Pier Paolo Sciola
A proposito di REMISSIONE SPONTANEA

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Titolo A proposito di REMISSIONE SPONTANEA
Autore Pier Paolo Sciola
Genere Racconti Brevi      
Pubblicata il 24/02/2003
Visite 2080
Punteggio Lettori 10

Commento ricevuto in mail da una carissima persona:

è un testo di un nitore fuor di norma. nitore di scrittura, di
personaggio... di vita insomma.
''L’infelicità poteva sempre aggiustarsi, una neoplasia polmonare no'' ed
eccolo lì Paba con la coscienza precisa di come respirano le zolle di terra
mentre sfilacchi di rossso illuminano il cielo al tramonto con quel sole
che spara lame da dietro le nuvole e par uno di quei cuori dei cristi nei
santini di tempo fa.Paba non corre per i corridoi dei supermercati in cerca
di occasioni lussureggianti eclatanti roboanti...
poca cosa i suoi scheletri nell'armadio, irrilevanti direi. è per questo
che concordo con la costabruna. Paba riesce a rendere piano un tumore
definitivo, laddove conta il frastuono per dimenticare che c'è una fine ,
laddove conta riempirsi di apparenza e di emozioni a poco prezzo da
consumare sempre più avidamente per colmare vuoti irreversibili .
ora il rischio di moralismo è forte, eppure tu lo glissi e dai al
personaggio una dignità cristallina quasi '' naturale''.
bel racconto davvero, che non verrà apprezzato quanto dovrebbe per ragioni
che penso tu sappia bene.


Risposta:

Grazie **
le tue parole fanno sempre bene al cuore, ancora di più per essersi ultimamente rarefatte.
Il racconto è quello che tu dici, con in più una serie di piccoli 'segnali' lasciati cadere qua e là a creare un telaio di correlati oggettivi che dovrebbero aggiungere significato a ciò che Paba non si dice o non si vuole dire (il carrello portavivande all'ospedale, le zingarelle all'uscita, i vermi di Leandro, il falò in riva al mare - 'era un fuoco che non riscaldava, quello').
Gli scheletri negli armadi: il giornale porno, come pretesto, è davvero piccolo, risibile. Ma tutto il racconto è giocato su un registro minimo, quotidiano. E forse c'è qualcosa d'altro, di non detto, che angustia l'anima di Paba. I sensi di colpa che ci portiamo dentro, pur non avendo fatto niente di esecrabile, o proprio per non averlo fatto. L'insorgere della malattia evidenzia questo stato di malessere latente. Il cancro è solo un'altra macchia, irreversibile stavolta, che non si può non guardare in faccia. La decisione di non curarsi diventa così il gesto di ribellione contro il conformismo imperante dell'attenzione a tutti i costi verso la salute fisica, di contro alla corruzione, alla perdita dei valori. Un atto di coraggio, l'ultimo possibile, al quale Paba demanda la sola possibilità di riscatto da una vita sbiadita e monocorde (vedi a proposito l'abbondanza di toni virati al grigio nella descrizione di Vera e gli aggettivi che ci stanno intorno). Paba ('spalla' in sardo: un comprimario, in definitiva) ritrova sè stesso nel momento in cui sente d'essere definitivamente perduto. Ritrova il coraggio e la dignità. Riesce a restituire un senso all'esistenza.
La scissione è avvenuta in ospedale, quando 'l'altro sé stesso' viene fuori inusitatamente a dichiarare la volontà di non curarsi. La scienza è la fede dell'uomo moderno, la scienza medica la sua religione privata, il dottor Paravicini in questo caso l'officiante (''Era una questione di fede un tumore, aveva detto bene il dottor Paravicini: o l'avevi o non l'avevi). Paba rifiuta per la prima volta il dogma dell'uniformazione. L'insorgere dell'agente patogeno che si fa carne, la sua rivelazione, diventano insieme epifania e occasione di rivincita. Il suo ragionamento si basa su questa semplice equazione: se vivere così mi ha condotto alla malattia, io rifiuto questa vita e le soluzioni che propone, perché si tratta di un vivere bacato alla radice. Tanto vale morire come un uomo. Qui avviene lo scarto,la cesura, nella manifestazione del 'doppio', ''quello che non aveva paura''. Comprensibile il disappunto del dottore: ''Sembrava deluso. Come deve esserlo un sacerdote di fronte a un'inattesa dichiarazione di ateismo''.
Le sigarette - l'aria avvelenata che respiriamo - come metafora delle relazioni asfittiche, drogate, che si instaurano nella odierna società. Le bambine zingare all'uscita come un mondo 'altro' per cui non si è mai avuto tempo, un mondo ai margini, senza schemi precostituiti. Il regalare i soldi come ammissione di colpa, una presa di distanza, ulteriore rifiuto dei valori fasulli che ci hanno conculcato.
Paba torna a casa e cerca isolamento. Comincia a fare i conti: quelli finanziari. Sa che se ne deve andare, le persone che ama resteranno ancora. Ma i conti veri sono altri, ''prima del giorno della festa''. C'è da guardarsi in faccia, senza vergogna, fare un po' di pulizia. Questa la cura giusta che non promette guarigione ma fa sentire meglio, in pace con sé stessi e gli altri. Ciò che ci manca, forse, è il riconoscere i bisogni veri (vedi la parte relativa al 'teatrino' della vita - in ospedale - le quinte, la rappresentazione, il recitarsi, l'obbligo di vincere, il guardarsi dentro in trasparenza - la radiografia del male, qualcuno che ci picchietta sopra, lo scheletro in risalto, la gabbia che ci chiude... etc).
Il male lo abbiamo dentro, ecco, è connaturato. E prima o poi esplode. Può esplodere persino nel silenzio. Nel silenzio di una mattina strana dove te ne vai a pesca di qualcosa. Dopo aver fatto un amore di cui non sentivi alcuna voglia, con dolore quasi. Amore fatto per dovere, per corpi o anime che ti cercano e desiderano l'ambra calda della tua energia: per tutti e per nessuno.
C'è solo un modo per venirne fuori: morire, darci un taglio, sferrare un calcio alla cenere che resta, ancora tiepida, affidarsi al vento, prepararsi a rinascenza chissà Dove. O Chi. O Mai. Come del resto Sempre.
Sentirsi morti, o condannati, in presenza di certificato, è libertà stranissima a gustare: il mondo finalmente nuovo, e inutile del resto.
Commenti dei Lettori
Commento della redazione

Bel commento,ma non è stato indovino giusto. Invece sei stato apprezzato e come.
Peppe (23/03/2003)

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