Paolo Cugurra
L´approdo

Titolo L´approdo
Autore Paolo Cugurra
Genere Saggistica - Filosofia      
Pubblicata il 25/09/2014
Visite 4085
Editore Liberodiscrivere® associazione culturale edizioni
Collana Spazioautori  N.  3514
ISBN 9788873885382
Pagine 100
Prezzo Libro 10,00 € PayPal

Con questo scritto l’autore ha inteso tracciare una sintesi del definitivo approdo del suo pensiero sulle cose di religione.


È stato un percorso lungo e non facile che ha trovato brevi soste nei precedenti saggi “Pensieri Giacobini”, “Pateravegloria” e “La Corona e l’Altare”. 


“L’Approdo” vuole quindi concludere la ricerca di una corretta lettura evangelica per un orientamento che l’Autore identifica in ciò che potrebbe chiamarsi cristianesimo laico, universale, il quale sfugge a statuti e intitolazioni aggreganti di massa. Un cristianesimo come scelta di vita, fatto per unire, che si contrappone alla consuetudine umana di dividere, inevitabilmente, i seguaci delle diverse confessioni, gli uni contro gli altri, in un conflitto secolare finalizzato, in modo spesso anche palese, al proselitismo che sconfina nella concorrenza, come fra imprenditori.


 

Dedico queste pagine ad Angelo Raimondo.

Era un sacerdote intelligente e colto. Fu mio compagno di studi alla facoltà di legge. Pur nella incompatibilità apparente delle rispettive opinioni, qualcosa di impalpabile, ma forte e duraturo, ci legò d’amicizia, vera amicizia, subito.

Celebrò poi il mio matrimonio, che si conservò indissolubile, mentre il suo con la chiesa, pochi anni dopo si sciolse.

Fu un divorzio sofferto il suo, ma convinto.

Non poté sopportare la voluta, e persino vantata inerzia della chiesa di fronte alle istanze di rinascita cristiana che con ragionata speranza sempre più frequentemente affioravano nel suo stesso interno e delle quali egli era divenuto appassionato promotore.

Lo ricordo con immensa gratitudine, avendo da lui appreso in buona misura il messaggio di un cristianesimo privo di solennità visibili e canore, silenzioso, anonimo persino, ma universale, di tutti, ovunque venga attuato, nei fatti, l’amore del prossimo, conosciuto e sconosciuto.


 

 

SCIENZA E MAGIA 


L’uomo dovrebbe più spesso sdraiarsi supino con gli occhi al cielo come il cagnolino di Charlie Brown, oppure, al co-spetto di un tramonto rosato nel tempo di settembre, incli-nare il capo facendolo orizzontale per riscoprire le mirabili scansioni del colore tra cielo e terra.

È questo un richiamo ben modesto rispetto agli innumere-voli messaggi che la conoscenza umana, anche la meno ag-giornata, ci consente di recepire: milioni, miliardi di mondi, intorno a noi e non soltanto nella umana dimensione, ma nella misura dell’infinitamente grande e dell’infinitamente piccolo, realtà incomprensibile, da rimanere trasecolati solo a sfiorarne il pensiero.

Eppure, nella ordinaria consuetudine, si pensa poco a que-ste cose.

Io stesso quando ho offerto esempi concreti del divino messaggio, ho preso ciò che si ha più alla portata di mano, come un tramonto visto da posizione normale, o il gor-gheggio dell’usignolo, trascurando così i dati più sconvol-genti, e per ciò stesso convincenti di una presenza dell’assoluto che sta sopra la creazione e ci domina con le sue leggi eterne e ineludibili come la rotazione degli astri.

Piccoli uomini, cinquemila anni fa, hanno avuto la presun-zione di individuare un creatore ad immagine loro, dotato di carattere mutevole come loro, benevolo od iracondo e persino vendicativo: tale modo di pensare può essere giusti-ficato dalla embrionale conoscenza che poteva aversi sulle cose del mondo, al tempo loro.

Non così nel tempo presente, ove da mille parti provengo-no le smentite, talvolta clamorose, delle sacre scritture, fin da quando si capì che non è il sole che gira, ma la terra in-torno a lui.

Sospinto da una curiosità irresistibile, l’uomo ha forzato gli ingranaggi dell’intelligenza, si è gradualmente impossessato di una parte del mistero: lo ha svelato.

Attraverso la sperimentazione ha potuto ottenere risultati simili a quelli della creatività naturale.

È stata, nei secoli, una continua progressione nel campo della conoscenza e possiamo dire che la moltiplicazione dei successi ha avuto come esito non secondario la vanificazio-ne di cospicue (o ritenute tali) basi storiche, filosofiche, ma soprattutto, religiose.

Detto in altre parole, la scienza ha impoverito, quando non ridicolizzato, la rivelazione di fonte profetica, ed ha in certo modo preso il posto della magia.

Diamo un’occhiata in giro nel mondo di oggi. 

Premo un tasto sull’oggetto minuscolo che tengo in mano qui in Europa e, simultaneamente, un oggettino simile squilla in Australia e una voce risponde.

Nel frattempo, la lucente sfera metallica governata dalla terra viaggia nello spazio in direzione di Marte per saperne qualcosa di più, specie sulla presenza dell’acqua.

E, per ridursi ad esempi meno eclatanti, seppure altrettanto stupefacenti, l’uomo ha trovato il sistema di operare all’interno del corpo abbandonando l’uso del bisturi, senza tagliare la pelle che lo ricopre.

Ecco, mi chiedo che cosa ne avrebbe dedotto un essere umano di media cultura, se gli avessero rappresentato tali fenomeni davanti agli occhi, poniamo senza andare troppo indietro, nel secolo dei lumi, il favoloso ‘700, quando la scienza veniva definita ancora “magia naturale”.

Penso che non avrebbe dubitato un solo istante di trovarsi al cospetto di fatti di magia, realizzati da un vegliardo so-lenne e barbuto con un tocco di bacchetta o con il tracciato cabalistico delle dite di una mano.

Eppure, a quel tempo, il progresso umano consentiva l’edizione dell’Enciclopedia e si era già ben lontani dalla biblica pretesa di fermare il sole.

Alcuni secoli sono trascorsi e l’uomo è riuscito, con fatica, intelligenza e perseveranza, spesso costretto a difendersi dalle accidiose reazioni dell’ignoranza conservatrice, a rea-lizzare risultati che, nel passato, venivano considerati fatti di magia.

Sono allora preso da uno stimolo di umanissima vanità e mi viene da pensare che l’antica definizione di magia naturale potrebbe essere conservata, nel senso che, tutto considera-to, sia naturale che la scienza abbia realizzato e tuttora rea-lizzi la magia.

L’uomo era, per sua natura, in possesso delle potenzialità di fantasia e intelligenza necessarie per raggiungere lo scopo giudicato impossibile, non solo sul piano della pura cono-scenza (come le scoperte geografiche), ma della più impen-sabile creatività, fonte di un potere assai vicino a quello del massimo creatore, suo presumibile padre celeste.

Quindi, con il destro di aver coltivato la scienza, una picco-la parte dell’umanità, attraverso secoli di sacrifici appassio-nati e financo eroici, ha realizzato la magia.

Ci ha messo molto tempo, a differenza del mago della bac-chetta, ma il risultato è il medesimo, se non più stupefacente.

Proseguo nel raffronto fra le improvvisazioni, tutte favolisti-che, del vecchio Merlino con barba bianca e cappello conico stellato, ed i risultati sperimentali dell’uomo geniale ed osti-nato che usa la razionalità al posto della bacchetta, rimanen-do cioè nel concreto, senza nulla concedere alla fiaba.

Ebbene, se togliamo la questione del tempo impiegato – che mi sembra poi non così importante – si può constatare la piena analogia dei risultati, mentre rimane da porsi il pro-blema più inesplicabile, quello dell’origine delle rispettive capacità, del mago e dello scienziato.

Per quelle del mago, trovandoci nella pura fantasia, possia-mo sorvolare, conservando il ricordo della credula felice età di quando eravamo fanciulli.

Per l’uomo di scienza invece, il discorso è serio. Ventimila, diecimila anni fa, una creatura ispida e non ancora del tutto eretta, mentre i compagni battevano la foresta intenti alla caccia per sfamare la tribù, si isolava dentro una caverna e, alla luce ondeggiante del fuoco, ne affrescava le volte con scene di bufali, cervi, cacciatori.

In tal modo l’umanità germinava in un tempo così remoto, il seme della Cappella Sistina: pensate.

E non vi è soltanto il fatto – già stupefacente – della mera raffigurazione.

Ciò che colpisce, e fa riflettere, è che il disegno di quella pelosa mano, è bello. Capite?

L’ominide, poco più che una scimmia, possedeva già l’istinto creativo della bellezza, cioè la fantasia, l’armonia dei colori, la prospettiva, pur ancora elementare, le proporzio-ni, insomma i requisiti dell’arte figurativa.

Come mai? Perché? Non possiamo saperlo. All’uomo, l’origine di codesti enzimi, così superlativi rispetto alla sua comune originaria formazione, è sconosciuta, e non è co-noscibile.

Può solo fantasticare, intuire, ma nulla più.

Deve accontentarsi di una constatazione, realistica e felice-mente positiva.

La fonte della scienza, come quella (supposta) della magia, sta nel fatto, per l’uomo, di possedere fin dall’origine, cioè da quando è stato creato, le potenzialità necessarie per ot-tenere col tempo risultati giudicati impossibili.

Ancora: nell’arco di una sola esistenza, l’individuo non ce l’avrebbe fatta. Occorreva il trascorrere di molte generazioni. 

Ma l’uomo possedeva anche questa risorsa, che è la possibi-lità di riprodursi, attraverso la congiunzione con la donna ed il concepimento della prole.

Così ha potuto, l’uomo sapiente, raccogliere l’esperienza di chi lo aveva preceduto e contribuire, con il suo prezioso tassello, alla costruzione del risultato, anni, secoli, millenni più tardi.

Questa tenace, paziente operosità che chiamiamo scienza, proviene dall’impulso che l’uomo si è trovato a possedere fin dall’inizio della sua esistenza, quando era ancora anima-lesco e selvatico: in nuce aveva già tutto il necessario per muoversi in una direzione illuminata dallo stesso ingegno che lo aveva creato ed ottenere risultati impensabili, sempre più raffinati.

Mistero sovrumano è dunque per l’uomo l’essere stato do-tato di tali mirabili strumenti.

Mistero, allo stato della conoscenza, irrisolto e irrisolvibile, perché neanche le religioni statutarie ci hanno provato.

Hanno inventato la rivelazione della genesi ed il racconto di vicende successive. Ma nulla informano sul problema es-senziale e cioè di ciò che precedette la genesi e della sua razio, della origine del bene e di quella del male: del perché di tutto questo.

È ineluttabile destino dell’uomo il limite invalicabile della conoscenza e quindi la obbligatorietà dell’unica possibile devozione, la quale esclude l’indimostrata invenzione delle religioni mirate alla umanissima finalità delle varie teocrazie proliferate sulla terra.

Rispettare il mistero, dunque, e perseverare nella ricerca con l’animo grato e la fiduciosa speranza che ci vengono suggeriti dagli innumerevoli messaggi provenienti dalla creazione.

Continuare l’opera millenaria resa possibile dal perpetuarsi delle generazioni, nel lungo percorso che collega le singole esistenze in un unico spirito collettivo, nel quale è possibile intuire un divino disegno, pur senza comprenderlo.

I messaggi del creato sono tanti. Difficile farne una elenca-zione. Uno di essi però colpisce in modo particolare, per-ché si collega alla presunzione biblica dell’umana somiglian-za: soltanto l’uomo infatti, tra le altre creature animali, ha avuto la sorte di crescere nella cosiddetta evoluzione della specie, fino a raggiungere risultati sempre più ambiziosi.

Le altre specie – per quanto ci è dato di conoscere – sono rimaste tali e quali, almeno sotto il profilo intellettuale.

Non si sono evolute e continuano a ripetere le stesse con-suetudini delle generazioni che le hanno precedute, tanto da far pensare che sia loro mancato il favore di un privilegio che il creatore ha riservato all’uomo.

Sotto questo profilo, possiamo convenire su una qualche giustificazione della pretesa somiglianza dell’uomo al crea-tore, e tuttavia la giudichiamo egualmente inaccettabile.

In una cosa soltanto è lecito ipotizzare la somiglianza ed è la facoltà all’uomo riservata – come abbiamo notato – della creatività intelligente, che nulla ha a che vedere con le for-me dell’involucro temporale, visibilmente originate dalle specifiche funzioni vitali che la vita rende necessarie: respi-rare, nutrirsi, deambulare, riprodursi, comunicare, e via di-cendo.

La somiglianza quindi nello spirito, mai nel corpo, può es-sere ipotesi ragionevole ma, si badi, soltanto ipotesi.

A questo riguardo, altre volte abbiamo rilevato non soltanto la infondatezza della biblica pretesa, ma la sua biasimevole contraddizione: descrivere dio, dandogli una forma (umana per giunta) e al tempo stesso tacciare di ateismo colui che non ci crede, costituisce qualcosa di peggio dell’ateismo.

Il cosiddetto ateo è semplicemente colui che non crede nel-la individuazione rivelata. Si astiene dall’invenzione, o dalla umana credulità.

 Rimane nella coscienza del mistero, dell’oggettivo confine di ciò che è possibile conoscere, e di ciò che non lo è, at-teggiamento assai meno riprovevole di quello di conoscere (e imporre) un dio umanizzato, benevolo o iracondo a se-conda di umori cangianti, cioè il massimo dell’ateismo.

L’uomo ragionevole deve esser felice di possedere anche questa possibilità che è poi il senso della misura, o semplice buon senso, come viene chiamato.

Può intuire la grandezza incommensurabile di quella forza creativa, sovrumana, misteriosa, che ha conferito al selvag-gio magdaleniano glaciale il gusto e la fantasia della pittura, e la facoltà di trasmettere questa attitudine ai discendenti.

Questi si sono a loro volta riprodotti e molte generazioni più tardi hanno dipinto La Gioconda, hanno scoperto le Indie Occidentali, e, ancora più tardi, inventato il modo di comunicare, senza fili, da un continente all’altro.

Siamo così in grado di provare stupore e commozione al cospetto di una realtà che trasuda di magia e rivela da sola la presenza ineffabile di un Dio, sconosciuto, il quale, tal-volta, per motivi inesplicabili, è dispensatore della grazia a vantaggio di una soltanto delle sue innumerevoli creature.

 

 

Con questo scritto l’autore ha inteso tracciare una sintesi del definitivo approdo del suo pensiero sulle cose di religione.


È stato un percorso lungo e non facile che ha trovato brevi soste nei precedenti saggi “Pensieri Giacobini”, “Pateravegloria” e “La Corona e l’Altare”. 


“L’Approdo” vuole quindi concludere la ricerca di una corretta lettura evangelica per un orientamento che l’Autore identifica in ciò che potrebbe chiamarsi cristianesimo laico, universale, il quale sfugge a statuti e intitolazioni aggreganti di massa. Un cristianesimo come scelta di vita, fatto per unire, che si contrappone alla consuetudine umana di dividere, inevitabilmente, i seguaci delle diverse confessioni, gli uni contro gli altri, in un conflitto secolare finalizzato, in modo spesso anche palese, al proselitismo che sconfina nella concorrenza, come fra imprenditori.


 

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