Anna Maria Torriglia
Beirut

Titolo Beirut
Autore Anna Maria Torriglia
Genere Narrativa      
Pubblicata il 30/10/2021
Visite 110
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Spazioautori  N.  3807
ISBN 9788893392730
Pagine 124
Prezzo Libro 12,00 € PayPal

Versione Ebook

ISBN EBook 9788893392747
Il racconto è ambientato alla fine degli anni ’90. Dopo l’incontro in Italia con Issam, Lisa si reca in Libano a conoscerne la famiglia. Rimane stregata dal paese e affascinata da una diversità che è impaziente di scoprire nei suoi diversi aspetti: i legami familiari, i cibi, i paesaggi. Mentre viaggia di città in città, si appassiona alla storia del paese. La colpisce il calembour di fedi e culture: chiese e moschee che sorgono una accanto all’altra.
L’’11 Settembre si abbatte come un fulmine sulla sua relazione. L’immediata polarizzazione tra Occidente e Islam che ne segue, viene inconsapevolmente interiorizzata da Issam. Prima, essere mussulmano era un dettaglio ininfluente: ora, è diventato uno stigma. 
Davanti ai suoi occhi, Lisa stessa sembra farsi Occidente. La donna diventa testimone di una sorda ostilità. Troppe e troppo forti le pressioni che il mondo esterno esercita sulla fragile, sgualcita trama, del loro amore.
Prefazione 
Vi è chi, a proposito degli eventi bellici seguiti all’11 settembre 2001, ha parlato di “Guerra globale.” 
“Beirut”, pur con i suoi tratti vividamente e minuziosamente intimistici, può esser letto come la sussurrata attestazione di quanto fagocitante possa risultare un conflitto che, in aggiunta alle decine di migliaia di vittime, riesce ad avere ripercussioni di altra natura e su larga scala che giungono a scuotere, prima, e a far collassare, poi, finanche le relazioni interpersonali e i rapporti affettivi.
L’onda d’urto, a partire dall’epicentro newyorkese, è infatti arrivata nei più disparati angoli del mondo e ha investito sia gli arroccati palazzi del Potere sia le indifese mura domestiche.
Per usare una metafora più al passo con i tempi, il legame tra Lisa e Issam, i due protagonisti del romanzo, non ha saputo sopravvivere a un’infezione che ha trasmutato un costituente significativo della fascinazione reciproca, la diversità, in matrice di tormentosa incomprensione.
È lecito domandarsi che ne sarebbe, oggi, di quel sentimento, agli inizi capace di far intrecciare tra loro radici così eterogenee, se le Twin Towers svettassero ancora come emblemi dell’Impero d’Occidente. 
Lecito ma poco sensato, come lo è ogni ragionamento che prenda le mosse dallo stuzzicante seppur sterile: What if?
Troppo netta, d’altro canto, appare la correlazione tra la Grande Storia e questa micro vicenda che attiene al tramonto di un amore, narrato con intensa delicatezza e piena onestà intellettuale.
S. E.
Era stanca. Il volo da Malpensa era durato solo tre ore e mezzo, ma era tornata il giorno prima dagli Stati Uniti e, per quanto entusiasta, la tensione si faceva sentire. Aveva scelto un vestito lungo, con maniche corte un po’ a sbuffo, allacciato sul davanti. Una fantasia a fiori rossi, non troppo sgargiante, che s’adattava al suo carattere estroverso; i sandali, anch’essi rossi, di tela elasticizzata, erano bassi e comodi. Una scelta soppesata, per rispettare le consuetudini della famiglia di Issam.
Aveva fatto la coda alla dogana, spiegandosi in inglese con un militare baffuto e sudato, dalla pancia tonda appena trattenuta dai bottoni della camicia color kaki e, con i dollari a portata di mano, s’era recata a pagare il visto. Poi la porta scorrevole, attraversata con la valigia a rotelle e un improvviso e vociante tumulto di facce e cartelli e, assieme, una ventata d’aria umida e calda, mescolata ad un aroma salmastro e speziato.
Guardò un po’ smarrita quella platea fitta di volti e braccia ondeggianti e riconobbe Issam, il suo viso spigoloso, dalla mascella squadrata ma dai lineamenti gentili, la sua struttura solida e asciutta. Non appena ne incrociò lo sguardo, lo vide distendersi e accennare un sorriso e, quasi, abbandonare le spalle. Allungò il passo e stava per abbracciarlo, lasciando anche lei andare un sospiro di stanchezza e sollievo, quando si accorse delle sorelle. Erano tre, schierate di fianco, tutte vestite con begli abiti: Rima, la più giovane aveva un completo verde molto chiaro, era alta e sottile, e il velo le si alzava sulla testa - come alle altre - assecondando i capelli raccolti in un nodo. Poi c’era Fadja, la più riservata e fisicamente più simile a Issam, con un completo azzurro, e, infine, Iman la più grande, già sposata, che era venuta con Ali, il figlioletto di tre anni, e Jasmine, la bimba di due mesi che teneva in braccio. Anche lei aveva un bel vestito d’un verde scuro, bordato d’arabeschi. Le ricordarono, d’un tratto, così dritte e composte, una teoria di vergini bizantine, (Sant’Apollinare in Classe a Ravenna?). E poi c’era il padre, un uomo già canuto e molto stempiato, corpulento, di struttura robusta e lo stesso viso spigoloso, ma più squadrato, di quello del figlio. D’un lampo Lisa si rese conto che sarebbe stato sconveniente abbracciare Issam, come stava per fare, e si rivolse a Rima, la più giovane, che, dietro la compostezza, lasciava trasparire un forte desiderio di salutarla. Abbracciò e baciò tutte sulle guance tre volte, così come imparò sul momento, strinse la mano al padre e si accontentò di un fugace contatto con Issam.
Caricarono i bagagli su una vecchia Mercedes bianca, e s’avviarono verso la città.
Finalmente! Fuori dall’aeroporto - era pomeriggio - l’aria si fece più umida, le palme che separavano i due sensi di marcia delle carreggiate, parvero a Lisa mosse da una brezza molle e sensuale, come ventagli agitati da battiti lunghi e pigri. Il mare, alla loro sinistra, si tinse di un giallo appena aranciato e stranamente lucido, mentre l’odore di mare e di spezie, mescolato al gas di scarico delle macchine, si fece più intenso e penetrante. Man mano che si avvicinavano alla città apparvero i carretti della frutta spinti a mano, carichi di pistacchi, angurie, arance; i carrettini più piccoli attaccati alle biciclette che mostravano il “kaak”, e poi uomini che vendevano kleenex, rose, giornali, destreggiandosi nel traffico. Si sentivano i clacson ininterrotti dei servìce, che sostavano in continuazione per far salire e scendere i passeggeri. C’erano cumuli di spazzatura qua e là, sacchetti sventrati, bucce di banane; resti di macellaio. C’erano alti condomìni di pietra bugnata bianca e gialla, dal tetto piatto, attraversati orizzontalmente da fasce di balconi su cui si fissavano ampie tende svolazzanti, talvolta nuove, più spesso sdrucite o lacerate. I palazzi s’arrampicavano su per le colline piuttosto brulle e pietrose. E c’erano casette basse, circondate da terra battuta o da sabbia; alcune con qualche stentato pergolato e vasi di fortuna: qualche vecchia pentola, dei sacchetti di cellofan dove crescevano ibisco e bouganvillea. Qualche pianta grassa e dei cactus.
Avvicinandosi a Chiah, dove abitava la famiglia di Issam, si cominciavano a vedere tracce della guerra civile da poco finita. Manifesti di uomini politici o guide religiose erano attaccati sui muri o ai pali della luce. Sulla linea verde si affacciavano edifici sventrati, pianerottoli che pendevano come brandelli di stoffa, sospesi a una residua intelaiatura di ferro, che spuntava qua e là ossidata e rugginosa; intonaci sforacchiati, case mezzo demolite, altre in fase di riaggiustamento, finestre senza scuri, ingressi senza porte. C’erano ancora basse trincee costruite con sacchi di sabbia, parecchi soldati in giro, camionette militari, fontane pubbliche dove si distribuiva l’acqua in bidoni di plastica bianca. E, dappertutto, fili della luce che attraversavano le strade aggrovigliati e attorcigliati come nidi di cicogne.
Lisa, stretta tra Issam e la sorella Rima, guardava tutto con grande curiosità. I minareti delle moschee, i campanili di qualche chiesa, le scritte dorate delle pasticcerie: quell’alfabeto che pareva un grande e raffinato arabesco; i negozi con la merce esposta dappertutto, dentro e fuori. E, per quanto la sua ultima telefonata a Issam - chiamava dagli Stati Uniti - non fosse stata soddisfacente, Lisa era contenta di essere lì. Si frequentavano solo da quattro mesi e temeva che Issam si fosse pentito di un invito un po’ impulsivo e, comunque, dal sapore già così ufficiale. Presentarla, l’aveva capito, equivaleva a un impegno solenne. Forse, forse sì, aveva fatto il passo più lungo della gamba.
Era stato poco affettuoso al telefono, teso. Prima si era lamentato di non essere riuscito a leggere la lunga lettera che lei gli aveva mandato, perché aveva una calligrafia indecifrabile poi, sì, l’aveva ammesso: era preoccupato di quello che avrebbe pensato la sua famiglia. Man mano che si avvicinavano alla meta, le donne erano vestite sempre più con abiti lunghi e foulard in testa. L’arteria principale si apriva su strade laterali brulicanti di persone, negozi, carretti. Di nuovo gli odori che arrivavano a zaffate acri e intense e svaporavano rapidamente. Poi, a un’ultima curva, con la strada che già cominciava leggermente a salire ai piedi delle colline, la Mercedes prese una stradina interna e il padre di Issam parcheggiò, con diverse manovre, nello stretto cortile di un palazzone a sei piani. Erano arrivati.
Scaricarono i bagagli tra la curiosità di alcuni bambini che sciabattavano su un impiantito dal cemento slabbrato e sbriciolato. Le scale, con qualche gradino sbeccato, non erano illuminate. Issam lasciò che le sorelle lo precedessero e, a metà tra un pianerottolo e l’altro, la prese per mano, l’attirò a sé. Voleva darle, furtivamente, un bacio. Fu lei a fare la ritrosa adesso, quasi a fargli pagare la freddezza della telefonata.
“Allora, sei contento che sia qui?” chiese.
“Sì - era sincero ed emozionato - ero un po’ agitato... ma adesso sono contento! Adesso che sei qui sono contento. Tutto va bene.” Le sorrise disteso, accarezzandola e scostandole con delicatezza una ciocca di capelli dalla fronte. La guardò con occhi dolci e indifesi. Lei si abbandonò sul suo torace per un breve attimo. Tutto era così nuovo e diverso, così distante dal suo mondo e, a suo modo, già a quel primo impatto, misteriosamente affascinante.
Al terzo piano entrarono in un appartamento dal corridoio stretto, su cui s’aprivano subito - a destra - un salotto, poi, procedendo, un piccolo bagno e un soggiorno che dava su un balcone. Il balcone aveva un’altra porta, che dava sulla camera da letto, situata al termine del corridoio, a sinistra. Sempre a sinistra, ridiscendendo verso l’ingresso, c’era un cucinino, allargato su un altro piccolo balcone coperto. Si sistemarono in salotto. C’erano dei divani che parvero a Lisa subito familiari, con un’intelaiatura di legno curva e intarsiata, dalla stoffa damascata che aveva sicuramente conosciuto anni migliori; un tavolino con piano di marmo e le gambe arrotondate e, sopra, un pesante posacenere di onice marrone, proprio uguale a quello che lei aveva regalato alla nonna da bambina, come souvenir marino.
Appena appoggiati i bagagli, si sistemarono tutti lì. Le sorelle le si affastellavano intorno sorridenti, il padre, anche lui, sembrava ben disposto e decisamente cordiale. Le offrirono una bevanda dissetante, il Tang, quindi il caffè in tazzine dorate, appoggiate su tavolini che si sfilavano l’uno dall’altro come tante matrioske e che venivano poi reinfilati l’uno nell’altro a fianco del divano, poi della frutta fresca, uva, pesche, pere: infine il té fortissimo e zuccherato, assieme a pistacchi e altra frutta secca. C’era un’atmosfera di allegra eccitazione, come se l’aria gorgogliasse di risate e buonumore. Lei parlava in inglese e chiedeva a Issam che le traducesse cosa dicevano gli altri. Lui le lasciava libero il campo, non parlava molto. Ma era contento. Lo si vedeva perché sorrideva, lui, in genere così pacato, e anche gli occhi sorridevano. Tirò fuori i regali che aveva portato, cose semplici: bagnoschiuma, dolci, calze. Volenterosa di farsi accettare mostrò un libro sulla storia del Libano che stava leggendo in quel momento, a cui le sorelle e il padre risposero con un sorriso compiaciuto. “Doctora” Lisa vide che annuivano l’una all’altra, con ammirazione. Arrivarono a salutarla anche due zie paterne - una era quella non sposata - con le figlie Nassrine e Darine. Allo “zio”, un uomo alto, con i baffi e gli occhiali, Lisa porse la mano. Ma le restò a mezz’aria, mentre questi si batteva le dita sul petto. Fu solo allora che Issam le spiegò che gli uomini devoti, in genere, non davano la mano alle donne, ma che le salutavano battendosi il petto. Quello zio non le ispirò simpatia. La guardava con una certa altera accondiscendenza, e Lisa capì che le zie erano venute anche a studiare la donna che Issam voleva sposare, anche se avrebbe potuto scegliere una delle loro ragazze - ce n’erano tante di brave, educate e anche più giovani - magari una cugina.
Quando la visita terminò, le sorelle cominciarono a togliersi il velo e a cambiarsi d’abito e si spostarono in soggiorno. La ventola in alto girava con un rumore sventagliante e monotono, muovendo un’aria calda e umida. Lisa uscì sul balcone. Almeno lì, un po’ d’aria la si respirava. Una brezza leggera gonfiava le tende dei palazzi attorno e le faceva palpitare come tante vele. Era già quasi sera. In cielo veleggiavano stormi di piccioni.
“Guarda, vanno in cerchio; sembrano quasi addestrati.”
“In effetti lo sono” rispose Issam. “C’è qualcuno che si diverte a farli andare in cerchio e li comanda con un fischietto.”
Così rapidi ed alti, gli uccelli diedero a Lisa una sensazione di libertà ed eleganza. Si muovevano in gruppo, giravano tutti assieme, tornavano indietro e parevano salire ancora più su nel cielo. La voce del muezzin s’era appena levata dagli altoparlanti, e la si sentiva diffondersi ad ondate tutto intorno - dolce seppure un po’ graffiata - accompagnando quasi il tramonto; un tramonto veloce, che stava per scendere rapido, senza la fantasmagoria dei colori europei. Era una voce armoniosa e ripetitiva, ipnotica e sacrale. Lisa ci si affezionò e sempre, quando tornava in Libano, la preghiera serale del muezzin la spingeva ad una sorta di raccoglimento. La vita - alla voce del muezzin - rallentava un po’, dal balcone poteva vedere, attraverso le veneziane delle finestre e le porte aperte, gli uomini stendere il loro tappeto e inginocchiarsi a pregare.
Apparecchiarono per la cena sul pavimento. Prima le sorelle srotolarono una stuoia di plastica intrecciata, che appoggiarono sulle mattonelle, poi vi stesero su una vecchia coperta, sopra vi appoggiarono dei fogli di giornale e, sopra ancora, vennero disposti tutti quei cibi invitanti che Lisa già conosceva, perché Issam -amante della buona cucina - glieli aveva già preparati: hummos, melanzane fritte condite con aglio e limone, labni, yogurt, il formaggio bulgaro - questo un po’ gommoso - cetrioli, pomodori, tabbuleh, polpette di carne, patatine fritte. Si sedettero a cerchio per terra. Il padre teneva alla sua destra un sacchetto di cellophane in cui era contenuto il pane: un pane che sembrava una piadina sottilissima e morbida e che distribuiva a chi lo chiedeva. Si beveva alla fine, facendo scendere l’acqua in gola senza accostare le labbra alla bottiglia. Lisa mangiò di gusto, assaporando tutto, cibo e ambiente: quella sala piccola e già familiare con i suoi divani, l’armadio lungo tutta una parete, e, in un angolo, i materassi ripiegati in tre e impilati uno sull’altro, inframmezzati da lunghi cuscini, tutti ricoperti da un lenzuolo; la televisione vecchiotta - il papà di Issam amava ascoltare la radio nell’altra sala - la ventola che girava, le lampadine che pendevano dai fili. Alcuni mobili le richiamavano l’Italia degli anni ‘50. Le piacevano gli scuri, tutti di listarelle sottili, un po’ retrò. Stettero in sala la sera, e continuò la litania delle visite, con nuovo Tang, nuovo caffè, e tè. Le vicine venivano a salutare il figlio e la fidanzata, poi c’erano le amiche delle sorelle, la lontana cugina del padre. Tutte sorridevano, tutte facevano complimenti e Lisa cercava di sorridere e di ricambiare gentilmente. Non conoscere l’arabo, forse, era una fortuna: non doveva lanciarsi in discorsi particolari e, semmai, chiedevano ad Issam. Inoltre, manteneva il suo fascino leggermente esotico. Fu un avvicendarsi continuo, mentre lei e le sorelle rimanevano sedute strette una di fianco all’altra o sulle sedie pieghevoli, che s’erano magicamente materializzate e moltiplicate in quello spazio angusto.
La sera il padre la mise a dormire in quella che era la sua stanza, assieme a Issam - l’unica stanza sui cui due ampi letti ci si riposava a turno anche di giorno - ma in letti separati e con la porta aperta. Le porte, in Libano, avrebbe imparato, non si chiudono mai. Finalmente.
Finalmente soli.
“Come mai tuo padre ci fa dormire insieme, anche se con la porta aperta?”
“Mah … sembra strano anche a me.”
Il padre di Issam era stato un padre autoritario, impositivo, anche se a Lisa riuscì simpatico, con quei suoi movimenti energici, la sua determinazione e una vitalità ancora dirompente.
“Quando c’era la guerra ed era ancora viva mia mamma, non ha permesso al fidanzato di Iman di dormire qui, anche se era pericoloso muoversi di sera con la gente che sparava e tutto. E sia Iman che mia madre si sono molto arrabbiate. Ma lui è fatto così, è testardo: non ha ceduto.”
Comunque, non avrebbero avuto il coraggio di spostarsi dal letto a loro assegnato. Tutte le porte erano aperte, la notte silenziosa e, per Lisa, quel silenzio era carico di ascolto. Chiacchierarono degli ultimi giorni, lei del suo seminario americano, lui delle sorelle e del padre, intrecciarono le mani sospese sullo spazio tra i letti. Era felice di essere lì, in quel mondo di cui tanto aveva sentito parlare e che a Issam era così caro. Poi s’addormentarono. Bramando un po’ di fresco nella notte afosa.
Fuori, le tende si gonfiavano e sgonfiavano al ritmo della brezza che veniva dal mare.
Il racconto è ambientato alla fine degli anni ’90. Dopo l’incontro in Italia con Issam, Lisa si reca in Libano a conoscerne la famiglia. Rimane stregata dal paese e affascinata da una diversità che è impaziente di scoprire nei suoi diversi aspetti: i legami familiari, i cibi, i paesaggi. Mentre viaggia di città in città, si appassiona alla storia del paese. La colpisce il calembour di fedi e culture: chiese e moschee che sorgono una accanto all’altra.
L’’11 Settembre si abbatte come un fulmine sulla sua relazione. L’immediata polarizzazione tra Occidente e Islam che ne segue, viene inconsapevolmente interiorizzata da Issam. Prima, essere mussulmano era un dettaglio ininfluente: ora, è diventato uno stigma. 
Davanti ai suoi occhi, Lisa stessa sembra farsi Occidente. La donna diventa testimone di una sorda ostilità. Troppe e troppo forti le pressioni che il mondo esterno esercita sulla fragile, sgualcita trama, del loro amore.

 

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