M. Gisella Catuogno
Junichiro Kawasaki 2. La geiha

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Titolo Junichiro Kawasaki 2. La geiha
Autore M. Gisella Catuogno
Genere Narrativa      
Pubblicata il 05/01/2011
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Junichiro, per tutta la sua lunga vita, non avrebbe mai dimenticato la gita che fece a Tokio, con i suoi genitori, nella primavera del 1908, a godersi lo spettacolo della sakura, la fioritura di ciliegi: scelsero infatti il più bel luogo del Giappone per festeggiare l’hanami, l’osservazione-contemplazione dei fiori: il parco di Ueno, uno dei più famosi della capitale.
Qui, vedere le centinaia di ciliegi in fiore che allungavano al cielo i loro splendidi rami, proiettandosi nell’azzurro come mani protese in preghiera, lo incantò e lo commosse: gli pareva che in loro fossero concentrate tutta l’armonia e la bellezza del creato e che la cattiveria e il male, di cui tanto spesso sentiva parlare dai grandi, non potessero vincere, se al mondo esisteva qualcosa di tanto incantevole e perfetto come un ciliegio fiorito.
Gruppi familiari sostavano compostamente ai piedi degli alberi, consumando pasti frugali, quasi distolti da tanto fulgore; ragazze in kimono passeggiavano chiacchierando sottovoce; pittori improvvisati cercavano di trasferire sulla tela almeno un riverbero di tanta meraviglia. Regnava ovunque –questa fu l’impressione di Januchiro- una sorta di sacro rispetto di quel luogo, che, col tempo, si sarebbe incrinato; molti decenni più tardi, infatti, quando lui era ormai vecchio e il colore dei suoi capelli era identico a quello dei fiori dei ciliegi, l’hanami sarebbe diventato solo il pretesto per una festa commerciale, con tanto di bancarelle, fiumi di sakè, mangiate e bevute senza nessuna misura, e tanto di quell’affollamento che era necessario andare a occupare il posto la sera prima, disposti a dormire all’aperto, pur di conquistare le posizioni migliori per se stessi, per i parenti e gli amici.
Quel giorno della primavera del 1908, invece, il parco di Tokyo, dove i ciliegi fioriti sembravano miraggi di nubi terrestri, non aveva niente di convulso o di volgare; vi regnava anzi la quiete più gioiosa che si potesse immaginare sebbene le conversazioni bisbigliate avessero come oggetto la recente guerra russo-giapponese.
Erano infatti passati già tre anni dal conflitto ma l’eco della vittoria nipponica continuava a tenere banco ovunque: per la prima volta una potenza asiatica ne aveva sconfitto una europea e i “gialli” avevano umiliato il gigante zarista. C’era materiale sufficiente a far parlare la gente per decenni. Anche Junichiro se n’era appassionato e la sua ammirazione per la vita militare, che poteva portare a simili soddisfazioni, era nata proprio dal risultato di quella guerra. Per questo carpiva qua e là scampoli di conversazione tra le persone che passeggiavano nel parco e si sentiva crescere in petto l’orgoglio patriottico. Anche lui da grande avrebbe fatto qualcosa di memorabile per la sua patria!
In uno strano miscuglio, nel suo animo albergavano l’ammirazione per i guerrieri antichi e moderni e la sensibilità verso gli aspetti più gioiosamente minuti della realtà, che potevano manifestarsi soltanto in tempo di pace.
 Infatti, quando, facendosi notte, si accesero le coloratissime lanterne di carta, a punteggiare d’allegria il buio, fu tale il suo entusiasmo che giurò a se stesso che in quel luogo magico ci sarebbe ritornato anche la primavera successiva, con o senza i suoi genitori.
Mentre rientravano alla pensione, da dove sarebbero ripartiti la mattina successiva, un’immagine attirò l’attenzione di Junichiro: due ragazze, vestite in sontuosi kimono, con la faccia completamente bianca e molto truccate. Sul candore del viso spiccavano infatti labbra rosse come fragole e occhi vistosamente sottolineati di nero. Parevano due bambole di cera. Il bambino notò che diverse persone si voltavano a guardarle: loro camminavano a piccoli passi, con portamento elegante e sguardo abbassato.
La veste della più grande rappresentava nella parte inferiore un cielo azzurro che sfumava in tonalità più scure in quella superiore, dove appariva di un colore blu notte, sul quale spiccava un tappeto di stelle di varia dimensione e luminosità.
L’abito della più giovane, che poteva avere sì e no quindici anni, si presentava come una marina nella parte più bassa e un declivio collinare in quella più alta dove diventavano dominanti i verdi mescolati ai marroni. Junichiro non aveva mai visto creature più belle e raffinate. Non potè fare a meno di fermarsi a osservarle. Quando furono passate:
“Mamma, papà, chi sono quelle due donne?”
“Sono due geishe” rispose pronto il padre, mentre la madre in silenzio sorrideva divertita dello stupore del figlio.
“Te ne ho parlato qualche volta, ricordi?” aggiunse
“Sì…ma non credevo che fossero così belle!”
“Che fanno?”
“Dunque, vediamo, non è facile spiegarlo, però ci provo…”pazientò il babbo
“Anzitutto sono delle brave artiste: sanno danzare, cantare, suonare…”
“…poi sanno fare alla perfezione la cerimonia del tè e intrattengono gli ospiti…” aggiunse la mamma
“Quali ospiti?” chiese il bambino
“Personaggi importanti del Giappone, ma non solo, anche stranieri…”
“E…sono felici di fare questo?” non poté fare a meno di chiedere il bambino a cui simili incombenze apparivano noiosissime
“Non saprei dirti, piccolo mio…diventare una brava geisha è molto faticoso e difficile…è un onore ma anche una schiavitù…non si sposano, non hanno figli, dipendono da signori che le mantengono, li chiamano danna…”
“E allora, perché lo fanno?” insisteva lui, per nulla soddisfatto delle risposte della mamma e delle sue titubanze
“ Per molti motivi: solo alcune, forse, per scelta…tutte le altre per bisogno. Ci sono dei genitori così poveri che acconsentono a vendere le proprie figlie a qualche okiya, le casa d’accoglienza, per farle diventare geishe. Io ho conosciuto una famiglia di pescatori che l’ha fatto e quella bambina, che aveva la mia età, non l’ho più rivista…ho saputo che è diventata una delle più richieste geishe di Gion, a Kyoto.” e sospirò mentre gli occhi diventavano stranamente lucidi, o almeno così parve a Junichiro.
“Hai visto la più piccola?” si intromise nuovamente il padre “avrà solo qualche anno più di te!”
“Quella strana pettinatura, il momoware, lo chignon a pesca tagliata col fiocco rosso, significa che è un’apprendista e la ragazza più grande la sua protettrice, una specie di sorella, che la porterà con sé per farla conoscere e apprezzare, finché non camminerà con le sue gambe…” precisò la mamma, chiudendo definitivamente l’argomento con un sorriso tirato. Erano finalmente arrivati alla pensione.
Junichiro pensò alle geishe per tutta la sera e si addormentò sul suo futon sognando kimono e fiocchi rossi. Sognò anche di salvarne una, come un antico samurai: penetrare di notte nell’okiya, svegliarla con un bacio e convincerla a seguirlo, per essere libera e felice. (2. continua)
 

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