Mi Nutro di Vita
Mi Nutro di Parole

Titolo Mi Nutro di Parole
Autore Mi Nutro di Vita
Genere Narrativa      
Pubblicata il 25/02/2015
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Editore Liberodiscrivere® associazione culturale edizioni
Collana Fuori Collana  N.  3561
ISBN 9788899137212
Pagine 156
Prezzo Libro 10,00 € PayPal
 
“Non vi è alcun dubbio, abbiamo bisogno di ‘Nutrirci - anche - di parole’.  Di parole che restino dentro di noi silenziose,  di parole che cerchino la via del contatto, della condivisione.
 
Scrivere è far vibrare la carne di cui siamo fatti, mostrando - a noi per primi - che non siamo così gracili, vuoti, amorfi e anonimi come in quel tempo che precedette la decisione di iniziare a raccontare la nostra storia.
 
Tutti coloro che queste straordinarie pagine hanno scritto, hanno sicuramente iniziato a ricucire le loro ferite nutrendosi di parole non più respinte, di silenzi non più temuti, di desideri non più repressi.”



 
Duccio Demetrio



 
Il libro racchiude i racconti inviati al concorso letterario nazionale Mi nutro di parole promosso da Mi nutro di vita, associazione impegnata nella lotta ai disturbi del comportamento alimentare, con il patrocinio della Libera Università dell'Autobiografia di Anghiari.
 
Con questo libro si sostiene la Casa delle Farfalle, struttura specializzata nel trattamento riabilitativo dei DCA danneggiata dall'alluvione nel 2014.
PAROLE COME CURA di Duccio Demetrio
Il destino di Alice forse era davvero tutto da scrivere nel libro della vita; lei aveva la matita, il mondo era la carta
 Alessandra
Non vi è alcun dubbio, abbiamo bisogno di “Nutrirci - anche - di parole”. Di parole che restino dentro di noi silenziose, di parole che cerchino la via del contatto, della condivisione. Parole da ascoltare, leggere, ma soprattutto da scrivere in prima persona. Poiché se è la nostra penna a coniarle, a intrecciarle alla ricerca di un senso, ad adagiarle lentamente o in una salubre frenesia su un foglio, ci avvediamo che quel cibo - aereo e impalpabile, così rigenerante nella libertà narrativa di cui va alimentandosi - siamo noi in verità  a produrlo. Ci accorgiamo che la scrittura, soprattutto quando attinga al nostro dolore, il desiderio, il bisogno, la necessità di raccontarci, sa mutarlo in una materia da noi stessi secreta. In grado di nutrire il ritorno alla vita. Questo è un cibo che non piove dal cielo, ma attinge alla terra cui apparteniamo: poiché scrivere è far vibrare la carne di cui siamo fatti, mostrando - a noi per primi - che non siamo così gracili, vuoti, amorfi e anonimi come in quel tempo che precedette la decisione di iniziare a raccontare la nostra storia. In ogni malattia, sofferenza, infermità, disagio c’è un momento in cui rialzando la nostra fronte dalla infeconda contemplazione del nulla in cui siamo precipitati si riaccende la voglia di attraversare il guado. La sua acqua gelida, il fango, i pensieri di morte. La scrittura ci traghetta sempre in un altrove appena intravisto di cui, lei, sa annunciarci il richiamo.
Nella solitudine, in un impulso autonomo, o grazie alla accettazione di un sollecito aiuto altrui, quel gesto verso un foglio, così antico; quell’iniziare a disseminare in esso parole e parole, così fecondo è l’inizio della rottura di un silenzio angosciante intrattenuto troppo a lungo con parole che ci rifiutavamo di pronunciare. La scrittura le rinobilita sempre, offrendoci quella fiducia che più in noi non volevamo riporre. Torniamo a parlarci, a interrogarci, a risentirci autori di un’esistenza. Lo specchio della pagina - quale sia l’immagine che di noi si sia riusciti a disegnare - non ci fa più così paura. Torniamo ad essere padroni di una parte del lavoro di cura che ci è indispensabile. La parte che può competere soltanto a noi, nella ricostruzione di un mondo intimo infrantosi. Nessun altro può sentirsi autorizzato a scrivere al nostro posto, a sostituirsi a quella penna sempre più convinta che in ogni parola qualche cosa taccia e per questo vada sfidata. Le parole di carta ci nutrono anche di un silenzio che incominciamo ad accettare. In ogni silenzio, prima di romperlo con la voce o nel tacito lavorio della penna, c’è qualche cosa in attesa che ancora non sappiamo e, per saperlo, non possiamo che iniziare o continuare a scrivere.
Essere scrittori” - ha detto Orhan Pamuk e chiunque lo è quando si avvede che la scrittura gli o le rileva ignote verità su di sé - “significa prendere coscienza delle ferite segrete che portiamo dentro di noi; ferite così segrete che noi stessi ne siamo a malapena consapevoli, esplorarle pazientemente, studiarle, illuminarle e fare di queste ferite e di questi dolori una parte della nostra scrittura e della nostra identità”.
Tutti coloro che queste straordinarie pagine hanno scritto, hanno sicuramente iniziato a ricucire le loro ferite nutrendosi di parole non più respinte, di silenzi non più temuti, di desideri non più repressi. 
MI NUTRO DI PAROLE PER RICOMINCIARE A NUTRIRMI DI VITA
Da bambina osservavo mio padre, nei suoi momenti liberi, con un libro in mano e i mezzi occhiali sul naso: forse per questo motivo mi sono accostata presto alla lettura, divenuta una insostituibile compagna di vita. Lui adesso non c’è più e io mi sorprendo commossa quando, rileggendo i suoi volumi, la mia matita ripercorre i segni tracciati in passato dalla sua. Alla scrittura mi sono avvicinata più tardi; ero una studentessa universitaria e una modella che lottava, in totale solitudine, contro l’anoressia, la bulimia e la depressione incontrate durante quel percorso di formazione che traghetta dall’infanzia all’età adulta. Iniziai a scrivere le mie esperienze di dolore nel tentativo di riordinare le sensazioni contrastanti che mi opprimevano il cuore. Potevo narrare quanto stavo vivendo senza temere lo sguardo dell’interlocutore, senza provare quel profondo senso di vergogna per un malessere che, trent’anni fa, si viveva in clandestinità. Scrivendo mi lasciavo andare a un fiume di parole che, rompendo gli argini del mio essere, si liberava su un foglio e mi liberava da un peso. La scrittura autobiografica mi ha aiutato a ricominciare, rielaborando la sofferenza e mettendo un punto fermo su ciò che era stato, per non dover continuare a ripetermi domani… domani mi impegnerò a riemergere. Rileggendo quello che avevo scritto, sopraffatta dall’angoscia, riuscii a sussurrare a me stessa: “Mai più”. Scoccò la scintilla che sviluppò il calore necessario a riscaldarmi, restituendomi alla vita. Quando quel diario intimo e personalissimo, dopo molti anni e parecchie esitazioni, si è trasformato in un libro ho capito la doppia valenza della scrittura autobiografica: alcune persone si riflettevano nelle mie parole comprendendo di non essere sole nel cammino di rinascita. La sofferenza può insegnare la compassione e condividere la propria storia, attraverso la scrittura, può rappresentare al contempo un sollievo e una risorsa: un sollievo per chi la narra e un’inestimabile risorsa per chi la legge. Il sapere dell’esperienza si fa prezioso, ponendosi al servizio degli altri affinché si sentano supportati nell’affrontare il loro viaggio verso la guarigione.
La scrittura autobiografica può essere intesa come una sorta di levatrice, per usare una definizione del filosofo Duccio Demetrio, che rimette al mondo aiutando a far chiarezza dentro sé stessi e ad affrontare un disagio o un dolore, come quello che stanno vivendo coloro che soffrono di disturbi del comportamento alimentare e i loro familiari. 
Non è stato facile leggere i racconti presenti in questo libro: in ognuno di essi ho ritrovato una parte di me stessa, del mio passato, ho rivissuto situazioni che avevo rimosso o, forse, che si erano assopite in un angolo remoto della mia anima pronte a ridestarsi. Mi sono commossa, ho sofferto ma anche amaramente sorriso nel constatare come questa malattia, pur seguendo personalissimi percorsi, lega tutti con un impercettibile fil rouge.
La scelta non è stata facile, non si trattava di premiare il racconto migliore per stile e contenuti: non si bada alla forma quando i sentimenti premono con irruenza per essere liberati, quando l’esigenza di scrivere si fa impellente e irrefrenabile. Non si deve neppure indugiare sui contenuti: ogni storia è La Storia, l’intimo racconto di una personalissima sofferenza che non può e non deve essere razionalmente valutata. Sono frammenti di vita scritti con la penna ma, soprattutto, con il cuore che sono convinta scalderanno l’animo di tutti i lettori, infondendo senso di appartenenza e coraggio per non dichiararsi sconfitti.
Vorrei concludere con la frase di una delle Protagoniste di questa splendida avventura che definiscono perfettamente il senso del concorso “Mi nutro di parole” dal quale mi auguro tutti, Autori e Lettori, possano avere tratto e trarre arricchimento:
“Questo concorso letterario evoca in me l’immagine di una pagina di vocabolario aperta alla voce Vita, in cui ogni testo, e quindi ogni partecipante, ha contribuito in modo assolutamente equivalente alla stesura del significato.”
Ilaria Caprioglio
vice-presidente associazione “Mi nutro di vita”
IL MESSAGGIO DEL FIOCCHETTO LILLA
Quando il 15 Marzo del 2012 a Genova ci trovammo davanti a una platea inaspettatamente gremita io e Ilaria, insieme agli altri compagni di viaggio di “Mi Nutro di Vita”, realizzammo subito che stava partendo un progetto importante. Si leggeva negli occhi di ognuna delle persone presenti, se ne parlava per la prima volta, si usciva dal guscio e, soprattutto, tanti si sentivano meno soli in quanto eravamo tutti riuniti sotto un unico simbolo: il Fiocchetto Lilla. Da più di trent’anni, in America, questo è il simbolo che contraddistingue la sensibilizzazione sui disturbi del comportamento alimentare, alla quale viene dedicata una settimana di attenzione. Noi, più modestamente, ci saremmo accontentati fosse stato istituzionalizzato almeno un giorno ma, da quel 15 Marzo del 2012 a oggi, questo non è ancora avvenuto. Tuttavia se la grandissima affluenza di persone a quella prima edizione genovese, a un anno esatto dalla scomparsa di mia figlia Giulia, poteva essere imputata a una carica emotiva particolare, rappresenta un dato oggettivo e incontrovertibile che le due edizioni successive abbiano lentamente coinvolto tutta l’Italia. Questo è un segnale di come il problema sia diffuso più di quanto si possa immaginare e di come la voglia di dignità da parte di chi lo vive e dei parenti sia grande. Noi, come tutte le associazioni che lavorano in questo ambito, non possiamo aspirare a risolvere tutti i problemi ma, sicuramente, ci stiamo impegnando a creare una nuova cultura di rispetto verso chi affronta questo disagio e, anche questa pubblicazione, va nella direzione di spendersi per la causa. Questo è un sentimento che solo chi ha vissuto il buio, l’inadeguatezza, la vergogna sente di mettere al servizio degli altri affinché ci sia meno sofferenza. Scrivere di sé rappresenta uno strumento di terapia per sé stessi, di aiuto per gli altri e, aggiungo io, svolge una funzione di informazione rivolta a tutti coloro che ignorano l’esistenza di questa malattia. 
Questo è il messaggio di “Mi Nutro di Parole”, questo è il messaggio che tutti insieme desideriamo diffondere con il Fiocchetto Lilla. A partire dal piccolo ma concreto aiuto che il libro si prefigge di offrire: i proventi derivanti dalla sua vendita saranno, infatti, interamente devoluti alla Casa delle Farfalle, la struttura di Portogruaro specializzata nel trattamento riabilitativo dei DCA danneggiata nel novembre 2014 dall’alluvione.
Stefano Tavilla
presidente associazione “Mi nutro di vita”
“Non vi è alcun dubbio, abbiamo bisogno di ‘Nutrirci - anche - di parole’.  Di parole che restino dentro di noi silenziose,  di parole che cerchino la via del contatto, della condivisione.
Scrivere è far vibrare la carne di cui siamo fatti, mostrando - a noi per primi - che non siamo così gracili, vuoti, amorfi e anonimi come in quel tempo che precedette la decisione di iniziare a raccontare la nostra storia.
Tutti coloro che queste straordinarie pagine hanno scritto, hanno sicuramente iniziato a ricucire le loro ferite nutrendosi di parole non più respinte, di silenzi non più temuti, di desideri non più repressi.”
Duccio Demetrio
Il libro racchiude i racconti inviati al concorso letterario nazionale Mi nutro di parole promosso da Mi nutro di vita, associazione impegnata nella lotta ai disturbi del comportamento alimentare, con il patrocinio della Libera Università dell'Autobiografia di Anghiari.
Con questo libro si sostiene la Casa delle Farfalle, struttura specializzata nel trattamento riabilitativo dei DCA danneggiata dall'alluvione nel 2014.

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