Alessandra Vinotto
UNCONSCIOUSNESS QUARANTINE

Titolo UNCONSCIOUSNESS QUARANTINE
Autore Alessandra Vinotto
Genere Catalogo - Arte      
Pubblicata il 20/03/2022
Visite 159
Editore Liberodiscrivere
Collana Art Commission  N.  11
ISBN 9788893392822
Pagine 100
Note a cura di Virginia Monteverde .Testo italiano e inglese
Prezzo Libro 25,00 € PayPal
Un non luogo, non necessariamente Utopia, ambienta la quarantena dell’inconscio di Alessandra Vinotto. Un bosco, la natura, la scelta di reclusione (la negazione della libertà costretta) e clausura (la negazione della libertà liberamente scelta) in una cella tanto angusta prigionia quanto religioso raccoglimento entro uno spazio visivamente ma anche mentalmente sconfinato. Un tempio umano della solitudine con la quale dialogare, intanto tra sé e sé, quindi con l’universo circostante popolato di animali e vegetali, né gli uni né gli altri estranei, anche quando - naturalmente, appunto - la convivenza comporta anche dolorose parentesi. ... presentazione di Stefano Bigazzi 
Un non luogo, non necessariamente Utopia, ambienta la quarantena dell’inconscio di Alessandra Vinotto. Un bosco, la natura, la scelta di reclusione (la negazione della libertà costretta) e clausura (la negazione della libertà liberamente scelta) in una cella tanto angusta prigionia quanto religioso raccoglimento entro uno spazio visivamente ma anche mentalmente sconfinato. Un tempio umano della solitudine con la quale dialogare, intanto tra sé e sé, quindi con l’universo circostante popolato di animali e vegetali, né gli uni né gli altri estranei, anche quando - naturalmente, appunto - la convivenza comporta anche dolorose parentesi. 
Sola come anacoreta (ma anche divinità pagana) capace di proiettarsi oltre la semplice contemplazione, elaborando un racconto variamente articolato (immagini, parole, ragionamenti), Vinotto colleziona in tanta assenza di presenze un repertorio di immagini che documentano il lungo periodo di apparente isolamento: un’ascesi mistica in cinque tempi, dalle tenebre alla purificazione, quasi dantescamente procedendo dalla città infernale di Babilonia alla Gerusalemme celeste. Nel tragitto emergono i sentimenti di questo spaesamento accettato e subìto al contempo, angoscia e attesa per poi schiudersi alla rivelazione. E tanto il paesaggio appare vasto tanto lei, Alessandra, si frammenta. Ingigantisce i dettagli, ritaglia il proprio punto di vista per confrontarlo a distanza ravvicinata con gli elementi naturali, insetti piante cielo luna erba muffe, inevitabili anzi imprescindibili compagni di viaggio. 
Una simile frammentazione è coerente al motivo conduttore dell’opera, l’inconscio, e forse non a caso talune sovrapposizioni compongono scenari allucinati, nei quali a tratti intravedere Hyeronymus Bosch o Salvador Dalì, prospettive rivoltate, che seguendo un corso interiore delle stagioni mostrano una sempre diversa e progressiva percezione della luce, dell’ordine delle cose. 
Alessandra osserva quanto le è intorno, e questo osserva lei. E lei osserva quanto è in sé stessa, cataloga disagio, paura, dolore, mancanza, trasfigura i sentimenti e si lascia pervadere dalla natura tutta, narrata appunto per immagini (artista tra fotografia e cinematografia) e parole, in versi. “Quando attraverso una foresta - scrive - ho sempre la sensazione che il mio non sia un semplice camminare: è il pensiero che mi guida, l’essenza dello spirito ancestrale. Per questo resto in silenzio e ascolto ogni fruscio, ogni battito d’ali: perchè così come io mi muovo tra gli alberi, nello stesso modo il bosco entra dentro di me, creando uno scambio di energia che mi dona la consapevolezza di esistere”. E allora la conoscenza si fa coscienza il bosco paradigma del creato è un teatro di varia rappresentazione: “Vivo nei riverberi tra i rami,/ Le voci in lontananza,/ Un sole pallido,/ La felicità perfetta/ Negli intervalli di solitudine”. Solitudine accettata, scelta, consumata: qui è sovrumano graffiarsi, lasciarsi accarezzare (frustare) dal vento, scaldare (bruciare) dal sole, familiarizzare con gli insetti, immergersi nell’eterno: “Ti ho insegnato/ Che il rumore delle foglie calpestate/ È una musica su cui regolare il passo”. Evoca “Sensazione” di Arthur Rimbaud (“Le sere azzurre/ d’estate, andrò per i sentieri,/ Punzecchiato dal grano, a calpestare erba fina:/ Trasognato, ne sentirò la freschezza ai piedi./ Lascerò che il vento mi bagni il capo nudo”, traduce Laura Mazza). 
In questo grande immenso bagno di felicità strappata al presagio della morte, in questa quarantena protrattasi per sedici mesi ecco quasi per caso materializzarsi una verità, eccentrica (secondo il pensare comune) e luminosa. Quanto è accaduto e sta accadendo ci ha arricchito, volenti e nolenti, ci ha costretto a parlare al nostro spirito, magari chi pensava (sperava) non esistesse si è convinto del contrario. 
“Non avremo un’altra pandemia a proteggere i sogni/ A tenerci lontani dal mondo e vicini a noi stessi/ A difendere la nostra libertà”, scrive.
Emerge dall’inconscio, dal lavacro esistenziale e interiore che si è andata a cercare per non rischiare di contagiarsi (e dunque non doversi negare ai propri cari) consapevole del mostro che tuttavia protegge i sogni e ci avvicina e ci fa difendere la libertà. La Rivelazione. 
Quasi un Cantico contemporaneo, a confermare quello del fraticello di Assisi: Signore - prega, canta - tu sia lodato per tutto questo, per il sole che illumina, per la luna e le stelle, per fratello vento, per l’aria, il cielo, per sorella acqua, e per il fuoco, e per la terra che nutre ma che addolcisce dei fiori lo sguardo interiore. Anche “per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò scappare”. 
Giunta infine all’ultima stazione, nel suo Eden temporaneo in forma di monolocale vista universo l’artista, stavolta conscia di una felicità per quanto relativa, ricompone ogni frammento. Purificazione, la chiama.
STEFANO BIGAZZI
Un non luogo, non necessariamente Utopia, ambienta la quarantena dell’inconscio di Alessandra Vinotto. Un bosco, la natura, la scelta di reclusione (la negazione della libertà costretta) e clausura (la negazione della libertà liberamente scelta) in una cella tanto angusta prigionia quanto religioso raccoglimento entro uno spazio visivamente ma anche mentalmente sconfinato. Un tempio umano della solitudine con la quale dialogare, intanto tra sé e sé, quindi con l’universo circostante popolato di animali e vegetali, né gli uni né gli altri estranei, anche quando - naturalmente, appunto - la convivenza comporta anche dolorose parentesi. ... presentazione di Stefano Bigazzi 

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