Alessandro Mancuso
Villa Spinola dei Duchi di San Pietro

Titolo Villa Spinola dei Duchi di San Pietro
Autore Alessandro Mancuso
Genere Guida - Turismo      
Pubblicata il 21/10/2022
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Editore Liberodiscrivere®
Collana Koine´  N.  44
ISBN 9788893393041
Pagine 120
Prezzo Libro 15,00 € PayPal
Conoscere una villa storica di quella che fu San Pier d’Arena, è un modo per inoltrarsi nelle pieghe di un passato che offre spunti spesso insospettabili. Il presente volume ricostruisce la storia di villa Spinola dei Duchi di San Pietro, nella sua evoluzione (e involuzione) architettonica e nella sua collocazione ambientale e storica; quello che fu il grande giardino della dimora viene ricostruito sulla base del tessuto odierno di Sampierdarena, e i principali "padroni di casa", dai Lercari nel ’500 agli Spinola nel ’600 e nel ’700, sono presentati in base al rapporto che ebbero con la "principale villa di campagna" della famiglia.
Tutti gli ambienti del palazzo, nobiliari e di servizio, dai piani ammezzati al sottotetto, dai passaggi occulti alla torre preesistente, vengono ricostruiti nelle loro funzioni.
Infine i quattro cicli pittorici di affreschi che hanno visto impegnati artisti frescanti quali Bernardo Castello, Giovanni Carlone, Gio. Andrea Ansaldo e Domenico Fiasella, sono presentati ed analizzati con un ricco corredo di fotografie a colori.
Presentazione 
Chiara Saracco
Dirigente Scolastica del Liceo “Piero Gobetti”
Il liceo statale Piero Gobetti di Genova ha sede in un prestigioso palazzo d’epoca. Siamo uno dei Rolli! Visitatori occasionali, nuove famiglie che si iscrivono, rifornitori restano a bocca aperta e ci guardano con un misto di ammirazione e stupore: “Che meraviglia!”, ci dicono.
Anche noi concordiamo: è meraviglioso aggirarsi tra saloni affrescati e scaloni di rappresentanza, restare aperti il fine settimana in cui a Genova si celebrano i Rolli Days e sentirsi parte di questo importante evento. È un onore.
Vorrei però aggiungere altre tre parole a questa prima che risuona sulle bocche di tutti: onere, fortuna e speranza.
Come sarà facile immaginare, il palazzo non è stato progettato per essere una scuola. A volte le aule sono altissime, a volte bassissime; a volte entriamo in saloni, a volte in stanzini. Tutte però devono essere aule che ospitano ragazzi. Non c’è ascensore, né la possibilità di metterlo, e le scale non sono sempre costruite con comodi gradini; talvolta letteralmente ci si arrampica escludendo di fatto chiunque abbia problemi fisici. Che dramma se un ragazzo ha un incidente in motorino e deve restare con la gamba immobilizzata per alcune settimane! Si deve cambiare aula alla classe portandola dal secondo ammezzato al piano terra e sperando che il numero degli alunni si adatti alle dimensioni della nuova stanza. I muri sono spessi e possono ostacolare i segnali informatici. I bagni sono stati inseriti là dove si poteva e certo non ci sono in tutti i piani. La lista di difficoltà potrebbe proseguire, ma immagino si sarà compreso perché questo edificio è anche un onere per noi docenti e studenti.
Passiamo dunque alla terza parola: fortuna. Il Gobetti beneficia della grande fortuna di avere tra il suo personale docente un appassionato delle ville di Sampierdarena, il prof. Alessandro Mancuso, il cui testo stiamo pubblicando. Il nostro professore anima un gruppo di studenti che dopo aver scoperto ogni angolo della villa, apprendono l’arte della guida e si sperimentano con grande successo nell’accoglienza dei visitatori in un percorso di PCTO che valorizza competenze trasversali e conoscenze di storia e storia dell’arte. Non solo: grazie ai PON la scuola realizzerà un proprio evento in cui il percorso di visita si intreccerà con danze storiche, brevi dialoghi recitati e intermezzi musicali.
Ed infine arriviamo alla speranza. Che l’esperienza di vivere gli anni di scuola in un vero palazzo d’epoca insegni ai nostri studenti il valore dell’inestimabile patrimonio culturale italiano! Che la bellezza dei soffitti superi il peso delle scale! Che l’orgoglio di un passato ancora capace di suscitare passione informi i cittadini di domani!
Il Dirigente scolastico
del liceo “P. Gobetti”,Genova
Prof. Chiara Saracco
Contestualizzazione storico - ambientale
di Villa Spinola
Sull’attuale via Dottesio, fino alla fine del XIX secolo si sarebbe vista immediatamente, a differenza di oggi, quella che è forse la più voluminosa, insieme alla “Fortezza” dei Grimaldi, tra le ville di San Pier d’Arena: villa Spinola dei duchi di San Pietro.
Secondo il rilievo planimetrico, effettuato dal cartografo e ingegnere Matteo Vinzoni per i Padri del Comune e datato 1757, a monte della strada un massiccio muro a levante e una crosa privata ne separavano il terreno da quello della villa Pallavicini, poi Moro; il perimetro dell’area di pertinenza raggiungeva l’altura di Montegalletto, alle ultime pendici della collina di Promontorio, discendeva sul torrente Fossato di San Bartolomeo a levante e a ponente costeggiava il confine dei terreni indicati come “del Principe di Francavici”, in realtà in possesso di un ramo della famiglia Imperiale. Ma non era finita qui, perché oltre la strada principale i possedimenti degli Spinola proseguivano fino al mare, stretti tra gli orti dei Grimaldi ad ovest ed una proprietà ad est, posseduta fino al Seicento e un secolo dopo non più nobiliare, passata prima a un tale Sanguineti e poi ad un certo Martelli; al di là di questa, il confine con il giardino della villa Pallavicini, poi Gardino.
La parte a mare del terreno, al di là della strada principale rispetto alla villa Spinola, era attraversata da un lungo viale rettilineo, privato e per tale motivo chiuso da una catena che per un certo periodo, fino a fine Ottocento almeno, darà il nome alla via e all’intero rione: “Crosa della Catena”, o “delle Catene”, perché le vie vietate al libero transito nella zona, quindi chiuse da catene, erano più di una e tutte di pertinenza degli Spinola Duchi di San Pietro.
Proviamo a descrivere il comprensorio della villa come era tra i secoli XVI e XIX e confrontiamolo con quanto si vede adesso, anche per aiutare l’orientamento nella collocazione corretta degli spazi.
La villa sorgeva, un po’ arretrata rispetto alla strada principale, su un rialzo che la rendeva ancora più imponente; in realtà sorge ancora, ovviamente, sullo stesso rialzo del terreno, ma le costruzioni circostanti, che ne soffocano la vista, impediscono di leggere il valore della sopraelevazione come accadeva in passato, quindi la maestosità dominante sulle ville vicine, soprattutto la Pallavicini e la Negrone, è oggi difficilmente avvertibile. Troppi alti palazzi hanno definitivamente interrotto la continuità della vista delle tre ville addossate al percorso interno dell’antica via De Marini, che in quel tratto è l’attuale via Dottesio, cioè la strada principale di San Pier d’Arena, che collegava la via proveniente dalla Lanterna con Cornigliano ad ovest e Rivarolo a nord.
Il muraglione divisorio del terreno a levante si trovava circa sul tracciato di via Bòttego; le fotografie di fine Ottocento lo inquadrano bene nel suo andamento ascendente verso la collina, a tagliare tutto lo spazio dell’odierna via Cantore (che dobbiamo immaginare planimetricamente in pendenza continua ed anche piuttosto accentuata) per poi addirittura impennarsi in maniera ancora più ripida in corrispondenza del rilievo di Montegalletto, affacciato sulla sponda destra della valletta del Fossato. In origine i possedimenti degli Spinola proseguivano ancora più in alto, fino a confinare con i terreni dei Centurione Imperiale nei pressi dell’attuale via Matteo Vinzoni, e comprendevano altri due palazzi di villa: una, chiamata “La Villetta”, riservata nel Settecento ad un ramo della famiglia (i “Principi di Molfetta”) e l’altra, inizialmente casa colonica rurale, occupata dal fattore custode delle terre.
Analogo andamento aveva il muro perimetrale di ponente, il cui primo tratto, per alcuni metri, è ancora splendidamente visibile sul lato sinistro (per chi sale) della via privata alla Chiesa delle Grazie (la targa della strada è affissa proprio a questo residuo originario di muro, che dà un’idea di quale doveva essere la sua intera mole). La villa era posta al centro di questo terreno ma in basso, in prossimità della strada principale da cui era comunque separata da una piazza con corte d’onore maestosa, percorsa da lunghi ed ampi scaloni che raggiungevano il portone di ingresso della facciata a sud. Oggi il basso edificio novecentesco della scuola d’infanzia, costruito proprio davanti alla facciata, ha cancellato la monumentalità di questo ingresso e dalla strada rende quasi impossibile scorgere altro che le finestre del piano nobile nella facciata a mare.
Dove sono ora i palazzi di levante e la Chiesa delle Grazie a ponente, iniziava il giardino; in pendenza, ricco di vialetti alberati, di aiuole, di percorsi pergolati a vigna, di peschiere e di un ninfeo, si sviluppava nella parte a monte del palazzo, ora disposto su piani digradanti, ora agevolando il declivio naturale della campagna.
La struttura era architettonicamente studiata e razionale, in disposizione articolata di spazi ed elementi artificiali. Il giardino confermava insomma uno fra i tanti esempi superbi di stile “italiano” e di villeggiatura patrizia cui l’intero borgo di San Pier d’Arena era dedicato.
Di tutto questo rimane un’ignorata e quasi sconosciuta traccia: un pezzo del ninfeo, in perfetto asse con l’ingresso della villa sul lato nord, a metà della scalinata di via Pittaluga, addossata al muraglione di via Balbi Piovera. Tra il cemento e l’intonaco si riconoscono (miracolosamente salvati da qualche anima sensibile) la scenografia della roccia, alcune stalattiti artificiali, con l’anima in ferro in più punti scoperta, e un mascherone di leone antropomorfo, dalla cui bocca spunta ancora il foro di fuoriuscita dell’acqua che doveva creare suggestivi effetti tra la pietra e la vegetazione.
Osservando le rare fotografie ottocentesche che ritraggono il retro di villa Spinola, si ha un senso di tranquillità e di silenzio, suscitato dalla lunga e frastagliata macchia scura della vegetazione compresa tra i due muri perimetrali di levante e di ponente, che crea un ideale contrasto molto forte nel confronto con l’odierna e trafficata via Cantore. Il giardino a mare era invece riservato agli orti, al frutteto e alla semina; la “crosa della Catena”, il viale che lo percorreva in modo rettilineo, direzione nord-sud, si apriva proprio davanti al portone della villa, dal lato opposto della strada, e permetteva l’accesso diretto, e protetto, degli Spinola alla strada della spiaggia.
L’area comprendeva, a ponente, circa lo spazio dell’attuale via Cassini (dove costeggiava il fossato della Crocetta di N. S. della Vista) e a levante un perimetro ormai illeggibile perché gli edifici su via Dottesio, in quel punto, si susseguono senza soluzione di continuità (ma all’interno di alcuni locali i muri divisori delle proprietà sono ancora perfettamente conservati); si estendeva, a sud, sullo spazio ora occupato dalla ferrovia, sul tratto finale di via Di Francia e piazza Barabino e su una parte della zona del “Labirinto” fino a via Pietro Chiesa, dove incontrava il litorale.
La Struttura
Il palazzo di Villa Spinola, nell’atto di vendita di Maria Caterina Brignole Grimaldi del 1802, è indicato con le seguenti misure, che corrispondono a quelle attuali: 34,19 mt. di lunghezza (nord-sud), 27,25 mt. di larghezza (est-ovest) e 20,81 mt. di altezza alla sommità del tetto, esclusa la torre.
L’edificio ha conosciuto tre momenti fondamentali che, nella sua storia, ne hanno modificato notevolmente l’aspetto esteriore: il periodo dal termine della costruzione, 1582, agli anni Dieci del Seicento; il periodo tra il Seicento e la metà dell’Ottocento; infine, dopo pesanti e peggiorative modifiche strutturali, dall’Ottocento ai giorni nostri.
Ancora all’inizio del Seicento, secondo il rilievo grafico di Pieter Paul Rubens nel volume dedicato ai Palazzi di Genova e pubblicato ad Anversa nel 1622, la villa sembra essere caratterizzata da tre logge aperte sulla facciata a mare; una al piano terra, l’ingresso principale, e due al piano nobile, rispettivamente lateralizzate, così da attenuare la voluminosità dell’edificio con un’alternanza suggestiva ed ariosa di aperture e murature. Non siamo certi che il Rubens abbia ritratto la villa nelle sue antiche forme effettive; si ipotizza che le sue illustrazioni facciano riferimento a progetti costruttivi poi non realizzati. In base a tali disegni, che siano o no progetti, l’alternanza di pieni e di vuoti proseguiva anche sulla facciata a nord, dove la loggia (questa ancora esistente, anche se non più visibile come tale) si trovava al centro del piano nobile.
Stando al disegno del progetto, mai realizzato, oltre l’ingresso a tre fornici si doveva aprire un portico che conduceva all’atrio di piano terra e da lì all’androne di accesso al giardino; in fondo all’atrio, sulla sinistra, è presente lo scalone per il piano nobile, con sotto un bagno ottagonale, conservato. Le logge erano a tre aperture, separate da colonnine al piano nobile e da pilastrini a chiudere i tre fornici di quella di ingresso al portico, al piano terreno.
La tripartizione di derivazione pienamente alessiana era rispettata in tutto, come pure alessiane erano l’assialità dei due ingressi nord-sud e la disposizione dello scalone a “C” (cioè a tre rampe, viste dall’alto a “ferro di cavallo”) che sfociava nella loggia superiore. Ciò ha comportato per lungo tempo l’errata attribuzione del progetto di costruzione a Galeazzo Alessi, come è accaduto per altre ville del borgo; errata ma comprensibile, viste le numerose concezioni architettoniche sviluppate in modo identico rispetto ai più importanti palazzi cinquecenteschi di Genova progettati proprio dall’Alessi. La realizzazione del nostro palazzo si deve invece a Bernardino Cantone, che d’altronde era il principale assistente del grande architetto.
Riccamente decorata era la facciata a sud, quella prospicente la piazza di ingresso, soprattutto nelle cornici delle finestre sormontate da timpani triangolari.
Le corpose ristrutturazioni della villa, terminate nel 1625, hanno eliminato, laddove siano mai esistite, la loggia di ingresso al piano terreno (il retrostante atrio appare come un salone unico cui si accede direttamente dal portone a sud) e quelle laterali del piano nobile, sostituendo le tre aperture con due finestre distanziate e aprendo numerosi finestrini in corrispondenza degli ammezzati. Sulla facciata a nord furono aggiunti due lunghi avancorpi simmetrici che prolungavano l’edificio verso il giardino e che risultano visibili ancora come tali nelle due carte settecentesche del Vinzoni (1757 e 1773).
Nell’Ottocento verrà chiuso il prospetto a nord, con un riempimento volumetrico dello spazio tra i due avancorpi, e sarà realizzata l’elevazione di un piano che riguarda solo quel lato e parte dei lati di levante e di ponente. L’intervento ha alterato l’armonia volumetrica dell’intero edificio, cambiando anche la visione dal basso della bella ed alta torre di difesa che, forse preesistente, ha da sempre caratterizzato l’immagine di villa Spinola. La possiamo ancora ammirare, a pianta quadrata, con percorso di ronda leggermente aggettante e poggiato su una fila di eleganti archetti, ma la sua visuale appare soffocata. Un’ultima, a dir poco, scriteriata modifica ottocentesca è l’apposizione di uno sporgente portico di ingresso accanto al portone lato nord, decentralizzato e sormontato da truci finestrelle, più adatte alla guardiola di un maniero medievale che ad un palazzo nobiliare del Cinquecento, ancorché in quel tempo adibito a convento di monache. Almeno questa, diciamo così, “bizzarria” architettonica è stata eliminata nel corso del XX secolo.
La costruzione dell’edifico dell’asilo, a inizio Novecento, ha alterato completamente la struttura originale della corte davanti all’ingresso; nel XIX secolo esisteva uno scalone a doppio accesso (molto più modesto del precedente) che dava su una porzione di giardino e che fu poi eliminato a favore dell’attuale terrazzo.
La facciata retrostante risulta sopraelevata con un ulteriore piano che ha modificato la ricaduta del tetto a padiglione nella parte a nord; in basso, è ancora possibile riconoscere la tamponatura dei due porticati, di cui sono tuttora in evidenza le grandi arcate.
Le facciate esterne fino a inizio Novecento conservavano ancora ricche decorazioni, con quattro figure femminili, nello spazio maggiore tra le finestre e le cornici intorno alle aperture, rappresentanti le virtù, da attribuirsi ad Ottavio Semino (secondo altri a Gio. Andrea Ansaldo).
Oggi il palazzo si presenta dipinto con un anonimo colore chiaro uniforme, senza alcun fregio. La facciata a sud, distribuita su sette assi finestra con la già ricordata tripartizione degli spazi, accentuata da una leggera rientranza del corpo centrale, è composta da un piano terra a livello del terrazzo (ma alto alcuni metri sulla strada), un primo ammezzato, il piano nobile con un secondo ammezzato sottotetto.
La stessa facciata, in corrispondenza dell’inizio del tetto, è sormontata da un enorme medaglione che recava lo stemma degli Spinola, ripetuto anche sul portale di ingresso, probabilmente eliminati entrambi nei tumulti contro la nobiltà successivi alla rivoluzione francese e sostituiti, per un certo periodo, dalle Suore di San Vincenzo de’ Paoli con l’immagine della “Medaglia Miracolosa”, in memoria dell’apparizione della Vergine a Parigi, nel 1830, a una loro consorella, Catterina Labouré delle Figlie della Carità, poi santificata da Papa Pio XII nel 1947.
Le pregevoli decorazioni interne sono state affidate, a partire dal 1611, a Bernardo Castello e, qualche anno dopo, anche a due giovani legati alla sua esperienza pittorica: Giovanni Carlone e il già ricordato Gio. Andrea Ansaldo. I soggetti degli affreschi sono essenzialmente finalizzati alla celebrazione degli Spinola.
Le modifiche ottocentesche sono testimoniate dai rilievi di Martin-Pierre Gauthier che dal 1818 al 1832 ha riportato in una sezione della villa le ricchissime decorazioni interne, ma usando soggetti di fantasia.
Formuliamo una rapida sintesi di quanto si può vedere all’interno del palazzo, cosa che analizzeremo più approfonditamente nel corso della visita specifica ai singoli ambienti.
L’atrio di ingresso, dopo il portone a sud, è decorato a grottesche, con medaglioni sovrapporta in cui sono effigiati personaggi della famiglia.
Tra le sale che si aprono sull’atrio va ricordata la cappella che fu del convento; quella gentilizia originariamente si trovava invece all’esterno dell’edificio, sul lato sinistro (ovest) della grande piazza ad esedra prospiciente lo scalone di accesso al palazzo; costruita fin dal 1582 e dedicata a San Gerolamo, fu mostrata al visitatore Apostolico Monsignor Francesco Bossio che suggerì alcuni interventi di carattere pittorico sul manufatto appena terminato. Nel 1609 fu aperta al pubblico con concessione di papa Paolo V e a fine Ottocento, con la demolizione dell’esedra, le suore di San Vincenzo de’ Paoli faranno spostare la cappella all’interno, a sinistra dell’atrio, ingrandendola poi con l’accorpamento di un’altra sala adiacente e intitolandola all’Immacolata Concezione.
Nell’ambiente più rappresentativo del piano terra, definito dagli Spinola “il Salotto”, vi sono i cinque affreschi residui di Bernardo Castello a soggetto mitologico; egli aveva probabilmente curato gli affreschi di tutti gli ambienti del piano terra, con altri dipinti a soffitto dedicati a Paride e con la realizzazione di trompe-l’oeil alle pareti, i quali oggi compaiono solo nel “Salotto” perché il resto è stato tutto coperto da imbiancatura, tranne in un’altra sala, un solo dipinto, ovvero “Gesù e la samaritana al pozzo”, di attribuzione incerta tra lo stesso Castello e Domenico Fiasella, forse riadattato da un soggetto pagano precedente. Le decorazioni del piano terra sono state realizzate tra gli anni Novanta del Cinquecento ed il 1611, data finale dell’intervento testimoniata da un autografo dello stesso Bernardo Castello nel riquadro principale del “Salotto”.
Lo scalone interno, decorato a grottesche, nasconde un ricco bagno ottagonale, che aveva vasche distinte per le acque calde e per quelle fredde. Il piano nobile comprende affreschi inerenti le storie di Perseo, di Gio. Andrea Ansaldo, completati poi da Giovanni Battista Carlone. Di Giovanni Carlone sono invece ancora i cinque grandi dipinti delle volte che celebrano la storia di un Domenico Spinola, detto “Megollo” mercante della Repubblica Genovese nel XIV secolo, che a Trebisonda fu offeso con uno schiaffo, durante una partita a scacchi, da un certo Andronìco, uomo della corte imperiale. Megollo tornò a Genova, armando due triremi con le quali avrebbe vendicato l’offesa sbaragliando le navi imperiali avversarie e tagliando nasi a tutto spiano tra gli sconfitti, fino alla consegna dell’ingiuriatore, preso a calci pubblicamente.
In un altro salone i dipinti celebrano le imprese di Ambrogio Spinola, eroe delle Fiandre, che in epoca molto vicina alla realizzazione delle opere ottenne importanti successi per conto della Corona di Spagna ad Ostenda, Grol, Giulich, Vesel, Rimberch, il tutto incorniciato da immagini allegoriche e da scritte in latino che inneggiano ai valori di gloria, pazienza, prudenza, fermezza e prontezza. 
Sotto la volta del salone principale è interessante il dipinto continuo di una galleria di personaggi che “si affacciano” da una balconata nel corso delle nozze di Pellina Spinola con Luca Spinola, poi divenuto principe “della Molfetta”. Presenti molti altri personaggi dei casati Spinola (come lo stesso Ambrogio già ricordato) e Lercari che compaiono con contorno di servi, cantori e musici.
La Storia
La notizia che la villa abbia ospitato, nel 1530, Carlo V di passaggio a Genova verso Bologna per esservi incoronato, da Clemente VII, re d’Italia, di Spagna e imperatore d’Allemagna, fornirebbe l’occasione per anteporre di molto la costruzione della villa, rispetto a quella seconda metà del Cinquecento che invece appare più plausibile. È molto più probabile invece che il passaggio di Carlo V dalle nostre parti, sia all’andata che al ritorno in Spagna alcuni anni dopo, lo abbia portato ad essere ospite di palazzo Ducale prima e poi della villa di Andrea Doria, il Palazzo del Principe, a Fassolo.
Giovanni Battista Lercari, 64° Doge di Genova nel 1563, accorpa edifici preesistenti sull’ampio terreno di San Pier d’Arena acquistato, per edificare quella che lui stesso definisce la “Domus Magna”. Il 25 agosto del 1567 chiede permesso ai Padri del Comune di attingere acqua dal vicino Fossato di San Bartolomeo e di realizzare un acquedotto di 500 metri, avendo ottenuto l’assenso dell’abate di San Bartolomeo, per la realizzazione di peschiere e fontane all’interno dell’ampio giardino in via di decorazione architettonica e scenografica.
La villa, intesa come palazzo, realizzata su progetto di Bernardino Cantone, fu terminata nel 1582. Due documenti del 1560 parlano della fornitura da parte di Antonio e Battista Venzano di “200 moggi di calce” provenienti dalla cava di Sestri Ponente; altri materiali erano portati dal mulattiere Giacomo Porcile al “caput fabrice”, cioè l’architetto Bernardino Cantone, stretto collaboratore di Alessi in quel tempo impegnato nel cantiere della Basilica di Carignano.
Nei decenni di allestimento di Giovanni Battista Lercari, la villa ebbe una prima parte di storia piuttosto oscura per noi (salvo che per i rilievi del Rubens, i quali però, come abbiamo visto, non fanno piena luce sulle sue iniziali ed effettive caratteristiche). Nel 1593, morti Gio. Battista Lercari e la moglie, Maria Imperiale Lercari, l’amministratore e procuratore dei fedecommissari affitta, per 3 anni e a 300 lire annue, a Bartolomeo Imperiale (fu Gio. Battista Imperiale) la casa con podere situata in San Pier d’Arena, all’interno della proprietà Spinola, cioè quella definita “la Villetta”, con la clausola che se la figlia di Gio. Battista, Pellina, o la figlia di questa, Maddalena Spinola, ne avessero avuto bisogno, il locatario avrebbe rescisso il contratto senza fare storie.
In quel tempo il palazzo principale è già passato agli Spinola per testamento, ma con clausole piuttosto restrittive, legate ad un fedecommesso che poneva alcuni vincoli rimasti poi inalterati fino al Settecento. Il periodo della prima decorazione degli interni, quella che termina nel 1611 con la firma di Bernardo Castello, vede il palazzo abitato da Pellina Lercari, figlia del committente della costruzione, G.B. Lercari. Pellina aveva sposato nel 1570 Giovanni Maria Spinola; entrambi erano appassionati di poesia e di musica e daranno il via a quelle consuetudini di feste, esibizioni, gare canore e concerti musicali che caratterizzeranno l’età migliore di Villa Spinola di San Pietro.
L’asta pubblica del testamento (“callega”) di Pellina si tenne nella loggia di Banchi tra ottobre e novembre del 1623. Il testamento è datato 5 luglio 1621 e riporta un lungo elenco di arredi elegantissimi e pregiati ma anche di vestiti, compresi quelli invernali, segno che l’abitudine a vivere nel palazzo non era riservata solo ai mesi della villeggiatura. Pellina lascia al suo primogenito Giovanni Battista Spinola, oltre alla villa “di campagna” che la famiglia considerava la principale, 1000 scudi d’oro per far dipingere il salone del piano nobile, ma con l’obbligo di rappresentarvi “un’arma lercara”, ovvero lo stemma della famiglia d’origine. Giovanni Battista Spinola farà molto di più; infatti nel soffitto del salone, negli anni immediatamente successivi, saranno riportati due stemmi dei Lercari e verrà raffigurata l’intera storia di Megollo Lercari, come avo della famiglia materna da ricordare con orgoglio per le sue imprese mercantili, finanziarie e militari presso la corte dell’Imperatore Alessio II Comneno a Trebisonda, dove lo stesso Lercari aveva istituito un importante e ricco fondaco.
Nel corso del Seicento la villa è intensamente frequentata; sfruttata in particolare nel periodo della villeggiatura, che per il patriziato genovese durava da agosto a novembre, ospita serate musicali e si distingue per occasioni artistiche di vario genere, alle quali partecipano spesso da protagonisti gli stessi membri della famiglia, sensibili alla cultura in generale e particolarmente all’arte canora. A metà secolo è affittata a Lorenzo Pittaluga per quattro anni a 770 lire annue e con divieto di semina
Nel 1702, in concomitanza con l’inizio della guerra per la successione al trono di Spagna tra i Borboni e gli Asburgo, è ospitato nel palazzo re Filippo V, di passaggio a Genova per imbarcarsi verso la Spagna. Partito da Milano il 5 novembre, giunge a san Pier d’Arena sei giorni dopo, con tappe a Pavia, Alessandria, Novi, Voltaggio, Bocchetta e Campomorone. L’arrivo avviene in serata, sotto una pioggia battente che ha reso scomodo il viaggio del sovrano e del suo nutritissimo seguito, il quale trova ospitalità in numerosi dei palazzi patrizi del nostro borgo. Si imbarcherà cinque giorni dopo, il 16 novembre, al Passo Nuovo, sotto la Lanterna, su una feluca dei Doria. Dopo una prima tappa a Vado, farà ritorno in Spagna.
Nel 1757 la carta del Vinzoni, per noi di fondamentale riferimento, indica la villa con il terreno descritto ancora come proprietà degli Spinola ma sono gli ultimi tempi. Nel 1752, alla morte di Gio. Filippo di Francesco Maria, la villa passa al fratello Paolo Spinola che ne fa stimare i beni a Francesco Tagliafichi. In quel tempo la famiglia Spinola è dilaniata da contrasti e cause legali dovute alle successioni di possedimenti e titoli; inizia un lento declino che interessa gran parte delle famiglie nobili genovesi. Di lì a pochi anni, nel 1768, la Repubblica di Genova perderà la Corsica e dopo altri trent’anni, con l’arrivo dei Francesi, sarà sancita la fine dell’aristocrazia. Il palazzo conosce lunghi anni di chiusura totale e di decadimento degli arredi interni. L’ultimo degli Spinola Duchi di San Pietro ad utilizzare, per un breve periodo, la villa sarà Giovanni Giuseppe Spinola, che risiede a lungo a Napoli dove muore nel 1784.
In ragione di una deroga al fedecommesso Lercari, introdotta al fine di permettere anche alla discendenza femminile, in assenza di quella maschile, di ottenere proprietà e titoli, Isabella Spinola, figlia di Francesco Maria e di Marianna Spinola, diviene duchessa di Frias per aver sposato Martin Fernandez De Velasco, Duca di Frias, mentre per eredità materna ottiene i titoli di Principessa di Molfetta e VII° Duchessa di San Pietro. Non dimostra però particolare interesse per la villa di San Pier d’Arena che la sua famiglia aveva considerato per oltre un secolo la principale residenza di campagna.
Gli ultimi Spinola che, dopo rivendicazioni litigiose e varie cause anche alla Rota Civile, vendono l’intera proprietà con tutto il fedecommesso Lercari, sono gli Spinola di Tassarolo. Questi tra il 1796 ed il 1797 cedono l’intero terreno a mare ai signori borghesi G.B. Montano e a Domenico Galleano. La “Villetta” viene invece ceduta prima alla Duchessa di Frias e poi ai Gallarati-Scotti di Milano che diventano Principi di Molfetta e Duchi di San Pietro; lo rimarranno fino al 1923, con l’ultimo Principe e Duca di San Pietro, il 14°, nella persona di Ludovico Gallarati Scotti.
In alcune pubblicazioni tale villa è stata erroneamente attribuita alla famiglia Piccardi che invece possedeva, fino alla demolizione di metà XX secolo, la villa più ad ovest di un centinaio di metri e che fino al Settecento si trovava sull’ampio terreno degli Imperiale, confinante con quello degli Spinola di San Pietro. Tale villa si trovava al posto dell’attuale grattacielo di fronte all’ospedale di Sampierdarena; di essa è ancora visibile la torre, a pochi metri dall’ingresso del nosocomio. La “Villetta” si trovava invece tra le attuali vie Pascoli e Balbi Piovera; il muraglione su cui era edificata è tuttora presente.
Il palazzo, la rimessa, la stalla, la cappella e la casa residua sul litorale, lato ponente dell’ingresso, passano a Maria Caterina Brignole, vedova di Onorato III° Grimaldi, Principe di Monaco, in qualità di discendente di Aurelia Spinola, figlia di Pellina e di Luca.
Dal 1797 nel palazzo di villa Spinola, vuoto da tempo, si insediano le truppe francesi; vi rimarranno quasi sei anni, con grande danno agli interni dell’edificio e agli arredi. Nel 1802 la Brignole Grimaldi vende al signor Antonio Derchi tutto il terreno intorno alla villa, la parte a nord della strada; il palazzo viene invece venduto al signor Giovanni Mariotti. Non abbiamo più notizie per quarant’anni, finché nel 1842 i figli di Derchi vendono il terreno al Marchese Giovanni Battista Negrotto Cambiaso, il quale lo acquisisce, insieme al palazzo principale, per conto delle Dame del Sacro Cuore che ne fanno un convento e successivamente un collegio-educandato femminile riservato a fanciulle di ricche famiglie.
Dopo il 1848 subentrano le Suore di San Vincenzo de’ Paoli, dette volgarmente “le Cappellone”, per il vistoso copricapo con generose alette laterali. In seguito sarà Collegio della Immacolata Concezione, delle Figlie della Carità, che vi rimarranno fino al 1919.
Sappiamo che nel 1876 il giardino tutto attorno al palazzo è ancora intatto. Nella seconda metà del XIX secolo interverranno le pesanti modifiche della struttura a cui si è già fatto accenno.
Il giardino a mare, da tempo non più facente parte della proprietà della villa, inizia ad essere tagliato a metà nel 1852 con la realizzazione di via Vittorio Emanuele, ossia l’asse delle attuali via di Francia, piazza Barabino e via Buranello. Due anni più tardi la costruzione della ferrovia Torino-Genova, immediatamente più a nord, ne erode la profondità per un’altra decina di metri. Inizia quindi la lottizzazione che vedrà sorgere a poco a poco gli edifici di via Dottesio, via Cassini e via Chiesa, cancellando anche solo il ricordo di quello che gli Spinola chiamavano “l’orto Da Basso”.
Il giardino a monte della strada ha resistito di più; solo nel 1911, con l’inizio dei lavori per la realizzazione dell’ospedale di Villa Scassi e della strada per raggiungerlo (via Balbi Piovera), viene demolita la “Villetta”, abbandonata da decenni, e spariscono tutti i deliziosi boschetti che la circondavano. La parte del giardino a monte più vicina al palazzo viene invece adibita a campo di calcio, piccolo e stretto, il primo della Sampierdarenese, conosciuto appunto come il “campo delle Monache”. Tale campo dura pochi anni, per poi essere sostituito da quello realizzato sul retro di villa Imperiale Scassi, duecento metri più ad ovest, tra la villa e l’ingresso attuale ai giardini. Si tratta di un ulteriore elemento che accomuna la storia delle due ville (entrambe sontuose e con grandi giardini), che non conobbero la fase di conversione alle logiche industriali di altri edifici nobiliari di san Pier d’Arena, ma cedettero la magnificenza, in tutto o in parte, dei loro giardini alle pressanti esigenze sportive di una società decisamente cambiata (in meglio, va detto) ma che sacrificava il bello al valore dell’utile.
Con la costruzione di via Carducci (attuale via Cantore) nel 1933, svanisce anche quest’ultimo spazio aperto alle spalle della villa; la cementificazione copre aiuole, prati, serre, pergolati, vigne e frutteti.
Resiste per il momento solo la “casa colonica”, che nell’Ottocento era stata trasformata in una graziosa villa indipendente con torretta, ed era proprietà De Andreis, poi Menotti.
Nel 1919 villa Spinola è acquistata per 600 mila lire dal Comune di San Pier d’Arena che la adibisce a edificio scolastico (oltre un secolo dopo la destinazione d’uso è ancora quella); nello stesso anno viene messa sotto tutela dalla Soprintendenza alle Belle Arti. È scuola professionale femminile, intitolata alla “Principessa Jolanda”, ma sono gli anni in cui il comune concede gli spazi attorno per la costruzione di alti edifici abitativi che annullano in gran fretta la vista della villa, soffocandola praticamente da ogni lato. Nel 1926 diventa Regio Istituto Tecnico, da cui il nome che la via ricavata tra il fianco di ponente ed il retro della villa ha mantenuto fino a qualche decennio fa. La scuola fu intitolata per un certo periodo al garibaldino “Giulio Cesare Abba”, come testimonia una lapide posta sullo scalone. Attualmente è sede del liceo “Piero Gobetti”.
I Principali Padroni di Casa “Villa Spinola”
GIOVANNI BATTISTA LERCARI (1507-1592). Fu abile uomo di affari mercantili e divenne il doge n° 64 nel biennio 1563-1565. Fu capitano militare con Andrea Doria e ambasciatore di Genova a Bologna per l’incoronazione di Carlo V; in quell’occasione litigò furiosamente, dentro la Basilica di San Petronio, con l’ambasciatore di Siena per questioni di precedenza. Fu protagonista nelle trattative tra la Francia di Francesco I e la Spagna di Carlo V durante le guerre in Italia. Membro del Collegio dei Governatori, ricoprì il ruolo di responsabile dell’accoglienza a Genova di sovrani e personalità straniere.
Sappiamo che era ricchissimo e che, dopo il periodo di dogato, entrò in conflitto con Luca Spinola che voleva estrometterlo dalla carica di Procuratore Perpetuo. Suo figlio Giovanni Stefano, nel 1566, intendendo vendicare il padre, assoldò dei sicari per fare uccidere Luca Spinola, ma quelli sbagliarono persona ed uccisero Agostino Pinelli Ardimenti, un amico di Luca che stava passeggiando insieme a lui. Gio. Stefano fu catturato, torturato e decapitato nel 1567 nella Torre Grimaldina di Palazzo Ducale.
Sposato con Maria Imperiale, oltre al primogenito morto così tragicamente, ebbe una figlia, Pellina, e un altro maschio, Gio. Gerolamo Lercari che morì molto giovane.
Giovanni Battista Lercari fu il committente della costruzione della villa. Possedeva numerose altre proprietà in San Pier d’Arena, ma con la nostra volle realizzare un palazzo di villeggiatura dalle caratteristiche monumentali e solenni, adagiato ai piedi di un declivio e non molto lontano dal mare, a cui era appunto collegato con il lungo e stretto giardino oltre la strada principale.
Negli ultimi tempi della sua vita interruppe la cura con cui si era dedicato alla realizzazione della villa di campagna, probabilmente perché affranto dalle tristi vicissitudini familiari. Morì il nel 1592, seguito a pochi mesi di distanza dalla moglie, e la villa passò, completa di arredi preziosi ma ancora priva di affreschi al piano nobile, per eredità e nozze, alla famiglia Spinola; infatti la figlia di G.B. Lercari, Pellina, nel 1570 aveva sposato Giovanni Maria Spinola portandogli la villa in dote.
GIOVANNI MARIA SPINOLA (+1601). Figlio di Luca e di Violantina Spinola del ramo di San Luca (l’altro ramo della famiglia era detto di Luccoli), curava importanti affari internazionali con la Spagna e con il Regno di Napoli. Era detto “Il Bueno”, spagnoleggiante, per certe caratteristiche della sua personalità. Tale nomignolo fu trasferito alla sua principale dimora di villeggiatura che non era però villa Spinola ma una villa di Rivarolo detta appunto “La Buena”.
Nel 1570 sposò Pellina Lercari, la figlia di G.B.; di lei sappiamo con certezza che abitò a lungo nella villa di San Pier d’Arena e vi morì il 16 luglio del 1623, poco prima che fossero terminati i lavori di ristrutturazione e decorazione promossi da suo genero, G.B. Spinola. Nel settembre del 1623 fu redatto un inventario delle sue ingenti sostanze e degli abiti, sia estivi che invernali, che teneva nei suoi appartamenti della nostra villa. 
Gio. Maria Lasciò in eredità al figlio Giovanni Luca, tra le altre cose, la “Villetta” minore a monte di quella principale, mentre il possesso del nostro palazzo andò al primogenito maschio Giovanni Battista, che lo aveva ereditato dal nonno materno già nel 1605.
Anche Giovanni Maria Spinola morì in una camera della villa di San Pier d’Arena in data 11 settembre 1601.
GIOVANNI BATTISTA SPINOLA (1575-1625). Fu chiamato Gianbattista, Gio Battista, Gio Batta ed anche G.B. ma il suo curioso soprannome era “Bacchionus”, ovvero Baccione, una deformazione di Batta (da Battista, Battistone) ma con velata allusione alla tendenza alla crapula (da Bacchus), ovviamente tutta da dimostrare! Di certo era uomo corpulento. Fu marchese di Torrione e principe di Molfetta, una terra del Regno di Napoli.
Aveva residenza principale in via Orefici, all’attuale civico n° 7. In gioventù si recava in villeggiatura a San Pier d’Arena in una piccola villa, ma con grande terreno, che esisteva sull’attuale via Daste, proprio di fronte alla villa Doria (oggi sede dell’Istituto delle Madri Pie Franzoniane). Nel 1596 sposò Maria Spinola, sempre del ramo di San Luca e sorella del celebre Ambrogio, l’eroe delle Fiandre e il governatore di Milano ricordato nei Promessi sposi da Alessandro Manzoni. Gio Battista e Maria ebbero ben quindici figli, la prima dei quali è Pellina Spinola (dal nome della nonna paterna), la sposa del fregio dipinto nel salone principale della nostra villa; il matrimonio con Luca Spinola si celebra nel 1615.
Giovanni Battista Spinola diede origine, per primo, al ramo dei Duchi di S. Pietro, con documento di approvazione della corte spagnola del 1621, acquistando nel 1615 il feudo di San Pietro in Galatina, nel Salento, per 92.000 ducati. Il figlio Giovanni Pietro, tredicesimo della prole della coppia, nacque proprio a San Pietro in Galatina nel 1616, un anno dopo l’acquisto del prestigioso, e fruttuoso, ducato (comprendeva grandi terre con vigneti ed oliveti che garantivano una consistente rendita). G.B. fu anche marchese di Torrione, nel Monferrato, terra dei Duchi di Mantova, ma ebbe a litigare molto spesso con i vicini Savoia e quella terra gli rendeva molto meno.
Nel 1622 fece iniziare i lavori di modifica della sua residenza di villeggiatura a San Pier d’Arena (in città abitò a lungo l’attuale palazzo della Prefettura, nella zona dell’Acquasola), curando personalmente la scelta di artisti frescanti e soggetti da dipingere. Di questa villa, che volle considerare “palazzo” della sua famiglia, intendeva fare un centro di piacevolezze dove godere delle bellezze del clima ma anche dei favori dell’arte, soprattutto canora e musicale, con sconfinamenti nella danza e nel teatro. Il lavoro svolto da Gio Andrea Ansaldo costò 6.000 scudi d’oro. La decorazione terminò intorno al 1624 e nel 1625 si potevano considerare terminate le modifiche alla struttura architettonica del palazzo, descritte a parte.
A fine anno di quel 1625, il 13 dicembre, morì in Spagna, dove si era recato per un’operazione diplomatica per la Repubblica di Genova. La morte è dovuta ad una malattia contratta durante il viaggio verso la Spagna, che durò oltre un mese e fu funestato da numerose traversie. Giunto a Madrid il 25 novembre, fortemente indebolito, vi morì due settimane dopo.
La moglie Maria morì il 16 agosto del 1642 nella villa di San Pier d’Arena, dopo aver avuto l’onore di ospitarvi, nel 1626, il legato pontificio Cardinale Francesco Barberini con il Cardinale Sacchetti, di passaggio dalla Spagna a Roma, e nel 1630 il cardinale Dietristan.
GIOVANNI MARIA SPINOLA (1602-1666). Primo figlio maschio di Giovanni Battista e Maria (il quarto dei quindici figli della coppia, nato dopo le tre femmine), ereditò dal padre il titolo di Duca di San Pietro, oltre al patrimonio dei Lercari, al marchesato di Torrione Monferrato e ad altri svariati titoli.
Fu battezzato nella cappella gentilizia della villa il 17 settembre 1603, pieno periodo di villeggiatura. Per il resto abitò prevalentemente nel palazzo dell’Acquasola e solo saltuariamente si servì della villa di San Pier d’Arena, anche per complicate questioni legate al fidecommesso gravante sull’antico testamento dell’avo Lercari. Sposò Paola Maria Saluzzo, della famiglia che possedeva Villa Paradiso in Albaro.
FRANCESCO MARIA SPINOLA (1659-1727). Nato da Veronica Spinola (figlia di Pellina e Luca Spinola) e dallo zio di quest’ultima, l’ormai attempato Gio. Filippo, fratello della stessa Pellina. Rimasto orfano di padre nel 1660, con la maggiore età ereditò il titolo di Duca di San Pietro e fu il III della dinastia, dopo G.B. e Giovanni Maria. Dal nonno Luca, abile affarista, ereditò il Principato di Molfetta. Nel 1675 sposò anch’egli una Spinola, Isabella, pronipote di Ambrogio Spinola, morta di parto il 4 ottobre del 1700, dando alla luce il decimo dei suoi figli.
Di carattere dispotico e superbo, Francesco Maria è ricordato per aver ospitato, nel novembre del 1702, proprio nella villa di San Pier d’Arena, per sei giorni il diciannovenne re di Spagna Filippo V di Borbone, che poi, in grazia dei buoni rapporti tra i due, seguì in Spagna per risposarsi con una nobile vedova, Marguerite Thérese Colbert, e diventare il precettore del futuro re Carlo III. Nominato Grande di Spagna, morì nel palazzo reale di Aranjuez il 15 maggio del 1727.
Dal suo testamento al figlio Gio Filippo, redatto in un brutto latino, ricaviamo importanti informazioni sulle caratteristiche del giardino della villa Spinola di San Pier d’Arena ad inizio Settecento.
GIOVANNI FILIPPO SPINOLA (1677-1753). Nacque da Francesco Maria e da Isabella e divenne IV Duca di S. Pietro e Principe di Molfetta dopo più di dieci anni dalla morte del padre, nel 1738. Sposò una contessa spagnola (Maria Isabel Torquata Decontreras y Toledo, dei Conti di Alculia) da cui ebbe sette figli: i primi due, Francesco Maria e Giovanni Giuseppe, furono rispettivamente V e VI Duca di San Pietro.
Gio Filippo visse poco a Genova, soggiornando spesso a Milano dove morì il 10 febbraio del 1753. Ebbe il titolo di Grande di Spagna, che tanto aveva desiderato inutilmente Ambrogio Spinola. Tuttavia si occupò delle ville e dei terreni che la famiglia possedeva in San Pier d’Arena e possiamo probabilmente considerarlo l’ultimo grande padrone di casa del nostro palazzo.
La Visita
Esterno. IL TERRENO DI PERTINENZA
Esterno. IL GIARDINO RINASCIMENTALE. Lo sguardo allo spazio che fu del giardino dal portone a nord (attuale ingresso) e confronto con l’ambientazione attuale sulle indicazioni della mappa di ricostruzione
Interno. IL PIANO TERRENO. Mappa generale e visita ai singoli ambienti, con particolare riferimento a quelli contenenti opere d’arte o di rilievo storico
Interno. IL PRIMO PIANO. Mappa generale e visita ai singoli ambienti, con particolare riferimento a quelli contenenti opere d’arte o di rilievo storico
Esterno. IL TERRENO DI PERTINENZA
confronto tra la planimetria 
del Vinzoni e la situazione attuale
Conoscere una villa storica di quella che fu San Pier d’Arena, è un modo per inoltrarsi nelle pieghe di un passato che offre spunti spesso insospettabili. Il presente volume ricostruisce la storia di villa Spinola dei Duchi di San Pietro, nella sua evoluzione (e involuzione) architettonica e nella sua collocazione ambientale e storica; quello che fu il grande giardino della dimora viene ricostruito sulla base del tessuto odierno di Sampierdarena, e i principali "padroni di casa", dai Lercari nel ’500 agli Spinola nel ’600 e nel ’700, sono presentati in base al rapporto che ebbero con la "principale villa di campagna" della famiglia.
Tutti gli ambienti del palazzo, nobiliari e di servizio, dai piani ammezzati al sottotetto, dai passaggi occulti alla torre preesistente, vengono ricostruiti nelle loro funzioni.
Infine i quattro cicli pittorici di affreschi che hanno visto impegnati artisti frescanti quali Bernardo Castello, Giovanni Carlone, Gio. Andrea Ansaldo e Domenico Fiasella, sono presentati ed analizzati con un ricco corredo di fotografie a colori.

 

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