Sandro Sansò
Il mio amico Bill

Titolo Il mio amico Bill
Autore Sandro Sansò
Genere Romanzo Western      
Pubblicata il 23/03/2022
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Editore Liberodiscrivere®
Collana Il libro si libera  N.  189
ISBN 9788893392846
Pagine 360
Prezzo Libro 18,00 € PayPal

Versione Ebook

ISBN EBook 9788893392853
Anni Cinquanta. Al quattordicenne Alex viene rivelato un giorno che il massimo dei suoi sogni, quello di poter vivere l’epopea del West, diventerà realtà. Ma la sua felicità non durerà a lungo, perché Alex si renderà subito conto di quanto la vita laggiù, in quegli sconfinati territori, sia diversa da quella che aveva conosciuto grazie ai libri, ai fumetti e ai film. Nessun eroe o quasi in difesa dei deboli e una sola legge, quella della violenza, del sopruso e della sopraffazione. Ma Alex avrà modo di conoscere anche gente per bene, primo fra tutti Wild Bill Hickok, del quale finirà per scrivere la biografia che, al di là delle licenze romanzesche, manterrà intatte le componenti principali della vita del più famoso uomo di legge della Frontiera.
Ti è stato concesso il privilegio di trasformare il tuo sogno in realtà, non chiedere perché. Non potrai tornare indietro, ma ti saranno forniti alcuni consigli importanti per affrontare la vita in cui ti appresti a entrare. Non dimenticarli mai, in caso contrario potresti andare incontro a gravi inconvenienti, fra i quali anche la morte.
1) Il profilo. Tienilo sempre basso e nessun colpo di testa, nessuna iniziativa azzardata. Ingoiare rospi (quando va bene) fa parte di ogni genere di esistenza, ma in questa prossima ne ingoierai un giorno sì e l’altro pure e più volte al giorno anche.
2) La memoria. Ti rimarrà, ma non ne parlerai con nessuno. Un solo accenno potrebbe risultare dannoso e sarebbe comunque inutile. Utile ti sarà invece per muoverti nel nuovo futuro, né più, né meno come un’esperienza.
3) La lingua. Ti sarà dato di conoscerne una che fino a ieri ti era ignota o quasi. Te ne servirai soprattutto per ascoltare. Ascoltare molto e parlare poco è la regola alla quale dovrai attenerti con assoluto rigore. E quando ti sorgerà il dubbio che anche un monosillabo possa apparirti superfluo, taci.
4) La terra. Capiterai in una terra del tutto diversa da quella in cui hai vissuto finora e da quella in cui hai sognato di vivere. Ne conoscerai una nuova, sconosciuta, estesa a perdita d’occhio ma pericolosa, perché piena di uomini pericolosi, perciò dovrai stare molto attento.
5) I soldi. Avrai a disposizione una somma, in apparenza piccola, in realtà, come avrai modo di constatare, importante. Usala con accortezza.
6) Il nome. Da domani ti chiamerai Alex. Buona fortuna.
Non c’era un filo d’aria, il sole era un martello incandescente, dal cielo, abbacinante più che bianco, la calura scendeva e gravava sulla terra, arroventata come la crosta di un vulcano in eruzione. E nella pianura sconfinata, all’orizzonte della quale, lontane chissà quanti chilometri, si ergevano montagne azzurrine dai profili tremolanti, non un albero che offrisse riparo. Una terra estesa a perdita d’occhio, dice il consiglio, ma dove sia non lo dice. Vedremo. In scarpe da ginnastica e senza calze, saltellavo per dar sollievo ai piedi che mi ardevano.
Davanti a me l’abitato si annunciava con una scritta dai caratteri approssimativi in vernice nera, Hays City, su un asse sbrecciato e inchiodato a un palo che precedeva di poco alcune costruzioni in legno, più simili a catapecchie che a case. Hays City? Dal nome dovrebbe essere una città inglese oppure americana o australiana, ma è il paesaggio che non mi pare inglese, forse è americano o, appunto, australiano.
Non capivo, ma non ero preoccupato, forse per capire ci voleva tempo.
Il trotto di un cavallo risuonò alle mie spalle. Nonostante la mano a visiera che avevo sollevato a proteggere gli occhi, non riuscii a mettere a fuoco la figura di chi lo montava. E quando mi si fermarono accanto, cavaliere e cavalcatura mi s’imposero con un’unica ombra che si stagliava nella luce abbagliante. Ma in basso, l’ombra lasciava spazio a immagini che rivelavano ogni particolare. Sul fianco dell’animale lucido di sudore, di un grigio acciaio con macchie più scure, si allungavano uno stivale nero, decorato di impunture, il tacco alto, sul tallone un argenteo sperone a stella, e un pantalone chiaro. E l’impugnatura di una pistola, in corno pareva e con un’aquila incisa, spuntava dall’apertura della giacca di pelle con le frange alle maniche. Oltre il pomo della sella, infine, il calcio di un fucile sul quale brillava una protezione dorata, forse in ottone.
No, non posso sbagliarmi, questo è il West. Quello stivale, quello sperone, quella pistola e quel fucile non possono non appartenere al West, sono il West. Così come lo sono il cavallo e i suoi finimenti, a cominciare dalla sella con le sue borchie in argento e il pomo sporgente. È questo allora il privilegio che mi è stato concesso, vivere la vita della Frontiera, non quella fantastica dei film e delle letture di cui mi ero alimentato fino a quel momento, ma come dice il consiglio, la vita reale, da affrontare possibilmente con una Colt e un Winchester. Vivrò dunque nella terra di Tex Willer, perché questo cavaliere è lui, è Tex Willer, e diventerò il suo secondo pard, visto che il primo è il navajo Tiger Jack, e sparerò con Tex, con suo figlio Kit e col fraterno amico Kit Carson, sparerò proprio come loro, bang!, zip!, aahhh!, farò a cazzotti, smack!, ouuuch!, proteggerò i deboli – e anche gli indiani, sì –, punirò i cattivi e li assicurerò alla giustizia, se prima non li farò fuori, ovvio anche questo. E riconosco, non posso sbagliarmi neppure stavolta, la prateria che mi circonda, la mitica prateria delle transumanze e dei carri Studebaker e Conestoga disposti a cerchio, le fiancate irte di frecce, sotto i quali i pionieri sparano agli indiani urlanti e dipinti con i colori di guerra che li assediano con polverosi caroselli a cavallo. E fra poco riconoscerò anche il paese, che tutto sarà meno che una città come afferma il cartello. Un villaggio anzi sarà Hays City, un tipico villaggio del West, con le case di legno, come ho appena intravisto, senza dubbio col saloon, la banca e l’ufficio postale, questi in muratura, e quello dello sceriffo.
Un momento però... questo non può essere Tex. Gli stivali di Tex sono più bassi e sono in cuoio chiaro e Tex non è vestito di pelle e le pistole le porta col calcio, che non è in corno, rivolto all’indietro, non in avanti. Ma che West è questo? Non è che mi trovo sul set di qualche film western?
Lo sguardo che mi sentii piovere addosso mi avvertì che non era il momento di perdermi in domande o in ricordi, ma di sperimentare la mia nuova lingua. Ed era meglio che lo facessi a occhi bassi, non solo per via del sole.
“Che ci fai qui, ragazzo? Senza cappello, il cervello ti bollirà”. Una domanda, ma dal tono di chi non ammette esitazioni ed è abituato a ottenere una risposta immediata e adeguata. Non autoritario, semmai autorevole. E un’affermazione che non poteva essere contestata.
“Sì”. Che altro potevo rispondere?
“Sì signore. Non te l’hanno insegnata l’educazione?”
“Sì, signore”. Ora lo so di sicuro, sono nel West autentico, quello della Frontiera, solo qui si dice “Sì signore”. Come nei film, Lascia perdere i film.
“Così va meglio. Di chi sei figlio?”
E ora che gli dico?, La verità, che c’è di male?
“Sono orfano”
So–no or–fa–no si–gno–re”, sillabò, ma con indulgenza, non c’era dubbio. “Be’, ma un nome ce l’avrai, no?”
“Alex, signore”
“Alex e poi?”
E poi cosa? Il consiglio parla solo di un nome, non di un cognome. Mi chiamavo Bevilacqua, fino a ieri.
“Drinkwater, signore, Alex Drinkwater”. I riflessi non mi hanno tradito per fortuna.
“Drinkwater? Non mi risulta che in città ci sia qualcuno con un nome del genere. Però – ridacchiava? – c’è un sacco di bevitori, di whiskey e di birra, non di acqua, qui a Hays. Dove stai andando?”
“In città, signore”
“Ah... e da dove vieni?”
Da dove vengo? Dai dintorni di Genova, ma come faccio a dirglielo? E se anche mi limitassi a Genova, che ne sa lui di Genova?
“Da un’altra città”
“Da un’altra città, signore”
“Certo signore, da un’altra città, signore”
“E quale?” Ora il tono si era fatto impaziente e inquisitorio.
Esitai, forse un attimo in più di quanto la situazione richiedeva. “Non mi ricordo, signore”, risposi, gli occhi bassi e il tono contrito.
“Vedi che avevo ragione? Il cervello comincia a bollirti”. Come d’incanto, in mano all’ombra umana apparve una fiasca di pelle. “Bevi”, mi disse. Non mi parve un ordine, ma suonò come lo fosse.
“Non ho sete signore, grazie”
“Bevi”, ripetè con lo stesso tono.
Che potevo fare? Obbedii e dovetti riconoscere che l’acqua mi fece stare meglio. “Grazie signore”, dissi restituendogli la fiasca.
L’ombra umana la prese e la appese, mi parve, a qualche gancio della sella, poi con un sospiro si chinò sul fianco opposto dell’ombra equina, frugò, immaginai, in una borsa identica a quella in cuoio che pendeva sul mio lato e tornò in posizione eretta, questa volta in mano un cappello marrone a falda larga che doveva averne viste tante. Con le nocche sistemò dall’interno la cupola schiacciata facendole riacquisire l’antica forma tonda. “Tieni – me lo tese – e butta quelle ridicole scarpe e anche quella maglietta rossa, se non vuoi che ti prendano per una signorina”, aggiunse spronando il cavallo, che al piccolo trotto proseguì verso l’abitato.
“Certo signore, grazie signore, arrivederci”. Nessun saluto. Meno male che i calzoni vanno bene.
Adesso il sole non mi abbagliava più e potevo vederlo quel cavaliere, ormai di spalle, larghe e, mi parvero, muscolose, il busto eretto che, pur immobile in apparenza, in realtà assecondava l’andatura dell’animale con un beccheggio impercettibile. Non conoscevo nulla sulle tecniche del cavalcare, ma la sua era senza dubbio elegante, nobile avrei detto. Sotto il cappello nero, anch’esso a cupola tonda e a tesa larga, i riccioli, meglio i boccoli, della lunga, ondeggiante capigliatura, forse bionda, ricadevano sull’ampio fazzoletto azzurro annodato al collo.
Il cappello, il mio ora, mi ballava sulla testa, tanto che se la giravo, la testa, il cappello no, non girava con lei, rimaneva sempre nella stessa posizione in cui me l’ero messo. Forse, se l’avessi imbottito all’interno con della stoffa o della carta, avrei finito per adeguarlo alla mia misura. Per fortuna la tesa, dal bordo sfilacciato ma ampia, era l’ideale. Regalava un’ombra che non mi costringeva a socchiudere gli occhi per difenderli dal sole.
In tasca trovai un rotolo di banconote verdi stretto da un elastico e una manciata di monete, poco più di cinquanta dollari diceva quella ‘S’ attraversata da una barra verticale.
Bene, che cosa ci compro?, Come ti è stato consigliato il profilo dovrai tenerlo basso, cioè dovrai passare il più possibile inosservato, ma così abbigliato non ci riuscirai mai come ti ha fatto notare quel cavaliere, quindi la soluzione più conveniente credo sia quella di vestirti come si vestono tutti quelli che nel West ci vivono, un paio di stivali e una camicia, visto che i calzoni hanno superato l’esame e il cappello ti è stato regalato, Dovrò entrare in città allora, Questo è poco ma sicuro, c’è solo da sperare che i dollari siano veri, ma non vedo perché non dovrebbero esserlo, Allora andiamo a vestirci e a dare un’occhiata a questa Hays City.
Più che uno sterrato, quello che portava nell’abitato era un asciutto tratturo segnato dai solchi delle ruote di carri e calesse e dalle impronte degli zoccoli dei cavalli e dei bovini – ma quale città del West, ché qui pure quattro catapecchie le chiamano città, non ha l’unica strada percorsa da carri, calesse, cavalli e anche da mandrie di bovini? –, su entrambi i lati del quale si affacciavano due file di case. Case? Non esageriamo, costruzioni in legno erano, in maggioranza a un piano, alle quali se ne alternavano altre, rare, di due al massimo, in una successione che cessava d’improvviso cinquecento metri più in là, dove il tracciato tornava a perdersi nella prateria e nella calura. Le più umili, veri e propri tuguri, tirate su con tavole rabberciate alla meglio, meno rozze quelle nella cui costruzione – con assi squadrati e levigati che non lasciavano fessure e talvolta abbelliti da fregi e intagli – era stata posta maggior cura o era stato speso qualcosa in più. Molte dotate di marciapiedi di legno sopraelevati di un mezzo metro sulla polvere e sul fango secco del tratturo e delimitati da rozze ringhiere anch’esse di legno, su qualcuno allineate delle sedie di vimini, qualche porta sovrastata da insegne, talune a colori, con nomi e indicazioni di attività – “Timothy Bolton barbiere e cavadenti” e sotto un rasoio, un pennello insaponato e un molare, “Nathaniel Franklin, alimentari, sementi, abiti, armi, tutto per il vostro amico” e a fianco uno sperone e la testa di un cavallo –, negozi ed empori insomma. E più avanti, oltre la lieve curva a destra, mi sarebbero apparse la chiesa e la banca, quasi certamente bianca la prima, in mattoni rossi la seconda, forse l’ufficio postale e senza dubbio l’ufficio dello sceriffo, ma questo in legno.
La sorpresa arrivò quando soffermai lo sguardo sui particolari. Alte e pretenziose facciate, anch’esse in legno, coprivano la parte anteriore di un certo numero di edifici, in apparenza i più dignitosi, alcuni dei quali esibivano dei poggioli. Ma dietro, quasi defilati come a voler nascondere la propria presenza, si allungavano improbabili manufatti, di tronchi e ancora di assi, qualcuno addirittura di zolle essiccate, questi composti del solo piano terra, poco più che capanne. Incombenti e nello stesso tempo protettive nei confronti delle squallide costruzioni, quelle facciate parevano inviare al passante un messaggio che suggeriva, o forse ordinava, di non spingere lo sguardo troppo oltre, pena gravi conseguenze. Insomma straniero, ecco quale poteva essere il significato del messaggio – non necessariamente riferito a quella sorta di urbanistica –, controlla la tua curiosità, sii discreto, evita di guardare troppo oltre o troppo in profondità, in sostanza dove non devi, e non avrai noie. Insomma straniero, interpretai, tieni il profilo basso che ti è stato consigliato.
Tutto, la prateria, le montagne lontane, in primis quell’ammasso di sgangherate abitazioni e di presunte costruzioni in mattoni che gli abitanti si ostinavano a definire città, era un déjà vu nei film con Randolph Scott e Gary Cooper, sugli albi a fumetti di Aurelio Galleppini o sui libri di Zane Grey e Louis L’Amour. Ma cinema, libri e fumetti, dove immagini e parole indugiavano minuziose sui dettagli di visi, abbigliamento, armi, carri, treni, animali e paesaggi, non potevano rendere con altrettanto realismo la componente essenziale dell’atmosfera di una qualsiasi altra città del West, della stessa Hays City: il puzzo. Da quell’agglomerato di case saliva un sentore mefitico che compendiava ogni effluvio di cui la presenza umana poteva essere origine e causa. Dal tanfo delle latrine, senza dubbio concepite solo per tutelare il pudore di chi le utilizzava, che impregnavano il terreno con i loro liquami, al lezzo di sudore stantio che evaporava dagli indumenti stesi sugli steccati, cui si aggiungeva il fetore emanato dai rifiuti, di tutti i generi, lasciati ovunque a fermentare e a marcire sotto il sole. Un’atmosfera immobile – dove l’unico segnale di vita era il ronzio ininterrotto di mosche e altri insetti – che l’afa contribuiva a compattare sui tetti come per respingere il lievissimo accenno di stallatico e fieno a tratti aleggiante e del quale mi affrettai a fare scorta con un’inspirazione a pieni polmoni. Doveva provenire, immaginai, dalla prima della fila di costruzioni sulla mia destra, poco più di una capanna adibita forse a ricovero per i cavalli e, lo indicavano un’incudine e un mantice, a officina di mascalcia.
Non avevo idea di che ora fosse, ma la posizione del sole, la temperatura, il silenzio e la strada deserta e, sì, anche la fame, mi suggerirono che potessero essere le tre del pomeriggio o giù di lì. Saranno tutti al lavoro, magari con le mandrie al pascolo, perciò può darsi che solo in apparenza questa sia una città vuota, come avviene in tutto il West sarà al tramonto che si animerà, allorché i cowboys lasceranno i ranch del territorio e verranno a ubriacarsi, a mangiarsi la paga a poker o al bordello, ché così qui si chiama il casino.
Chissà se Hays City ce l’ha un bordello, Se ha un saloon, avrà anche un bordello, il binomio è inscindibile.
La fame ora la sentivo, ma sapevo di dover dare la precedenza al vestiario prima che scarpe e maglietta attirassero l’attenzione di qualcuno.
Del negoziante è inevitabile, E se vorrà sapere perché mai sono vestito a questo modo, che gli risponderò?, Be’, la lingua la mastichi, riuscirai a cavartela.
Mi avviai verso l’emporio di Nathaniel Franklin, il più vicino – ma per quanto fino a quel momento ne sapevo l’unico –, qualche costruzione più avanti sulla destra. Salii i tre gradini che portavano al marciapiede e prima di entrare spiai attraverso i vetri impolverati. Dietro il banco, un uomo di mezz’età, magro, semicalvo, occhiali a pince nez, baffi e favoriti color pepe che facevano un tutt’uno, annotava qualcosa su un quaderno con un mozzicone di matita di cui ogni tanto con la lingua inumidiva la punta.
Spinsi la porta e aprii uno spiraglio sufficiente a farmi entrare. Sembrava che il presunto signor Franklin fosse molto impegnato nel suo lavoro, o almeno quel tanto da non farsi distrarre dal cigolio del battente. E le scarpe da ginnastica sul pavimento di legno non avevano fatto alcun rumore, né fuori, né dentro. Mi sorprese il nuovo odore, anche questo un amalgama, ma stavolta di profumi, liquirizia, miele, frutta candita e sciroppata, dolciumi, cuoio, tabacco, naftalina e chissà che altro, di cui avrei potuto individuare con comodo la provenienza se mi fossi spostato a mio piacimento, cosa da non prendere al momento in considerazione. Mi guardai intorno, frastornato dal disordine che, me ne resi subito conto, era tale solo in apparenza.
Sul pavimento di legno, allineati alle pareti in doppia e tripla fila sacchi di iuta aperti e colmi di farina bianca e gialla, grano, mais, fagioli, pomodori secchi, sementi e altri prodotti che non conoscevo, ammucchiati negli angoli manici di legno chiaro per ogni genere di attrezzi, rotoli di corda, appoggiati alla traversa due pesanti gioghi che coprivano in parte un aratro, appesi alle travi del soffitto selle, staffe, redini, testiere e altri articoli di cuoio. Nello scaffale dalle ante vetrate alle spalle del negoziante, una rastrelliera di fucili, due pile di coperte, diverse paia di stivali e di speroni, lumi a petrolio, confezioni di tabacco, sugli attaccapanni di un secondo scaffale pile di cappelli e indumenti maschili di pelle e stoffa, altre pile stavolta di camicie colorate. Più in alto, nello spazio della parete fra il soffitto di tronchi, levigati e verniciati con cura, e la sommità dello scaffale, era fissato una specie di scudo in legno con un paio di corna bianche, lunghe e slanciate che non potevano essere di bisonte, le corna di bisonte sono corte e ricurve, me le ricordo bene, Ma nel West ci sono i bovini longhorn, hai presente?,
È vero, hai ragione, allora sì, saranno corna di longhorn.
In una seconda scansia, affiancata alla prima e sormontata anch’essa da una pelle rossiccia completa di una folta coda inchiodata alla parete che in un altro momento, in un altro mondo, avrei attribuito a una volpe, ma che qui certamente era appartenuta a un coyote, il settore dell’abbigliamento femminile.
Incredibili manichini privi di testa, braccia e gambe, il vitino di vespa, e poi abiti, scampoli di tele colorate, busti di stecche, corsetti, nastri, cuffie, cappellini, guanti, borsette, ombrellini, scarpette col tacco, gambaletti, confezioni per il maquillage, specchietti, boccette di profumi e di smalti, pettini e spazzole per capelli. E ninnoli, una quantità incredibile di leziosi, inutili ninnoli in ceramica, terracotta, vetro, argento, piccoli soprammobili, minuscole bamboline, vasetti e scatoline. Sulla colonna in pietra alla mia sinistra, uno specchio a misura d’uomo abbastanza scrostato che mi rimandò l’immagine, del tutto fuori luogo, inaccettabile riconobbi, di un ragazzo in maglietta rossa, pantaloni lunghi di tela, scarpe da ginnastica e un cappello che, nonostante la resistenza delle orecchie, si ostinava a calargli sugli occhi. Sul banco, accanto alla colonna, un grosso serpente in posizione di attacco, i denti ricurvi e acuminati ben visibili nelle fauci spalancate da cui sporgeva la lingua biforcuta, gli occhi vitrei a pupilla verticale, arrotolato sulle proprie spire dalle quali spuntavano i sonagli della coda – imbalsamato, certo, ma non per questo meno terrificante –, una brocca di vetro con una ventina di lunghi sigari, un cartone su cui era fissato un campionario di ami da pesca di tutte le dimensioni, barattoli di esche per pesci e recipienti di bevande colorate, la verde alla menta, la rossa forse al ribes, e contenitori di dolciumi e di frutta candita e sciroppata. Altra mercanzia che non riuscivo a distinguere doveva trovarsi negli scomparti del banco, dei quali il riflesso del sole sui vetri mi suggeriva la presenza. Dolciumi e frutta mi rammentarono che avrei potuto acquistarne qualcuno per placare le richieste dello stomaco, ora più esigenti.
“Cerchi qualcosa giovanotto?”. Non aveva alzato gli occhi dal quaderno il presunto signor Franklin, ma il cigolio della porta doveva averlo sentito, quindi mi aveva visto, era evidente. Intanto continuava a inumidire la punta del lapis e a scrivere. Ecco la seconda occasione per il perfezionamento del nuovo idioma, ma solo lo stretto necessario, mi raccomando.
“Sì..., sì signore”
“Qualcosa di decente da indossare, immagino”, ridacchiò. Pure lui.
“Sì signore. E anche qualcosa da mangiare, signore”
“Qui c’è tutto quello di cui hai bisogno. Piuttosto – per la prima volta alzò la testa, aggrottò le sopracciglia e mi osservò sopra le lenti, fra l’inquisitorio e il sospettoso –, puoi pagare?”
La mano in tasca, strinsi fra le dita il rotolo di banconote.
Basteranno cinquanta dollari?, Credo di sì, ma se sforerai, dovrai per forza rinunciare a qualcosa.
“Credo di sì, signore”
“Credo lo dici in chiesa. Puoi o no?”
“Credo di sì signore, anzi certamente sì, posso pagare, signore”
Mi guardò di nuovo, stavolta fra l’incredulo e il sospettoso. “Quand’è così, sei autorizzato a dare un’altra occhiata”. Anche la prima aveva notato, presi atto.
Mi diressi verso il bancone, diviso in senso longitudinale in due sezioni, una di legno, l’altra, verso l’interno, composta, avevo visto giusto, da cassetti con la parte superiore protetta dal vetro. Dentro, pistole di vari calibri e marche, fondine, cinturoni, scatole di munizioni, coltelli di tutte le fogge e per tutti gli usi e anche mazzi di carte da gioco e pipe, alcune col fornello ricavato da una pannocchia di granturco.
Il signor Franklin chiuse il quaderno, lo ripose in un angolo, si sistemò la matita dietro l’orecchio e allargò le braccia appoggiando le mani sul ripiano. “Non mi dirai che vuoi comprare una pipa. O una pistola”.
“No signore”
“E che ti serve allora?”
“Due camicie, due paia di calze e uno di stivali, signore. E anche qualche frutto candito o sciroppato e due bastoncini dolci, uno alla liquirizia”
“Per piacere”
“Certo signore, per piacere signore”
“Così va meglio”. Come il cavaliere. D’ora in poi, quando parlerò con qualcuno, non dovrò mai dimenticare il ‘signore’, il ‘per piacere’ e il ‘grazie’, sembra proprio che ci tengano, qui.
Si sporse in avanti, mi lanciò un’ultima occhiata che partì dai piedi, risalì lungo le gambe, il busto e, arrivata al viso, indugiò, con ironia mi parve, sul cappello.
“Ho quello che fa per te”. Si voltò verso lo scaffale, prese a colpo sicuro due camicie, una blu e una a quadri rossi e verdi, e un paio stivali di cuoio chiaro, con la suola spessa, il tacco basso e a punta quadra, ma col gambale più alto di quelli che porta Tex, e li posò sul banco, poi da un tiretto tolse le calze che sistemò accanto agli stivali. “Ti andrà tutto a pennello”, sentenziò. Dai contenitori pescò infine due bastoncini e tre pere.
“Questi vanno bene?”
“Sì signore”.
Li avvolse in un pezzo di carta e li affiancò al vestiario. “Eccoti servito”
“Grazie signore”. Mi stavo accingendo a prendere camicie, stivali e calze per provarli, ma lui mi precedette bloccando il tutto con le mani. “Calma giovanotto, prima i soldi. Fanno trenta dollari e ottanta”.
“Certo signore”. Non avevo nessuna intenzione di tagliare la corda senza pagare, signore.
Questa volta il signor Franklin allungò il collo per vedere dove conservavo il denaro e quanto ne avevo, piuttosto scettico, immaginai, sulla possibilità che un ragazzo di non più di quattordici anni potesse disporre di una somma senza dubbio inadeguata alla sua età. Ma anche speranzoso, il signor Franklin, di diventarne il proprietario. Feci aderire il più possibile la gamba al bancone e solo quando fui sicuro di averla sottratta alla portata dei suoi occhi, tolsi di tasca il rotolo dei soldi, sfilai in fretta tre biglietti da dieci dollari, vi aggiunsi monete per ottanta centesimi, e li lasciai sul ripiano. Lui arraffò il tutto con una mossa felina, come se temesse che potessi riprendermelo, andò alla calcolatrice in metallo luccicante che solo in quel momento mi apparve sulla sommità di una botte con la scritta “Polvere da sparo”, azionò una leva, un campanello squillò e la macchina sputò due cassettini dalla parte inferiore. In uno il signor Franklin depose le tre banconote da dieci dollari, nell’altro le monete. I soldi erano veri, dunque. Poi, le braccia conserte, il signor Franklin rimase a osservarmi.
Me la presi comoda. Mi sedetti su uno sgabello, mi slacciai le scarpe, le sfilai, le appaiai con scrupolo, ruotai le caviglie, mossi i piedi, distesi con sollievo le dita, poi, indifferente al suo sguardo ora più indispettito che curioso – “Hai pagato, giovanotto, quindi se non vuoi altro vedi di darti una mossa”, lo interpretai –, infilai le calze, gli stivali, che provai camminando avanti e indietro – gli stivali erano di una misura superiore alla mia, ma non aveva importanza, le calze erano di flanella spessa ed ero consapevole che stavo crescendo – e quindi indossai la camicia blu sulla maglia. A prova conclusa sostai per qualche minuto davanti allo specchio, rimirandomi di fronte e di fianco, senza nascondere la soddisfazione. Adesso sì, ero decisamente più accettabile. “Mi va tutto bene, signore”, annuii. “Lo sapevo già, giovanotto”, fu la conferma espressa con tono di sufficienza. Di sicuro il signor Franklin era molto orgoglioso della propria abilità nel calcolare le misure a occhio e forse, per gli stivali, aveva anche previsto che la mia crescita sarebbe proseguita piuttosto in fretta. Presi la seconda camicia, il paio di calze, raccolsi le scarpe e i dolciumi e mi avviai alla porta. “Se ti fanno male – accennò agli stivali – cammina nell’acqua un paio d’ore per due o tre giorni”
“Certo, signore, grazie e buongiorno signore”.
“Non ti occorre nient’altro?”, mi fermò.
“No signore”
“Sicuro?”
“Sicuro, sì signore”
“Perché sai, non credo tu possa andare in giro con un cappello del genere, ti balla in testa. Ne ho giusto uno che farebbe al caso tuo, costa solo... ”, fece l’atto di aprire l’anta dello scaffale dietro la quale si alzava la pila di cappelli.
“No, grazie signore, tengo questo”
“Ma guarda che ti è troppo largo, una folata di vento e lo perdi... ”
“Non fa niente, signore, lo tengo lo stesso. È perché ci sono affezionato, signore”
“Ah be’, se ci sei affezionato... ”, si rassegnò.
“Ancora grazie e arrivederci, signore”
“Aspetta un momento, giovanotto... ma quella roba, quella maglia e quelle scarpe voglio dire, dove l’hai presa? Perché non ne ho mai vista di simile”
Anni Cinquanta. Al quattordicenne Alex viene rivelato un giorno che il massimo dei suoi sogni, quello di poter vivere l’epopea del West, diventerà realtà. Ma la sua felicità non durerà a lungo, perché Alex si renderà subito conto di quanto la vita laggiù, in quegli sconfinati territori, sia diversa da quella che aveva conosciuto grazie ai libri, ai fumetti e ai film. Nessun eroe o quasi in difesa dei deboli e una sola legge, quella della violenza, del sopruso e della sopraffazione. Ma Alex avrà modo di conoscere anche gente per bene, primo fra tutti Wild Bill Hickok, del quale finirà per scrivere la biografia che, al di là delle licenze romanzesche, manterrà intatte le componenti principali della vita del più famoso uomo di legge della Frontiera.

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