Carlo Menzinger
TOPO

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Titolo TOPO
Il nuovo gioco di Mr. Menzinger
Autore Carlo Menzinger
Genere Narrativa      
Dedicato a
agli incubi
Pubblicata il 01/02/2003
Visite 7054
Punteggio Lettori 127
Note Partecipa anche tu al nuovo gioco, scrivi un racconto dal titolo ”Topo” e che cominci nel modo indicato alla fine del racconto.
Era un lunedì mattina. Marta sentì un debole rumore. Si girò distrattamente, senza eccessiva curiosità, alla ricerca della fonte di quel suono. Non vide nulla ma sentì di nuovo quel verso. Sì, era il verso di un animale, uno squittio. “Un topo!” pensò Marta con insofferenza. In quella vecchia casa di campagna i topi erano inquilini abbastanza abituali.
Marta non credeva di riuscire a vederlo ma, ugualmente, andò a guardare sotto il tavolo della cucina e lo vide. Era un piccolissimo topo bianco. Non un ratto o un topo di fogna ma uno di quei topini di campagna che piacciono tanto ai bambini. Stava fermo, ritto sulle zampe posteriori ed annusava l’aria facendo vibrare il musetto. Aveva le orecchie nere ed una macchiolina altrettanto nera sul petto.
Marta aveva visto topi d’ogni genere ma mai topi bianchi con le orecchie nere. Lo fissò per qualche secondo. Il roditore non si mosse. Marta sollevò la scopa che teneva in mano e la riabbassò schiacciandolo. Il topo emise uno squittio e rimase appiattito al suolo, in una piccola pozza di sangue e viscere. Marta lo raccattò con la scopa topicida e lo buttò nella spazzatura. Nonostante avesse compiuto quel gesto con fredda determinazione ora una strana sensazione di disagio le scendeva lungo la schiena mentre con lo straccio puliva il pavimento.
Il mattino dopo Marta, nuovamente in cucina, sentì ancora quello squittio. Le parve che il sangue le si fermasse nelle vene. Guardò sotto il tavolo. Un topolino bianco con le orecchie nere ed una macchiolina scura sul petto la fissava con i piccoli occhietti rossi. “Ma quanti siete?” pensò Marta, cercando di calmarsi. Andò a prendere la scopa nello sgabuzzino. Sperava quasi che il topo se ne fosse andato ma, quando tornò era ancora lì. Marta alzò la scopa e, calandola sotto il tavolo, lo schiacciò. Anche questa volta il topo si limitò ad emettere un piccolo grido, quindi rimase irrigidito. Questa volta Marta lo buttò nel gabinetto e tirò lo scarico. Lo vide sparire nel piccolo gorgo. Marta ripulì il luogo del delitto, cercando di cancellare con cura le tracce del suo gesto.
Il giorno successivo, entrando in cucina, Marta sentì nuovamente quel verso. Il cuore le sussultò. Era solo un topo, cercò di tranquillizzarsi. Cosa c’era di strano? I topi si somigliano tutti. Perché si sentiva così inquieta solo perché due topini bianchi con le orecchie nere ed un po’ rintontiti si erano lasciati uccidere da lei?
Era il ripetersi, quasi uguale, di quell’evento che la turbava. Era il sospetto inconfessato che quel secondo topo e forse anche il terzo fossero in realtà sempre il primo topo.
Marta guardò sotto il tavolo. C’era di nuovo un piccolo topo bianco accanto alla zampa del tavolo. Anche questo aveva una macchiolina e le orecchie nere. Si abbassò titubante per guardarlo meglio. Poteva riuscire a memorizzarne le fattezze? Se fosse riapparso ancora l'avrebbe potuto riconoscere?
Nell'osservarlo così, trasse un respiro di sollievo. L'aspetto più inquietante della vicenda, la resurrezione del topo, le parve svanire. Quello non era il primo topo e neppure il secondo. Era più grosso d'entrambi. La cosa le parve quasi certa. Poi, però, la certezza vacillò. Non era, forse, che lei ora lo vedeva più grande perché andava assumendo, per lei, maggior importanza?
Si scrollò di dosso ogni pensiero, afferrò la fatidica scopa e, grazie alla più assoluta immobilità dell'animale, come le altre due volte, lo schiacciò. Nell'eliminare le tracce si sentiva ancora più inquieta delle altre volte.
La notte faticò ad addormentarsi ed anche quando ci riuscì continuò a fare sogni strani. Al mattino entrò in cucina con circospezione. Era tutto tranquillo. Ogni cosa era al suo posto e non si udivano rumori sospetti. Fece colazione e sciacquò la tazza ed i piatti. Aveva quasi finito quando la sua ossessione tornò a materializzarsi. Fissò con attenzione e sgomento il piccolo mammifero. Era un altro animale, perfettamente identico agli altri tre nei colori e nel comportamento ma anche questo un poco più grande persino del terzo animale.
Decise di ucciderlo con una padellata. Non che ritenesse lo strumento più efficace della scopa ma, inconsciamente, le pareva di interrompere così, forse, un circolo vizioso di cui si sentiva prigioniera. Sempre per lo stesso motivo scese immediatamente in strada per lasciare la sua vittima direttamente nel contenitore per la spazzatura.
Non riusciva a capire da dove venisse una simile colonia di topi sciocchi, quasi suicidi. Le venne in mente la favola del Pifferaio di Hammelin, quello che suonando faceva affogare tutti i topi. Le pareva quasi che una sorta d'incantesimo portasse tutti i topi bianchi con le orecchie nere a suicidarsi da lei.
Pensò che, forse, se un altro topo fosse comparso, avrebbe fatto meglio a lasciarlo in vita. Decise di andare a comprare una trappola per topi. Acquistò così una gabbietta di quelle con lo sportello che si chiude da se dopo che l'animale è entrato, non una di quelle a tagliola. Non voleva ferire o uccidere la bestiola. Pose la gabbia sotto il tavolo.
Al mattino trovò la trappola vuota. Mentre faceva colazione apparve però un quinto animale. Ancora più grosso. Sensibilmente più grosso. Anzi, era così grande che si spaventò un po' proprio per il suo aspetto. L'assurda puntualità delle apparizioni di questi animali ormai le pareva un fatto ordinario. Questo, pur avendo l'aspetto di un topino di campagna, per dimensioni sembrava quasi un ratto. Nella trappola aveva messo del formaggio e dei semi di girasole. L'animale ignorò ogni cosa e rimase a guardarla, anche lui come gli altri, fermo sulle zampe posteriori, con il corpo dritto, in verticale.
Marta non sapeva più come comportarsi. Era stata certa che la bestia sarebbe entrata nella gabbia ma l'animale, invece, non si muoveva. Pensò di scacciarlo semplicemente, ma l'idea di ritrovarselo dopo poco trai piedi l'agitava e disgustava. Pensò di riservargli il solito trattamento ma la cosa ormai la spaventava troppo. Decise di tentare di spingerlo, con la scopa, dentro la gabbia. L'avvicinò piano al roditore ma questo, all'improvviso, saltò in avanti, verso di lei, come una molla, con un salto di cui non l'avrebbe detto capace. Istintivamente, per difendersi, Marta sferrò un colpo con la scopa e quella creatura cadde tramortita al suolo. Marta provò a smuoverlo con la scopa ma niente: era proprio morto. Come gli altri.
Dopo averlo buttato nella discarica più vicina, Marta andò a comprare del topicida. Sparse il veleno ovunque potesse, preparò dei bocconcini avvelenati che sparse qua e là per la casa e, soprattutto, sotto il tavolo di cucina.
Sabato si svegliò con gli occhi cerchiati per il poco sonno. Andò di filato in cucina, senza neanche passare dal bagno. Era in ansia. Perlustrò le sue trappole avvelenate aspettando di trovare decine di topi morti ma, nel contempo, temendo di non trovarne neanche uno. E, effettivamente, non ne trovò. Andò in bagno poi tornò in cucina ad aspettare la solita, inevitabile apparizione che, puntuale come sempre, si materializzò, venendo chissà da dove, sotto il solito tavolo accanto alla solita gamba. Era un topo grandissimo. Decisamente più grande di un normale topo di fogna, eppure tutto candido come un topino di campagna, fatta eccezione solo per le orecchie e quella macchia sul petto.
''Okay, topo,'' disse Marta, sentendosi una povera pazza ''cosa vuoi da me?''
Il topo, ovviamente non rispose ma rimase lì, ritto sulle zampe posteriori, alto quando mezza gamba del tavolo a fissarla con gli occhietti rossi.
''E la mia scopa che vuoi?'' chiese Marta ''Sei venuto a farti ammazzare come i tuoi amici? E' questo che vuoi?'' Poi gli urlò ''Vattene, topaccio maledetto, perché ce l'hai con me? Che cosa ti ho fatto? Cosa vuoi?''
Il topo non si mosse, a parte il naso che fremeva leggermente facendo oscillare i lunghi baffi quasi trasparenti.
Marta decise di aspettare. Non l'avrebbe ucciso, per nessuna ragione. Non l'avrebbe toccato. Sarebbe rimasta a fissarlo come lui fissava lei. Prima o poi l'animale se ne sarebbe andato. Passarono quattro ore. Verso mezzogiorno Marta abbandonò la sua postazione per andare in bagno. Al suo ritorno l'animale non c'era più. Che fosse la volta buona? Marta respirò un po' più liberamente e si mise a fare le sue faccende. Sbucciò delle verdure. Quando andò a gettarle nel secchio, sopra l'altra spazzatura, vide il topo, l'ultimo, steso nel secchio, morto, come se l'avessero schiacciato con una scopa, la sua scopa.
Marta si sentì l'anima salirle su per lo stomacò e si piegò sul lavandino a vomitare. Un lungo conato la sconvolse dai piedi alla testa.
Non aveva ancora parlato con nessuno della strana storia, a qualcuno aveva detto di avere una specie d'invasione di topi in casa ma non aveva specificato la strana situazione. Pensò che fosse tempo di chiedere aiuto. Alzò il telefono e poi lo riabbassò. Chi le avrebbe creduto? L'avrebbero certo presa per pazza. Doveva trovare la soluzione da sola. Doveva esserci una spiegazione.
Domenica mattina il topo che venne a trovarla era, per dimensioni, praticamente un castoro. Bianco, con le orecchie e la macchia nere. Marta se lo aspettava più grande ma non così tanto. Si era armata di pistola. Gli sparò alla testa, da vicino. L'animale stramazzò. Marta lo infilò in un sacco e lo trascinò nella vicina discarica.
Lunedì l'animale era alto come un bambino di cinque anni. Marta gli sparò e lo andò a gettare nel fiume. Martedì era alto quanto lei e la fissava dritto negli occhi.
Mercoledì la sua testa sfiorava il soffitto.
Giovedì Marta abbandonò la casa ed andò a dormire in una pensioncina. Il ratto, grande come un ippopotamo le apparve in strada, sul ponte. Era completamente sola. Tirò fuori la rivoltella e gli sparò. L'animale cadde nel fiume.
Venerdì un essere gigantesco, che non si poteva più definire topo, le si parò davanti sul solito ponte. Marta, salì sulle paratie, anche così l'animale la sovrastava abbondantemente, estrasse la pistola la puntò verso la testa, la propria testa, e sparò. Il suo corpo cadde nel fiume.

Firenze, 10.04.01

IL GIOCO
Partecipa anche tu al nuovo gioco, scrivi un racconto dal titolo ''Topo'' e che cominci con ''Era un lunedì mattina. Marta sentì un debole rumore. Si girò distrattamente, senza eccessiva curiosità, alla ricerca della fonte di quel suono. Non vide nulla ma sentì di nuovo quel verso. Sì, era il verso di un animale, uno squittio. “Un topo!” pensò Marta con insofferenza.''


Commenti dei Lettori
Commento della redazione

di nuovo tu... really good
Voto Attribuito: 5
Stefano Lorefice (01/02/2003)

Curiosissimo racconto che mi ricorda, tra l'altro, un enorme topone che ho visto a Firenze. Mangiava rimasugli di patatine fritte. Aveva un'aria molto dignitosa, vagamente umana.
Voto Attribuito: 5
Fausta Maria Rigo (01/02/2003)

L'idea è carina, personalmente avrei scelto uno stile più noir, più Poe! Comunque complimenti, è stato piacevole!
Voto Attribuito: 4
Roberto Benvenuti (01/02/2003)

Piacevole racconto. Un po' surreale, macabro abbastanza da tenere viva l'attenzione.
Voto Attribuito: 5
Lucrezia Martina Vieri (01/02/2003)

Un incubo, hai detto bene, con un finale terribile direi. Ben scritto anche se, a mio "modestissimo" parere, forse ripetitivo in alcune parti, sembra quasi di aggirarsi in un labirinto, dove l'unica uscita è quella che non vediamo. C'è una frase che non mi suona bene "il sangue parve fermarsi nelle vene" quel fermarsi... uhm. Comunque bravo. Giulia
Voto Attribuito: 4
monnalisa (01/02/2003)

ottimo,abbondante e metaforico(?).
Voto Attribuito: 5
gloriagloom (01/02/2003)

Mi ha messo un'angoscia pazzesca. Non raccontarla a nessun bambino, eh!
Voto Attribuito: 5
Quella (01/02/2003)

Caspita che incubo, coi fiocchi e controfiocchi. La ripetitività ne fa parte, perciò va bene. Nonostante i topi, riesce a essere anche originale. Bello.
Voto Attribuito: 5
Triana (01/02/2003)

Questo è parecchio bellino. Io forse l'avrei reso un po' più corto.
Voto Attribuito: 5
Thom (02/02/2003)

Bella questa metafora: si soccombe alle proprie paure se ci si illude di poterle affrontare da soli. Molto bravo nella reiterazione delle azioni della protagonista. Non è facile senza annoiare chi legge, ma tu possiedi la bravura della tecnica. Un brano pulito, senza raffazzonamenti o superficialità. Bravo. Un consiglio: a Marta potrei prestare per un po’ di tempo la mia gatta. :-)
Voto Attribuito: 5
Una tra tanti (02/02/2003)

stupendamente da incubo.
Voto Attribuito: 5
In Bloom (05/02/2003)

Bella l'idea, e originale, o maestro. Mi pare che tu ti sia dilungato troppo nelle descrizioni intermedie ( topo di taglia media)per poi dare una brusca accelerata nel finale. Forse il ritmo è discontinuo.
Voto Attribuito: 3
Laura Costabruna (06/02/2003)

E bravo Carlo! Non dirmi che hai paura dei topi.... ( ma ho notato che sulla maglia che indossi nella tua fotografia sono disegnati dei gatti, sbaglio?). Simpatico gioco, racconto inquietante... mi ricorda qualcosa. ma non mi viene in mente che cosa...
Voto Attribuito: 5
Daina  Ventura (07/02/2003)

Un racconto surreale che mi è piaciuto.Avrei preferito un finale meno tragico,si trattava pur sempre di un topo!
Voto Attribuito: 5
orsettotommi (11/02/2003)

Il crescendo è bello, il finale quasi obbligatorio. Interessante. Ciao, Guido
Voto Attribuito: 5
Guido De Marchi (12/02/2003)

Sto per partecipare.
Voto Attribuito: 5
Anna  Fabiano (16/02/2003)

Mi ha ricordato "La formica agentina", se non ricordo male il titolo, di Calvino, se non ricordo male l'autore eh eh. Ho apprezzato il riproporsi dell'incubo, forse meno la tendenza a ingrandirsi smisuratamente. L'ho letto solo ora, non volevo farmi influenzare dall'autore del gioco.
Voto Attribuito: 5
Felix (17/02/2003)

sarà che io sono strana, sarà che l'ho letto su carta(me lo era fatto stapare dalla mia segretaria) sarà che lo leggevo nell'ora in cui avrei dovuto studiare un processo, sarà che ero in compagnia della mia collega di studio, certo alla fine ci siamo messe a ridere. mi sono chiesta : che sia senza un pizzico di umanità? solo la morte del primo topino mi ha commosso, man mano che diventava piu' grosso mi faceva meno pena e alla fine, ero contenta che la donna si sia suicidata, era senza cuore! ma dai scherzo! mi è piaciuto tantissimo
Voto Attribuito: 5
luisa (18/02/2003)

Il degno inizio di un gran bel gioco! All'inizio ho fatto un po' fatica, le frasi troppo brevi, troppo veloci, mi hanno lasciato senza fiato. Poi, però, tutto è filato liscio. Forse perché più avanti la velocità prende più senso, mentre all'inizio stona un po'. Tu sei completamente pazzo, comunque! eheh
Klaus Nehren (18/02/2003)

Di gradevole lettura
Voto Attribuito: 5
Marco Polverelli (28/02/2003)

Secondo me il racconto va benissimo così. L’accelerazione del ritmo nel finale mi è piaciuta. Per quanto riguarda il gioco, ho parzialmente riadattato un mio raccontino, “Serata difficile per il topo Martino” che pubblico oggi.
Voto Attribuito: 5
Heracleum mantegazzianum (02/03/2003)

Lo sai avevo partecipato al gioco senza leggere l'originale... che mancanza! Comunque l'ultima battuta del mio brano rileggila, che forse non l'hai letta con sufficiente attenzione... martedì... Ciao Crazy
Voto Attribuito: 5
CrazyWriter (03/03/2003)

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