Carlo Menzinger
Il quadro

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Titolo Il quadro
Autore Carlo Menzinger
Genere Narrativa - Surrealismo      
Dedicato a
domani
Pubblicata il 22/04/2003
Visite 6117
Punteggio Lettori 127
Note Dalla raccolta in fieri ”ArredaMenti”

Appena arrivato in paese presi in affitto un appartamento al limitare della campagna. Erano poche stanze sobriamente arredate. Una camera con un letto singolo, una coperta bianca, un armadio quattro stagioni senza decorazioni, un comodino squadrato con sopra un lume vecchio stile. Una sala con un divano un po’ sfondato, ricoperto da un telo, più per nasconderne la vetustà che per proteggerlo dal logorio dell’uso. Un tinello stretto con un tavolino appoggiato al muro e due sedie dallo schienale rigido. Un cucinotto con tutto l’essenziale, stipato oltre l’immaginabile. Un bagno con i soli sanitari ed un pensile piccolo ed anonimo. Un piccolo corridoio disadorno.
Alle pareti c’erano alcuni quadri insignificanti, non belli ma neanche fastidiosamente brutti, pacchiani o tristi. Raffiguravano la campagna circostante. Prestai loro un’attenzione moderata e dopo averli guardati velocemente, di lontano, quasi me ne dimenticai.
Ero arrivato in paese all’inizio dell’estate, che trascorse veloce e calda come le estati sogliono e devono essere, nonostante il costante umano stupore.
Quando arrivò l’autunno la mia attenzione tornò a posarsi sui quadri. Avrei scommesso che al mio arrivo raffigurassero dei paesaggi estivi, con abbondanza di verdi ed azzurri. In quel momento invece mi parevano molto più gialli o marroni di quanto m’erano parsi all’inizio, ovvero assai più autunnali. In uno, inoltre, notai una piccola figura che camminava che non avevo mai visto prima.
Ovviamente ritenni di ricordare male e non ci pensai più. In fondo, come dicevo, erano quadri insignificanti e piccoli e nulla mi induceva a fissarli. Li consideravo parti della tappezzeria.
Da bambini abbiamo un attenzione assai maggiore per questi particolari ma da adulti perdiamo, spesso, ogni sensibilità per i particolari delle cose che non ci coinvolgono direttamente.
Quando però anche l’autunno passò ed arrivò l’inverno non potei non notare il manto di neve che si era steso su quei dipinti. Mi avvicinai allora ad uno che raffigurava la collina di fronte alla casa. Si vedeva chiaramente il viale che, dalla mia abitazione, portava verso la campagna innevata. Lungo la strada si vedeva, piccolo, un uomo di spalle che camminava, lo stesso, pensai, che avevo notato in autunno. Questa volta, però, mi parve essere più avanti nel suo cammino. Non ero però sicuro. Non ero sicuro di nulla. Neppure che quei quadri un tempo avessero rappresentato dei paesaggi estivi o autunnali. Forse non erano gli stessi quadri ed il padrone di casa, in mia assenza li aveva sostituiti. Forse, per una sua strana mania, appendeva in ogni stagione, quadri diversi, raffiguranti proprio lo stesso periodo dell’anno. Sì, pensai, doveva essere proprio così.
Il tempo passò ed arrivò la primavera: nei campi e nei quadri. Anche l’omino mi parve procedere nel suo percorso. Non me ne stupii particolarmente. Ormai avevo la mia teoria: era il proprietario che, segretamente, cambiava i quadri al cambiare delle stagioni. Avevo trovato la soluzione per calmare il mio animo. Mi sarebbe piaciuto parlarne con il proprietario e non me ne mancarono le occasioni ma un po’ me ne vergognavo.
Presi, invece, a prestare maggior attenzione ai dipinti. Li scrutavo quasi ogni giorno ed ormai ne conoscevo ogni particolare. Non impiegai dunque molto ad accorgermi che alcuni alberi che prima non erano fioriti, dopo lo erano e poi non più. Anche la posizione dell’uomo mi pareva, impercettibilmente, giorno dopo giorno, mutare.
La mia teoria si smontò. Non poteva certo essere che il padrone di casa entrasse ogni notte a ritoccare i dipinti mentre io dormivo o di giorno mentre ero al lavoro. Era troppo assurdo e quell’uomo avrebbe dovuto essere veramente pazzo.
Cominciai allora a sospettare di essere io il matto. Nient’altro, però, mi pareva, in me confortava una simile ipotesi. Le mie allucinazioni riguardavano solo ed esclusivamente i quadri.
Pensai, con una certo sarcasmo, alla possibilità che strani piccoli esseri, gremlins o folletti, visitassero la casa e si divertissero a prendermi in giro, modificando i quadri. Naturalmente era un’ipotesi che il mio razionalismo mi impediva di sostenere a lungo. Una spiegazione doveva esserci.
I dipinti erano molto realistici e rappresentavano, come si diceva, il paesaggio attorno alla casa, non il paese ma solo la campagna. Cercai allora di notare le differenze o le similitudini tra la natura e come veniva raffigurata. Era tutto piuttosto preciso anche se l’artista non aveva una gran mano ed i disegni parevano un po’ grossolani. L’unico particolare che mancava nella realtà era il viandante. Approfondendo le mie osservazioni mi parve di notare un altro particolare inquietante. I dipinti mi parevano anticipare la natura. Il giorno prima di un lungo acquazzone sui quadri notai una fitta pioggia. La fioritura di una pianta cominciò prima nel quadro e poi nella realtà.
Più passava il tempo e più mi convincevo di questa strana proprietà delle mie tele. Il mio razionalismo mi continuava a far pensare che chi si divertiva alle mie spalle, attento osservatore della natura, riusciva a prevederne gli sviluppi. In fondo non è poi così difficile prevedere una fioritura: basta guardare i boccioli. Sulle condizioni climatiche ci sono maggiori difficoltà e i meteorologi non sempre sono attendibili ma il mio amico pittore poteva essere particolarmente fortunato o abile nel prevedere sole e pioggia. Tra l’altro i dipinti non anticipavano in maniera temporalmente precisa gli eventi. A volte si trattava di un giorno, a volte di due o talora di tre.
Una volta assimilata questa stranezza, il mistero più grande divenne per me l’identità e il percorso del viandante. Il fatto che mai l’avessi visto lungo la strada, quella reale, mi turbava quasi di più delle anticipazioni dei dipinti.
Cominciai presto a pensare che quella figura dai lineamenti poco definiti potessi essere proprio io. Ma dove stavo andando? Dove mi portava questa mia lentissima marcia?
Una mattina scoprii che il personaggio era sparito dal suo quadro. Ne rimasi molto perplesso. Poi, scrutando, non senza una certa ansia, gli altri dipinti, lo ritrovai al margine di un altro quadro. In effetti, fino a quel momento aveva percorso la strada che dalla casa portava ai campi e ad una collina ed era giunto al limite del percorso. Era dunque passato nel quadro che rappresentava il paesaggio dietro la collina su cui era, pian piano, salito.
Passarono così due anni, durante i quali la campagna dentro e fuori dei quadri passava da una stagione all’altra e il piccolo ometto si spostava, lentissimamente, da un dipinto all’altro ed all’interno di ciascuno.
Si era nuovamente in estate quando la figura entrò nel quadro che rappresentava la zona più distante dalla casa: il piccolo cimitero con i suoi cipressi ordinati e le lapidi chiare sull’erba tagliata, con qualche raro mazzo di fiori poggiato qua e là.
Dopo alcuni giorni, la figura entrò nel campo santo. Attraversò i viali. Una mattina la trovai accasciata. L’impressione era quella, poi pensai, che stesse pregando su una tomba. L’artista, l’ho detto, era mediocre.
Il giorno dopo m’ammalai e dei dolori lancinanti mi bloccarono a letto per una settimana. Il medico mi parve capire poco cosa avessi ma ugualmente mi prescrisse dei farmaci.
Dopo una settimana tornai ad alzarmi anche se non mi sentivo affatto bene e, spinto da una sorta di paura ansiosa, decisi di andare a guardare il quadro del cimitero. Prima di ammalarmi ero ormai solito osservare i quadri più volte durante il giorno. Cosa poteva essere successo durante una settimana, una lunghissima settimana? Mi avvicinai con trepidazione al dipinto. Quasi non osavo guardarlo. Dopo tanta attesa cercavo, inconsciamente, il modo per ritardare quell’incontro. Andai prima in bagno. Poi controllai le provviste. Finalmente lo raggiunsi e lo guardai.
La piccola figura era sempre lì ma distesa in terra. Era morta? Cosa mi annunciava? Stavo per morire o era distesa perché io ero a letto malato?
Il giorno dopo, con grande sforzo, mi alzai per vedere nuovamente il quadro.
La figura non c’era più. Al suo posto c’era una bara. Non ebbi più dubbi. Un dolore acuto m’afferrò il cuore, stritolandolo come in una morsa. Caddi a terra e non mi rialzai più. Non avevo parenti nella città in cui ero nato. Non ne avevo in quel paese. Non ne avevo affatto e non avevo amici. Fui sepolto il giorno dopo nel piccolo cimitero di campagna poco distante dal paese, con una sbrigativa cerimonia funebre. Nessuno mi pianse.

Firenze, 27.8.2001


Commenti dei Lettori
Commento della redazione

Scritto con ottima capacità descrittiva, quasi un crogiolarsi nel particolare giustificato benissimo dal plot. Storia surreale che inquieta l'animo fino alla fine.
Voto Attribuito: 5
daniela barbaro (22/04/2003)

Un bel racconto...ottime le descrizioni, sembra di vedera un film
Voto Attribuito: 5
Marina Minet (22/04/2003)

i quadri raffigurano l'evolversi della vita dell'uomo che, preso piu' dai fatti contingenti non guarda dentro di sè e quindi dentro il quadro, fino al momento in cui, incincia ad osservare la vita e ciò che di reale e di bello gli ruota attorno. anche se ha timore della morte adesso segue le evoluzioni(le stagioni) anche se con angoscia, fino a vedersi morire. scritto con stile tiene avvinto il lettore nei vari passaggi inducendo a riflettere
Voto Attribuito: 5
luisa (23/04/2003)

E' inquietante la lettura di questo tuo brano, soprattutto a quest'ora di notte! Scherzo. Il tuo stile è assolutamente pulito, chiaro e scorrevole, oltre che estremamente corretto. Ma questo lo sai perfettamente. Il racconto mi piace molto perchè mi riporta alla mente un leggero stile Pirandelliano (che io adoro) e riesci a coinvolgere molto bene il lettore. Un unico piccolo piccolissimo appunto: forse dovresti creare maggiore suspance nel finale per renderlo di maggiore effetto....ci si arriva un attimo prima che la storia sia conclusa e questo chiude il racconto in maniera meno efficace. Ma è solo la mia umilissima opinione di lettrice. Non mi arrogo alcuna presunzione di critica letteraria. Un saluto, Carmen P.S. For your info: Ho letto anche altro di tuo, ovviamente, ed in particolare i tuoi giochi ad incipit (X es. topo....anche se non ho partecipato).
Voto Attribuito: 5
CARMEN BRESCIA (23/04/2003)

Mi ricorda tanto un racconto dell'800 di cui non ricordo nè titolo nè autore. Li' pero' mi pare che l'omino del quadro era un assassino, non si identificava con l'io narrante. C'è un certo crescendo di angoscia e il finale autolesionista lascia sorpresi.
Voto Attribuito: 5
Isabella (23/04/2003)

nulla da eccepire. Stilisticamente vicino alla perfezione, quasi maniacale in certi passaggi descrittivi che non apopesantiscono la struttura. Proprio una buona prova. ciao
Voto Attribuito: 5
giadim (23/04/2003)

Ecco, questa a mio parere è una bella melodia. Bravo.
Voto Attribuito: 5
Fausta Maria Rigo (23/04/2003)

La trama è originale, ma stilisticamente sei un po' lontano dai miei gusti. Un suggerimento...invece di gli prestai non suona meglio prestai loro??? ti seguiro' con attenzione. A presto e grazie dell'incoraggiamento. Francesca
Voto Attribuito: 4
Lythtis (23/04/2003)

Mi sembra interessante. Un equilibrio tra introspezione e descrizione e varie allusioni simboliche al senso della vita. Mi convince questa strada che percorri.
Voto Attribuito: 5
Anna  Fabiano (23/04/2003)

ho letto il racconto tutto d'un fiato inquietante questo dorian gray ambient però... il racconto finisce e non si sa cosa eri andato a fare in quel paese non si vede la faccia del padrone di casa non si sa cosa fai quando non guardi i quadri le persone che incontri ... sarebbe un bel romanzo
Voto Attribuito: 5
giuliano rossi (24/04/2003)

Non mi convince completamente. L'idea c'è, la scorrevolezza pure, ma lo stile è un po' troppo regolare e prevedibile per i miei gusti. Io amo la densità, anche nella prosa, ma mi rendo conto che questo è anche un grosso difetto. Ciao Carlo
Voto Attribuito: 4
enrico zampese (24/04/2003)

Non mi piace per niente come tutte le tue poesie che trovo noiose e prive di significato. Mi dispiace, con simpatia
Voto Attribuito: 1
NICOLA ROMANO (25/04/2003)

E'sconvolgente, pervade in tutto il pezzo una grande solitudine (e lo noto sopratutto quando tu insisti nel rappresentare la campagna e non il paese). Solitudine, angoscia, introspezione ai massimi livelli. Cosa erano quei quadri se non finestre aperte sulla nostra vita? Un velo di pacata ironia completa il tutto. Credo sia da leggere, un ottimista non capirà, ma deve leggerlo.
Voto Attribuito: 5
DuPalle (29/04/2003)

scrivi in magnifico modo.
Voto Attribuito: 5
joe centos (30/04/2003)

Fico! M'era sfuggito.
Voto Attribuito: 5
schuster (01/05/2003)

In un quadro quello che ci attrae di più non è quello che vediamo, ma quello che la nostra fantasia dipinge al di là di quello che possiamo materialmente vedere... e tu sei andato oltre ogni aspettativa, mio buon méntore dell'insondabile inconscio, anima che osserva il mondo. (Grazie per il bellissimo commento alla mia poesia, da Te è un vero onore riceverlo).
Voto Attribuito: 5
BUXUS (02/05/2003)

E' vero, questo racconto ricorda un pò il romanzo di Oscar Wilde, comunque è bellissimo, scritto veramente bene, emozionante e coinvilgente fino alla fine. Complimenti!!
Voto Attribuito: 5
Graziella Mendicino (08/05/2003)

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