M. Gisella Catuogno
SOS per la Cappella Tonietti di Adolfo Coppedè

Titolo SOS per la Cappella Tonietti di Adolfo Coppedè
Autore M. Gisella Catuogno
Genere Articolo - Informazione      
Pubblicata il 14/04/2013
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Se c’è un edificio, al Cavo (Isola d’Elba) altamente evocativo della sua storia e delle sue tradizioni popolari, questo è la Cappella Tonietti.

Fu voluta come tomba di famiglia dai Tonietti, concessionari dello sfruttamento delle miniere, ma la destinazione cimiteriale non venne mai autorizzata e il monumento rimase fine a se stesso, formidabile simbolo del prestigio e della potenza economica dei suoi committenti.

A confezionare lo splendido manufatto fu chiamato infatti l’architetto fiorentino Adolfo Coppedè e da tramite, per l’assunzione dell’incarico, fece l’industriale Pilade Del Buono, amico del Coppedè e socio di Ugo Ubaldo Tonietti, figlio di Giuseppe, capostipite della dinastia imprenditoriale riese, a cui il monumento voleva essere dedicato.

La data di realizzazione oscilla tra il 1899 e il 1906.

La scelta del sito geografico dove innalzarlo non poteva essere moralmente più ambiziosa ed esteticamente più felice: un crinale collinare dominante il Canale di Piombino per renderlo ben visibile anche da lontano, solitario e maestoso, a chi faceva rotta per l’Isola d’Elba.

La sua forma a faro ben si armonizzava con l’ambiente circostante di una macchia mediterranea sospesa tra l’azzurro del cielo e quello del mare.

Le dimensioni erano e rimangono davvero notevoli: dopo l’ultima curva di una strada immersa nel verde, fino a qualche decennio fa carrozzabile, ma oggi ridotta al rango di un ampio sentiero scavato dall’acqua piovana e su cui preme lateralmente la vegetazione, la Cappella appare infatti improvvisa nella sua orgogliosa maestosità con una forza d’urto che da bambina mi toglieva il fiato per l’emozione.

Alla Cappella era tradizione andarci per il Lunedì dell’Angelo, chiamato impropriamente dai cavesi “Santa Caterina” per l’usanza diffusa a Rio Elba di recarsi in quel giorno al romitorio omonimo del paese. Data la discendenza di molta gente del Cavo da famiglie riesi, il nome era rimasto a designare la festività, anche se il luogo era diverso.

Ci si incamminava già nel primo pomeriggio come per una piccola avventura, uomini, donne, bambini, giovani, adulti, anziani in buona salute, per stare insieme in allegria e per salutare la primavera appena arrivata e con essa la rinascita del ciclo vegetativo dopo il lungo sonno invernale. Si portava con sé la merenda e soprattutto la “sportella”, il tradizionale dolce riese simbolo di vita e di fertilità. Molti si distribuivano sui prati a godersi i primi baci del sole, a cantare, scherzare, mangiare e bere mentre i bambini, come cuccioli liberi da pastoie, si godevano l’aria aperta e i giovani improvvisavano squadre di ammogliati e scapoli per giocare a pallone.

Altri preferivano avvicinarsi di più al mausoleo, sedersi sulla scenografica scalinata di marmo o appoggiarsi alla balaustrata. I più temerari tentavano qualche incursione nell’interno incustodito, avventurandosi, oltre il cancello aperto, per la scala a chiocciola in ghisa che portava fino alla terrazza superiore, dove si sporgevano spavaldamente a salutare gli amici più .prudenti.

Da sotto, bastava alzare lo sguardo per abbracciare in una volta sola gli elementi architettonici eclettici e ridondanti dell’edificio: le bozze di granito elbano con inserti in marmo bianco per le decorazioni; le robuste colonne arricchite da mascheroni leonini; la superba cancellata in ferro battuto; la ghiera dell’arco in conci di marmo; l’aquila stilizzata sopra l’incisione “Famiglia Tonietti”; le grandi prue a forma di rostro; le paurose figure antropomorfe riecheggianti le cattedrali gotiche; le grondaie zoomorfe degli spigoli; il globo di marmo della sommità.

Insomma, un’opera improntata al gigantismo tipico di Coppedè ma anche dell’architettura monumentale “fin de siècle”, un’opera che è considerata la più importante tra quelle elbane dell’architetto fiorentino.

Ebbene, questo tesoro artistico versa oggi in condizioni di totale degrado: la cancellata è stata in parte divelta, il solaio del piano terreno è crollato, non c’è più traccia dei pavimenti e dei rivestimenti presenti in origine, seriamente danneggiata risulta anche la scala a chiocciola. Il resto resiste, ma fino a quando?

Insomma, come il castello del Volterraio, come la Torre del Giove, tanto per restare nel versante orientale, anche la Cappella Tonietti è abbandonata all’usura del tempo e all’incuria e al vandalismo degli uomini.

E’ evidente che la manutenzione di edifici architettonici richiede costi che difficilmente la collettività si può accollare, specialmente in tempi di crisi economica profonda come questa. Ma a volte, almeno per salvare il salvabile, basterebbe utilizzare in maniera più intelligente le risorse disponibili o cercare di far “adottare” il monumento dalle comunità di cui esso è simbolo, con un piccolo sforzo individuale che coinvolga anche gli ospiti estivi. O ancora, perché non promuoverne

 la sponsorizzazione da parte di privati che, attraverso il salvataggio di un’opera artistica, approderebbero al duplice obiettivo di farsi pubblicità (anche nelle guide turistiche) e di essere operatori culturali del territorio in cui lavorano? Diego Della Valle voleva adottare il Colosseo; gli imprenditori elbani potrebbero adottare le nostre piccole/grandi glorie e averne un ritorno economico oltre che la fama di mecenatismo.

Lo sappiamo, ormai chi decide di trascorrere le vacanze all’Isola d’Elba, come in qualsiasi altro territorio degno di pregio, non vuole soltanto mare e sole; desidera anche conoscere la storia, la cultura, i tesori artistici del luogo di soggiorno: non dilapidiamo dunque questo patrimonio, cominciamo a difenderlo, custodirlo e rispettarlo, per non pentircene amaramente quando ormai sarà troppo tardi.

                                                                                        Maria Gisella Catuogno

                                                                                     

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