Pier Guido Quartero
Novalesa: L’Ultima Ordalia

Titolo Novalesa: L’Ultima Ordalia
Uno scontro per il controllo dei valichi, tra le Alpi e il Mediterraneo, mentre matura la prima croc
Autore Pier Guido Quartero
Genere Narrativa - Storico      
Pubblicata il 18/10/2022
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Editore Liberodiscrivere®
Collana Il libro si libera  N.  192
ISBN 9788893392945
Pagine 224
Prezzo Libro 18,00 € PayPal

Versione Ebook

ISBN EBook 9788893392952
Nell’undicesimo secolo, l’anarchia feudale seguita al disfarsi dell’Impero Carolingio è stata in parte riassorbita grazie agli sforzi degli imperatori germanici e del papato, prima alleati e poi in conflitto tra loro. In questo contesto, l’importanza del controllo dei passi alpini si è accresciuta sotto il profilo militare e sotto quello mercantile, in conseguenza di un risveglio dei traffici che prelude alla grande ripresa dei secoli successivi.
I Benedettini del monastero di Novalesa, coinvolti nella nuova partita insieme ai confratelli della Sacra di San Michele, devono difendere il proprio ruolo sul territorio, confrontandosi con i contrapposti interessi di istituti religiosi concorrenti e scontrandosi con l’organizzazione di guide alpine che ne costituisce il braccio armato. 
Per una importante missione in Lomellina, viene quindi costituita una eterogenea comitiva che, conseguito il primo obbiettivo, dovrà poi concludere il viaggio nella città di Genova, anch’essa coinvolta nel grande gioco legato all’avvio della campagna papale per le Crociate in Terrasanta. La piccola brigata dovrà affrontare gli ostacoli frapposti dagli avversari, primo tra i quali una prova per ordalia, superata grazie a Noretta, unica donna a far parte del gruppo. Una volta raggiunta Genova, proprio nei confronti di Noretta, accusata di essere una strega, verrà proposta, in un ultimo tentativo di rivincita, una nuova ordalia. E sarà questa l’occasione per lo scontro definitivo.

Introduzione dell’Autore

Con questo, ho pubblicato otto volumetti aventi come sottofondo la storia della città di Genova, partendo dalla fine del primo millennio e arrivando alla seconda metà del ventesimo secolo. Questa narrazione mi ha richiesto una dozzina di anni, durante i quali siamo cambiati sia io che il mio mondo (e così sarà successo anche a voi, amici lettori). Anche il mio modo di scrivere è cambiato, da quando pubblicai La Lettera Perduta a oggi.

Ma non è solo l’età di chi scrive a influire sullo stile e, alla fine, sulla leggibilità delle storie. Molto conta l’argomento, che può indurre a una scrittura più vivace oppure più impegnativa. Io ho trovato che la complessità del mondo europeo negli anni di passaggio dal decimo all’undicesimo secolo, che fa da scenario a questo romanzo, sia di grandissimo interesse ma anche inevitabilmente molto impegnativa. Per questo motivo, ho sviluppato più del consueto quegli strumenti di aiuto e approfondimento che solitamente inserisco nei miei lavori. Uno di questi, la prefazione, ha già di suo un titolo spiritoso e insieme minaccioso: UN ROMANZO STORICO-GLOTTOLOGICO, col quale l’autore annuncia l’intenzione di introdurre alla lettura della storia attraverso l’esame glottologico dei nomi dei diversi personaggi. Tenete conto che, per darci un saggio di cosa potrebbe fare se ci si mettesse per davvero, l’amico Borghi rifà, in poche righe, lo stesso esercizio a suo tempo esibito da Umberto Eco quando scrisse Baudolino, traducendo la frase che apre il nostro racconto dal mio banale italiano in una forma arcaica di provenzale alpino.

Io credo che per un certo numero di lettori questa prefazione sarà molto interessante, mentre altri rifiuteranno di leggerla. Un buon numero, infine, la troverà ostica a una prima scorsa, ma finirà per tornare a leggerla dopo aver portato a termine la lettura della vicenda narrata nel romanzo, per spremere il succo della storia fino in fondo. Fate come volete. L’importante è che vi divertiate.

 

Prefazione

Un romanzo storico-glottologico

Il romanzo storico, come è noto, viene tradizionalmente classificato quale “componimento misto di storia e d’invenzione”. La componente storica è qui esposta con ricchezza nell’Introduzione e nelle “Informazioni per chi ne ha voglia” che seguono la fine del romanzo; quella “d’invenzione”, d’altronde, non è del tutto tale: come negli altri romanzi della saga, alcuni personaggi in apparenza fittizi sono in realtà esistiti o addirittura vivi (del resto, è abbastanza intuitivo immaginare chi si celi dietro il nome del “vecchio bibliotecario” Pierre Guy…) e perfino certe frasi sono state pronunciate davvero, sia pure quasi un millennio più tardi (ossia ai nostri giorni) rispetto all’epoca in cui è ambientata la vicenda.

È altresì una convenzione narrativa di attualizzare in (fittizia) traduzione nella lingua dei Lettori i dialoghi riportati in discorso diretto. Il primo che si incontra inizia con le parole del protagonista, Agostino (Gustìn) Capurro[1], che allora sarebbero suonate più o meno così:

I sèmmo bauld a l’istâ e nū sèmmo ’ncâ issì cun pulènta e tùmma. Mì nun en pôiu pas mai. E vai bèn, nus avemmo passado l’ünverno e subratütto la primma sansa suffrir la fâm, ma la vènta che mì mìngia ün pauc da verdüra, cœita o crüda e, si Dīu vóult, bessai datcò ün pauc da früita

(‘Siamo quasi all’estate e noi siamo ancora qui con polenta e formaggio. Io non ne posso più. Va bene: abbiamo passato l’inverno, e soprattutto la primavera, senza soffrire la fame, ma io ho bisogno di mangiare un po’ di verdura, cotta o cruda, e, se Dio vuole, magari anche un po’ di frutta.’)

Si tratta di una forma spiccatamente arcaica di provenzale alpino[2]. Il provenzaleera all’epoca assai più diffuso verso la pianura (il Piemonte); in bassa Val di Susa ha preceduto l’attuale francoprovenzale (“arpitano”)[3]: rappresentativa della fase iniziale di questo processo di sostituzione linguistica è la figura di Noretta, che proviene da ancor più lontano (la Coumba freida, a valle del Gran San Bernardo), ma è pur sempre di madrelingua arpitana (infatti nomina il beurro colò ‘burro chiarificato colato’, v. cap. 5, Preparativi, e la tseur achétaye achataya ‘carne conservata sotto sale’, v. cap. 7, Il racconto di Carmadino, e cap. 8, Contabile e taglialegna), anche se, almeno per parte di padre, discende da una popolazione delle steppe eurasiatiche (v. cap. 15, In viaggio, e cap. 27, In cauda venenum, dove si accenna a una provenienza da regioni – precisabili come ponto-caspiche – abitate da «cavalieri nomadi come gli unni e i magiari e altri popoli con gli occhi a mandorla»[4]).

Se dunque il francoprovenzale si è sovrapposto al preesistente provenzale (che ha resistito in alta Val di Susa), è perciò naturale che parlassero provenzale anche i Capurro, benché di origine longobarda e quindi, con ogni verosimiglianza, trasferiti in Val Cenischia verso l’888 (anno della morte di Carlo il Grosso, che dovrebbe essere il Carlo nominato dal padre di Gustìn al cap. 1); prima, durante i secoli di indipendenza del Regno Longobardo (per esempio in occasione del passaggio di Liutprando nel 738), erano infatti alle Chiuse di Avigliana (dato che la Val di Susa è stata annessa alla Borgogna, con Guntramno, fin dal 575, sùbito dopo la conquista di Alboino [568-572], per poi passare ai Franchi nel 592, sotto Childeberto II d’Austrasia). La circostanza è notevole, perché si iscrive nelle vicende etnico-linguistiche dei Longobardi non solo dopo la conquista da parte di Carlomagno, ma addirittura nell’ultimo periodo carolingio: la perdita dell’indipendenza (in realtà non molto di più che un cambio dinastico, con annesse ripercussioni feudali) non ha infatti cancellato i Longobardi dalla Storia; la permanenza di una specifica componente locale (alto)tedesca a Sud delle Alpi (i discendenti dei Longobardi) è indiziata dalla continuità dell’onomastica germanica fino al XIII secolo e al tracollo della Parte Imperiale (Ghibellina) in Italia conseguito alla fine degli Svevi (dunque fino all’infanzia di Dante).

L’etimologia di Capurro fa parte del testo del romanzo (cap. 8, Contabile e taglialegna). La convenzione letteraria attualizza anche in questo caso la lingua (anzi, le lingue), per cui può essere di qualche interesse aggiungere in questa sede che la forma longobardica all’origine di Capurro (e latinizzata in Capurrius) doveva essere *Kapur(r)i, corrispondente all’antico altotedesco (alemannico e ba[iu]varico) giburi ‘avvenimento, esito, sorte’ (tutti dal germanico preistorico *gaburja- ‘alzato, elevato; portato; appartenente’), donde il verbo derivato kipurjan ‘accadere, assegnare, spettare’ e che, come viene opportunamente precisato, sono divenuti, in tedesco moderno, Gebühr (di genere grammaticale femminile) ‘spettanza, dovere, tassa, onorario’ (a molti noto dal composto Autobahn-gebühr ‘pedaggio autostradale’) e rispettivamente gebühren ‘spettare’[5].

Mista burgunda e longobarda è la famiglia dei personaggi storici S. Anselmo d’Aosta e del suo omonimo nipote (su cui v. nota al cap. 4): quest’ultimo, poi fra l’altro eletto Vescovo di Londra, era figlio di Burgundio e di Richeza o Richera, sorella minore del Santo Abate di Bec e Arcivescovo di Canterbury ed entrambi questi ultimi erano figli del longobardo Gundulfo (forse arduinico) e della burgunda Ermenberga o Eremberga. La germanicità della famiglia si riflette nella disinvoltura con cui zio e nipote si sono stabiliti fra Lombardia, Borgogna, Francia e Inghilterra (tutte, all’epoca, di élite germanica); può far riflettere il fatto che il nome Anselmo, in longobardico e burgundico Ans(h)elm, continuava un composto germanico scopertamente precristiano, *Ansu-helmaz ‘protezione degli Asi (gli Dèi celesti)’.

Merita di essere segnalato che anche Enzo Carmadino, discendente di Gastaldi longobardi, ha un nome che risale alla loro lingua, corrispondente al tedesco Heinz, diminutivo di Heinrich, dal germanico *Haima-rīk(j)az ‘ricco di casa (o in patria)’, che in longobardico è diventato *A(i)m(e)rîk (si noti che Emerico è il nome del padre di Gustìn), donde il diminutivo *A(i)mizô divenuto Enzo.

Delle proprietà di famiglia dei Carmadino faceva parte, almeno dai tempi di Rotari[6] (Re dal 636 al 652 e conquistatore della Liguria), Gualdrata (oggi Gualdrà di Savignone), la cui collocazione topografica ha un ruolo di grande rilevanza al cap. 19 (Sulla strada per Genova). Enzo Carmadino la descrive come «una zona boschiva, soprattutto castagni», che i suoi antenati, diversi anni prima, «concessero in uso alle famiglie locali»: qui si cela una vera e propria traduzione dal longobardico, dove *uuald-râta (<uu> = /w/) significava sia ‘provvidenze da parte del visconte’[7] sia ‘provvidenze forestali’[8]. Poiché la vicenda si svolge alla fine dell’XI secolo (allorché non c’era stata ancora alcuna influenza linguistica sveva) e in un’area priva di presenze di Bavari (tranne che a Bavari[9]), il fatto che la forma antica del nome (Gualdrata) presenti -t- (da -d- del germanico primitivo) ne prova l’origine longobardica[10], dunque risalente all’epoca in cui i Visconti (poi Carmadino) non erano ancora tali, ma Gastaldi (o, più tardi, dall’VIII secolo, Castaldi[11])[12].

Enzo Carmadino si presenta, nell’omonimo capitolo (cap. 6, Carmadino), come «Enzo dei Carmadino o Carmandino, di Cremeno, vicino a Genova». Cremeno infatti è attestato nel 1152 ancora nella forma antica del toponimo, Carmadino, conservata dal cognome che ne è stato tratto; la consueta incertezza se sia il cognome a derivare dal nome di luogo o viceversa è in questo caso risolta a favore della prima alternativa, perché Carmadino è un toponimo di origine preistorica, dal paleoligure *Karmātinus[13], in ultima analisi dall’indoeuropeo preistorico *Kōr-mo-h₂ah₁-t-i-nus ‘forno nella roccia’ (come, con ogni probabilità, il luogo era chiamato dalla notte dei tempi fino al II millennio a.C., per poi subire le trasformazioni fonetiche celtiche).

Con l’origine del nome Carmadino entra in causa l’ultima componente etnico-linguistica – ma prima in ordine di tempo – fra quelle che caratterizzano i fenomeni di lunga durata soggiacenti all’ambientazione del romanzo: le popolazioni preromane delle Alpi e della Liguria. Non è solo un’operazione di stratigrafia archeologica: il loro peso si fa sentire nella vicenda, a cominciare dall’accusa di sabba di cui viene fatta oggetto Noretta (cap. 6, Carmadino); è infatti merito imperituro di Carlo Ginzburg (Storia notturna. Una decifrazione del sabba, Torino, Einaudi, 1989, ²2008) di avere, fra il molto altro, dimostrata la connessione fra l’origine preromana (celtica) del sabba nelle Alpi Occidentali e la cultura sciamanica delle Steppe (nel complesso, quasi la carta d’identità – o l’albero genealogico – di Noretta). Se al cap. 9 (Sulla strada per la Sacra) il bibliotecario Pierre Guy (e forse anche il suo eponimo Autore) si fa trasportare dalla passione raccontando la storia della Pannonia come «un autentico crogiolo di etnie», l’etimologia ci propone un quadro magari meno turbolento, ma altrettanto ricco di incroci, anche nelle Alpi: l’etimo ebraico šabbāṯ (di mediazione greco-latina) di sabba è come minimo sospetto di essersi sovrapposto alla possibile denominazione indoeuropea preistorica locale *sōbʱ-náhₐ (attraverso il celtico *sābbā), collettivo di *sobʱ-áhₐ continuato dall’antico indiano sabhā ‘riunione’; addirittura San Bernardo di Mentone, semileggendario fondatore degli ospizi sugli omonimi passi, porta un nome che coincide con l’esito neolatino del celtico *Samo-bern-ardus ‘altura del passo estivo’, un’innegabile descrizione di entrambi i valichi. L’elemento preromano paleoligure e alpino rappresenta la componente fondamentale dell’intero contesto, la preistoria da cui tutti almeno in parte discendono[14], gli indigeni che in prosieguo di tempo hanno cessato di tramandare di generazione in generazione la propria lingua (a favore della forma locale – da cui il genovese storico – di quella latina introdotta da Roma), ma hanno conservato numerosi nomi, soprattutto di luoghi, che gli stessi Romani e poi i Germani – compresi i Longobardi – hanno assimilato e talvolta reinterpretato (come i due San Bernardo; anche Savignone, il capoluogo di Gualdrà, ha un nome di origine ambigua fra latino e sostrato preromano[15]).

Così assumono una luce diversa anche i Marroniers, che nel romanzo sono gli antagonisti dei Capurro e di Noretta (è da uno di loro, Maurice, che parte l’accusa di stregoneria, significativa per ciò che rivela del loro modo di pensare). Guide alpine del Cenisio e del testé ricordato Gran San Bernardo, in mediolatino sono chiamati marones, plurale del nome di mestiere del padre di Virgilio (mercēnnārius cuiusdam Magī uiātōris secondo la Vīta di Svetonio), Marō[16].

Un altro personaggio (fittizio, ma assai rappresentativo), Amatus, Vicepriore dell’Abbazia di Saint-Maurice-d’Agaune (nel Vallese, v. note al cap. 1), «proveniva da un antico ceppo nobiliare, risalente ai tempi dell’Impero Romano» (v. cap. 3, Notizie da Agaune): è verosimile che discenda da una delle famiglie dell’élite della Gallia Comāta che hanno ricevuto la cittadinanza da Claudio nel 48 d.C., se non addirittura della Narbōnēnsis. Va osservato che anche la figura del defunto Gaunilone, più volte ricordata nel romanzo (v. anche nota al cap. 4), verosimilmente risaliva, come suggerisce il nome[17], alla Nobiltà Galloromana del Regno di Siagrio (integrata da Clodoveo nei ranghi di quella Franca); inoltre Gaunilone rappresentava, entro la confederazione benedettina, il monastero di Marmoutier[18], che conservava la tradizione irlandese di San Colombano di Bobbio e probabilmente l’ha riflessa nel dibattito con Anselmo (in particolare a proposito delle Isole Fortunate).

Con una assoluta novità di questo romanzo, il sostrato celtico si rivela la chiave della formula al centro dei due snodi principali della vicenda. Al cap. 13 (Jugement), Noretta pronuncia il secret per curare la ferita subìta da Gustìn nel giudizio del fuoco: Beneyta fust la eure que Dieu fust na ; aussi soi ceste s’il vous plait ; y te prianto lo sily et lo silac, en nom dou Pary et du Filz et du Saint Esperit, amen. Jehsus (cfr. Fiorenza Cout, Secret. Formule di guarigione in uso in Valle d’Aosta, Torino, Priuli & Verlucca, 2005, p. 49). Finita la preghiera, asperge la scottatura con poca acqua tratta da un guscio di noce. Al cap. 25 (Il Vescovo si diverte), Gustìn osserva: «Le uniche parole che non siamo capaci di tradurre, e la stessa Noretta non ne conosce il significato, sono lo Sily lo Silac. Temo che qui non ci sia nessun valdostano che ci possa aiutare, e quindi rimane aperta la questione se si tratti di parole blasfeme oppure no». La risposta, che nella narrazione rimane in sospeso, può interessare ai Lettori: sono parole celtiche, sily da *sĭlītŭs (da cui l’irlandese siled) ‘sgocciolamento, goccia; distillazione, evaporazione; sputo; pus’ (il celtico *sĭlītŭs continua a sua volta l’indoeuropeo preistorico *sĭhₓ-l-éh₁-tŭ-s); silac da *sīlācŭs (da cui l’irlandese sílach) ‘seme’ (dall’indoeuropeo *sĕh₁-l-ăhₐkó-s). Il... segreto del romanzo è dunque una soluzione (in tutti i sensi) celtica: i Marroniers – i più celtici fra i varî personaggi – sanno che nessuno capisce più le parole della lingua ancestrale (che Noretta usa ma, essendo mezza alana, non capisce del tutto) e hanno buon gioco a farla sembrare ancora più misteriosa e quindi diabolica (quando invece sono gli unici che la possono intendere e quindi casomai sarebbero essi stessi a rischiare l’inquisizione, per cui concludono che è  meglio non insistere; per Amatus sono anticaglie di famiglia di secoli prima e infatti si preoccupa piuttosto della pergamena di Adelaide di Susa).

Un altro dei titoli alternativi per questo romanzo era Il ferro e il fuoco. Uno scontro tra i valichi alpini e il Mediterraneo mentre matura la prima crociata: lo scontro a livello di grande Storia è fra Imperiali e Pontifici, preceduto e seguìto da quello con i Saraceni, ma a uno strato più profondo i protagonisti e gli antagonisti, pur ormai tutti di lingua neolatina, sono rispettivamente Longobardi e Celtoliguri, mentre fra gli uni e gli altri si distingue come deuteragonista una figura dichiaratamente ibrida, Noretta, forse di ascendenza anche alanica, ma al contempo erede a pieno titolo della tradizione preromana. Scontri nati da incontri, di persone, famiglie e popoli: ognuno agisce per conto proprio, ma al contempo rappresenta anche, forse senza rendersene conto del tutto, i proprî antenati, in una catena di contrapposizioni che si trasformano quanto a categorie coinvolte, costituendo d’altronde in generale un fenomeno costante di conflitto e, sotto certi aspetti, uno dei motori della Storia evenemenziale[19] (basti ricordare che, nell’anno in cui è ambientata la vicenda, si contrapponevano due Papi, Vittore III – dal 9 maggio al 16 settembre – e l’Antipapa Clemente III, Guiberto Giberti, in carica per vent’anni e allora prevalente a Roma[20] grazie al trentaseienne Imperatore Enrico IV[21]). A livello territoriale più circoscritto, è l’inizio di una saga genovese che, come sa chi l’ha seguìta sinora, arriverà fino a dopo la Seconda Guerra Mondiale e alle sue conseguenze.

[1] Uno dei titoli pensati per il romanzo era Agostino Capurro, Magister Rationalis.

[2] L’arcaicità consiste, in modo vistoso, nella (probabile) conservazione di molte sillabe finali in -o (a differenza del provenzale storico e classico).

[3] Il francoprovenzale è penetrato giustappunto dal Moncenisio soprattutto dopo l’incorporazione di Susa e della Val Cenischia nei Dominî Sabaudi (dapprima in séguito al matrimonio del Conte Oddone con la Margravia di Torino Adelaide – figura risolutrice della vicenda del romanzo – e definitivamente, con tutto il Delfinato cisalpino, dalla Pace di Utrecht del 1713, al termine della Guerra di Successione Spagnola).

[4] Le caratteristiche di Noretta sembrano d’altronde suggerire, nel complesso, piuttosto un’origine alanica (dunque ʾīrānica nordorientale, con capelli biondi e occhi azzurri).

[5] Come si vede, il longobardico, insieme agli altri dialetti tedeschi meridionali, si differenzia linguisticamente dal resto della Germania (compresi i Franchi) per la caratteristica trasformazione – fra l’altro – del fonema /b/ in /p/ e di /g/ in /k/: questo fenomeno, noto come Seconda Mutazione Consonantica, è avvenuto – anche se non dovunque in modo sistematico – quando i Longobardi erano già nelle sedi storiche a Sud delle Alpi; all’epoca della Migrazione (e anche dopo), invece di *kapur(r)i si diceva ancora *gabur(r)i, così come il nome di Alboino non è mai con /p/ e il Re Garibald (671) nonché successivi Longobardi omonimi conservano /b/ (e lo trasmettono alla tradizione onomastica che ha portato alla nascita del noto cognome), a differenza del Duca di Torino Garipald, che già nel 662 presenta /p/ (come pure un omonimo nel 757 a Lucca, dove nello stesso secolo è attestata tre volte la variante Gairipald, con l’antico dittongo germanico /ai/ dell’etimo *Gaiza-balþaz *Gaiza-balðaz ‘ardito con la lancia’, che invece in Garibald/Garipald risulta curiosamente monottongato in /ā/ come in antico inglese e a differenza del tedesco, forse una traccia della componente sassone dei Longobardi?).

[6] In longobardico ⁽*⁾(Ch)rothari, dal germanico *Hrōþa-harjaz (il fonema germanico <þ> si pronuncia [θ], come <th> inglese per esempio in think ‘pensare’) ‘esercito di fama’.

[7] In questa eventualità continuerebbe un composto germanico *Walða-rǣðōz (maschile plurale), con primo elemento *walðaz, propriamente l’ufficiale immediatamente sottoposto al Conte (che presso i Longobardi era il Duca) e sovraordinato perfino agli Sculdasci.

[8] In tal caso continuerebbe il germanico *Walþu-rǣðōz (maschile plurale), se con *uuald- ‘bosco’ (identico al tedesco Wald ‘bosco’), che dunque indicava ciò che il visconte forniva ai sottoposti o un terreno forestale destinato (sempre da un signore, non per forza in tal caso il visconte) all’utilizzo da parte della comunità. L’ambiguità fra le due ricostruzioni (questa e quella della nota precedente) è dovuta al fatto che in longobardico, dopo -l-, una -d- può continuare sia la -d- protogermanica (e quindi il lessema per ‘esercitare il potere’) sia la -þ- protogermanica (= [θ], v. nota 6), nel nostro caso presente nel lessema per ‘bosco’ (*walþu-z). In entrambi i composti, il secondo elemento râta è il plurale altotedesco (quindi generalizzabile anche per il longobardico, della cui morfologia non abbiamo pressoché alcun dato) di rât, che come significato primario indica tutto ciò che il signore locale è tenuto a fornire ai proprî soggetti (poi abbastanza presto passa, come in tedesco moderno, al significato di ‘consiglio’, anche nel senso di ‘Parlamento’, e.g. Reichsrat ‘Consiglio di Stato, Senato’, Bundesrat ‘Consiglio Federale’).

[9] A Bavari è in effetti documentata una terra arimannorum (da *harimann ‘uomo libero che ha il dovere di prestare il servizio militare’, in germanico *harjamannz ‘uomo dell’esercito’).

[10] Le alternative – a parte il gotico – sarebbero un’origine francone o sassone; -t- da -d- prova che *Waldrâta non è un composto francone né sassone (né tantomeno gotico), ma longobardo (o, in teoria, svevo o bavaro, eventualità però escluse dalla cronologia e dalla geolinguistica).

[11] Il gastaldo era un funzionario (procuratore ed economo, preposto alla riscossione dei tributi) di nomina regia; il termine è verosimilmente identico al gotico -gastalds‘amministratore’, formato come il verbo gastaldan ‘procurarsi’ dal prefisso germanico ga- (che indica completezza, un’azione finita) e dal tema di *staldanąⁿ ‘acquistare’. Kastald presenta, rispetto a gastald, la trasformazione (longobarda e altotedesca) del germanico /g/ in /k/.

[12] Ciò risolve, nell’economia della narrazione, anche un arduo dilemma a proposito dell’etimologia di Gualdrà(ta), in quanto esclude l’altra possibilità interpretativa in realtà lecita, che consiste nel confronto con il nome femminile longobardico Walderada (sicuramente attestato per la figlia del Re Wachō [510-540] e della gepida Austrigusa), noto anche nella letteratura orale dell’epoca e perciò dotato di una certa fama, tanto da essere diffuso nei secoli successivi in Germania e in Lombardia, sotto molte forme, fra le quali particolarmente congrua Uualderata (a Como nel 756 e, notevole, a Varsi [Parma, nella Valle del Ceno] nel 758).

[13] Il paleoligure *Karmātinus era, in celtico più antico, *Karm[o]-ātinus (composto dal celtico paleoligure e alpino preromano *karmā ‘roccia’ – quasi identico, per la comune origine indoeuropea, all’albanese karmë – e dal celtico *ātinus, da cui il gallese odyn ‘forno’).

[14] I Longobardi non provenivano tutti dalle originarie sedi in Germania settentrionale o Scandinavia; nel corso delle migrazioni, avevano accolto elementi delle popolazioni con cui erano venuti a contatto, da ultimo in area pannonica e nordalpina. Anche fra gli abitanti delle zone controllate dai Saraceni in Liguria e Provenza, la maggioranza era di origine locale; la qualifica di prāuī Chrīstiānī che si legge nelle fonti dell’epoca suggerisce che sussistessero sopravvivenze di Paganesimo e, dove si conservava la Religione tradizionale, facilmente poteva essere sopravvissuta pure la lingua preromana.

[15] Nel XII sec. è attestato come SauegnanoSauignonoSauignoneSauegnano può riflettere *Sabīniānum (dalla gēns Sabīnia), ma tutte e tre le forme si prestano anche a essere analizzate come l’esito paleoligure (celtico) *Sau̯eni̯ānon / *Saueni̯ū di un antecedente indoeuropeo *Sh₂au̯eni̯oh₃nom ← *Sh₂au̯eni̯oh₃ōⁿ ‘che ha il (territorio) relativo alle acque’ (derivato di *Sh₂au̯ōⁿ ‘l’acqua per antonomasia, la palude’, da cui il paleoligure Sau̯ōSavona).

[16] Si tratta dell’esito celtico e italico (donde è stato mutuato in etrusco) dell’indoeuropeo preistorico *mr̥h₂-ōⁿ ‘quello che afferra con violenza, schiaccia’ e anche *mr̥h₂o-h₃ōⁿ ‘che ha la zappa’ (altresì nel senso di ‘edile’), mentre le forme in -rr- (come pure il latino marra ‘zappa’) continuano la variante formata sull’ampliamento √*mer-s- della stessa radice √*merh₂- ‘afferrare con violenza, schiacciare’: *mr̥so-h₃on-hₐari̯o-es ‘uomini liberi con le zappe’, divenuto in celtico *marronari̯ī, assunto in latino come *marronariī e quindi in francese marroniers.

[17] Pur di aspetto a prima vista germanico, il nome Gaunilone, in quanto meglio confrontabile con l’avestico (antico ʾīrānico) gauna- ‘(colore dei) capelli’ e il germanico *kauna- ‘guancia’ (fra loro apparentati dal momento che derivano da un’unica parola, l’indoeuropeo *gouno- ‘piega’) che con qualunque altro comparando, si rivela un prezioso relitto di onomastica gallica (una sua origine celtica è infatti l’unica in grado di spiegare g- invece del germanico k-).

[18] Il nome è dal gallolatino *Māro-monastērio- ‘grande Monastero’, con primo elemento di composizione gallico *māro- ‘grande’, un caso ancora più clamoroso di persistenza del gallico.

[19] Fino al 212 d.C. (Cōnstitūtiō Antōnīniāna, con cui la Cittadinanza Romana veniva estesa a tutti gli abitanti dell’Impero), la principale contrapposizione ‘etnica’ complessiva era quella fra Rōmānī (i Cittadini a pieno diritto) e Peregrīnī (tutti gli abitanti dell’Impero privi della Cittadinanza Romana o Latina); da Cesare in poi (Lēx Roscia, 49 a.C.), i Galli della Trānspadāna e i Liguri della Liguria Maritima erano diventati Cittadini Romani, mentre i Marōnes antenati di Eudon e Maurice erano ancora Peregrīnī (e tali sarebbero rimasti anche dopo l’istituzione della Provincia delle Alpēs Cottiae nel 63 d.C.). Dopo il 212 sono diventati tutti Rōmānī (a parte i cosiddetti Dēditiciī, di interpretazione controversa); dal 391/392 (con i Decreti Teodosiani) ha assunto un ruolo prominente la contrapposizione fra Chrīstiānī Pāgānī, dal 476 invece fra Cattolici da un lato e Ariani e Pāgānī insieme dall’altro: in pratica, un ritorno a forme di identità ‘etnica’, fra Romani e Germani, dal 568 soprattutto Longobardi, dopodiché la progressiva Conversione di questi ultimi al Cattolicesimo e l’arrivo della Dinastia e Nobiltà Franca nel 774 hanno portato alla tipica situazione descritta nel romanzo, che dal 1059 è stata di Pontifici contro Imperiali (dal 1138 rispettivamente – per lo più – Guelfi e Ghibellini). Dal 1268 la Parte Guelfa è diventata quella dei “Franciosanti” (fino almeno al 1870 se non alla Prima e Seconda Guerra Mondiale), in séguito la Parte Ghibellina (Imperiale) si è sempre più identificata con gli “Austriacanti” (o, semplicemente, “Tedeschi”; dal 1882 al 1915 Triplicisti, dal 1936 al 1943 “Assisti”, nel biennio successivo “Collaborazionisti”). Queste tappe si riconoscono con chiarezza sullo sfondo della narrazione nel ciclo di romanzi storici di Pierguido Quartero.

[20] Quando nel racconto si menzionano «i papalini», «la parte papalina», «lo schieramento papalino» bisogna dunque intendere quelli antiimperiali, che nel giro di anni in questione erano appunto in posizione relativamente più debole (Gregorio VII era morto due anni prima in esilio a Salerno, dopo aver di nuovo scomunicato l’Imperatore e Clemente III).

[21] Enrico IV è il più grande e potente personaggio dell’epoca menzionato nel romanzo. Fra i viventi, è il vero centro propulsore di tutte le vicende prese in considerazione, anche se non viene narrata alcuna sua azione specifica (se non l’umiliazione che ha accettato di subire a Canossa dieci anni prima): gli altri, compresa la Marchesa Adelaide, agiscono di riflesso. Anche le avventure dei protagonisti sono dovute e si risolvono a motivo di dinamiche politiche che riguardano anzitutto l’Imperatore. Da questo punto di vista, ci si può spingere ad affermare che il romanzo illustri e racconti alcune conseguenze particolari della politica di Enrico IV (o, con una piccola esagerazione, che sia dedicato indirettamente a Enrico IV).

Nell’undicesimo secolo, l’anarchia feudale seguita al disfarsi dell’Impero Carolingio è stata in parte riassorbita grazie agli sforzi degli imperatori germanici e del papato, prima alleati e poi in conflitto tra loro. In questo contesto, l’importanza del controllo dei passi alpini si è accresciuta sotto il profilo militare e sotto quello mercantile, in conseguenza di un risveglio dei traffici che prelude alla grande ripresa dei secoli successivi.
I Benedettini del monastero di Novalesa, coinvolti nella nuova partita insieme ai confratelli della Sacra di San Michele, devono difendere il proprio ruolo sul territorio, confrontandosi con i contrapposti interessi di istituti religiosi concorrenti e scontrandosi con l’organizzazione di guide alpine che ne costituisce il braccio armato. 
Per una importante missione in Lomellina, viene quindi costituita una eterogenea comitiva che, conseguito il primo obbiettivo, dovrà poi concludere il viaggio nella città di Genova, anch’essa coinvolta nel grande gioco legato all’avvio della campagna papale per le Crociate in Terrasanta. La piccola brigata dovrà affrontare gli ostacoli frapposti dagli avversari, primo tra i quali una prova per ordalia, superata grazie a Noretta, unica donna a far parte del gruppo. Una volta raggiunta Genova, proprio nei confronti di Noretta, accusata di essere una strega, verrà proposta, in un ultimo tentativo di rivincita, una nuova ordalia. E sarà questa l’occasione per lo scontro definitivo.

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