna Maria, allora, lo aveva indirizzato al fratello Gianbattista a Sampierdarena, dove peraltro mio zio era nato, e lì aveva finito per trasferirsi con la moglie.
 Mentre il suo giro d’affari cresceva, al tempo stesso mio zio diventava sempre più impaziente. Quel cabotaggio aveva finito per risultargli stretto finché Gianbattista, considerando la grande passione, le attitudini e l’esperienza maturata dal nipote, lo aveva assecondato consentendogli di armare una goletta capace di navigare in sicurezza e di ampliare le sue rotte.
 I mari e i porti di Francia, Spagna e Sicilia erano diventati teatro delle sue avventurose imprese commerciali, che lo vedevano spesso alle prese con i corsari barbareschi. Il successo delle sue attività sarebbe durato fino allo scoppio della guerra, quando la restrizione dei traffici e gli ostacoli frapposti dalla flotta inglese avrebbero provocato una grave crisi del commercio marittimo… ma ritroveremo lo zio Giuseppe più avanti nella nostra storia. Adesso è giunto il momento di tornare sulle tracce di mio padre, che nel percorrere le sue rotte si trovava sempre più spesso a gettar l’ancora davanti a Oneglia.
L’incontro di mio padre con mia madre. Naturalmente c’erano buone ragioni per giustificare l’approdo a Oneglia. Erano le ragioni del commercio dell’olio e del grano, del vino, dello stoccafisso e di ogni ben di Dio che arrivava da ogni dove al porto di Genova. Insufficienti però a spiegare la frequenza di quelle apparizioni a Borgo Peri...
 Lì tutti si conoscevano e ben presto mio padre era venuto a sapere quanto bastava della famiglia di quella giovane, di cui aveva incrociato il cammino e lo sguardo nei pressi della spiaggia. Però non era stato altrettanto facile compiere i passi successivi per avvicinarla. Benché non fosse del tutto straniero era ben consapevole di essere pur sempre un estraneo, e per di più un marinaio; un uomo appartenente a una categoria da sempre piuttosto maltrattata da luoghicomuni e proverbi, così da mettere in guardia una madre rimasta vedova e naturalmente preoccupata per il futuro dell’unica figlia.
 Il caso, o se preferite il destino, aveva però voluto metterci del suo quando Andrea, sceso a Oneglia per imbarcare il suo olio, aveva incontrato l’amica Rosa nei pressi della spiaggia. Come sempre accadeva quando ne avevano l’opportunità si erano messi a chiacchierare, aggiornandosi sulle novità delle rispettive famiglie. In particolare Andrea, che pure non perdeva occasione per rimpiangere i tempi andati, l’aveva tranquillizzata sulla situazione della casa e del terreno di Sarola, che i mezzadri lavoravano allora con cura e passione.
 Andrea conosceva mio padre e lo stimava come persona affidabile, avendo fatto con lui sempre buoni affari. Per questo, quando gli si era avvicinato per concordare le condizioni della spedizione, aveva colto l’occasione che aspettava da tempo ed era così iniziato un dialogo che io e Lucia abbiamo appreso a memoria, tante volte lo abbiamo sentito raccontare da nostra nonna e dai nostri genitori:
 “Capitano, lasci che le presenti questa cara amica, mia e di mia moglie. È quella signora Rosa di Borgo Peri di cui vi ho parlato quella volta, ricordate... per dirvi dei pizzi che è capace di creare con le sue mani...”
 “È un piacere fare la vostra conoscenza, signora Rosa. Se Andrea parla così bene del vostro lavoro è certo che valga la pena vedere da vicino quei pizzi. Certamente non mancherà l’occasione, visto che mi capita spesso di fare sosta a Oneglia…” aveva risposto mio padre, pensando di chiudere l’argomento e dedicarsi ai problemi dell’imbarco.
 Ma Andrea non mollava la presa, sapendo che miglior occasione di quella difficilmente si sarebbe presentata in futuro:
 “... vedete, la signora Rosa è rimasta vedova e con il suo lavoro mantiene sé stessa e la figlia... so che a Savona, ma soprattutto a Genova, quei pizzi sono molto apprezzati e hanno buon mercato. Francesca, sua figlia, ha imparato velocemente dalla madre, e quindi ci sarebbe anche la garanzia di una certa continuità nelle forniture...” aveva aggiunto Andrea.
 All’udire il nome di Francesca, mio padre lo aveva collegato in un istante alle informazioni che già possedeva sulla casa di Borgo Peri, dove sapeva che la ragazza di cui cercava le tracce abitava con la madre. Di colpo aveva allora interrotto Andrea, che non era riuscito a terminare il discorso:
 “… A dire il vero, proprio in questi giorni ho avuto moltissime richieste di lavori di quel genere, sia a Nizza che a Genova... aspettatemi e sarò subito da voi!” aveva detto balbettando, mentre spariva lasciandoli senza parole.
 Date in un batter d’occhio le disposizioni per il carico ai suoi increduli marinai, abituati a ricevere minuziose raccomandazioni, eccolo di ritorno pronunciare tutto d’un fiato: “Andiamo a vedere questi pizzi della signora Rosa, che senz’altro devono essere di ottima qualità!”
 Secondo il racconto di mia nonna, durante il percorso in direzione di casa erano passati davanti al laboratorio dove si producevano gli ottimi fidelli, una pasta che aveva mercato anche fuori città. Dopo il rientro a Oneglia con la piccola Francesca, lei aveva lavorato per un breve periodo in quell’azienda, proprietario della quale era un amico di suo padre. Poi il comando era passato ai figli, che lei conosceva da quando erano ragazzi, e un po’ per amicizia, un po’ per guadagno, dava loro una mano nelle situazioni di emergenza.
 Per questo si era domandata se fosse il caso di proporre a Giorgio quel commercio, ma infine aveva deciso di fare un passo alla volta, ripromettendosi di spendere una parola buona alla prima occasione.
 Possiamo ora evitare di descrivere il prevedibile seguito della vicenda, salvo riferire la sorpresa di mia madre nel vedere in casa propria quel giovane, che aveva subito riconosciuto. Lei si era domandata come Giorgio - ecco che conosceva anche il suo nome - avesse fatto a rintracciarla, e a presentarsi con sua madre e lo zio Andrea. E l’emozione provocata da quell’incontro, naturalmente, non era sfuggita a nessuno.
 Una volta spiegata la ragione di quella visita, con il riserbo proprio di una giovane ragazza in quelle circostanze mia madre si era mostrata ben lieta di scoprire di quel giovane qualcosa di più. Anzi, praticamente quasi tutto ciò che in quel momento era importante sapere. Il resto sarebbe venuto col tempo... il tempo per conoscersi e maturare il desiderio di dar corpo alle loro comuni speranze per il futuro.
 Di lì a due anni mio padre e mia madre, con la benedizione di nonna Rosa, si erano così ritrovati marito e moglie nella Chiesa di San Giovanni Battista. E a poco più di tre anni dal loro primo incontro nasceva mia sorella Lucia.
Nonno Pietro. Genova in fermento. Per completare il quadro di famiglia non mi resta che presentare Pietro, il fratello genovese di nonna Rosa; una figura importante nella mia vita.
 Da tempo si era trasferito a Genova per continuare la tradizione di famiglia: l’oreficeria e la lavorazione dell’argento in filigrana. Suo padre, il mio bisnonno Tommaso, lo aveva introdotto nel mestiere parlandogli con orgoglio di Teramo, l’antenato originario di Porto che attorno alla metà del XV° secolo collaborò alla creazione della famosa Arca d’argento; la preziosa custodia delle ceneri del Battista conservata in Genova, nella Cattedrale di San Lorenzo.
 Visto che il figlio prometteva bene, il buon Tommaso lo aveva indirizzato alla bottega di Genova del cugino Vittorio, discendente senza eredi del famoso progenitore comune. In quella bottega il ragazzo avrebbe potuto mettersi alla prova nella grande città, di fronte a una committenza assai esigente.
 Sotto la guida di Vittorio, Pietro era riuscito ad appropriarsi dei segreti del mestiere diventando un abile artigiano. E quando il suo maestro, sicuro di poter lasciare la bottega in buone mani, aveva deciso di ritirarsi lui lo aveva sostituito senza alcuna difficoltà. Ne era seguìto un periodo felice, durante il quale ben presto aveva potuto ottenere ogni soddisfazione dal mestiere che amava.
 Pietro era un tipo un po’ burbero ma affettuoso. Quando tornava a Oneglia e Lucia lo chiamava nonno lui restava un po’ perplesso, mentre per qualche istante un velo di malinconia gli scendeva sul volto. La sua vita sentimentale non gli aveva riservato le stesse soddisfazioni della professione, infatti non si era mai sposato e proprio non riusciva a vedersi nel ruolo di un nonno scapolo. Per me aveva una particolare predilezione - almeno questa è la mia impressione - ma voleva bene a tutti e non dimenticava di portare un piccolo regalo per ciascuno.
 Quando mio padre capitava a Genova andava sempre a trovarlo alla sua bottega, all’angolo tra Vico Indoratori e Via di Scurreria. Si trovavano d’accordo su molte questioni riguardanti la vita economica e il governo dei due stati a cui sentivano di appartenere, chi per nascita chi per adozione: il regno di Vittorio Amedeo III e la Repubblica genovese.
 In quanto a Genova, ormai da tempo non era più la potente città che dominava i mari, ma ciò che preoccupava maggiormente era la crisi di un sistema che aveva finito per consegnare il potere nelle mani di una ristretta oligarchia.
 L’accesso al Minor Consiglio, organo cruciale nel sistema di governo della Repubblica, era riservato a coloro che possedevano grandi patrimoni, quindi il primogenito doveva essere investito di tutte le risorse della famiglia senza divisione alcuna con i fratelli minori. All’interno del patriziato si era così creato un clima di forte malcontento, ed era cresciuta la numerosa e irrequieta categoria dei nobili poveri. Al tempo stesso, gli interessi commerciali che ruotavano attorno al porto non riuscivano a trovare l’ascolto che pensavano di meritare. Ogni proposta di costituire qualche forma di rappresentanza per far sentire la propria voce trovava ostacoli insormontabili.
 Oltre a ciò, tra gli uomini delle professioni liberali si erano fatte strada le nuove idee che propugnavano cambiamenti profondi nella visione e nell’organizzazione della società, e quindi anche nell’esercizio del potere degli stati. Queste idee trovavano terreno fertile in alcune università della penisola, a Pavia come a Pisa, a Napoli come a Milano, alimentate dall’eco delle esperienze che provenivano dal vecchio e dal nuovo continente. In America, dopo una vittoriosa guerra di indipendenza, un pugno di colonie era arrivato a emanciparsi dall’invincibile Inghilterra, e nella vicina Francia il Re era costretto a venire a patti con i rappresentanti del popolo.
 Libertà economica, libertà politica, abolizione dei privilegi, eguaglianza e giustizia distributiva erano le parole nuove che cominciavano a circolare in alcuni ritrovi del centro storico della città. In parte esse si conciliavano con le istanze di una folta schiera del mondo cattolico, critico nei confronti del papato e di un clero che sembrava più intento a guardare al potere che a praticare il messaggio cristiano.
 La richiesta di nuove Costituzioni era la sintesi politica di quei fermenti. Nei carruggi genovesi comparivano scritte che incitavano ad imitare la moda di Parigi, e l’intento andava ben oltre l’ostentazione della coccarda tricolore, che un anziano e energico farmacista con bottega in Luccoli esibiva senza timore.
 Felice Morando era il suo nome e la sua spezieria si trovava all’angolo tra Luccoli e Soziglia. Pietro apprezzava sia l’uomo che i suoi rimedi per curare quei disturbi della digestione che lo angustiavano… ma quello era anche uno dei luoghi dove si riunivano uomini di varia provenienza sociale - compresi alcuni esponenti dell’aristocrazia cittadina - per discutere dei fatti di Francia e non mancava, nei loro discorsi seri, qualche pausa per una partita a carte. Fatte salve, beninteso, le contumelie quando compariva una carta che raffigurava i tiranni; fossero essi Fanti, Re o Regine!
 Lì, come nelle farmacie Odero di San Lorenzo, Di Negro alla Darsena e Perelli in vico dritto di Sant’Andrea, oppure nel Gran Caffè dietro Banchi, nella Loggia di Andrea Repetto - amico e collega di Giacomo Mazzini, il futuro padre del più famoso Giuseppe - si confrontavano idee e si disegnavano progetti. Idee e progetti che avrebbero scandalizzato i governanti delle monarchie del continente, impegnati nel combattere le loro guerre gettando al vento fiumi di denaro e le vite di troppi uomini. Fatti che appariva ormai poco gloriosi agli occhi di molti.
 
Oneglia monarchica. A onor del vero, nella mia città si erano sempre difese le prerogative sancite dagli antichi statuti. Ogni volta che gli abitanti erano stati chiamati al giuramento di fedeltà al signore di turno non era mancata la richiesta del rispetto degli antichi privilegi, e così era avvenuto di fronte ai Doria come nei confronti di Emanuele Filiberto, dopo la cessione ai Savoia del 1576.
 A quegli statuti si dovevano le regole sulla proprietà, la famiglia e le persone, così come l’esenzione dalla chiamata militare, la libertà di navigare, di commerciare e di contrattare quasi in ogni campo. Stabilito che questi antichi statuti non consentivano alcun intervento dei sudditi nelle decisioni di governo, si erano tuttavia affermati dei rapporti un po’ diversi da quelli rigidamente feudali che un po’ ovunque venivano messi in discussione… ma ora che siamo rientrati nel contesto onegliese devo chiederVi un ultimo esercizio di pazienza. Mi corre l’obbligo infatti di cercare, seppur brevemente, di inquadrare questo piccolo angolo di Liguria nel vasto palcoscenico dell’ultimo quarto di secolo del ‘700.
 Oneglia, territorio piemontese incuneato nella Repubblica di Genova, contava allora non più di 5-6 mila anime, ma con la valle che risale il corso del nostro fiume metteva insieme una popolazione ben più numerosa.
 Assieme a Nizza e Villafranca la città formava il sistema portuale del Regno dei Savoia nel nord dell’Italia. Il borgo non disponeva di un vero porto, ma era al centro di un intenso traffico di commerci sia per via di terra, in direzione del Piemonte, sia soprattutto via mare. Da essi ricavava la principale fonte di ricchezza, rappresentata dall’esportazione del suo prezioso olio di oliva: un olio dal sapore ineguagliabile.
 Il prodotto, apprezzato in ogni capitale europea, è tutt’ora il frutto di un duro e intelligente lavoro di intere generazioni, che durante i secoli hanno saputo trasformare le loro terre in un autentico giardino terrazzato. Da lì si ottiene quella preziosa delizia della quale gli onegliesi sono sempre andati giustamente orgogliosi.
 Nei loro viaggi di ritorno le navi sbarcavano grano, sale, vino, formaggi, stracci di lana per concimare gli ulivi, e tutto ciò di cui Oneglia aveva bisogno. Una buona parte delle merci prendeva poi la via dell’entroterra, a dorso di mulo per raggiungere i mercati oltre l’appennino e proseguire fino a Torino e oltre. Un commercio non facile, anche a causa dell’attraversamento di territori contesi dalla Repubblica di Genova per dispute mai risolte.
 In città, l’esonero di fatto dei residenti stranieri dal fogaggio - l’imposta che gravava su ogni capofamiglia - aveva consolidato la presenza di commercianti provenienti dall’estero, soprattutto dalla Francia. Dalla Svizzera era arrivata la famiglia Viessieux, che sarebbe rimasta in Oneglia fino alle vicende del 1792 per poi iniziare un pellegrinaggio che l’avrebbe condotta a Porto Maurizio, poi a Genova e infine a Firenze.
 Laggiù Gian Pietro Viessieux, nel 1820, darà vita a un autentico laboratorio di idee e relazioni, capace di mobilitare le intelligenze di uomini e artisti che avrebbero fornito grande slancio alla costruzione dell’identità nazionale italiana: il Gabinetto Viessieux. Ma sarà proprio Oneglia, nell’ultimo scorcio del secolo passato, ad alimentare quelle speranze grazie a un gruppo di patrioti ed esuli provenienti da diverse regioni della nostra Italia. Sotto il vessillo degli ideali e delle armate francesi essi faranno di quel modesto territorio l’avamposto della Rivoluzione dell’89 nella nostra penisola, contribuendo a far sì che nulla sarebbe più stato come prima. I cambianti avrebbero interessato sia la vita degli stati sia quella delle persone e delle famiglie, compresa naturalmente anche la mia.
 In quanto alla realizzazione del disegno unitario non mancheranno amare delusioni, e dovrà scorrere molta acqua sotto i ponti prima che possa realizzarsi. Un’acqua arrossata dal sangue di migliaia di uomini, sull’altare di nobili ideali come pure di inconfessabili ambizioni e interessi.
 Esposte le premesse nel modo migliore che mi consentono ricordi, conoscenze e capacità, non mi resta che lasciare la parola ai protagonisti di questa cronaca. Già li sento, impazienti di prendere la parola per tramandare alle generazioni future le loro esperienze, emozioni e speranze in un domani che sappiamo non essere più nostro, bensì dei nostri figli e nipoti. Perciò vado avanti cercando di dare loro un’occasione per manifestarsi, riportando alla luce qualche momento delle loro storie conservato grazie alla memoria e a un po’ di immaginazione... sempre che si sia in grado di distinguere l’una dall’altra, essendo risaputo che scrivere di cose passate è un po’ come andare a pesca nel grande mare della memoria; ora grigio del colore delle nubi, ora trasparente fino a consentire di vedere il fondo, ora improvvisamente agitato in furiosa tempesta.
Il racconto emerge grazie all’artificio del manoscritto ritrovato, poco originale e tuttavia efficace quando si voglia riesumare un mondo fatto di persone, luoghi, sentimenti e ideali in cui - vogliamo credere - ci si possa ancora riconoscere. 
Osserviamo che le parole capaci di conferire una forza dirompente alle idee di quel tempo sono giunte fino a noi, per costituire le fondamenta della nostra cultura, delle nostre Costituzioni. 
Il processo è stato tutt’altro che lineare, e oggi affronta gli strappi di una rivoluzione tecnologica che ha trasformato profondamente le nostre vite, mutando le prospettive della nostra stessa esistenza. 

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