M. Gisella Catuogno
Cristina VI Il rosso e il nero

Titolo Cristina VI Il rosso e il nero
Autore M. Gisella Catuogno
Genere Narrativa      
Pubblicata il 02/02/2012
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           La tonalità rosea della pietra d’angera, proveniente dal vicino Lago Maggiore, esaltata dalla luce del tramonto imminente, era la nota cromatica ideale per accogliere gli sposi e il loro seguito nell’interno della chiesa di San Fedele. Era il matrimonio dell’anno: per la nobiltà delle rispettive famiglie, una delle quali addirittura principesca, per la dote della sposa, per i pettegolezzi che aleggiavano sullo sposo e, non ultimo, per la straordinaria avvenenza d’entrambi.

Quando Cristina entrò al braccio d’Alessandro, gli astanti trattennero il respiro: indossava un abito di seta color champagne, dalla gonna amplissima, a balze impreziosite di pizzo e un corpetto aderente che sottolineava la snellezza della figura, moderatamente scollato davanti, accollato sul dietro, da cui si partiva uno strascico intarsiato da ricami d’oro e d’argento. I lunghissimi capelli, intrecciati a perline, erano raccolti intorno alla testa, per esaltare il collo e il décolleté, ornati a loro volta da una collana di piccoli topazi lavorati a rosette mentre un velo dello stesso pizzo della gonna era drappeggiato sull’acconciatura ed ombreggiava la fronte. Fra le mani inguantate la sposa tratteneva un bouquet di roselline bianche e il libriccino in madreperla della prima comunione. L’emozione e la gioia trapelavano vivissimi dal suo sguardo scuro e vellutato.

Ma molto attraente era anche lo sposo, nel suo frac di seta blu, secondo la moda diffusa recentemente in Inghilterra da Lord Brummel, l’arbiter elegantiae di cui Emilio era un grande estimatore, e la candida camicia arricchita sul davanti da ricami a fogliami in oro filato, a collo alto, per far risaltare il grande fiocco scuro che lo cingeva.

Li salutò un mormorio di sorpresa e di approvazione, poi ciascuno occupò il posto assegnatogli dalla familiarità e dal rango: naturalmente lo sfarzo delle toilettes si sprecava, così come il frenetico movimento dei ventagli che cercavano di mitigare il caldo della giornata, sebbene la sera si avvicinasse. Particolarmente eccitati apparivano, malgrado gli sforzi, i fratelli di Cristina: Alberto, nei suoi riccioli dorati e nel suo completo da piccolo lord, che non ne poteva più di quell’abbigliamento costrittivo che lo impacciava e lo faceva sudare; Teresa, Virginia e Giulia, che, al contrario, si pavoneggiavano nei loro abiti da spose in miniatura e si davano un gran daffare intorno allo strascico.

I genitori degli sposi, in panche opposte ma corrispondenti della chiesa, apparivano ingessati e vagamente preoccupati mentre l’emozione maggiore la provavano le due maestre- amiche di Cristina, Ernesta, con il marito e le più grandicelle delle sue figlie, e Bianca, fresca di rientro a Milano, dopo l’esilio volontario durato due anni per sfuggire alla vigilanza soffocante della polizia austriaca.

La cerimonia si protrasse per quasi due ore tra canti, preghiere, esaltazione delle rispettive casate, voti di felicità e salute: quando il corteo uscì sulla piazza illuminata da mille torce e ricoperta da petali di fiori, una piccola folla di popolani, rimasta a lungo in attesa, proruppe in esclamazioni di gioia e augurio: “Viva gli sposi, lunga vita agli sposi!”. Finalmente le carrozze si mossero dirette a palazzo Belgiojoso, dove era preparato il ricevimento nuziale e il gran ballo in onore dei neo sposi.

 

 

Quando i festeggiati si poterono ritirare nelle loro stanze erano ormai le quattro del mattino. Da fidanzata, Cristina era stata diverse  volte nel sontuoso palazzo ma non aveva avuto l’opportunità di visitarlo tutto. Ora quelle stanze a loro riservate le incutevano soggezione per la magnificenza che esprimevano: il soffitto a cassettoni, gli arazzi e i quadri alle pareti, la ricchezza del mobilio e delle specchiere, la raffinata delicatezza delle suppellettili, la sericità dei tendaggi le davano l’impressione di aggirarsi in un ambiente troppo ricco e imponente per una ragazza di sedici anni e le instillavano una sensazione di estraneità e disagio.

Emilio se ne accorse: “Allora, sposa mia, come stai?...Non ti sentire troppo piccina e inadeguata! Puoi essere la regina di questa casa…se riesci ad andare d’accordo con quei rompiscatole dei miei!” concluse prorompendo in una sonora risata, che riscosse Cristina e le diede coraggio, facendola rispondere con un sorriso alle parole del marito.

“E’ il nostro momento, l’abbiamo aspettato tanto…” aggiunse lui attirandola a sé, coprendola di baci sul collo e tentando non senza fatica di liberarle i capelli dall’elaborata acconciatura.

“ Mi sento come una scolaretta prima di un compito impegnativo…sarò mai all’altezza delle tue aspettative?”

“Non devi aver paura di nulla…quello che accadrà tra di noi è perfettamente naturale, l’abbiamo desiderato fin dal nostro primo incontro…l’importante è che tu ti lasci andare, che tu segua il tuo istinto…toccami, odorami…” e guidava le mani di lei sul suo corpo, faceva in modo che le narici di lei di fossero piene del suo profumo.

E Cristina, come una scolaretta diligente lo seguiva, faceva esattamente quello che lui chiedeva  avvertendo che lentamente l’ansia che covava dentro si scioglieva come rugiada al sole e la lasciava piena di un languore sconosciuto e di un acceso desiderio di appartenergli. La sua prima volta fu dunque meno traumatica e più intensa di quanto s’aspettasse e sebbene, per la sua inesperienza, non riuscisse a raggiungere quella momentanea estasi di cui favoleggiavano le sue maestre-amiche e anzi avvertisse soprattutto bruciore e dolore per la sua verginità violata, tuttavia si sentì contenta, come se avesse svolto passabilmente il suo compito. Guardò Emilio per cercare nel suo viso i segni dell’esperienza appena vissuta. Lo vide disteso nei tratti e come trasognato:

“Mi sei piaciuta…mi hai fatto godere…ma ti voglio più attiva…imparerai, imparerai…” e così dicendo, dopo un ultimo tenero bacio, si sciolse dal suo abbraccio e sprofondò quasi subito nel sonno, come se la stanchezza accumulata l’avesse vinto all’improvviso. Lei invece non riusciva a rilassarsi per le troppe emozioni vissute: guardava il marito dormire tranquillo a pochi centimetri da lei, avvertiva la carezza del suo respiro sul viso e, alzando gli occhi, la luminosità del raso del baldacchino. Si sentiva stranamente eccitata, ora: le sarebbe piaciuto che lui la cercasse di nuovo, che la facesse sentire di nuovo donna. Gli prese la mano, se la pose sul seno e così, come protetta e pretesa da lui, scivolò nel sonno.  

 

 

Cristina aveva sperato, da fidanzata, di poter trasferire nella nuova abitazione un po’ del suo mondo, per avere meno nostalgia della famiglia e della sua casa. E in realtà così era stato: dal pianoforte agli spartiti, dal cavalletto ai colori, dalla collezione di bambole di porcellana ai suoi libri prediletti, tutto aveva trovato la giusta collocazione nello spazioso appartamento; il problema era che difficilmente lei poteva ritagliarsi nell’arco della giornata il tempo per dedicarsi alle sue attività preferite. Adesso che era la principessa di Belgiojoso, gli impegni mondani si erano moltiplicati: non si potevano rifiutare tutti gli inviti salottieri né evitare cene, concerti, serate teatrali o feste da ballo, matrimoni, battesimi, cerimonie  di varia natura. La giovane sposa, in quei primi mesi di matrimonio, si sentiva nel vortice di un uragano che non riusciva a controllare: le mancava il ritmo tranquillo dei suoi giorni di ragazza, gli studi che si concedeva, le pause di riflessione che condivideva con Ernesta e Bianca, la compagnia dei genitori e dei fratelli.

Aspettava con ansia la notte per avere il marito tutto per sé, per sentirsi sciogliere i capelli da lui ed essere presa con forza e tenerezza, anche se a volte provava disagio per l’audacia che pretendeva da lei, ridendo del suo imbarazzo. Ma quando ci ripensava, dopo, con gli occhi sgranati sul sonno di lui, se ne compiaceva, pur arrossendo.

Emilio fu (quasi) tutto suo per poche settimane soltanto.

Con il passare dei giorni, Cristina avvertiva, con sgomento, di non bastargli, che lui era con la mente in un altro luogo per innumerevoli volte nel corso della giornata: lo sorprendeva con lo sguardo perso o ostaggio della distrazione rispetto ad impegni che avevano assunto insieme. E poi anche il suo appetito sessuale era calato, non la cercava con impazienza e passione come prima.

Una sera le disse di doversi assentare per alcuni giorni ma non gliene spiegò se non genericamente il motivo né tanto meno le chiese di accompagnarlo. Quando ritornò le parve presente solo con il corpo e reticente su come avesse trascorso il suo tempo in assenza di lei. In Cristina s’insinuò il sospetto che avesse già cominciato a tradirla. Ma era un pensiero che le riusciva insopportabile. Era questo dunque il suo destino? Essere ingannata a pochi mesi dalle nozze? Diventare il bersaglio dei pettegolezzi dei milanesi? Perché lei, giovane, fresca, bella non doveva bastargli? Non aveva forse accondisceso a tutte le sue richieste, a tutti i suoi giochi erotici per soddisfarlo?

Decise, come era nel suo carattere, di affrontare di petto il problema smettendo di fingere che tutto funzionasse. Lui la guardò con uno sguardo che non conosceva, un misto di sorpresa, disappunto, indifferenza:

“ Cristina, ricordi forse, durante il nostro fidanzamento, che ti abbia promesso un amore esclusivo?”

“ No, non mi sembra, ma non te l’ho nemmeno chiesto…pensavo che fra due che si amano fosse naturale…”

Lui la interruppe: “Cris, lo sapevi chi ero, te l’hanno detto! Non hai voluto vedere né sentire…”

“Credevo che prima di me tu non ti fossi mai innamorato veramente! Mi illudevo…” cercò di rispondergli mentre la voce le si incrinava nel pianto, suo malgrado

“Sono un libertino, un seduttore…ti amo ma ti tradisco, Cristina, è più forte di me…non mi può bastare una donna sola, seppure bella e intelligente come te. Farei così con chiunque…separo il sesso dall’amore e il sesso per me è una forma di conoscenza…il modo più diretto e più piacevole per entrare nel mondo di una donna che manifesta interesse per me o che mi ignora e io, allora proprio per quello, me ne sento attratto. E’ nella mia natura l’infedeltà”

“Se sei certo di quello che dici, se è davvero così e non lo fai per prenderti gioco di me, della mia inesperienza, della mia fragilità, perché non me l’hai detto allora? …” quasi gli gridò furente per quella franchezza per lei sconvolgente

“Non mi ricordo che tu mi abbia impegnato all’esclusività…” si difese lui cinicamente

“Ma è nella natura dell’amore!”

“Non nella mia”

“E cosa dovrei fare io, tua moglie legittima, secondo te?”

“Adattarti”

“Questo non è nel mio carattere…”

“O lasciarmi”

“Ma io ti amo!” singhiozzò lei gettandosi sul letto

Allora Emilio parve riscuotersi e intenerirsi, colpito dal suo dolore, dalla sua immeritata fiducia in lui, dal suo giovane e disperato amore. Si pentì di quanto l’avesse fatta soffrire.

“Si può sempre cambiare, Cris, magari riuscirai a convertirmi alla fedeltà più assoluta, quella di cui parla il prete sull’altare…” rise lui, improvvisamente attratto da quella situazione insolita. Cominciò a baciarla, a leccarle le lacrime, a liberarla del vestito ingombrante, del corpetto, della biancheria. La accarezzò con languore e impellente desiderio giocando con i suoi capelli, il seno candido e turgido, la sua calda intimità; la esplorò con competenza e dolcezza fino a farla prorompere in un inedito grido di piacere e di sorpresa. Quando finalmente si staccò da lei si sentì sussurrare all’orecchio.

“Io ti voglio, Emilio, non rinuncio a te”

Per qualche settimana la sposa si sentì felice e appagata, le pareva di aver risolto quel drammatico dilemma tra rinunciare a un uomo che amava in nome dell’orgoglio e della dignità o tenerselo così com’era accettando umilianti tradimenti. Moltiplicò i suoi sforzi per sedurlo tutte le notti e tenerselo stretto meravigliando il marito della sua spregiudicatezza. Ma una sera a teatro, dal suo palco, colse un brandello di conversazione che la annichilì. Emilio si tratteneva ancora nel foyer a fumare un sigaro e a parlare di politica, lei invece aveva raggiunto già il palco per prepararsi alla ripresa dello spettacolo leggendo il libretto.

“Hai visto Emilio, Caterina? Si dice che non abbia cambiato molto le sue abitudini dopo sposato…”

“Davvero, Virginia, ne sei sicura?”

“Così si mormora…la moglie non gli è sufficiente, c’era da aspettarselo. Hai visto, anche adesso lui era solo…ti pare che due sposini non debbano stare insieme anche nell’intervallo?”

“E poi, si dice…ma questa mi sembra troppo grossa”

“Che cosa?...

“Che abbia una carrozza attrezzata allo scopo, con un vero letto e lì riceva le sue amanti…”

“Non ci posso credere! Povera moglie”

“Ma è stata avvisata! L’ha voluto a tutti i costi…e ora si tenga le corna”

Cristina si impose di restare calma, di far finta di nulla: indossò la maschera dell’indifferenza inghiottendo le lacrime.

Sono pettegole, sono schifose pettegole! Sono invidiose di me, vorrebbero Emilio nel loro letto…non darò loro questa soddisfazione…uscirò da teatro a testa  alta, al braccio di mio marito

Ma non riuscì a seguire più nulla dell’opera, di quello che avveniva sul palco: il canto, la recitazione, il pubblico, Emilio, un letto in una carrozza, suo marito che faceva l’amore con un’altra, il bisbiglio del pubblico, gli applausi, i fischi, tutto si confondeva nel suo povero cervello di ragazza innamorata e disperata.

 

Nelle settimane successive cambiò strategia: decise di ritagliarsi spazi di indipendenza e solitudine, coltivando gli interessi di un tempo e le amicizie a cui teneva davvero. Oscuramente avvertiva che il suo futuro sarebbe stato senza il marito accanto. Ancora non voleva confessarlo nemmeno a se stessa ma giorno dopo giorno sentiva che doveva riappropriarsi della sua vita senza dipendere né materialmente né psicologicamente da lui. Aveva amato troppo un uomo che non se lo meritava. Con una punta di sottile sgomento si rendeva conto di potersene allontanare senza soffrire troppo ma percepiva anche che quella scelta forse era troppo comoda e che avrebbe dovuto esplorare altre possibili soluzioni per non far naufragare definitamene il suo giovane matrimonio. Temeva retrospettivi sensi di colpa se non avesse sondato con pazienza e determinazione tutte le vie del salvataggio.

Si concesse una sospensione di tempo, destinata non al pensiero ma all’azione.

Uscì più spesso da palazzo Belgiojoso per andare a trovare i suoi e soprattutto le sue amiche più care con le quali voleva continuare a coltivare le antiche affinità elettive ed essere informata della situazione patriottica, come si diceva in privato.

Emilio era molto occupato a curare gli affari di famiglia –e i suoi- pensava lei e il tempo libero, ora che aveva rinunciato a stargli sempre al fianco, non le mancava più.

Bianca ed Ernesta la accolsero a braccia aperte, felici di poterla incontrare liberamente, senza i paletti della formalità; gli appuntamenti avvenivano quasi sempre a casa di Ernesta, date le molte incombenze familiari della pittrice e visto che il numero dei suoi figli cresceva al ritmo di uno all’anno. Le tre donne si scambiavano confidenze, cantavano, suonavano, dipingevano, facevano il verso a questa o a quell’altra sciura, a questo o a quell’altro sciur. Con loro Cristina rinasceva, liberandosi dalla zavorra delle preoccupazioni, umiliazioni e congetture, che l’avevano paralizzata per mesi: rideva, si animava, prendeva colore, in una parola era felice.

Discutevano anche di politica: la situazione era stagnante, perché, dopo il fallimento dei moti 1820-21 e lo smantellamento delle società segrete, i patrioti erano in carcere o in esilio. Il fuoco covava sotto la cenere ma per ora la cenere soffocava ogni bagliore.

Fu nel corso di uno di questi pomeriggi a casa di Ernesta che le amiche la videro all’improvviso cadere a terra incosciente, in preda ad una crisi convulsiva: per alcuni interminabili minuti, Cristina si dibatté penosamente, gli occhi sbarrati, la saliva che le usciva da un angolo della bocca, i capelli che si bagnavano rapidamente di sudore.

Poi, lentamente, le violente scosse cessarono per lasciare il posto ad un fremito sempre più lieve, che finalmente cessò del tutto.

Bianca ed Ernesta, terrorizzate, le si avvicinarono:

“Il grande male!- quasi urlò la Milesi –tu lo sapevi, Ernesta, che ne soffriva? Non me ne hai mai parlato!”

“Le era successo un volta, a otto anni, ma meno violento…ci fu un gran trambusto…furono consultati i medici migliori…fu curata. Non è successo più nulla da allora, tutti pensavano che fosse guarita, non se ne parlò più, almeno in mia presenza…e invece…povera la mia Cristina”

Le si inginocchiarono accanto: era calma, adesso, e con un’espressione serena sul volto; la portarono sul divano, aspettando che riprendesse coscienza.

Quando avvenne, fu informata con cautela di quello che era successo: una ruga di spavento, quasi la memoria d’un antico terrore, le si formò sulla fronte:

“Giuratemi di non dire nulla a nessuno! Nemmeno Emilio lo deve sapere, non ora…”

“Ma almeno ai tuoi, alla tua famiglia…” la incalzò Bianca

“Se mi sei amica, se mi siete amiche…andrò da uno specialista, subito, ve lo prometto ma voi non dite nulla, vi prego…e ora aiutatemi a lavarmi, a cambiarmi, fra poco devo ritornare a palazzo”

“Resta qua stasera, manderò ad avvertire i Belgiojoso che non ti senti bene…” Cristina ci pensò un po’, poi:

“Sì, si può fare…Emilio non c’è, e a Como per affari, almeno così mi ha detto. Manda qualcuno ad avvertire i miei suoceri che non rientro stasera”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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