Pier Paolo Sciola
conversazione con AnnaMaria Fabiano

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Titolo conversazione con AnnaMaria Fabiano
Autore Pier Paolo Sciola
Genere Articolo - Informazione      
Dedicato a
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Pubblicata il 27/01/2005
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Anna: Partiamo dalla fine: Liberodiscrivere ha deciso di pubblicare il tuo romanzo La Vita Nonostante. Come è andata?

Pier: Il discorso sarebbe lungo, se vuoi dopo ci torniamo. Tengo a precisare che Cassan lo pubblica a spese sue, ovvero senza nessun contributo dell’autore. È questa la formula con la quale si sottintende elegantemente che l’autore ha dovuto pagare per vedersi pubblicato. Molte delle case editrici minori in realtà non sono che dei cottimisti o, per dire meglio, dei prestatori d’opera. Paghi e vieni pubblicato, e le copie sono tue. Avrei potuto farlo anch’io, e in qualche momento sono stato sul punto di cedere. Ciò che mi ha sempre trattenuto è un discorso di dignità letteraria e personale. Non ho mai smesso di considerarmi – presuntuosamente, mi rendo conto - un autore di un qualche spessore, per quanto schivo e appartato e totalmente al di fuori delle consorterie letterarie e paraletterarie. Pensavo, e penso, che se riesci a scrivere un buon libro prima o poi verrà fuori. Se non riesci a convincere nessuno della bontà di ciò che scrivi, allora vuol dire che devi migliorare e continuare a darci dentro. Io ho avuto fortuna, insieme a tanta pazienza. Oppure, se la prendiamo da un altro verso, si può dire che l’ostinazione ha premiato. A 46 anni. Dopo 25 di gavetta. Con un contratto chiaro, eventuali diritti d’autore e senza obbligo di acquisto di nessun minimo di copie.

Anna: Il tuo libro è stato segnalato dal circolo lds ‘Lessico Brutio’ di Cosenza, che, come sai, ha scelto di lavorare in questo senso, cioè di cercare quello che può far decollare il sito, e quindi l’editoria, attraverso la scoperta di materiale valido.
In che rapporti ti senti con il nostro Circolo, che tra l’altro ha inserito anche un tuo racconto nella raccolta Le FiumIDee?

Pier: Non l’ho dimenticato. Come non dimentico che sei stata tu a chiedermi se avessi, per caso, un romanzo da proporti. Senza il tuo interessamento, il dattiloscritto starebbe ancora sdraiato all’ombra di un cassetto o a prendere polvere su uno scaffale. Io ne avevo scritto tre, figurati. Così ti ho mandato l’ultimo, che risale a cinque o sei anni fa, cioè prima delle mie esperienze poetiche, chiamiamole così, maturate su liberodiscrivere.
Penso che i circoli siano fondamentali per la crescita di LdS come casa editrice. Saputo usare si tratta di uno strumento formidabile per la ricerca di nuovi talenti. Occorre però l’impegno di tutti, e in questo siamo un po’ tutti carenti. Io credo che all’inizio sia importante puntare tassativamente sulla qualità, fino a mettere su una biblioteca di titoli presentabili a diversi livelli e in tutte le situazioni. In ogni caso, liberodiscrivere potrebbe davvero diventare la prima casa editrice democratica gestita, tramite Cassan, dagli stessi autori. Un’idea mica da poco!
Quello di Cosenza mi pare essere, grazie soprattutto alla passione che ci stai mettendo tu e chi ti sta vicino, forse quello più avviato. Spero che il mio libro gli porti fortuna…

Anna: A beneficio dei lettori, puoi dire qualcosa circa il contenuto del romanzo? E soprattutto qualcosa che ci racconti le fonti d’ispirazione, sempre se ti va di rintracciarle, visto che spesso siamo inconsapevolmente spinti verso quelle fonti…

Pier: È la storia di una donna che si racconta in prima persona. Dopo diverse peripezie esistenziali, per usare un eufemismo, la protagonista arriva alla mezza età con una consapevolezza nuova circa il dolore che ha dovuto patire, la sua necessità e, forse, inevitabilità. Tutto qui. Ma mi ci sono volute trecento pagine per dare credibilità e spessore alle vicende e ai personaggi narrati.
Riguardo alle fonti di ispirazione, come le chiami tu, risponderò più avanti. Posso dire che volevo scrivere in maniera semplice, piana, senza intellettualismi o ricerche stilistiche spasmodiche. Usare il linguaggio della gente comune, l’italiano standard di una quasi maturata al liceo classico. In questo senso, il romanzo suona poco letterario, ma senza dubbio acquista in credibilità e verosimiglianza.

Anna: Come ci si trova a mettersi nei panni di una persona dell’altro sesso? Quali i problemi da risolvere a livello di scrittura?

Pier: La sfida era proprio questa: far sì che il lettore, dopo poche righe, potesse dimenticare il sesso dell’autore per credere alla voce dell’io narrante. Non sta a me dirlo, ma credo di esserci riuscito. In realtà io bado molto alla verità del tono, sia come lettore di cose altrui sia come scrittore di testi in proprio. E quando dico tono non intendo dire stile, le due cose sono diverse. La verosimiglianza che si ottiene con il tono giusto non può fare a meno dell’essenzialità, della misura, della precisione e di un certo distacco dai fatti narrati. Lo stile invece sì. Salvo accorgerti che quel tono lì a modo suo è divenuto esso stesso uno stile, uno stile particolare. Per quanto riguarda l’anima, io non credo esista una cesura così netta tra coscienza e sensibilità femminili e i corrispondenti maschili. In fondo si tratta di umanità in senso lato. Che è il compito della buona letteratura: ovvero arricchire l’esperienza del possibile lettore presentando uomini in carne e ossa che parlano come noi, vivono, amano, sbagliano, ridono e piangono come noi.

Anna: Quando ho letto il dattiloscritto sono rimasta sorpresa dallo stile che hai usato. Conoscendo le tue ‘sperimentazioni linguistiche’ sul sito, tutto mi aspettavo fuorché una narrazione, diciamo così, ‘tradizionale’. Ricordo che leggevo, leggevo e mi chiedevo se quello era il Pier Paolo Sciola che da tre anni leggevo sul sito o se fosse una sua controfigura.
Scherzo, ma giusto per chiederti di dirci qualcosa su questo strano contrasto tra la sperimentazione, nella quale sei maestro indiscusso, e poi questa prosa lineare, corretta, quasi maniacale nell’ordine sintattico…

Pier: Il romanzo risale a cinque-sei anni fa. A quei tempi ancora non mi facevo di ‘roba pesante’, nel senso che non leggevo poesie, tantomeno ne scrivevo. La faccenda ha avuto inizio casualmente, sul forum del sito internet della Longanesi, che aveva organizzato un concorso per racconti. Lì si era sviluppata una piccola comunità letteraria, con tante discussioni interessanti. E qualche poeta che mandava le sue cose. Così ho cominciato.

Anna: Poi sei sbarcato su LdS…

Pier: Dove ho fatto indigestione di poesie e conosciuto un sacco di bravi artisti, qualcuno anche geniale. In realtà, aldilà delle inevitabili distorsioni, liberodiscrivere è un’ottima palestra dove farsi i muscoli in termini di scrittura, un’occasione di confronto unica. Si impara un sacco a frequentarla, parlo per esperienza personale. È come un corso interattivo di scrittura creativa in tempo reale. E poi leggi gli altri, sei costretto a farlo. Se anche non arrivi a comprendere come si deve fare, se non altro maturi la consapevolezza di come non si deve fare. Qui si va dai poeti in erba poco più che adolescenti alla signora attempata che distilla la sua vita in versi, dal genietto presuntuoso dotato di talento alla casalinga di Voghera che mette in rima, tra una stoviglia e l’altra, le proprie speranze o frustrazioni. Per tacere dell’insegnante di matematica o dell’operaio in cassa integrazione. A modo suo, è uno specchio veritiero della nostra società. Ma si leggono di tanto in tanto delle cose ottime. Potrei fare dei nomi, ma non intendo attirarmi l’inimicizia degli esclusi.

Anna: Quando, come, perché, come lo hai scoperto…

Pier: La Longanesi aveva deciso di chiudere il forum per le troppe baruffe che vi si erano scatenate. Così per un po’ sono rimasto senza contatti virtuali. La cosa mi mancava. Così, smanettando su internet, ho scoperto LdS, o forse qualcuno me lo aveva segnalato, ora non ricordo. Forse Silvia Ponti, che avevo conosciuto in quell’altro forum. Devo dire che mi sono presentato subito bene, non so se ricordi… A parte tutto, mi sono sentito soprattutto stimolato a dare il meglio di me. A quei tempi, parlo di tre anni fa, ce n’erano di veramente tosti, in tutti i sensi. L’avessi avuta da giovane un’occasione di confronto simile, a quest’ora chissà dove sarei. Un’esperienza impagabile. Da consigliare caldamente a chiunque prenda sul serio la passione per lo scrivere. La cosa più importante è che toglie l’artista dall’isolamento, certe volte anche troppo.

Anna: Ecco: navigando velocemente sul sito si nota una preponderanza di poesie – e dunque di poeti – rispetto a opere in prosa. La domanda è questa: ha ancora una sua importanza la poesia? E se ne ha una, in cosa consiste?

Pier: Posso parlare della mia esperienza personale. Per tanto tempo ho letto pochissima poesia, ancora meno ne ho scritto. Pensavo alla poesia come a un qualcosa di ‘pericoloso’, di estremo, in grado cioè di portare allo squilibrio, di accentuare oltre misura sensibilità già accentuate di per sé come quelle di chi mostra inclinazioni artistiche. La guardavo con diffidenza. In verità, ho scoperto un mondo che può consentirti di giostrare con le parole, una specie di paese dei balocchi dove è permesso persino inventarsi regole nuove. Dopo un anno di gavetta nel quale ho imparato a rifare un po’ di stili, sono arrivato a crearmene uno mio. Il risultato è che per alcuni anni ho smesso il piacere blando della prosa per tastare i liquori forti della poesia, che è un prodotto di sintesi per antonomasia. Non mi viene altro paragone adesso per esprimere la differenza. Sempre di bere si tratta, ma con intensità e potenza diverse. L’idea era quella di tornare alla narrativa con un bagaglio più ricco, con frecce più acuminate e precise. Con la consapevolezza di sapere concludere il mondo, e risolverlo, nell’asciutto di una frase. Ma è un discorso lungo.

Anna: Per te, per la tua formazione, per il tuo cammino stilistico cosa vuol dire poesia? Quale funzione le attribuisci per il cammino in genere dello scrittore? Secondo te uno scrittore che non sia anche un po’ poeta ha qualcosa in meno dello scrittore che invece batte anche la strada della poesia?

Pier: Anna, posso dirti che oggi mi sento uno scrittore molto più completo. Prima non pensavo che la poesia potesse essere indispensabile al bagaglio di un ‘contastorie’. Mi sono ricreduto, pesantemente. Un racconto come ‘Mio padre ha mani grandi’ è venuto fuori dall’applicazione di formule nuove imparate in tre anni di frequenza assidua del sito. A parte il contenuto, che è forte di per sé, lo stile in cui è scritto a me pare molto potente e efficace. Soprattutto credo di avere acquisito una certa capacità di sintesi, cioè riuscire a condensare e ‘stringere’. Il guaio è che adesso che mi sono preso il vizio scrivo molte più poesie e pochissimi racconti. Ma verranno tempi migliori. In ogni caso, dal punto di vista artistico, credo di aver aperto una porta su un mondo ancora tutto da esplorare. Di questo devo ringraziare tutti gli scrittori di LdS, senza di loro quella porta sarebbe rimasta chiusa. E non ho levato il racconto, che sta sempre lì, per non privare gli altri della possibilità di gettarvi un’occhiata. Per condividere con loro la ‘scoperta’, per dare la possibilità a chiunque lo volesse fare di portare un po’ più in là quel tipo di scrittura, di visione, di percorso.

Anna: Torniamo allo stile del romanzo…quella ‘consecutio’ che tanto ci ha fatto dibattere, così personalizzata, così…tua, quel tono dimesso, quasi lontano e apparentemente sfocato della protagonista, quella scansione in mesi… quasi a rincorrere il senso di una strada percorsa con…con? Su, parla, siamo… tutt’occhi!

Pier: Lo stile in cui ho scritto ‘la vita…’ è volutamente semplice, apparentemente semplice. Il discorso sarebbe lungo. In sintesi posso dire che mi sono formato, come scrittore, soprattutto leggendo autori americani del ‘900 (ma non soltanto, è ovvio). Da loro ho derivato l’amore per la frase chiara, lineare, possibilmente senza subordinate. Hemingway è stato un maestro per molti, lo è stato anche per me. Ma prima di lui avevo amato molto Tolstoj e D.H. Lawrence. Poi ho scoperto che Francis Scott Fitzgerald ne consigliava la lettura agli aspiranti scrittori che gli si rivolgevano per dei consigli. Io però c’ero già arrivato per conto mio. (Dimenticavo Stendhal, che è stato il primo, agli inizi dell’800, a scrivere in maniera moderna, con uno stile ‘giornalistico’. Ai suoi tempi non era molto amato, pensavano scrivesse male! Era un precursore, e chi lo accusava di non essere abbastanza letterario è finito nel dimenticatoio, la sua opera invece è rimasta). Questo per dire che sono cresciuto con maestri che mi hanno insegnato il valore della sincerità, della semplicità e dell’antiretorica. Il mio modo di scrivere in prosa riflette, se ci riesce, questi suggerimenti. Molto ci sarebbe da dire sulla ‘semplicità’.

Anna: Diciamolo. Il sito è frequentato da persone che scrivono. È sempre interessante sentir parlare dei trucchi del mestiere…Parlacene un po’ tu, di questi trucchi, ché tra l’altro ne sei maestro, anche perché sei un inguaribile provocatore che spesso si finge, si maschera, ma sempre in modo leale, sì insomma, parla, di’ tu. Provoca se ti va… Adesso ti è concesso!

Pier: Be’, non esagerare… A questo proposito, Hemingway sosteneva che era da evitare come la peste la letteratura fatta con i trucchi. Non ho mai capito bene a cosa si riferisse. Credo intendesse lo scrivere ‘artificiale’, manierato, fondamentalmente insincero. Aveva le sue teorie in proposito. Dopo ci sono stati Carver e, di ritorno, Cechov, che era un eroe di Carver. Tra i più grandi scrittori di racconti di tutti i tempi io metterei, in ordine cronologico, Maupassant, Cechov, Hemingway e Carver. Lasciamo stare il discorso sull’uso del ‘correlativo oggettivo’ – in realtà era stato Pound a scoprirne l’importanza, seguito a ruota da Eliot (e sto parlando di poeti), ma scrivere buoni racconti è forse ancora più difficile che scrivere un romanzo. Un racconto è come una poesia: deve racchiudere un mondo in poche pagine e, soprattutto, contenere una sorta di illuminazione che coinvolga uno o più personaggi. Non è solo questione di saper scrivere o non sapere scrivere – molti grandissimi scrittori di romanzi non lo erano altrettanto per le short stories, e viceversa. Si tratta di selezionare l’attimo in cui scatta una molla che fa sì che quel determinato personaggio, a un dato momento, non sia più la stessa persona di prima. Compito dello scrittore è individuare il punto dove avviene la cesura, il crack, e riportare il tutto con onestà e dovizia di particolari, senza giudicare. Cechov l’aveva detto benissimo: ‘Il mio affare è semplicemente di avere talento, cioè sapere come distinguere i fatti importanti da quelli che non lo sono, come gettare luce sui personaggi e come parlare il loro linguaggio’. Non conosco definizione migliore riguardo al talento. In altre parole, oltre alla tecnica occorrono il discernimento e una specialissima forma di intelligenza che potremmo chiamare ‘artistica’, se l’aggettivo non fosse così abusato e generalizzante.

Anna: La tecnica comunque serve, non vorrai negarlo…

Pier: Certo che serve, ma a certi livelli è data per scontata. E bada che per tecnica io non intendo certe fantasmagorie stilistiche – o presunzioni d’arte – che troppe volte ci dobbiamo sorbire (qui mi ci metto anch’io, soprattutto per la poesia). Giocare con le parole può essere interessante e divertente, serve a imparare la vita, così come abbiamo fatto tutti da bambini. Sennonché la vita raramente somiglia a un gioco, purtroppo. La vita solitamente è dura, tagliente e spietata. E per descriverla onestamente è necessario che lo scrittore sappia rendere questo, specie a livello di stile. Ciò che scriviamo sarebbe molto più efficace e diretto se imparassimo a non crogiolarci nelle complicazioni narcisistiche con le quali infarciamo solitamente le nostre polluzioni. Ecco, si ha tecnica quando non si hanno remore a ‘togliere’, a tagliare, a ridurre all’essenziale. Cechov, rispondendo a una giovane scrittrice che gli aveva mandato un proprio racconto, l’aveva detto molto meglio di me: “…e poi non lavorate abbastanza sulla frase. Bisogna lavorarci. L’arte è tutta qui”. Se facciamo due più due, ecco che torniamo a quel concetto di semplicità dal quale siamo partiti. Semplicità che è, meglio, essenzialità. Contare sulla complicità del lettore per le parti ‘mancanti’ o solo accennate. Per quel mondo che sta racchiuso in una frase, innocua all’apparenza, sulla quale siamo portati a sorvolare. Di qui l’importanza del leggere, rileggere e imparare. Ezra Pound affermava che “una fondamentale accuratezza d’espressione è il solo e ‘unico’ principio morale della scrittura”. Riflettiamoci un attimo.

Anna: Parlami della stesura del romanzo. Voglio dire la sua genesi. Cioè, come si passa dall’idea alla concretizzazione… non è facile reggere a lungo restando coerenti, riuscendo a non annoiare, a non ripetersi. Il racconto, di cui giustamente decantavi i meriti, arriva facilmente alla fine. È vero che nel racconto si rischia la banalità, il dire poco e male, ma almeno si ha il tempo di rivedere, di rieditare e in fretta. Ma nel romanzo…nel romanzo si rischia molto di più. Raccontaci un po’ di tutto, dai!

Pier: Io penso che non esistano ricette. Ne ho scritti tre, e per ciascuno la faccenda è andata in modo diverso. Nel caso de ‘La vita nonostante’ il romanzo è venuto fuori… per caso. Lo spunto iniziale è da cercare in un episodio di cronaca nera che avevo letto anni prima. Per qualche strano motivo quel fatto tragico ha continuato ad agirmi dentro. In realtà ciò che mi interessava (mi incuriosiva, mi ispirava) era andare a vedere, a toccare con mano, le sensazioni di una donna dopo avere commesso determinate azioni. Credevo di sbrigarmela con un racconto di non molte pagine, cosa che ho fatto. Era scritto con uno stile ‘semplice’, asciutto e vero e ricco di cuore. Mi piaceva molto. Un po’ alla maniera dei racconti di ‘Per voce sola’ della Tamaro. Poi è successo che mi sono affezionato alla protagonista, non mi andava di abbandonarla alle conseguenze del suo gesto. Mi sono identificato con lei, me ne sono innamorato. A modo mio, naturalmente.

Anna: Il racconto però comincia con una protagonista bambina che è ospite di un orfanotrofio…

Pier: Stavo per arrivarci. L’amore fra creatore e creatura reca in sé, sicuramente, qualcosa di incestuoso. Il primo è stato Dio (poteva essere altrimenti?). Dicono che uno scrittore debba amare i propri personaggi. A me non era mai successo. Quando mi sono innamorato di questa donna… allora ho sentito che qualcosa era scattato. Si può parlare di identificazione. In quel momento ho sentito il bisogno di conoscerla meglio, e per farlo occorreva darle un passato. Da un lato dunque andavo avanti, nella scrittura, dall’altro tornavo indietro, posto che sono partito dal centro della storia. Per non perdermi mi sono dovuto costruire una scaletta, proprio come si fa con le sceneggiature. Alla fine ho capito che sarebbero stati 12 capitoli. Ho dovuto documentarmi. Ritagliando e mettendo da parte articoli e inchieste su ambienti che potevano interessare la mia protagonista. Avendo un piano dell’opera mi sono potuto permettere di scrivere degli episodi in base all’ispirazione del momento, saltando da un capitolo all’altro. Scrivevo su dei foglietti di carta – un quarto di formato A4 – fronte e retro con una calligrafia minuscola in stampatello. Riuscivo a farci stare 60 righe per facciata, ovvero due cartelle e oltre. I foglietti finivano in piccole cartelle in base al capitolo di appartenenza. Poi ho trascritto il tutto, sempre a mano, in due quaderni a quadretti. Cominciando a rivedere e perfezionare le frasi, usando dizionari, specie quello dei sinonimi e contrari. Scartando delle parti o aggiungendone di nuove. Alla fine potevo dire di avere il romanzo fatto. Così sono passato al computer per la battitura. Lì ho continuato a perfezionare. Dunque il romanzo è venuto fuori da tre stesure successive. Credevo che il dattiloscritto fosse perfetto o quasi…

Anna: E invece… ?

Pier: Non lo era affatto.

Anna: Quando te ne sei accorto?

Pier: Quando ho ricevuto le bozze da Cassan. Facendo un lavoro minuzioso di rilettura ho imparato molte cose sui vizi in cui di solito incorro nella scrittura. C’erano un sacco di avverbi, in certe pagine addirittura sette o otto. Sai, bisogna andarci piano con gli avverbi. Marquez non li usa quasi mai, per una scelta cosciente. Danno musicalità alla frase, ma in qualche modo la indeboliscono. Ho dovuto scegliere tra la precisione e il ritmo, optando per la prima a scapito forse del secondo. Ho lasciato gli avverbi che proprio non si potevano levare. Ma la qualità della pagina è migliorata.

Anna: Hai trovato degli errori di sintassi?

Pier: Parecchi. E speriamo di averli eliminati tutti. È stato importante anche il tuo contributo. Una persona che scrive può essere di molto aiuto in fase di editing. Poi, quattro occhi…

Anna: Hai pubblicato un ‘assaggio’ del romanzo su liberodiscrivere, ottenendo numerosi commenti. Che idea ti sei fatto dell’accoglienza ricevuta?

Pier: Direi buona, aldilà di qualsiasi aspettativa. Tu lo sai, non ho pubblicato molti brani in prosa in questi anni. Trovo più divertente e veloce la poesia. Quindi non avevo un giro di lettori nel settore narrativa del sito. Aldilà di qualche inevitabile polemica, credo ne sia venuta fuori anche una buona discussione sulla letteratura, questo grazie agli interventi appassionati di Raffaella Cincotti. Ciò che mi ha dato fastidio è l’accusa di distacco rivolto da qualcuno all’io narrante, come se ciascuno non avesse diritto ad avere il carattere che ha. Ma la ‘pietas’ c’è comunque, per quanto velata, e basta leggere tutto il libro per rendersene conto. Poi non ho condiviso l’accusa di pressappochismo nella descrizione della vita in orfanotrofio. Ora, io non credo che bisogna aver vissuto per forza, in prima persona, tutto ciò di cui scriviamo. E l’immaginazione dove la mettiamo? Io poi mi sono sorbito tre anni di collegio nel periodo delle medie, in più mi sono documentato. Insomma credo di non averle sparate così grosse. Che si potesse fare meglio è senz’altro vero, a me però è venuto così, e non credo sia tanto male.

Anna: Sei famoso nel sito per il tenore poco urbano, per usare un eufemismo, di taluni tuoi commenti. Molti ti imputano di avere un caratteraccio. Anche io ti avrei…strozzato volentieri, appena sei approdato su lds.
Mi avevi preso di mira e mi davi spesso addosso.
Poi c’è stato il mio invito a partecipare alla raccolta Le FiumIdee, dove, devo dire, il tuo racconto ‘Breve vita di Tanat’ ha riscosso un successo enorme. Soprattutto tra i ragazzi, anzi le ragazze della mia quinta. Giulia, quella che ne ha parlato per iscritto, parlava sempre di questo racconto e agli esami di stato ha incuriosito l’intera commissione.
Beh, sto divagando, ma sai che sono fatta così.
Quando ci siamo sentiti al telefono e abbiamo cominciato a parlare, ho sentito una persona, dolce, pacata, gentile, addirittura timida.
Come la mettiamo allora? Sei un provocatore, un attore, un istrione?
Chi sei?
Chi è Pier Paolo Sciola?

Pier: In realtà è come dici tu: sono tranquillo e pacato, mediamente. Diciamo che il quasi anonimato che ti consente il virtuale, ti rende anche libero di esprimerti sinceramente, in totale libertà. Avendo fatto una scelta di onestà, certe volte non riesco a esimermi dal dire come la penso. Purtroppo il livello è quello che è, ecco perché commento poco e molto spesso ‘male’. Tu sei vecchia di LdS, praticamente lo hai visto nascere, e ricorderai certe zuffe tremende che si scatenavano ai vecchi tempi, prima dell’esodo. Al confronto queste di oggi sono baruffette da collegio di educande. Bisogna avere un ego smisurato per sentirsi offesi dal commento di una persona che nemmeno ti conosce. Quando li ricevo io, sorvolo, mi faccio una risata.
Per il resto esageri sempre con i complimenti (che però, stranamente, fanno piacere). Provocatore dici? Non credo, o forse sì, qualche volta. Mi arrabbio quando noto troppo unanimismo e commentini da parrocchietta che non aggiungono niente al valore di un autore e rischiano semmai di rovinarlo. Qualche piccola sberla ogni tanto non fa male. Figurati io quante ne ho prese ai vecchi tempi. Ma è anche così che si cresce, chiedendosi cos’è che non va eccetera. Attore lo sono senz’altro, perché sono ‘bellino’ (risata). Prendo seriamente invece il termine ‘istrione’, perché in qualche modo mi ci riconosco. Soprattutto per una certa propensione a cambiare stile di scrittura in base alla storia che devo raccontare. Credo sia un talento innato – perdona, ma sono costretto a fare il presuntuoso – un talento che avevo fin da ragazzo. Il primo romanzo l’avevo cominciato in seconda media e… indovina di cosa parlava? Di pirati! (grassa risata). Poi al ginnasio scrivevo sonetti alla maniera del dolce stil novo (uno me lo ricordo ancora e potrei recitarlo a memoria). Questo per dire che mi riusciva facile riprodurre gli stili altrui dopo averli orecchiati per un po’. Se aggiungi che crescendo ho coltivato questa inclinazione, allora potrai renderti conto che il talento di per sé non porta da nessuna parte se non è sostenuto da una buona dose di applicazione e ostinazione.
Ma la cosa che mi fa più piacere è quando le persone, dopo avermi conosciuto, mi definiscono ‘vero’, ‘autentico’. È capitato spesso. Uno che non se la mena, insomma, e dotato di una robusta dose di autoironia. Sembrerà incredibile ai più, ma riesco addirittura simpatico (risata).
A proposito: un bacio a Giulia da parte mia.

Anna: Cambiamo argomento. Tu sei stato finalista al Premio Solinas per la miglior sceneggiatura inedita italiana nel 1989. Come va con la scrittura per il cinema? Hai altri progetti?

Pier: Ho smesso da tempo. Nel cassetto rimangono tre sceneggiature: quella finalista, un’altra ispirata a un fatto di cronaca che si muove tra Sicilia e Tunisia e l’ultima ambientata in un collegio di salesiani negli anni ’70. Adesso leggo che Almodovar ha fatto un film sui suoi anni in istituto, La mala educacion. Anche nel mio script si parla di pedofilia, anche se il tema è appena sfiorato. Ma sono altri i motivi che interessavano a me: l’integrazione, la coercizione, la mancanza di libertà eccetera. A modo suo è un piccolo trattato di etnografia regionale, con tutti quei ragazzi provenienti da varie parti dell’isola. Mi sono fermato a queste tre. Una sceneggiatura, se non diventa film, raramente è dotata di una intrinseca dignità letteraria, a meno che non ti chiami Solinas, Carriere, Pinter, Antonioni, per citarne alcuni. Ma ho imparato molto circa lo scrivere, soprattutto l’essenzialità nei dialoghi. Un bell’esercizio di disciplina insomma. E chi le ha potute leggere non le ha nemmeno trovate così male.

Anna: Cosa ti aspetti dal libro in uscita? Ti vedo abbastanza tranquillo, altri al tuo posto farebbero salti di gioia…non capisco anche qua il tuo carattere. A volte m’infastidisci. Io, ed altre persone che crediamo ciecamente in te, siamo a fibrillare, a scalpitare, a gridare al successo che siamo certe verrà. E tu serafico, quasi distante, quasi…bah, non saprei dire neanche io…
Dicci tu!

Pier: Ma… non sono più un ragazzino. Sono felice, è ovvio, mi auguro che possa andare bene. Ne sarei contento soprattutto per Antonello, che ci crede molto e sta investendo su questo progetto. So che si vendono pochi libri on line, ma 14 euro per le mie 300 pagine credo siano un prezzo equo. Penso che il romanzo li valga, se non altro per il tempo che mi è costato e per la cura con la quale è stato scritto e migliorato di passaggio in passaggio. La copertina è a colori, stampa e carta sono ottime. Non sarebbero soldi buttati. La speranza è che in seguito possa finire nelle mani di qualche addetto di una casa editrice maggiore, nel qual caso Cassan e io diventeremmo ricchi (risata). A parte le battute, mi viene in mente una frase di Hemingway che parlava dei critici: “Se credi a loro quando ti dicono che sei un genio, devi credergli anche quando ti dicono che sei uno scrittore finito”. Ecco. Io non sono un genio. Scrivere costa tanta fatica a tutti, e a me forse più degli altri. Si tratta di mettersi a lavorare, cosa che ultimamente non sto più facendo. Però non mi considero ‘finito’, ecco tutto. Se voli troppo alto… quando cadi ti fai molto male.

Anna: Pier Paolo io ti auguro tutto il successo che meriti. So che non aspiri a diventare ricco con la letteratura (anche se non guasterebbe), so che sei soprattutto innamorato dello scrivere, e in modo profondo, onesto, leale.
C’è una tua frase che mi è rimasta impressa, che mi hai scritto in una e-mail nella quale mi ero permessa di rimproverarti il tuo essere stato un po’…eccessivo verso qualcuno, con i tuoi soliti commentini seguiti da quegli antipaticissimi UNO.
La frase è ‘La letteratura è il campo del sincero’.
Da te, e lo dico senza falsa retorica e senza volerti lavare la faccia, ho imparato molto. Sei un intellettuale vero, uno che non si svende, che non si lascia imbavagliare dalle cosiddette parrocchiette, hai dignità da vendere e, mi si perdoni l’apparente retorica, una cultura che va oltre, molto oltre quello che attualmente il panorama letterario italiano offre.
Io credo che tu sfonderai e che Cassan non avrà da pentirsi di questo investimento.
Buona fortuna a tutti noi, allora.

Pier: Non farmi arrossire, ché in casa, da quando sono cresciuti i ragazzi, non abbiamo più il Fargan… Comunque, ringrazio di cuore tutti quanti. Ecco, potessi condividere questa bella avventura, lo farei con tutti voi, nessuno escluso, anche con coloro che ho trattato male. Anzi, con loro anche di più. Spero che il romanzo, per coloro che volessero apprezzarlo, possa contribuire un poco a farmi perdonare. Ho imparato da tutti e tuttora lo faccio. E, soprattutto, dal punto di vista umano mi sento un uomo più ricco. Che Di

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