Alessandra Palombo
Trittico

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Titolo Trittico
Autore Alessandra Palombo
Genere Poesia      
Pubblicata il 11/03/2012
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TRITTICO
(poesie 2009-2011)


Possa perdonarmi la parola se la uso per parlarmi
 mentre picchio e picchio contro il tronco
a scavare un incavo, dove raccogliermi.

Odiarsi e amarsi è un limarsi mosso
un’asse traversa in un tugurio
   del tempo
sommerso dai marosi, in eterno movimento.

 

ESTERNI

 

I


Ha un che d’infinito
la curva striscia di ciottoli rossi

- stretta tra la torre e le rovine romane-

ha un che di mito e d’eterno
e  appare un respiro di mare.

 

II


In principio
la prima casa
fu zucchero sparso
su piano di marmo
trasparenze di vetri
pizzicati dai venti
amici o nemici
- a seconda -
in una Calata
bardata d’azzurro
in principio.


 

III

In quella (mia)  stanza terra/tetto
- nel tempo delle pareti verdi –
l’aria era dolce cibo per i sensi
l’altalena un legno tra  due pali
in  un campo a San Giovanni
dove esisteva solo l’istante( mio).


 

IV

A  Porto Giglio la nostra casa
aveva  un giardino privo di mura
fatto di mare, di vento e di vele
di sabbia finissima e scogliere
dove pranzare tra ricci e patelle
e un faro a illuminare l’entrata
così neppure la notte s'aveva paura.

 


V

una penna d’argento
un orologio rotto
una pipa e poco più
è quel che rimane
dell’ era  paterna
prima che il suono
dei suoi passi sparisse 
nell’appartamento
in affitto - come la vita -
al Ponticello.


 
VI

E’ sempre lì
nello stesso punto
il distributore di benzina

E’ sempre lì
lo stesso benzinaio
che osservavo da bambina.
 
E’ sempre lì
l’odore dell ’infanzia
che riaffiora appena passo.
 
 

VII

Non ricordo nuvole nere
sopra il cappello con il nastro
lungo il porto odoroso di nafta

non ricordo nuvole nere
quando all’edicola
Tira e Molla costava venti lire.

 

 

VIII

Io so d’alte scale semioscure
d’ un corrimano in legno chiaro 
di  bossoli in ottone con i fiori.

Io so dell’oltre dell’ingresso
di lenzuola  calde di trabiccolo
di nonna  che chiamava cocca.

Io so d’ essere  stata 
a Livorno in via Ugo Conti 12
uno  scricciolo al sicuro.


 

IX
 

Oh i libri, i tuffi, i frutti e i flutti giovanili
nella casa che svettava bianca sulle mura
sotto al Forte del Falcone!
 

Fu là che tornammo a riveder le stelle
coronare i soli, le nuvole mollare le colline
e l’utero abortire lo scirocco tra le rocce.
 

 

X

A dicembre, fra il ruggire del mare
e i ghirigori schiumosi dell’onde
stava l’abete in un vaso di coccio,
rivestito con la carta da pacchi,
a disegnare arabeschi sui vetri
dischiusi sul bambino e i tre re magi.
Era, il Natale, calore di casa
era colore in cammino di Luce.


 

 

XI

L’isolitudine
divenne terra ferma
angolatura dalla quale mi affacciavo
esilio in continente.
Il mare era una striscia nera e oscura
un triangolo lontano
con  le navi coi container
così diverso dal  blu isolano
con le rocce a precipizio
i manti renosi e il suo silenzio.

 

Correvano i parà cantando la mattina.

 

Tra un’andata e un ritorno a Pisa
per ultimare gli esami dei miei studi
uscivo raramente,
leggevo Bukowski sul parquet
finché lui, insegnante ai figli
delle guardie, rientrava da Pianosa.

 

Fine corsa - dicevano
scendendo dal convoglio,
i ferrovieri alla stazione
di Livorno.


 

XII

 

Dalla cima della collina
sempreverde seno
               degli innamorati
alla città  sul mare
simile a una luminaria
nel rosa del tramonto
appuntavo cammei di gioia
adesso refolo malinconico
sospiro di un attimo.

 

 

XIII


Un tempo, che s’è spento,
ornava con la neve il tulle
o seccava al sole le ghirlande,
non negava lode alla neonata
o la chiesta d’aiuto al vento
dalla finestra mirante il mare
oltre la vallata, all’orizzonte,
in una chiostra a Rio nell’Elba
dove la Madre sta a sinistra
nella chiesa entrando.
 

 

XIV


[e andavo
a coglierne di nuove
nel campo incustodito
in cui fiorivano selvatiche
incolte e ribelli
-là dove potevano -
violette e rose e
margherite
a rallegrare
- come potevano -
l’incuria nonostante]
 

 

XV


Domestica è la dimensione del mio paese.
Suonano sulla pietra i passi frettolosi
tagliano l’acqua gelida le eliche
la sbarra del posteggio sale e scende
sotto a uccelli in volo  a riscaldarsi.
 

 

XVI


Sul sentiero c’era luce
molta mota e tracce di moto
da cross
pochi fiori (bianchi)
a quatto petali
e un legno con sopra la scritta Le Cime.
Com’era prevedibile
arrivammo a un bivio
in uno slargo
un viottolo scendeva e non si vedeva
che verde
uno saliva e non si vedeva che verde.
La luce schermata dagli alberi
scemava
nella penombra (nell’indecisione)
girammo indietro
verso le case
al sicuro.
 

 

XVII


Il quotidiano vivere
in  una terra avvolta  dall’azzurro
corrode  gli eccessi a svelare
l’essenza spesso offuscata
a chi abita luoghi ricchi di volte e di volti 
                         da tangenziali uniti.
 

 

XVIII


Odio la morte che ruppe l’alleanza.
In sala appassirono i fiori, il bassotto si zittì
una mano invisibile portò via la piccola.

Neppure la ribellione dell’età più bella,
aveva leso l’ alleanza nata col primo pianto
e l’urlo di dolore sgorgò senza pudore.

Oh Madre
tu potessi inviarmi una missiva dalle nuvole!

 

 

XIX


Videro le vetrate
di via Val di Denari
gli allegri girotondi
tra le siepi e i fiori.
 

Videro le violette
della nuova fanciulla
sbocciare il corpo
nei vestitini a fiori.
 

Videro le vetrate
le sue valigie gonfie
d'euforia per la vita
nuova a… Florence.
 

XX
 

Appena chiuso l’uscio
la vista degli oggetti
in ogni dove immobili
ingigantisce il vuoto
l’ora sminuirà il volume
ma ora che la ragazza
sta viaggiando
verso la metropoli
il vuoto riempie
la cucina
la camera disfatta
la casa tutta
e cade a pioggia
sui pini affacciati
sull’asfalto di periferia.
 

XXI


Anche la tartaruga quel giorno si svegliò
perché il sole scordò d’essere a gennaio

anche il giallo gelsomino era raggiante
perché canto d’Osanna intonarono le ore

anche le lunghe tende presero a danzare
perché era ritornata a casa la maternità
a deporre delicatamente un cucciolo
di uomo nella vecchia culla in vimini.
 

XXII

 

[Parità! si urlò per noi, le figlie nate
e quelle da venire che crebbero
e nacquero e di nuovo si vestirono
da donne. Fu una partita giusta
-accolta, in parte, anche dagli altari-
scandita dai tic tac degli orologi
e da lancette che giravano, giravano
come un cuore tachicardico
mentre i colleghi salivano -lievi salivano-
di grado perché privi del mestruo
che innova le cellule a ogni ciclo.
Cessato il sangue, un consuntivo:
l’impressione è di una stagione
ricca di grano ma sale il cruccio
per i mancati abbracci ai figlioletti
-No, non c’è colpa , non c’era tempo –
per le passioni femminili soffocate
-No, non c’è colpa, non c’era tempo –
per aver tenuto un passo innaturale
-No, non c’è colpa, non c’era aiuto-
per la televisione che inquadra
belle manager, belle professioniste,
belle politiche, belle accademiche,
belle attrici, bei culi, belle tette
Belle , Belle, Belle
mentre il bello che snobbammo
- non eravamo solo corpo
o mi confondo?- ci è sfiorito
così, in un periodo durato
quanto la sosta di un passerotto
su un cancello. Il tempo di mettersi
gli occhiali ed è scomparso.]

 

 

STAGIONI


PRIMAVERA


si sgola il gallo
si cheta la civetta
è l’albeggiare

 

a fine maggio
sul molo sole e lenze
- odor di sale

 

all’imbrunire
lucertolina furba
il gatto beffa

 

sera calante
sfumar d’ombre nel rosa
vivrei ovunque

 

tetto stellato
a schiarire la notte
non è mai buio

 

ESTATE

 

borse di paglia
sui banchi del mercato
solo d’estate
 

sopra un patino
arenato, i bambini
scrutano il mare
 

traghetti colmi
banchine brulicano
a ferragosto
 

barca al tramonto
con la vela ammainata
lascia la rada
 

bruciano cuori
tra le dune marine
lucenti falò
 

 

AUTUNNO

 

pare una trina
l’impalpabile nebbia
nata dal mare

 

il nido è vuoto
della stagione bella
resta una piuma
 
sfuma nel grigio
in campagna il falò
è pomeriggio
 
ombre calano
nel tramontar di foglie
cielo amaranto
 
sotto la terra
tartaruga s’intana
crescono i crocus
 

INVERNO

 

gelano strade
ad unir notte e giorno
gocce di brina
 
violette gialle
nascono a rallegrare
il cielo grigio
 
su tetti neri
un lampione s'accende
prima di sera

 

ancora un’ora
d’onda malinconica
poi sarà notte
 
attende l’acqua
all’interno del pozzo
raggio di luna

 

INTERNI

 

I

 

Era buio. La ruota era alta e il sedile a due posti saliva.
Sciabordata dall’onde dell’aria
stringevo le mani alla corda.
Sono belli i quadri più vecchi della mia galleria:
il lettone, la parete a pois, la panca in cucina,
mio padre e mia madre.

Era luce. Vent’anni più tardi su un treno in campagna.
e gambe divennero molli, i girasoli guardavano il cuore
impazzito che straniava la vista.
Sulla schiena m’è nata una gobba,
sulla pelle, una voglia:
un affresco con i compagni di oggi.


II


Se scartassi il tempo trascorso
nell’attesa di…

inciamperei in frazioni d’istanti
di così alta intensità

da coprire i deserti in cui ho aspettato
di togliere dalle grucce i desideri

per farli scivolare fuori
finalmente liberi di …

 

III

 

Il seno e il sangue
il trucco lieve
le calze a velo
le occhiate
mascoline
il rimirarsi
nello smarrimento
attorno casa
all’ ora esatta
vennero.

 

IV

 

quel  promossa nel quadro  appeso al vetro
apriva  al tempo senza  vento - mare
nuovi amici,  libri, amori giovani
generati  dalle ore sulla spiaggia - 
libero d’ombre, saturo di sogni
che sul cuscino si declinavano
prima del sonno, prima  dei temporali
che sempre precedevano  d’un mese
la  prima campanella della scuola.


V

 

Il vetro franò. Urlai e tastai le braccia. Ero sana e
rivolevo quel vetro e l’immagine di me che rifletteva.
Chiamai il vetraio. Provammo a ricomporlo. Invano.
La colla non faceva presa. I pezzi ricadevano
provocando piccole ferite . Le arterie si salvarono,
ma nessun vetro mi avrebbe mai più rappresentata
spensierata. Bastò questo a soffocare il volo libero:
l'ombra fatua della morte che per metà successe.
Misi  in valigia i viaggi e tornai alla casa-isola.
S’era frantumato il primo vetro.

 

VI
 

Scorre altrove la vita che volevo.
La colpa è del ronzio d' un calabrone
che coprì la nota giusta e lo sguardo
di quel volto esposto al vento – di quando
con addosso la scamiciata a quadri
il corpo non sudava per il caldo –
restò dentro un fotogramma
nel cassetto dei miei ieri.
Quanto sopra racconto, a discolparmi.

 

 

VII
 

Un piede incespica
un sasso balza e rotola
un vortice di polvere si leva
volteggia, confonde la vista,
tra pietre fatiscenti
ansima il fiato, già sofferente
per la fame d’aria,
nei sotterranei del vissuto.


VIII

 

Le catene  steccavano le cosce
premevano sul  pomo
celavano l’uscita

-se  esisteva  un’uscita  dal cono di brace 
da  pulire con lentezza per non bruciarsi -

il passo affannava in mancanza
di  segni nitidi che lo guidassero 
tra le rughe dove sei volata.

 

 

IX


Sbattevano le vele,
nel chiostro di casa
coltivavo piante
al posto degli amici
che mai brindarono
con i cristalli
rimasti nella credenza
a impolverarsi.
 

 

X


Il volo obliquo
risentì dei venti
conquistando
piccolissime vette
dove dimenticare
la luce accecante
intravista di sbieco
dalla penombra
nei vent’anni
vissuti a studiare
quali piante - annuali
o perenni - fossero
adatte a infiorare
il sottobosco
mancante di sole.

 

XI


Liquido si sparge il dolore
tra i meridiani e i paralleli
roventi o gelidi del globo
e lì e qui,
- all'intorno per nefasti fati-
pianto e stridore di denti
s'incrociano nel cielo
con stormi di rondini
aruspici di primavera
nonostante.

 

XII


In un cerchio oltre il quale
il passo era interdetto
ho convissuto con il male
nel sonno – in contrappasso-
m’ involavo da un continente
all’altro, sino all’alba
che sfumava i sogni
in migranti fantasmi;
eppure vissi.

 

 

XIII

 

[mi pettinavano
sino a farmi male
e forse quei nodi sono i primi
dei tanti
che resero ingarbugliata
la matassa
da dipanare
per perdermi del tutto
o ritrovarmi]


 

XIV

 

I meno sono d’un rosso slavato
reggono i cardini i punti cardinali
i pezzi del mosaico si ricompongono.
L’inizio tra le sbarre non ricordo
emozioni ancestrali ha la memoria.
Il moto era impercettibile,
le onde di riporto
la costa aveva anfratti scuri
i legni di sicuro sono di buona qualità.

 

XV


Nessun serpente
ha intimorito agosto
né un cinghiale minato
i frutti e i fiori -  più preziosi
proprio per l'arsura dei petali -
tra cui continuerò
a consumare le suole
con il viso sereno
imperlato di gocce
prima che arrivi la pioggia
a sciogliere l'estate.
 

 

XVI


Ci rallegravano solo dianzi
le  piccole gioie;  il buio e il freddo
stavano in un futuro remoto
che sarebbe sì arrivato, più avanti
in  anni lontani dalle nostre risate
sotto il sole così  rovente
da  celare i segni dell’autunno
che ci conduce verso novembre
verso la ricorrenza di troppe anime
da noi amate  solo dianzi.

 

XVII
 

C’è una quiete rosea
di bimba tra le gambe genitrici
tra le pareti incartate
in un cielo azzurro intenso.

I lutti sono stati seppelliti
il bastone abbandonato
le pulsazioni sono lente
le carezze sincere.

Sul tavolo all’ingresso
un cappello per la pioggia
da riporre in cantina.

 

XVIII
 

Le mani che tremavano
-tanta era la gioia
sulla soglia dell’estate -
chissà se le rammenti.
 

La risposta resta aperta.
Alla pinzetta sfugge
la domanda spuntata
tra le sopracciglia
ed un sospiro.

 

XIX


Non importa
se non mi sei mai stato tutto
anche le briciole
servono
a placare i morsi
così, nell’amarti,
lacrime secche si staccano
dagli occhi
di nuovo illuminati.

 

XX


Nella mia valle
al calare delle ombre
non avrei altro riparo
se tu sparissi

e non stupirti
di queste parole
perché sei pietra
viva della mia vita.

 

XXI
 

Se ne vanno i miasmi
in chi s’avvicina
al Mistero dell’Amore
perché tramuta
il fiele in miele
la croce sul Calvario
tranne il sonno
tormentato
dai desideri smarriti
che albeggiano
sino a Luce fatta
minuscola o maiuscola
che sia.

 

XXII


In un campo,  le canne a difesa
d’un fosso, poco distante dal mare,
un sospiro d’autunno al crepuscolo

- sono scomparsi dal cuore il cinguettio
e dalla mia bicicletta il sentiero –

smuove la brace tiepida e morbida
a svelare del fuoco i riverberi
meraviglie d’un ottobre clemente.

 

 

 

 

 

 

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